Una relazione «più che speciale». Il cancelliere tedesco Merz a Roma celebra l’asse con Meloni. Per un’Europa con più armi, meno verde e nemica dei migranti. Ma soprattutto che non litighi con Trump che sulla Groenlandia «pone problemi reali». Anzi, «speriamo vinca il Nobel»
Affinità elettive Il vertice tra Meloni e Merz a Roma certifica l’intesa tra Roma e Berlino, nel nome della semplificazione Ue e del dialogo con Washington
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Il cancelliere Merz e la premier Meloni – foto Imagoeconomica
«Definire “speciale” la relazione tra Italia e Germania è riduttivo»: Giorgia Meloni aspetta di trovarsi di fronte al Forum imprenditoriale italo-tedesco, dopo la conferenza stampa a braccetto con il cancelliere Merz, per chiarire il senso del mega vertice di ieri a Roma: 12 ministri in campo per l’Italia, 11 tedeschi, un vertice politico a Villa Pamphili, l’economia al Forum dell’Hotel Parco dei Principi. In conferenza stampa a chi chiedeva se l’Italia avesse sostituito la Francia come partner privilegiato di Berlino, la premier aveva risposto infastidita: «Non è il momento per gli infantilismi». Il cancelliere diplomatico: «Non ci sono gerarchie nei nostri rapporti».
Al Forum invece Meloni risponde, pur se in forma implicita: «Questo vertice non è stato pensato semplicemente per fare il punto sullo stato delle nostre relazioni bilaterali, ma per interrogarci su come Italia e Germania possano dare alle loro relazioni e all’Europa la spinta che serve per tornare a guardare con fiducia un futuro di stabilità, crescita, benessere». Cioè su come il nuovo asse tenuto a battesimo ieri, con Merz impegnato a esaltare l’amore del nume Goethe per il Belpaese, possa guidare l’Europa.
LA RISPOSTA, per quanto riguarda il malfunzionamento dell’Unione, è contenuta nell’ultimo dei tre documenti partoriti dal vertice: il Piano d’azione per la cooperazione strategica, l’Accordo su sicurezza e difesa ma soprattutto il «non paper» comune che sarà presentato nella riunione informale del Consiglio europeo del 12 febbraio. Evidenzia i problemi da risolvere, propone misure drastiche ed emergenziali per farlo: «Semplificazione e taglio della burocrazia europea, rafforzamento del mercato unico, rilancio dell’industria automobilistica nel segno della neutralità tecnologica, politica commerciale ambiziosa basata su regole condivise e pari condizioni».
IL «NON PAPER» è filiazione diretta dei rapporti presentati l’anno scorso da Mario Draghi, sulla competitività, e da Enrico Letta, sul mercato. Non a caso Merz li vorrebbe entrambi invitati al summit del 12. La parola magica è «semplificazione». Disboscamento col machete delle regole burocratiche, velocizzazione dei processi decisionali, competitività come stella polare. Anche per quanto riguarda le armi. «Dobbiamo fare di più per difenderci ma anche semplificare e ridurre il numero dei sistemi che usiamo nell’Unione». Così anche i costi del riarmo sarebbero abbattuti.
MA L’ECONOMIA e la decisione di sostenere in tandem i comuni interessi, automotive in testa, rappresentano solo metà del pacchetto che lega oggi Berlino e Roma. L’altra metà si chiama Donald Trump. Nello spettro europeo Merz e a maggior ragione Meloni sono le colombe. Sulla Groenlandia la premier italiana si ripete: nessuna possibilità di accettare annessioni però «il problema che Trump pone sull’Artico, con l’importanza strategica che quell’area ha assunto, è reale». Bisogna affrontarlo però non con lo sfoggio muscolare di Macron ma con la Nato. Merz è più bellicoso: «Siamo pronti a difenderci: lo abbiamo dimostrato questa settimana, se è necessario siamo in grado di convocare un Consiglio europeo straordinario».
Però il gran tessitore dell’appeasement Nato è stato proprio lui e sulla necessità di evitare la guerra commerciale la pensa come la premier italiana. Anche perché i Paesi che più esportano oltre Atlantico e più avrebbero da perdere con la guerra sono quelli che loro guidano.
