Elezioni Stallo elettorale in Israele: affluenza alta ma né la coalizione di Netanyahu né quella dei suoi avversari avrebbero i numeri per governare. Entrambe escludono accordi con le liste arabe. Per gli exit poll il partito del premier che sta guidando il paese verso l’abisso è ancora il primo
Elezioni Il blocco anti-Netanyahu avanti negli exit poll. La Commissione elettorale: risultati stasera
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Elettori israeliani in un seggio a Herziliya – Foto Gideon Markowicz/Getty Images
Benyamin Netanyahu ancora una volta ha sorpreso tutti ottenendo con il suo partito, il Likud, il maggior numero di voti, superando Yashar di Gadi Eisenkot per mesi dato in vantaggio dai sondaggi. I suoi appelli incessanti alla mobilitazione e al voto utile, uniti a un’affluenza, 77,7%, mai così alta dal 1999 hanno messo il Likud davanti a tutti gli altri partiti con 23-24 seggi (contro i 20-22 di Yashar). Ma la sua maggioranza di estrema destra religiosa è uscita nettamente sconfitta dal voto, appena 50 seggi.
NON POTRÀ GOVERNARE. Gli exit poll diffusi alle 22, alla chiusura delle urne, dalle principali reti televisive davano il blocco del cambiamento anti Netanyahu a 52-53 seggi. A ciò occorre aggiungere i 17-18 seggi (frutto di una affluenza-record del 75%) che hanno ottenuto i partiti arabi – Lista unita e Ra’am – che rappresentano i palestinesi d’Israele. Un risultato per gli arabo-israeliani eccezionale che però Eisenkot e i suoi alleati non intenderebbero considerare per la formazione di un governo, perché non sono sionisti. Eppure, se davvero vogliono rimuovere Netanyahu dal potere dovranno rivedere le loro posizioni.
Mentre andavamo in stampa, erano disponibili solo gli exit poll. I voti reali dovranno confermare quei dati. Fino a stasera l’equilibrio politico rimarrà incerto e un risultato più definitivo non emergerà prima di domani. Ci sono da contare oltre 650mila schede con i voti espressi da soldati, diplomatici ed elettori con disabilità, conteggiate separatamente: potrebbero modificare non poco la distribuzione finale. Lo spostamento a destra anche delle forze armate forse darà alla destra un paio di seggi.
E non è detto che Netanyahu, che ieri sera si proclamava «vincitore», riconosca la sconfitta del suo blocco. I media israeliani rivelano che il Likud già si prepara a contestare i risultati affermando che il voto è stato «rubato» con presunte «frodi» nei seggi nelle comunità palestinesi. È molto probabile che Netanyahu punti a farsi affidare l’incarico per la formazione del governo dal capo dello stato Herzog così da provare a «comprare» qualche partito di opposizione. Lo sbocco più probabile però sono elezioni anticipate il prossimo anno. O un governo di unità nazionale.
IERI, QUANDO ha appreso dell’elevata affluenza alle urne nelle comunità arabe, Netanyahu ha esortato i suoi sostenitori a recarsi a votare: «Stanno cercando di rubarci le elezioni». Poi ha avvertito che la vittoria dei partiti sionisti dell’opposizione insieme alle formazioni arabe non sioniste porterà «alla fine dello Stato ebraico come lo conosciamo». Ma il suo abituale allarme è in parte fallito. Hanna Swaid, un ex deputato arabo, ha spiegato che «i cittadini palestinesi d’Israele sono determinati a cacciare i ministri estremisti», riferendosi al ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir e al ministro delle finanze Smotrich.
I LEADER della Lista comune si sono detti «ottimisti riguardo agli sforzi del nostro popolo per rovesciare il fascismo che sta distruggendo la nostra gente in Cisgiordania, a Gaza e all’interno di Israele». A mobilitare i palestinesi è stata anche la linea del ministro anti-arabo Ben Gvir di non intervento contro i criminali (in molti casi informatori dei servizi segreti) che seminano il terrore e fanno morti a ripetizione nelle comunità arabe in Galilea.
Netanyahu ha molto da rimproverarsi. I suoi appelli drammatici al voto utile hanno rafforzato oltre ogni previsione il Likud, ma a danno degli altri partiti di destra suoi alleati. I due partiti estremisti di Ben Gvir e a Smotrich non hanno fatto progressi. A fare danni è stato anche il fallimento di un altro partito dell’ultradestra, Popolo di Israele, del generale Ofer Winter, che non ha superato la soglia di sbarramento disperdendo migliaia di voti.
