La Commissione europea prende le distanze ma l’Italia conferma la partecipazione al Board di Trump per asfaltare Gaza nella formula, non prevista, di «osservatore». E Tajani racconta al parlamento di grandi impegni umanitari, tutti smentiti dai fatti o filtrati da Israele
Pro Pall Il ministro degli Esteri in Parlamento prima di volare negli Usa. Sul BoP critico anche il Vaticano, Parolin: «Siamo perplessi»
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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera
Andare solo come «osservatori» o andare per essere «protagonisti». Non c’è un’altra opzione per cui la seduta è tolta. Alla vigilia della missione a Washington per partecipare alla riunione inaugurale del Board of Peace di Trump, il ministro degli Esteri Antonio Tajani è comparso ieri in Parlamento per comunicazioni riguardo alla decisione del governo di accettare l’invito attraverso la formula del «paese osservatore».
LE POSIZIONI di governo e maggioranza, però, oscillano: da una parte c’è l’adesione come «osservatori», descritta come inevitabile, necessaria, «il Board of Peace o l’irrilevanza», soprattutto per evitare di rimanere esclusi dalle discussioni sul Mediterraneo, nodo strategico per l’Italia. E perché, è la linea di Tajani, al momento altre possibilità non ce ne sono: «Se qualcuno ritenesse che esistano oggi alternative concrete e praticabili a questo piano, dimostrerebbe di non saper fare i conti con la realtà» ha detto ieri in Aula il leader di Forza Italia. «Tra Italia e Usa ci sono state sempre relazioni molto forti, indipendentemente da chi guidava gli Stati Uniti» ha detto ancora Tajani, giudicando «politicamente incomprensibile» l’idea di lasciare il tavolo, per poi passare in rassegna tutte le iniziative del governo verso la Striscia negli ultimi anni.
Dall’altro lato c’è un nuovo «protagonismo» italiano sbandierato dai banchi del centrodestra: «L’Italia con il governo Meloni è a capotavola dei principali consessi internazionali per quanto riguarda il Mediterraneo allargato e non solo» ha detto il deputato di FdI Emanuele Loperfido. Stesso contenuto anche da parte delle altre forze di maggioranza, mentre i vannacciani seduti nel gruppo misto hanno alzato la posta: «Siamo favorevoli e vogliamo che nel Board entri anche la Federazione Russa» ha detto l’ex leghista Edoardo Ziello, annunciando il voto a favore di Futuro nazionale.
PER TAJANI di problemi non ce ne sono. All’amministrazione Usa sono stati segnalati i nodi costituzionali, quando è arrivato il nuovo invito da parte di Trump la formula trovata è stata ottimale: «Questa è certamente una soluzione equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli rispetto alla Carta» ha spiegato il titolare della Farnesina. Davanti alle critiche delle opposizioni, che sottolineavano la vicinanza dell’esecutivo a Trump anche a costo dell’isolamento europeo, Tajani ha replicato: «Se vogliamo vedere chi ha piegato la testa agli americani, potremmo pensare a Massimo D’Alema, ricordiamo gli attacchi al Kosovo e alla Serbia?» ha detto poi nel pomeriggio al Senato.
In ogni caso, la consapevolezza del rischio accettato c’è, rimane un briciolo di prudenza. Ieri in aula il titolare della Farnesina ha parlato di un invito «alla prima riunione», mentre al Senato ha detto di aver accettato solo «dopo che la Commissione Ue ha annunciato la sua partecipazione». Ieri intanto il gruppo dei Socialisti ha chiesto alla Commissione chiarimenti sul mandato politico della missione. La speranza dalle parti del governo è che anche altri paesi europei cedano e inviino una qualche rappresentanza in futuro, non tanto alla riunione inaugurale di domani a Washington, ma magari chissà nelle prossime settimane.