SUL BOARD OF PEACE le colombe d’Europa volano appaiate. Apertura, interesse, però lo Statuto fa a pugni con le Costituzioni di entrambi i Paesi. Certo se Trump accetterà di
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Commenta (0 Commenti)A Davos una sceneggiata lancia il Board of peace che fuori da ogni legalità internazionale dovrà ricostruire Gaza. Cancellati il genocidio e i palestinesi, comanda Trump. Fuori i grandi Paesi, dentro gli autocrati da Milei a Orbán. Manca solo Netanyahu, ma arriverà anche lui
Palestina A Davos 19 paesi firmano la pena di morte del diritto internazionale: è il Board of Peace. I palestinesi sono la prima cavia, non l’ultima. Un progetto commerciale sopra un genocidio, nessun riferimento alle vittime. Parigi e Londra si sfilano
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Donald Trump tra i rappresentanti dei 19 paesi che hanno firmato la nascita di Board of Peace – Ap/Gian Ehrenzeller
Qualsiasi persona di buon senso avrà bisogno di un paio di giorni per digerire lo show di Davos e stabilire quale immagine sia stata la più calzante dell’atmosfera apocalittica che si respira ultimamente.
Se quella di Donald Trump che ringrazia se stesso per essersi nominato presidente del Board of Peace o la commozione di Steve Witkoff quando si inchina di fronte ai successi senza frontiere del suo presidente.
Se Jared Kushner che saliva all’idea della montagna di miliardi che frutterà la trasformazione di Gaza da comunità viva ad asettico residence, o le facce dei 19 capi di stato e diplomatici in fila per firmare la pena di morte del diritto internazionale, una schiera di autocrati che a Trump «piacciono tanto, mi piacciano tutti», perché a piacergli sono i regimi, soprattutto se scodinzolanti.
MA FORSE, investendo un paio di giorni per la digestione, quello che resterà del lancio del Board of Peace, ieri mattina a Davos, è lo storico messaggio che ha inviato: un progetto coloniale e commerciale, totalmente illegittimo e sorto sull’annichilimento di un popolo che, si fa «organizzazione internazionale». È il laboratorio per il futuro, un’economia politica del genocidio di cui i palestinesi sono la prima cavia, ma non saranno l’ultima.
Lo ha detto Donald Trump: «(Gaza) ha un’ottima posizione…nel profondo sono un immobiliarista: la posizione è tutto». Per una «ricostruzione bellissima» che frutterà un esorbitante bottino, ma anche per ordinare il futuro di una regione di cui gli Stati uniti non intendono fare a meno.
La «posizione» offusca tutto: nasconde Israele (mai citato se non da Witkoff ma solo per ringraziare Netanyahu) e soprattutto nasconde i crimini commessi. È come se fosse passato un uragano, un caso della vita, una sfortunata coincidenza: se non c’è crimine, non c’è colpevole e non c’è punizione.
È talmente assente che Netanyahu – ricercato dalla Corte penale – entrerà a far parte del Board of Peace, nell’ultima offesa al popolo che ha massacrato e mai chiamato per nome. Il primo a dire la parola proibita, «palestinesi», è Ali Shaath, l’ex ministro dell’Autorità di Ramallah alla guida del governo tecnico palestinese.
Lui a Davos non c’è, manda un videomessaggio imbarazzante in cui prospetta un futuro di benessere grazie alla leadership trumpiana, un benessere che non prevede la soluzione politica, ovvero la fine dell’occupazione israeliana.
DOPOTUTTO, come dice Kushner, la pace è altra cosa: è profitto, è logica di mercato, sono investimenti già sulla linea di partenza (tra un paio di settimane a Washington la prima conferenza delle compagnie interessate). Non è giustizia né democrazia. Basta vedere chi ci mette la firma: l’argentino Javier Milei e l’ungherese Viktor Orbán sono i volti più riconoscibili, ma non gli unici, ci sono tra gli altri Bahrain, Bielorussia, Egitto, Kazakhstan, Kosovo, Pakistan, Qatar, Arabia saudita, Turchia, Emirati.
Il più bel consiglio del mondo, lo chiama Trump, con 59 paesi in fila per entrare ma lo sa già che è un mezzo fallimento: all’amo non hanno abboccato i «grandi», gli occidentali, quelli che gli servono davvero.
Si è sfilata l’Italia della «sua» Meloni per «incompatibilità» del BoP con la Costituzione (il che già dice tutto). E si sono sfilate
Leggi tutto: Sulle macerie di Gaza nasce il club privato di Trump - di Chiara Cruciati
Commenta (0 Commenti)A mondo mio Il presidente Usa a Davos incontra Rutte e fa marcia indietro sui dazi: «Raggiunta una soluzione soddisfacente», senza specificare quale
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Il presidente Donald Trump a Davos
Niente più dazi: dopo il suo discorso fiume a Davos di un’ora e 12 minuti Donald Trump ha incontrato il segretario della Nato Mark Rutte e ha deliberato che era stato raggiunto un «quadro generale» sulla Groenlandia, «e per tutta la regione artica», soddisfacente per gli Usa. Che cosa preveda non è dato sapere. «Potete dire di sì – aveva detto poche ore prima il presidente dal palco del forum economico in Svizzera – e noi lo apprezzeremo molto.