NETANYAHU, FORSE l’ha capito ieri, ha perduto consensi anche tra gli israeliani di destra non accettando l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul fallimento degli apparati di sicurezza quando Hamas, il 7 ottobre 2023, ha lanciato il suo attacco nel sud di Israele. E anche per la mancata assunzione di responsabilità per l’accaduto. Più di tutto non ha compreso l’ampiezza del conflitto in Israele sull’esenzione degli ebrei ultraortodossi (haredim) dal servizio militare di cui lui si è fatto garante con i partiti religiosi Shas e Unità dell’Ebraismo nella Torah. Un errore decisivo se si considera che proprio lui ha scatenato guerre a ripetizione a Gaza e nella regione coinvolgendo un numero molto ampio di riservisti e per lunghi periodi, con ricadute sociali ed economiche.
La carenza di soldati ha reso sempre più difficile giustificare una disparità di obblighi ritenuta insopportabile anche da tanti israeliani che avevano votato per il premier e i suoi alleati nel 2022. Netanyahu invece ha scelto di stringere ancora di più l’alleanza con i partiti haredi che rifiutano la leva obbligatoria.
Eisenkot ha salutato i primi exit poll come «un voto di sfiducia totale nei confronti di Netanyahu e del governo del 7 ottobre da parte della maggioranza sionista e della maggior parte dei cittadini israeliani». E ha promesso di agire immediatamente per «attuare la volontà del popolo», ossia sostituire il governo di Netanyahu, escludendo però di poter far ricorso ai partiti arabi. Invece un suo alleato, Yair Golan, leader del partito sionista di sinistra Democratici, afferma di essere pronto a lavorare per impedire a Netanyahu di restare al governo, lasciando intendere di voler negoziare con almeno uno dei partiti arabi.
Commenta (0 Commenti)Lula hope Rimonta prodigiosa, l’eterno Lula batte Bolsonaro jr e ferma un’onda Maga americana che sembrava inarrestabile. Presidente per la quarta volta, grazie un’enorme mobilitazione popolare. Ma la destra non ci sta, e nemmeno Trump: «Elezioni truccate»
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La festa a Rio de Janeiro – Foto di Andre Coelho/Ansa
«Só o povo salva o povo» (o, in spagnolo, «solo el pueblo salva al pueblo»), si sente spesso ripetere in America Latina. E in Brasile, ancora una volta, è stato così.
Se Lula è riuscito in una rimonta quasi impossibile, ottenendo in appena tre settimane quasi quattro milioni e mezzo di preferenze in più di Flávio Bolsonaro, è stato in buona parte proprio grazie all’imponente mobilitazione della sua base sociale: per le strade, colme di giovani, delle diverse città del paese; in un paziente e certosino lavoro porta a porta; persino alle finestre, a colpi di pentole, come quando era andata in onda l’intervista a Bolsonaro su Globo Tv il 16 ottobre. E, soprattutto, sui social, dove il canale whatsapp denominato «Exército do Lula» ha raggiunto il 24 ottobre la quota di 10 milioni di iscritti, registrando una crescita record di oltre 2 milioni di nuovi contatti in un solo giorno.
E ANCHE LO STESSO Lula, notoriamente sprezzante nei confronti di «discorsi come “farò scendere il popolo in strada”» – come dichiarava lui stesso nel 2018 nel suo libro «La verità vincerà» – ne ha preso atto: «La partecipazione popolare in questa campagna, la mobilitazione per le strade degli studenti, delle donne, dei lavoratori, ci obbligherà a un nuovo modo di governare. Questo paese non sarà più lo stesso», aveva già dichiarato nei giorni precedenti al ballottaggio.
E così ha ribadito nel suo primo discorso dopo la vittoria, quando, esaltando il ruolo giocato dal deputato federale André Janones, fondatore e coordinatore dell’Exército do Lula, ha annunciato una profonda trasformazione nella strategia di governo e nel dialogo con la società: «Queste elezioni mi hanno insegnato molte cose. Posso assicurarvi che cambieremo il modo in cui governiamo questo paese. Che coinvolgeremo maggiormente i cittadini nelle nostre decisioni e che la comunicazione digitale avrà un ruolo molto importante». Un coinvolgimento quanto mai necessario di fronte ai minimi margini di manovra di cui Lula disporrà al Congresso – il cui ruolo nell’esecuzione del bilancio è oltretutto assai più rilevante ora che ai tempi dei suoi due primi mandati – benché, sul piano dei negoziati istituzionali, il presidente abbia almeno l’intenzione di pretendere maggiore fedeltà dal gelatinoso e inaffidabile Centrão, qualora accetti di entrare a far parte del suo governo.