IERI ALLA CAMERA Tajani si è riservato di elencare i nomi
Commenta (0 Commenti)Italia capofila dei trumpiani, Tajani sarà a Washington al lancio del Board degli speculatori per Gaza. Non regge il trucco di Meloni: anche la Germania si sfila e l’Ue non sarà “osservatore”. Intanto a Israele la Striscia non basta e si annette per legge tutta la Cisgiordania
Un brutto giro Oggi il ministro degli Esteri riferirà in Parlamento sulla missione. Il Colle osserva gelido: i limiti costituzionali restano tutti
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La cerimonia di presentazione del Board of Peace a Davos – Markus Schreiber/Ap
Con tutta probabilità sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani a volare giovedì alla volta di Washington, per partecipare come «osservatore» alla prima riunione del Board of peace, l’organsimo disegnato da Donald Trump a suo uso e consumo. Ieri i leader di maggioranza si sono riuniti per un’ora e mezza a Palazzo Chigi, e tra i dossier sul tavolo con referendum e legge elettorale, la missione oltreoceano è quello più delicato. Il rientro dalla porta di servizio nel nuovo organismo è la mossa più spericolata del governo in nome della vicinanza al tycoon da un anno a questa parte, e i limiti costituzionali dell’adesione , sorvegliati a vista dal Quirinale, rimangono sul tavolo nonostante il dribbling dell’ultimo momento.
MELONI E I SUOI confidano nella copertura diplomatica dell’Unione europea e del suo azionista di maggioranza, la Germania e il suo cancelliere Friederich Merz. La nuova formula inventata da Roma, è la speranza, potrebbe invogliare altri Paesi a partecipare. Allo stato dei fatti però, nel girotondo di “no” che Trump ha ricevuto dagli stati europei per il suo personalissimo organismo internazionale, la fantasiosa formula italiana di «osservatore» è una voce fuori dal coro. Merz aveva avanzato nelle scorse settimane le stesse remore costituzionali di Meloni, e ieri fonti di governo tedesche hanno fatto sapere che il cancelliere non sarà a Washington «né come partecipante, né come osservatore». La Commissione europea, ieri invocata anche da Tajani a mo’ di foglia di fico, sarà negli Stati uniti per mezzo della commissaria al Mediterraneo Dubravka Šuica, figura non proprio di primissimo piano, ma fonti Ue hanno detto che piuttosto che il termine «osservatore» preferiscono spiegare quale sarà il loro ruolo: non essere membri ma partecipare alla discussione su Gaza. Una precisazione formale, che però sa di sostanza.
LA MISSIONE del governo ha il sapore del primo vero passo concreto verso Trump, a maggior ragione visto che si potrebbe presentare come uno strappo con il resto d’Europa. Dalle parti del governo la soluzione è più semplice: «Non ci si può lamentare perché non ci sono istituzioni multilaterali che funzionano e poi disertare quando ne nasce una solo perché c’è Trump» raccontano. Il ruolo italiano nello scacchiere del Mediterraneo, è il ragionamento di Palazzo Chigi, va preservato a ogni costo e di mezzo c’è l’interesse a non perdere un canale verso zone ricche di approvvigionamenti energetici. Poi c’è il giro di affari che naturalmente comporterà la ricostruzione della Striscia, di cui lo stesso Tajani non ha fatto mistero. Il gioco dunque varrebbe la candela, ivi incluse le acrobazie costituzionali per aggirare l’articolo 11 della Carta che parla di «condizioni di parità» per acconsentire a limitazioni di sovranità.