O potete dire di no e noi ce ne ricorderemo». Una postura non molto distante dal contratto “su cui ci sarà la tua firma o il tuo cervello” di corleoniana memoria. Benché le testate più prestigiose , dal New York Times al Guardian, incentrassero i loro titoli su un’altra dichiarazione fatta da Trump: «Non userò la forza per prendere la Groenlandia. Non mi serve usare la forza. Non voglio usarla. Non userò la forza». Un esercizio, quello di guardare speranzosamente a questa affermazione o alla distensione proclamata dopo l’incontro con Rutte, che nella migliore delle ipotesi è di auto-illusione.
SE NON BASTASSE un anno di amministrazione Trump 2.0 (oltreché il suo primo governo) per indurre a prudenza nel prendere in parola il presidente Usa, basterebbe guardare a quanto aveva detto poco prima – «Probabilmente non otterremo nulla a meno che io non decida di mettere in campo una forza eccessiva, che francamente ci renderebbe inarrestabili» – o all’interezza del suo discorso a Davos.
Un tragico deja-vu che riporta alla conferenza stampa alla Casa bianca della notte precedente, ma anche al discorso di Trump all’assemblea generale delle Nazioni unite a settembre e a tutti i punti fissi dei suoi discorsi pubblici. Intessuti sul Green New Scam (la green new truffa), con le fabbriche a carbone che devono riaprire gloriose in tutto il mondo come già accaduto in Usa, a fronte di un’Europa «invasa» da nocive pale eoliche: «Sono ovunque». E poi sulle otto guerre «risolte», e quella in Ucraina «che non sarebbe mai scoppiata con me alla Casa bianca», «se le elezioni del 2020 non fossero state rubate». E ancora i «manicomi svuotati in territorio americano» dai paesi «peggiori» del mondo, «i peggiori criminali» entrati a milioni nel Paese in epoca Biden.
Quel problema, dice, ora lui lo ha risolto: «Il 2025 per la prima volta è stato l’anno della reverse migration», della migrazione al contrario, osserva a proposito delle sue squadracce di Ice che di recente abbiamo visto – tra le tante cose – trascinare un uomo anziano, in mutande, fuori da casa sua nei 25 gradi sotto zero del Minnesota. «Io sto provando a aiutare il Minnesota», ha detto Trump a Davos durante una delle sue abituali digressioni sulla politica interna: a ostacolarlo sono gli «stupidi leader» dello stato. Rappresentato alla Camera dalla deputata di origini somale Ilhan Omar a cui Trump dedica uno dei suoi passaggi più angoscianti: «Una finta parlamentare che viene da un paese fallito e vuole dirci come governare il nostro Paese. Ma questo non durerà a lungo».
MA L’AMERICA non è mai stata meglio: «È più forte e ricca di sempre». Come all’Onu, Trump dipinge piuttosto il ritratto di un European Carnage, una carneficina europea per
Leggi tutto: Trump: «Se ci dite di no sulla Groenlandia ce ne ricorderemo» - di Giovanna Branca
Commenta (0 Commenti)LA CURDA VERITA' Da terrorista ad alleato, Al-Sharaa è alle porte di Kobane, simbolo della rivoluzione e della lotta all’Isis. «Concede» quattro giorni alla Siria del nord-est per arrendersi e permette la fuga dalle carceri dei miliziani islamisti. Usa ed Europa approvano. I curdi, traditi, resistono
Siria La popolazione in armi per difendere l’autonomia dall’assedio. In serata la tregua a tempo. Miliziani Isis in fuga dalle carceri. Gli Stati uniti mollano la Siria del nord-est: unico alleato è al-Sharaa, il presidente qaedista
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Le tute dei prigionieri dell’Isis abbandonate prima della fuga dal carcere di Hasakah – Getty/Bakr Al Kasem
«Rivolgiamo un appello ai nostri giovani, alle donne e agli uomini del Rojava e del Kurdistan, affinché abbattano i confini e si uniscano alla resistenza». Con queste parole, diffuse prima ancora che fosse noto l’esito dell’incontro tra il comandante delle Forze della Siria democratica, Mazloum Abdi e il presidente del governo di transizione siriano Ahmed al-Shaara, le Sdf annunciavano l’inizio di una resistenza a oltranza.