ALLO STESSO TEMPO, annunciando di aver ricevuto dal governatore del Piauí Rafael Fonteles il suo primo smartphone – Lula non ne ha mai posseduto uno – il presidente si è impegnato a dialogare con la popolazione senza intermediari, così da contrastare le narrazioni distorte sulle sue azioni di governo: «Non permetterò che giornalisti in malafede mi fraintendano». E ha aggiunto: «In queste elezioni, una delle cose che mi ha motivato di più è stata impedire a queste persone di vincere e di privatizzare il nostro sistema sanitario pubblico brasiliano».
È PROPRIO ALLA VOLONTÀ di scongiurare questo scempio – e tutti gli altri, non meno gravi, che avrebbe comportato la presidenza di Bolsonaro figlio – che si deve il miracolo dei 10,3 milioni di voti in più incassati da Lula dal primo al secondo turno. La reazione che nessuno si aspettava all’aperto sostegno al primogenito di Bolsonaro da parte dell’amministrazione di Donald Trump, il quale non a caso ha messo in discussione la vittoria di Lula citando il «manuale di Joe Biden»; alla disparità di trattamento mostrata dai grandi poteri mediatici e dalle Big Tech, a cominciare dalla clamorosa interferenza elettorale di Meta; alla sconsiderata parzialità del Tribunale superiore elettorale (Tse) guidato dal bolsonarista Kassio Nunes Marques; all’aperto favore dei mercati, che infatti non hanno preso bene la vittoria di Lula: violenta flessione del 17% dell’indice Ibovespa, crollo del real del 12% nei confronti del dollaro statunitense, perdite dei grandi titoli di stato come Petrobras e Banco do Brasil.
CHE POI FLÁVIO Bolsonaro non fosse disposto a riconoscere la sua sconfitta era quasi scontato. «Chiederemo l’annullamento delle elezioni», ha annunciato subito dopo la diffusione dei risultati, contestando la decisione del giudice della Corte suprema Cristiano Zanin di prorogare per due ore la chiusura dei seggi in cui le operazioni di voto non erano ancora state completate, peraltro accogliendo richieste che arrivavano da entrambi i candidati: da Lula, a causa della carenza – ovviamente dolosa – di trasporto pubblico in importanti centri urbani di Bahia, Paraíba, Piauí, Paraná, Pará e Rio de Janeiro, e da Bolsonaro per le difficoltà logistiche provocate dalle forti piogge a São Paulo, Paraná e Santa Catarina.
UNA DECISIONE, quella di Zanin, adottata in seguito all’ennesima omissione da parte del presidente del Tse, che, informato fin dalla mattina sulle difficoltà riscontrate dagli elettori per raggiungere i seggi, non aveva preso alcun provvedimento, mentre a Salvador, la più grande città del Nordest brasiliano, la significativa riduzione degli autobus in circolazione aveva già provocato l’intervento del Tribunale regionale elettorale di Bahia, con l’ordine di arresto, poi revocato, del segretario municipale della mobilità Pablo Souza.
È STATO PROPRIO per il mancato intervento di Nunes Marques che Zanin si è trovato ad annunciare la misura solo alle 17, cioè al momento della chiusura dei seggi, quando già alcune sezioni avevano terminato le operazioni, e a dover quindi chiarire successivamente che la proroga valeva solo per le urne ancora aperte. Ma della confusione che ne è seguita hanno approfittato subito il coordinatore-generale della campagna di Bolsonaro Rogério Marinho, parlando di «golpe giudiziario» e di «impressionante livello di interferenza di alcuni giudici della Corte suprema», e lo stesso candidato sconfitto: «Per la prima volta nella storia del Brasile un giudice ha allungato le operazioni di voto, ha cambiato le regole in corso», ha dichiarato il primogenito del presidente, malgrado quell’allungamento lo avesse chiesto anche lui. Tale padre tale figlio.
Commenta (0 Commenti)Questo Lunedì Rosso parte dalle strade che tornano a riempirsi: in Italia, in Francia, in Albania, in Germania, dove una nuova generazione sfida divieti e repressione.