E DI LIMITAZIONI, lo statuto del BoP, ne presenta più di una, a cominciare dal fatto che Trump ne è presidente indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca e rimarrà tale al termine del mandato. Tra le sue prerogative poi risulta la possibilità di «adottare risoluzioni o altre direttive» per attuare la missione del Board. Gaza, poi, non figura neanche una
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Un Lunedì Rosso dedicato alle storie da non dimenticare. Come quella dei kenyoti reclutati con l’inganno dalla Russia per combattere sul fronte ucraino. O la storia piena di conflitti e tensioni dell’Iraq contemporaneo, che nei suoi fragili tentativi di normalizzazione politica, risente dell’instabilità regionale. Gli occhi restano puntati anche su Cuba, dove lo stop al carburante imposto da Trump sta producendo una crisi umanitaria e un ritorno a metodi produttivi pre moderni. Nella foto: Una persona mascherata da Grinch al carnevale di Paraty in Brasile, via AP Photo/Andre Penner Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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Dopo le critiche, il segretario di Stato Usa Rubio mette in riga gli europei sul progetto Maga. La premier da Addis Abeba lo sostiene e si inventa il trucco per partecipare al Board of Peace di Trump: l’Italia ci sarà in veste di «osservatore». Giovedì appuntamento a Washington
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L’Italia entra nel Board of Peace dalla porta di servizio, dribblando l’ostacolo insuperabile che la stessa Meloni aveva a sua volta segnalato: l’art. 11 della Costituzione che permette all’Italia di aderire a organizzazioni internazionali con limitazione di sovranità solo in condizioni di parità. Dunque Giorgia Meloni, giovedì prossimo, sarà a Washington per la prima riunione del bizzarro organismo inventato da Trump. Lo annuncia la stessa premier, da Addis Abeba: «Siamo stati invitati come Paese osservatore e secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità anche costituzionale con l’adesione al Board». L’invitata è già pronta a garantire la disponibilità del suo Paese anche se di cosa si stia davvero parlando non sa nemmeno lei: «Penso che risponderemo positivamente, a quale livello lo dobbiamo ancora vedere, perché l’invito è arrivato ieri».
A PALAZZO CHIGI la fanno facilissima: «Parteciperemo alle riunioni ma senza essere membri effettivi. È una tipologia che esiste nel diritto internazionale: ci sono moltissimi precedenti». Messa così sembrerebbe trattarsi soprattutto di un passo fatto per rabbonire l’amico presidente americano, notoriamente irritato per il rifiuto europeo di entrare a far parte della sua “Onu alternativa” e ulteriormente inviperito dopo la levata di scudi di Merz, ma anche della Francia e dell’Inghilterra, da Monaco.
NON A CASO, la premier italiana prende le distanze da quel cancelliere Merz col quale, appena ventiquattr’ore prima, procedeva a braccetto. Certo, sulla diagnosi che vede le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico addentratesi «in una fase particolare» lei concorda in pieno, pur preferendo adoperare quel garbato eufemismo e anche sul fatto che «l’Europa debba occuparsi di più di se stessa» nulla da eccepire. Ma i fendenti contro la cultura Maga, quelli no: «Non condivido ma sono valutazioni politiche che ogni leader fa come ritiene. Non è un tema di competenza dell’Unione europea, riguarda i partiti politici». Molto meglio, comunque, «valorizzare quel che unisce e non quel che divide».
NELL’ETERNO TENTATIVO di tenersi in equilibrio tra Usa ed Europa Giorgia Meloni, quando sbilanciarsi diventa inevitabile, non ha mai dubbi di sorta. La prova di fedeltà al sovrano americano non può però essere solo smarcarsi a parole dal resto d’Europa. Il fatto concreto è appunto l’ingresso nel Board e anche la promessa di darsi da fare perché altri Paesi europei, oltre a Bulgaria, Ungheria e Albania, che però non fa ancora parte dell’Unione, spacchino l’unità della Ue nel tenersi completamente fuori dal Board: «Immagino che ci saranno anche altri Paesi europei giovedì a Washington. Ne stiamo parlando e vedo particolarmente interessati quelli mediterranei della sponda est». Non la Spagna e la Francia ma la Grecia, dunque.
DEL RESTO NON È una coincidenza se nelle stesse ore l’Italia mostra massima freddezza e scetticismo nei confronti del progetto di ombrello nucleare autonomo europeo al quale lavorano Francia, Germania e Regno Unito. «Cercheremo come sempre di mediare con un punto di equilibrio tra il lato americano e quello europeo della Nato», frena il viceministro degli Esteri Cirielli. Crosetto è più secco: «Lo scudo americano è la miglior sicurezza che esiste al mondo. Perché non continuare a usare quello?».