POCHE ORE DOPO, leader politici e militari comparivano uno dopo l’altro armati, accanto alla popolazione mobilitata di Jazeera e Kobane, due dei tre cantoni originari della rivoluzione del 2012. «La popolazione è organizzata ed è pronta a qualsiasi possibile attacco – ci racconta da Qamishlo Raman Bazo, insegnante curdo-ezida – Quasi il 90% delle persone è armato e partecipa attivamente alla difesa del territorio».
Secondo fonti curde, a Damasco non si sarebbe svolto alcun negoziato. A Mazloum Abdi sarebbe stata presentata un’offerta di resa in cambio di un incarico da viceministro della difesa. Persino l’accordo, già fortemente sbilanciato a favore del governo centrale e presentato il giorno precedente, sarebbe stato ritirato.
Anche l’inviato speciale statunitense Tom Barrack avrebbe fatto marcia indietro rispetto alla promessa di sostenere una qualche forma di autonomia per le aree a maggioranza curda. Alla proposta, Abdi avrebbe risposto con una dichiarazione di resistenza, accolta con favore dalla popolazione. «Tutti pattugliano insieme alle Asayish. Ognuno si assume il proprio ruolo», spiega Bazo.
Mentre la mobilitazione popolare cresceva, le Sdf respingevano i primi tentativi di infiltrazione nelle campagne meridionali di Heseke e Kobane, già stretta in un assedio. L’avvicinarsi degli scontri alle aree curde ha risvegliato un sostegno popolare diffuso, creando per le forze governative una situazione profondamente diversa da quella incontrata durante l’avanzata su Raqqa.
«Vogliono uccidere questa rivoluzione, questo spirito, e soprattutto colpire il popolo curdo – afferma Bazo – La minaccia è esistenziale: queste forze hanno una lunga storia di uccisioni, stupri, saccheggi».
NELLA NOTTE gli appelli si sono diffusi sui social, raggiungendo le comunità oltreconfine. Nel Kurdistan iracheno, a Erbil, una manifestazione spontanea ha circondato il consolato Usa per denunciare quello che viene percepito come l’ennesimo tradimento. A Dohuk, le insegne del consolato turco sono state divelte: gesto raro in una regione legata a doppio filo, politicamente ed economicamente, ad Ankara. «Abbiamo visto fratelli e sorelle curdi da ogni parte del Kurdistan rispondere all’appello – racconta Bazo – Molti si sono messi in cammino verso il Rojava, e diversi hanno già attraversato il confine».
Già nella notte, gruppi di giovani annunciavano di essere riusciti a oltrepassare la frontiera. Al mattino, una manifestazione sostenuta dal partito turco-curdo Dem ha raggiunto il valico tra Nusaybin e Qamishlo, abbattendone i cancelli sotto il fuoco dei soldati turchi, sopraffatti dalla folla. Un’immagine che richiama alla memoria l’abbattimento delle reti di confine con Kobane durante l’assedio del 2014.
NEL POMERIGGIO gli scontri hanno raggiunto il campo di al-Hol, da anni simbolo del fallimento occidentale nella gestione della questione Isis. Il campo, che ospita
Leggi tutto: Resistenza a oltranza in Rojava. Damasco «concede» quattro giorni - di Tiziano Saccucci
Commenta (0 Commenti)Reportage da Minneapolis che resiste alle squadre naziste dell’Ice. Dalle chiese ai sexy shop trasformati in campi base, armati di acqua e ghiaccio, i cittadini tengono testa da giorni agli «occupanti» che hanno ucciso Renee Good. E con i loro fischietti suonano la sveglia per tutti
Minneapolis Di giorno strade e negozi sono deserti, le scuole semivuote: i bambini hanno visto i loro maestri e genitori trascinati via
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Agenti Ice sparano colpi di gas lacrimogeni, proiettili al peperoncino e granate stordenti contro i manifestanti a Minneapolis – foto Dave Decker/Ansa
«Sono tutti incazzati». Mike ha 65 e il dono della sintesi. Arrivi in città e ti accorgi subito che non c’è da discutere. Non ci sono favorevoli e contrari, a Minneapolis. Sono tutti d’accordo, l’intervento delle squadre dell’Ice – Immigration and custom enforcement – gli assassini di Renee Nicole Good, è un’occupazione violenta e ostile della città.