Dai codici dei “maranza” e del rap risaliamo fino alle stanze dei bottoni, tra diplomazia fossile, il voto tra Usa e Israele e gli archivi su Moro.
Perché se i governi blindano il presente, là fuori c’è un nuovo protagonismo che si riprende la scena.
Nella foto: Lula festeggia a San Paolo la vittoria al ballottaggio: sarà di nuovo presidente del Brasile (AP Photo/Natacha Pisarenko)
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Il leader 80 enne ha ottenuto il 51,75% dei voti validi, contro il 48,25% dell’avversario: “È stata la sconfitta della menzogna”. Bolsonaro jr annuncia ricorso: “Impossibile riconoscere il risultato”. Dall’Italia esulta Schlein: “Ha perso anche Trump”
Luiz Inácio Lula da Silva conquista una vittoria storica alle elezioni presidenziali brasiliane del 25 ottobre 2026. Il presidente uscente ha battuto al ballottaggio Flávio Bolsonaro, senatore ed erede politico dell’ex presidente Jair Bolsonaro, ottenendo il 51,75% dei voti validi contro il 48,25% dell’avversario, secondo i dati diffusi durante lo scrutinio dal Tribunale superiore elettorale (TSE).
Il risultato consegna a Lula il quarto mandato presidenziale, dopo quelli del 2003-2006, del 2007-2010 e del 2023-2026. La sua vittoria assume un significato che va oltre la semplice riconferma: per la prima volta nella storia democratica brasiliana, un candidato arrivato secondo al primo turno riesce a ribaltare il risultato e a conquistare la presidenza al ballottaggio. Una rimonta che sembrava difficile, in una competizione segnata dalla polarizzazione politica, dalle preoccupazioni economiche e dalla crescita della destra.
Il primo turno del 4 ottobre aveva infatti premiato Flávio Bolsonaro, capace di ottenere il 47,03% dei voti contro il 45,16% di Lula. Un vantaggio inatteso, che aveva messo in discussione le previsioni della vigilia e alimentato i dubbi sulla capacità del presidente di convincere nuovamente l’elettorato.
La campagna per il ballottaggio ha però cambiato gli equilibri. Lula ha puntato sulla mobilitazione dei sostenitori, sulle politiche sociali e sulla difesa delle istituzioni democratiche. La presenza nelle piazze e una più incisiva strategia sui social network hanno contribuito a rilanciare la candidatura del Partito dei lavoratori (PT). Le iniziative digitali hanno cercato soprattutto di raggiungere gli elettori più giovani, mentre le manifestazioni hanno restituito visibilità a un campo progressista che sembrava in difficoltà. Il risultato finale premia dunque la capacità di recupero di Lula, ma non cancella il segnale arrivato dalle urne al primo turno: quasi metà dell’elettorato ha scelto una proposta politica alternativa a quella del presidente.
La vittoria apre una nuova fase per il leader brasiliano, che si insedierà il 5 gennaio 2027 e che martedì 27 ottobre compie 80 anni. Lula ha festeggiato il risultato promettendo un cambiamento nel metodo di governo e una maggiore partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche. Il presidente ha anche annunciato che la comunicazione digitale avrà un ruolo più importante nel rapporto diretto con la popolazione, riconoscendo implicitamente il peso assunto dai social network durante la campagna.
Lula ha rivendicato il significato politico della vittoria, descrivendo il risultato come una presa di posizione contro la disinformazione: “Questa elezione è stata una sconfitta del negazionismo. È stata una sconfitta della menzogna”. Il presidente ha ringraziato soprattutto i giovani, protagonisti della mobilitazione nelle piazze e sui social, e gli anziani che hanno raggiunto i seggi nonostante le difficoltà. “Le persone sono andate a votare perché siamo riusciti a convincerle che il voto era molto importante per assicurare la democrazia del Paese”, ha dichiarato.
La vittoria, tuttavia, non equivale a un assegno in bianco. Il nuovo mandato si annuncia complesso, anche per la presenza di un Congresso particolarmente conservatore, che potrebbe limitare i margini di manovra dell’esecutivo. Lula dovrà inoltre affrontare le preoccupazioni per il costo della vita, il debito pubblico e la sicurezza, temi sui quali Flávio Bolsonaro ha costruito una parte importante della propria campagna.