PER QUANTO RIGUARDA il Board, il problema, dettaglio decisivo, è che lo statuto del Board modellato da Trump non prevede partecipazione in veste di “osservatori” invitati dal medesimo re Donald. O si è dentro o si è fuori. La faccenda è dunque delicata e la premier dovrà sicuramente discuterne con il capo dello Stato, in quanto capo delle Forze armate ma soprattutto per le
Leggi tutto: Board of Peace, la Maga Meloni si inventa il trucco - di Andrea Colombo
Commenta (0 Commenti)È un successo lo sciopero delle firme in Rai dopo l’umiliante telecronaca di Petrecca alle Olimpiadi. Ora il posto del direttore melonissimo traballa. L’eccesso di occupazione degli schermi da parte della maggioranza, con la par condicio all’angolo, provoca una crisi di rigetto. Soffre anche la propaganda della destra sul referendum
Quando è troppo Sciopero «massiccio» dei giornalisti dopo il caso della telecronaca. Il direttore di Rai Sport a rischio: pronto il vice Marco Lollobrigida
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Giorgia Meloni – ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Un’adesione «massiccia», che ha coinvolto praticamente tutte le firme Rai, ieri in sciopero bianco a seguito della disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali del direttore di Rai Sport, il meloniano Paolo Petrecca. Che ora, nonostante la rincorsa di smentite più o meno confermate, potrebbe saltare.
LA DECISIONE era stata annunciata due giorni fa dal sindacato UsigRai, che viste le mancate decisioni da parte dei vertici dell’azienda, aveva deciso di allargare la protesta a tutte le testate e i programmi dell’emittente pubblica: in protesta con quanto avvenuto lo scorso 6 febbraio infatti i cronisti di Rai Sport avevano già deciso di ritirare il proprio nome dai servizi per tutta la durata della kermesse. Ieri, lo hanno fatto quasi tutti i cronisti di viale Mazzini.
«Nonostante l’immagine di Raisport e della Rai siano state gravemente danneggiate, nulla è avvenuto. Continueremo a difendere l’autorevolezza dell’informazione Rai per garantire a voi cittadini un servizio pubblico di qualità», è stato il comunicato letto al termine di ogni Tg e giornale radio, dove i servizi firmati, a giudicare da una ricognizione sulle principali edizioni, sono stati pochissimi: al massimo quattro o cinque.
I VERTICI di viale Mazzini non hanno presentato una risposta ufficiale, ma accanto al comunicato di UsigRai ne è apparso un altro, molto più sibillino, del sindacato “giallo” gradito alla destra UniRai: «Diciamo no a proteste strumentali e chiediamo invece all’azienda, dopo il grande impegno delle Olimpiadi, la presa in carico delle problematiche editoriali e di lavoro a Rai Sport. Difendere la Rai significa sostenerla, rafforzarla e migliorarla, nell’interesse dei cittadini».
Così nel pomeriggio da UsigRai è partito un nuovo comunicato: «L’adesione è stata massiccia perché risponde alla richiesta di tutelare il prodotto Rai. La protesta della Redazione di Raisport oggi è la protesta di tutte le giornaliste e i giornalisti che chiedono una sola cosa a questo vertice: ristabilire con decisioni chiare la credibilità di un’azienda che in oltre cento anni di storia non aveva mai vissuto un momento così basso».
IL CASO, ad ogni modo, fa da cartina tornasole della gestione dell’esecutivo dell’emittente, e l’adesione trasversale di firme su tutti i canali rappresenta un segnale di malcontento oltre che di solidarietà. Petrecca, nominato direttore prima di RaiNews quando Fratelli d’Italia si trovava ancora all’opposizione e poi sfiduciato, era già stato bocciato due volte dalla propria redazione che gli aveva anche suggerito in tutti i modi di non autoproclamarsi telecronista di punta per l’apertura dei Giochi, vista la preparazione che un evento simile richiede.
Tra i vice di Petrecca figura tra gli altri Riccardo Pescante, finito nell’occhio del ciclone per le proprie simpatie postfasciste pubblicate sui social. Il giorno di Santo Stefano pubblicò un’immagine della fiamma tricolore scrivendo «Le radici profonde non gelano».