Non è di notte, ma di giorno che ti accorgi che le strade sono sotto assedio, quando dovresti riconoscerle nei gesti quotidiani. Invece non c’è quasi nessuno in giro, i locali sono vuoti, le poche persone fuori di casa sono per lo più bianche, impegnate in funzioni che nulla hanno a che fare con la normalità urbana: sorveglianza, monitoraggio, protezione informale della comunità immigrata. Se la città si muove, lo fa per difendersi.
LE SCUOLE SONO SEMIVUOTE. In molti distretti agli studenti è stata concessa la didattica a distanza per ridurre i rischi per genitori e insegnanti. «L’Ice ha già portato via maestri sotto gli occhi dei bambini, oppure ha aspettato l’uscita da scuola per prendere i loro genitori – racconta Ann, newyorkese trapiantata a Minneapolis -. Fanno blitz nelle scuole. È da lì che è iniziata la resistenza».
COME SI PARLA apertamente di occupazione, si parla altrettanto apertamente di resistenza, ed è l’argomento di tutte le conversazioni, anche quelle brevi con gli sconosciuti. L’Ice ha permeato tutta la vita di Minneapolis.
Come si vive in una città a cui non una forza esterna, ma il proprio governo ha dichiarato guerra? Dove le retate avvengono casa per casa, nei luoghi di lavoro, nelle cliniche; dove chi è senza documenti smette di uscire, e chi li ha esce comunque con cautela, sapendo che nessuno è davvero al sicuro? «In alcuni quartieri si tengono sempre le tende chiuse, per evitare che i bambini vedano cosa succede quando iniziano i fischi – racconta Peter, 42 anni -. Tutti hanno un fischietto in tasca. Tre fischi brevi o tre lunghi, a seconda che ci sia un’azione o solo una presenza dell’Ice. Se sei in macchina, usi il clacson. Non è solidarietà, è sopravvivenza collettiva. Quello che sta succedendo è così grande che coinvolge tutti».
PETER FA PARTE di un gruppo di quartiere in cui i compiti sono stati redistribuiti. Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che, sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per lanciare l’allarme: «La migra, la migra».
Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le manovre degli occupanti usando le armi a disposizione. L’acqua è una di queste.
IL MINNESOTA è noto come «la Siberia d’America». In inverno le temperature percepite scendono sotto i 20 gradi sotto zero. Per costringere gli agenti dell’Ice a ritirarsi, i residenti lanciano palloncini pieni d’acqua. L’acqua viene anche versata davanti ai mezzi: ghiaccia immediatamente, fa slittare le auto, rallenta le operazioni. «La maggior parte degli agenti non è di qui – spiega Kristin, 38 anni – Arrivano dal Sud, dal Texas, dalla Florida. Non sanno gestire il freddo. Online circolano video di agenti che cadono sul ghiaccio. Sono esilaranti».
Questo è un concetto che si sente ribadire spesso: il freddo estremo del Minnesota è considerato un alleato prezioso dai cittadini. Proprio per questo il Pentagono ha ordinato a circa 1.500 soldati in servizio attivo in Alaska di prepararsi per un possibile dispiegamento in Minnesota, in caso Trump invochi l’Insurrection Act. Truppe addestrate a operare in condizioni climatiche estreme, pronte a rafforzare un apparato già imponente.
IL SINDACO di Minneapolis, Jacob Frey, ha definito «ridicolo» qualsiasi impiego militare, sostenendo che non farebbe che aggravare le tensioni, in una città dove l’amministrazione Trump ha già
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Un Lunedì Rosso dedicato al dissenso. Operazioni di polizia imperversano nelle strade del mondo, nel tentativo di mantenere un ordine interno che si va deteriorando. Mentre sul versante internazionale la terra trema sotto i colpi dell’aggressività statunitense e delle decine di conflitti armati a tutte le latitudini. Forze governative compiono massacri per le strade in rivolta di Teheran, la polizia anti-immigrazione assalta civili inermi nelle città americane. Civili curdi sotto tentano la fuga da Aleppo sotto i colpi di fucile, in Siria. L’Italia viene condannata dalla Cedu per la morte di Riccardo Magherini nel 2014, in seguito a un fermo dei carabinieri. Ma dodici anni dopo ai problemi profondi del paese non sembra ancora esserci una risposta che non sia repressiva. Nella foto: Un tifoso guarda la trasmissione in diretta della finale della Coppa d’Africa tra Senegal e Marocco a Dakar, Senegal, domenica 18 gennaio 2026 via AP/Misper Apawu Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni. https://ilmanifesto.it/newsletters/lunedi-rosso/lunedi-rosso-del-19-gennaio-2026
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