Sul futuro del governo, il presidente ha promesso un cambiamento nel rapporto con i cittadini: “Queste elezioni mi hanno insegnato molte lezioni. Posso garantirvi che cambieremo il modo di governare questo Paese”. Lula ha annunciato una maggiore partecipazione popolare alle decisioni dell’esecutivo e un ruolo più ampio per la comunicazione digitale, con l’obiettivo di parlare direttamente ai brasiliani.
Il presidente ha poi affrontato il tema dei rapporti con il Congresso, dove la maggioranza conservatrice potrebbe rendere più complicata l’approvazione delle riforme. “Nessuno è obbligato ad amare il presidente eletto, ma è stato eletto per governare per tutti. Subito dopo essere eletto, un presidente non ha più avversari: governerò per 215 milioni di brasiliani”, ha affermato. E, rispondendo alle previsioni sulle difficoltà parlamentari, ha aggiunto: “Io non ho scelto il Congresso, lo ha scelto il popolo, ed è con esso che lavorerò e approverò le cose”.
Infine, Lula ha chiuso il discorso con una promessa ambiziosa per il suo quarto mandato: “Farò il miglior mandato che un presidente abbia mai fatto nella storia di questo Paese”. Una dichiarazione che sintetizza le aspettative suscitate dalla rimonta elettorale, ma che fissa anche un obiettivo con cui il suo governo sarà inevitabilmente chiamato a confrontarsi.
Lula ha voluto sottolineare anche la portata storica della sua quarta elezione democratica, chiamando in causa un precedente illustre della storia politica internazionale: Franklin Delano Roosevelt, il presidente degli Stati Uniti che guidò il Paese durante la Grande Depressione e la Seconda guerra mondiale. “Nel mondo abbiamo avuto Roosevelt, che è stato eletto quattro volte, ma non è riuscito a terminare il mandato perché aveva una malattia molto grave”, ha ricordato Lula nel suo discorso della vittoria.
Il paragone riguarda il numero di elezioni vinte: Roosevelt fu eletto presidente statunitense quattro volte, nel 1932, 1936, 1940 e 1944, morendo nell’aprile 1945, pochi mesi dopo l’inizio del suo quarto mandato. Lula, che ha già governato il Brasile dal 2003 al 2010 ed è tornato alla presidenza nel 2023, si prepara invece a iniziare il suo quarto mandato non consecutivo nel gennaio 2027. Nel rivendicare questo primato, il presidente brasiliano ha aggiunto una promessa personale: “Adesso il Lulinha non cercherà un altro mandato, ma porterò a termine questo correndo più di chiunque altro”.
Le tensioni sono esplose subito dopo la diffusione dei risultati. Flávio Bolsonaro ha dichiarato di non poter riconoscere l’esito elettorale “nelle condizioni in cui è avvenuto” e ha annunciato l’intenzione di chiedere l’annullamento delle elezioni. Al centro della contestazione c’è la decisione del ministro della Corte suprema Cristiano Zanin di prolungare fino alle 19 l’orario di voto nelle sezioni ancora aperte, in seguito alle difficoltà legate al trasporto pubblico e al maltempo.
Il candidato sconfitto ha sostenuto che le regole sarebbero state cambiate a partita in corso, contestando anche presunte irregolarità relative alla presenza dei rappresentanti del suo partito nella sala di controllo. La decisione giudiziaria, però, riguardava le sezioni in cui le operazioni di voto non erano ancora terminate: le urne già chiuse non sono state riaperte. Inoltre, la proroga era stata sollecitata da entrambe le campagne in relazione ai problemi che impedivano ad alcuni elettori di raggiungere i seggi.
La contestazione di Flávio riporta così al centro della scena il nodo della legittimazione democratica, già emerso dopo la sconfitta di Jair Bolsonaro nel 2022. L’annuncio di un ricorso non cancella il risultato proclamato dalla giustizia elettorale, ma rischia di alimentare ulteriormente la polarizzazione del Paese.
La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva alle presidenziali brasiliane ha suscitato reazioni anche in Italia, soprattutto tra le forze di opposizione al governo di Giorgia Meloni. Tra le prime a intervenire è stata Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, che ha letto il risultato come un segnale politico anche per l’Europa, in vista delle prossime sfide elettorali. “Straordinaria rimonta e vittoria del presidente Lula al secondo turno! Una grande notizia dal Brasile. I nazionalisti di destra possono essere sconfitti, nonostante il loro potere, i loro algoritmi e i loro miliardi”, ha scritto Schlein, commentando il successo del presidente brasiliano.