IL POSTO DI PETRECCA ufficialmente è
Leggi tutto: La Rai senza firme per un giorno, adesso Petrecca scricchiola - di Michele Gambirasi
Commenta (0 Commenti)Leggi liberticide, fermo di polizia, blocco navale, deportazioni, Meloni che chiede durezza? Tranquilli, è tutto un bluff. L’opposizione fa spallucce o resta zitta, sottovaluta la svolta autoritaria del governo contro migranti e dissidenti, condivide l’emergenza sicurezza
Timidezze Silenzio di Schlein e Conte sul blocco navale. Prevale la paura di esporsi su temi «impopolari». Alla Camera la protesta del centrosinistra solo contro i nuovi limiti alle visite dei deputati nei Cpr. In Emilia il presidente De Pascale dice sì a un nuovo Cpr. L’ira del sindaco dem Lepore
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Sarà per l’impegno sul referendum, che nelle opposizioni sta crescendo insieme alla rimonta del No nei sondaggi. Sarà per il tentativo – legittimo- di imporre una propria agenda su salari e sanità e non inseguire sempre le destre. Fatto sta che in questo febbraio in cui la destra ha mostrato la faccia più feroce contro il diritto a manifestare e i migranti il centrosinistra appare distratto. Il tono dell’opposizione è timido.
SE SI PARLA DI manifestazioni il terribile decreto con il fermo preventivo a totale discrezione delle questure è stato commentato con parole come «propaganda» e «truffa», o con argomenti tipo «non funzionerà perché mancano gli agenti». Il centrosinistra, vivaddio, non ha votato una risoluzione insieme alle destre dopo la terribile relazione del ministro Piantedosi in Parlamento, in cui il titolare degli Interni ha accusato tutti i manifestanti di complicità con i pochi violenti di Torino.
Eppure il tema è stato subito derubricato, con Conte attentissimo a non apparire insensibile alla richiesta di sicurezza e Schlein concentrata sulla campagna di ascolto in vista della costruzione del programma, campagna che ha tra i pilastri un questionario in cui si chiede ai cittadini «Tu come stai?»,
SULL’IMMIGRAZIONE è andata peggio. Nonostante le dure proteste delle ong (ieri Amnesty ha spiegato che il ddl ha «un impianto punitivo in cui l’immigrazione è considerata solo come una minaccia alla sicurezza nazionale, in contrasto con gli obblighi di diritto internazionale»), il centrosinistra mercoledì, giorno dal varo in consiglio dei ministri, è rimasto muto. Schlein non ha detto una parola, Conte neppure parlarne e anche Avs, più sensibile sul tema, non è pervenuta.
Ieri alla Camera i parlamentari delle opposizioni (tranne Iv e Azione) hanno chiesto al presidente della Camera di stralciare dal ddl la parte in cui si limitano i poteri ispettivi dei parlamentari nei Cpr. «Il governo vuole negare ai parlamentari la possibilità di verificare le condizioni in cui vengono detenute persone che non hanno commesso alcun reato», la protesta di Francesca Ghirra di Avs. Nulla sul blocco navale. Dai leader nessun un commento, neppure ieri, quando i contenuti del ddl erano del tutto chiari. Il leader 5S ha parlato di tasse sugli extraprofitti, la segretaria dem si è concentrata sul referendum, «non vogliamo in Italia i modelli di Orban e Trump». Due campioni della caccia ai migranti, ma Schlein non ha citato il tema.
DALL’EMILIA ROMAGNA intanto arrivano le parole del governatore Pd Michele De Pascale, che ha aperto alla possibilità di costruire un Cpr in regione: «Pronto a sedermi col governo per discutere». «Se lo Stato chiedesse all’Emilia-Romagna una mano per migliorare la capacità di espellere soggetti socialmente pericolosi la mia risposta è “lavoriamo insieme”», ha detto De Pascale al Corriere di Bologna.
Parole che non sono piaciute al sindaco di Bologna Matteo Lepore, sempre del Pd, contrarissimo all’ipotesi. «Di Cpr ce ne sono già moltissimi in Italia, e ci sono centinaia di posti vuoti, quindi bisognerebbe preoccuparsi di altro piuttosto che di aprirne di nuovi», ha replicato l’assessora alla sicurezza di Bologna Matilde Madrid. «E sono dei luoghi in cui la
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