La leader dem ha poi allargato il significato della vittoria allo scenario internazionale, chiamando in causa Donald Trump e i suoi alleati: “Non perde soltanto la dinastia Bolsonaro; perdono anche Trump e i suoi alleati con i loro tentativi di interferire nelle elezioni brasiliane”. Il messaggio si è concluso con una formula destinata a sintetizzare la sua lettura del voto: “Democrazia 1, Oligarchia 0”
Commenta (0 Commenti)Ci siamo Si riempiono un po’ alla volta e senza preavviso le piazze d’Italia, mentre la polizia ferma preventivamente centinaia di persone. Alla fine in tutte le città sfilano grandi cortei. E sfidano idranti e manganelli. Il messaggio è chiaro: non abbiamo paura e non ci fermeremo
Ci siamo Nessun incidente nella città blindata. Due cortei che poi diventano uno solo. Mentre i poliziotti identificano e fermano ragazzini a caso
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Milano, fermi e controlli di polizia ed esercito in piazza Duomo – Foto di Paolo Salmoirago/Ansa
Alla fine era tutta una questione di aspettative. Chi andava alla ricerca del riot non ha trovato niente ieri a Milano: niente orde di ragazzini a devastare e saccheggiare i negozi del centro, alcuni impacchettati come per resistere alla forza d’urto di un uragano e altri aperti come sempre. Chi voleva la manifestazione di piazza invece l’ha avuta. Anzi ne ha avute due, abbastanza spontanee, una partita da Brera e un’altra dai dintorni di piazzale Loreto, poi confluite in piazza Leonardo, verso il Politecnico. Diecimila persone. «Non tiriamo le uova perché costano troppo», il cartello più divertente che spiccava tra le bandiere della Palestina e i tricolore, che a quanto pare non sono più solo un elemento decorativo delle manifestazioni di destra. Sono stati cortei di movimento, animati da chi è abituato a stare in piazza e sa come si fanno certe cose. C’era un servizio d’ordine, ad esempio. Le forze dell’ordine hanno bloccato le strade dove dovevano, ma facevano passare: «Volete entrare in manifestazione?», domanda un finanziere. «Passate di qua». E il cordone in antisommossa si apre per far affluire la folla in via Tivoli, davanti alla fermata Lanza della metropolitana.
UN AFFARE MOLTO DIVERSO rispetto alla settimana scorsa, quando lo spontaneismo totale di “Milano in piazza” ha generato parecchi problemi di ordine pubblico. Ieri, a parte le camionette della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza, a correre di qua e di là a sirene spiegate nel tentativo di raggiungere i concentramenti che andavano formandosi, non è che sia successo molto. Almeno fino a tarda sera. Arrivano messaggi da altre città in cui le cose sono andate peggio: «Si menano dappertutto tranne che a Milano», dove più era attesa la guerriglia, tra sfilate governative, severi ammonimenti del sindaco e una tensione palpabile che ha accompagnato la vita degli ultimi giorni.
PRIMA DI TUTTO QUESTO, mentre la polizia portava in questura Youssef Siher, presunto organizzatore del Movimento 17 ottobre (che alla fine, decapitato, non ha chiamato nessuna mobilitazione), nei dintorni del Duomo l’atmosfera era surreale. Turisti in massa a riempire le strade, tra una camionetta e l’altra. Militari annoiati in piccoli drappelli. Ma anche agenti della Digos vestiti da maranza, ultras del Milan e dell’Inter circospetti a passeggio, gente di Casapound con il tricolore ben impresso sullo scaldacollo, da tirare sopra il viso alla bisogna. Le pettorine gialle di Hub for defenders, la rete di “osservatori” dei comportamenti delle forze dell’ordine, sono in piazza Mercanti. Dietro di loro c’è uno spettacolo di teatro delle marionette che attira una certa folla. A un certo punto, non si sa perché, qualcuno intona l’Internazionale. Ma non succede niente. O quasi.
All’uscita della metro Caiazzo vengono fermati sette della brigata sanitaria con le valigette del pronto soccorso. Niente di grave: gli agenti si sono limitati a segnare i loro nomi, senza ulteriori conseguenze.
IL PEGGIO SI VEDE in via Dante, davanti al Piccolo Teatro. Un gruppo di motociclisti all’apparenza minacciosissimi – tutti vestiti di nero, alcuni con un inquietante passamontagna con un teschio disegnato sopra – si mette in mezzo alla strada. Sembrano i cattivi di Ken Shiro. Un tipo grande come un armadio, volto coperto, mani ricoperte di tatuaggi, ferma un ragazzino dalla pelle non bianca, pantaloni della tuta e giubbotto addosso. Lo fa mettere contro il muro e gli fa scattare una foto da un altro tipo altrettanto grosso. Poi al ragazzino viene chiesto di indossare un passamontagna. Altra foto.
Ma chi sono questi tizi? Poliziotti, viene fuori dopo le lamentele di qualche passante infastidito dalla scena. Le immagini scattate pare fossero a scopo di identificazione. Il passamontagna serviva a confrontare quello scatto con le immagini registrate durante i riot di sette giorni fa. Lo spettacolo è allucinante, ma la buona notizia è che la cittadinanza non ha per nulla apprezzato lo sfoggio di potere.
LAMENTELE (e cori contro la polizia) anche poco distante. Tre ragazzi, sempre non bianchi e sempre vestiti con la tuta, vengono presi, trattenuti e fatti salire su un furgoncino della polizia locale che poi li porta via. «Che hanno fatto?», fa a gran voce una signora. «Oggi vi divertite con i ragazzini…», aggiunge un uomo sulla cinquantina in giacca e cravatta. Passa Paolo Brosio in bicicletta, nel cestino ha una copia del Giorno. «Che è successo?», chiede quasi spaesato. Quando è sera dalla questura non sono arrivate indicazioni sul numero dei fermati. L’unico dato di cronaca è che tutti quelli che sono stati portati via avevano l’aria di non essere proprio italiani da molte generazioni. «Decine di persone, sia maggiorenni sia minorenni», è l’unica comunicazione. Con postilla: «Preventivamente trattenuti come previsto dall’ultimo decreto sicurezza». Un grande classico nell’ennesimo giorno della marmotta: il problema spacciato per soluzione.
Commenta (0 Commenti)Piano Gaza Hebron, due palestinesi aprono il fuoco a un check-point e vengono uccisi, morti anche due soldati israeliani. A pochi giorni dal voto la reazione di Netanyahu è feroce: case abbattute e cinque minuti per sfollarle, sigillata l’intera Cisgiordania. La Palestina ormai è un’unica Striscia
Piano Gaza Netanyahu annuncia evacuazioni, demolizioni e chiusure a Hebron e in Cisgiordania dopo l’attacco in cui sono stati uccisi due soldati
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Forze israeliane di guardia nell'area di Farsh Al Hawa, all'ingresso settentrionale di Hebron, in Cisgiordania – Foto di Mamoun Wazwaz/Getty Images
«Distruggeremo questo luogo, lo cambieremo. Il quartiere degli attentatori sarà trasformato completamente». Le parole di vendetta di Benyamin Netanyahu hanno anticipato le ombre della notte buia e carica di tensione scesa ieri su Hebron e su tutta la Cisgiordania, dopo la sparatoria durata 20 minuti al posto di blocco militare israeliano di Farsh al Hawa, in cui sono stati uccisi due soldati e due palestinesi armati. Mentre Netanyahu parlava, i militari israeliani cominciavano a cacciare via i civili palestinesi, abitanti e commercianti di Farsh al Hawa, concedendo loro appena cinque minuti per andarsene. Quindi sono arrivati i bulldozer dell’esercito che, in pochi minuti, hanno distrutto una palazzina di proprietà della famiglia Amrish. È solo la prima di molte altre. «Demoliremo tanti edifici qui prima dell’inizio dello Shabbat. Dovrà essere chiaro che il terrorismo contro i cittadini israeliani ha un prezzo molto alto», ha detto Bezalel Smotrich, leader dei coloni e ministro delle Finanze, con una delega speciale per la Cisgiordania. Negli ultimi mesi è diventato una sorta di braccio destro di Netanyahu, che lo apprezza perché è fanatico ma docile e non ha ambizioni da primo ministro. Smotrich ha anche annunciato la nascita di altri quattro avamposti coloniali.
L’ESCALATION DI IERI è stata sfruttata al volo da Netanyahu a quattro giorni dal voto. Il premier ha segnalato agli israeliani che non ha e non avrà mai alcuna esitazione nell’ordinare le misure più dure contro i palestinesi e che sarà brutale, anzi di più. Non è noto invece l’atteggiamento in circostanze analoghe del suo avversario alle elezioni Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che pure nel 2006 elaborò la «Dottrina Dahiyeh» e ordinò bombardamenti aerei a tappeto nei quartieri meridionali di Beirut. Netanyahu ha inoltre annunciato di voler avviare la costruzione di un’economia israeliana «alternativa», per aggirare eventuali sanzioni e raggiungere la indipendenza dagli aiuti Usa che, ha previsto, «non arriveranno più».
Dopo aver ordinato all’esercito israeliano di circondare e isolare Hebron, la più grande città palestinese, e di chiudere l’intera Cisgiordania, Netanyahu, dal luogo degli scontri a fuoco, ha annunciato che applicherà il modello già attuato nel nord del territorio palestinese occupato. «Evacueremo i residenti, andremo casa per casa, rimuoveremo le armi e ci occuperemo di tutte le infrastrutture terroristiche, distruggendole», ha affermato. «Faremo qualcosa che non è mai stato fatto prima: metteremo in pratica il modello efficace e aggressivo che abbiamo utilizzato nei campi profughi, che sono essenzialmente roccaforti terroristiche», ha aggiunto.
IL RIFERIMENTO è alle devastanti operazioni condotte a partire dal gennaio 2025 nei campi profughi di Jenin e Tulkarem, concluse con decine di migliaia di palestinesi sfollati e la distruzione di abitazioni e infrastrutture. Netanyahu ha infine annunciato che Israele sta preparando una vasta operazione militare in Cisgiordania, la più importante dal 1967. «Le Forze di difesa israeliane sono pronte a realizzarla e stabiliremo i tempi, ma è in programma», ha affermato. Ha inoltre ordinato di demolire le case costruite dai palestinesi, a suo dire, «senza permesso» lungo le strade della Cisgiordania, sostenendo che rappresenterebbero «una minaccia per le nostre forze».
La sparatoria è avvenuta intorno alle 7.30, nei pressi di Hebron, mentre un contingente del battaglione Ari ispezionava le auto in uscita dalla città. Secondo la versione diffusa dalla radio militare, i due palestinesi sono arrivati a bordo di un veicolo con targa gialla israeliana, armati di un mitra e di una pistola. Dopo aver constatato che non avrebbero potuto raggiungere la strada 35, sono scesi dall’auto e hanno aperto il fuoco contro i militari. Lo scontro è durato più di venti minuti ed è terminato con l’uccisione dei due palestinesi, i ventisettenni Hamoud al-Jaaba e Firas al-Jaaba, entrambi di Hebron, provenienti rispettivamente dai quartieri di Ein Deir Mahabe e Al Jilde. Non è chiaro se Netanyahu, quando ha parlato di distruzioni ed evacuazioni, si riferisse alla zona di Farsh al Hawa o ai quartieri di residenza dei due palestinesi. L’esercito sostiene di aver trovato una grande quantità di munizioni nel veicolo utilizzato dai due palestinesi. Questo lascerebbe pensare a un attacco di maggiori proporzioni, «sventato» dalle forze israeliane al posto di blocco. L’esercito ha avviato pesanti rastrellamenti a Hebron e nei villaggi circostanti. Almeno quattro parenti dei due palestinesi uccisi sono stati arrestati, mentre un uomo palestinese è rimasto gravemente ferito a Dura, dopo che i soldati hanno sparato contro la sua auto.
PER NETANYAHU, quelle di ieri non sono state semplici dichiarazioni e decisioni in risposta alla sparatoria di Farsh al Hawa. Sono state a tutti gli effetti gli ultimi comizi elettorali a sostegno suo e del suo partito, il Likuh.
Il premier israeliano si è rivolto ai coloni presenti nella zona, definendoli «un modello per il popolo di Israele» e «un modello per lo Stato di Israele». Mentre parlava, proseguivano gli attacchi dei coloni contro i palestinesi sotto occupazione. A Sinjil hanno aggredito gli agricoltori impegnati nella raccolta delle olive. A Kafr Malik un colono ha lasciato pascolare il proprio bestiame sulle coltivazioni palestinesi.
IN SCIA a Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz ha ipotizzato una strategia più ampia dei nemici di Israele, volta a «condizionare il voto» del 27 ottobre. «L’asse sciita iraniano (Iran, Houthi, Hezbollah, ndr) e i suoi alleati, così come l’asse dei Fratelli Musulmani (Turchia e Pakistan, ndr), stanno pianificando attacchi e attentati terroristici al fine di sabotare e influenzare le prossime elezioni», ha sostenuto.
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