Compagni di classe La guerra, il carovita, il diritto allo studio, la questione razziale, la libertà di manifestare. Si riempiono ancora le piazze italiane, convocate per lo sciopero generalizzato dal sindacato di base. Ma conquistate da centinaia di migliaia di giovani decisi a riprendersi tutto
Compagni di classe Sessanta città per lo sciopero generale di Usb e sindacati di base. Giovani e studenti esondano: si manifesta dal mattino a tarda sera
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Lavoratori, studenti e attivisti manifestano a Roma per lo sciopero generale – foto Alessandra Tarantino/Ap
L’atto secondo del movimento d’autunno contro il governo e il carovita si consuma nel corso di un’intera giornata: in sessanta città scendono in piazza centinaia di migliaia di persone. «Siamo due milioni, riprendiamoci il futuro», dicono da Usb che ha convocato lo sciopero generale cui si è unita la rete intersindacale composta da Adl Cobas, Confederazione Cobas e Clap. I primi dati parlano di uno sciopero sostanzioso nelle scuole ma relativamente alto anche negli altri settori, soprattutto del pubblico impiego. Siamo ai livelli di quello per Gaza dell’anno scorso.
È L’OCCASIONE che serviva. L’oceanica manifestazione romana ne è una rappresentazione. Dal mattino i rappresentanti del sindacato di base si ritrovano in piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini. È il luogo da cui partirono le grandi manifestazioni per la Palestina. Si ritrovano proprio le nuove leve che contro il genocidio hanno conosciuto il battesimo della piazza: «Non chiamateci Generazione Zeta, preferiamo definirci Generazione Gaza», dicono. Ci sono gli studenti medi e gli universitari, insieme ai collettivi di quartiere, che nel vuoto lasciato da alcuni centri sociali fungono da strutture aggregative e di formazione politica.
ECCO, I QUARTIERI. All’appuntamento principale ci si arriva tutti insieme: almeno sei cortei partono da Ostiense, San Lorenzo, La Sapienza, Tufello, Prenestino, Appio Latino. Si infilano dietro il grande camion di Usb, che è preceduto da due trattori in segno di connessione con le lotte degli agricoltori del sud delle scorse settimana. Un ragazzo porta una cornice appesa al collo con la scritta «Sono una vetrina». Quelli che proteggono i negozi più delle vite umane avranno qualche remora a colpirlo, evidentemente. «Siamo le tenebre che vi cancelleranno» recita uno striscione che riecheggia uno slogan francese. Ci sono anche i genitori, arrivati per difendere i diritti dei loro figli dopo le centinaia di fermi preventivi della scorsa settimana. Quelli del Pilo Albertelli, il liceo dell’Esquilino intitolato all’insegnante partigiano dell’istituto, ostentano il QrCode della petizione che hanno lanciato contro la repressione.
NELLE SCORSE settimane, a ogni scadenza il governo mandava in avanscoperta il ministro dell’istruzione per spiegare quanto avesse investito sulla scuola. Era per puntare il dito contro una generazione considerata ingrata, che persevera a manifestare sobillata chissà da chi o per mera imitazione dei colleghi francesi. Anche stavolta Giuseppe Valditara ci prova. Succede a metà mattinata, quando già è evidente il volume della mobilitazione studentesca. Fa sapere di aver «convocato al ministero per la prossima settimana le consulte studentesche per un confronto sulle istanze del mondo giovanile» e di avere istituito un ennesimo tavolo tecnico «sulle problematiche giovanili costituito da personalità di alto profilo scientifico».
TUTTO SI TIENE: la guerra, il carovita, il diritto allo studio, la questione razziale i ragazzi che condividono il banco con i compagni con background migratorio vivono sulla pelle. Ci sono quindicenni con i cartelli sul costo del gasolio e pensa che non questione che li riguarda ignora quello che vivono in famiglia. «Mia madre prende 1600 euro al mese e ne paga mille di affitto», spiega Francesca, 18 anni, che espone la scritta «Stiamo con le pezze al culo». «Il costo della benzina, dei trasporti, delle bollette è altissimo, i miei fanno fatica – ragiona un ragazzo del liceo scientifico Righi – Ma non è soltanto una questione di soldi: è una questione di diritti, e della possibilità di far sentire la nostra voce non possiamo pagare il prezzo di tutto». Gli studenti sono convinti che la lotta paga. Serve occupare perché, dice Aurora all’ultimo anno di liceo artistico, «ci mancavano le aule per il disegno e dopo abbiamo ottenuto un piccolo stanziamento. Non basta, però almeno quello lo hanno sbloccato». Qualche metro più avanti è Claudio, studente di fisica, a sostenere che «funziona protestare, guarda in Francia dove alla fine hanno messo fondi per la scuola».
GLI STUDENTI fanno da traino, le persone più grandi si mimetizzano nella fiumana. Qualcuno è persino intimidito, come Viola e Marica che lavorano a partita Iva. «I soldi spesi per il riarmo si ripercuotono su di noi, con il mio stipendio l’affitto non lo pago, il paese è al collasso». «Siamo centomila» dicono da Usb. Il corteo si infila sotto Porta Pia, lambisce i ministeri delle infrastrutture e dell’economia, imbocca via Cavour e arriva su via dei Fori, poco prima del Colosseo. Qui succede quello che era avvenuto sabato scorso: migliaia di persone decidono di proseguire, e lasciano il resto del corteo a montare una tendopoli. Si marcia verso Piramide. Qualcuno decide che non va bene neanche questo. Un centinaio di persone provano a forzare il cordone di polizia all’altezza del Celio per arrivare a San Giovanni.
Breve fronteggiamento, cassonetti per strada e bottiglie lanciate contro gli scudi. La maggior parte sfila in direzione Circo Massimo e poi fino a Porta San Paolo. Ma chi si pensa che sia finita qui, e che la gente sia soddisfatta di essersi presa un’altra fetta di città, si sbaglia di grosso. Succede che in maniera del tutto spontanea, di fronte alla proposta estemporanea di un gruppetto che urla la necessità di raggiungere il «ministero della fucking istruzione» (sic) a migliaia si rimettono in marcia. È come se a ogni tappa si sentisse il bisogno di esondare dai confini dati non sono dalle controparti istituzionali, anche dai più grandi che hanno accompagnato il cammino. Allora l’apparato di sicurezza sbaracca gli argini alle porte di Testaccio e si precipita a riposizionarsi a Trastevere, davanti al ministero. Traffico in tilt, qualche momento di nervosismo. Appare una ballerina di danza classica sulle punte, con tanto di tutù, a rendere ancora più paradossale la gestione della piazza.
Valditara è barricato dentro. Apparirà alle 19 per ringraziare personalmente i poliziotti in tenuta antisommossa. A loro si erano rivolti i manifestanti: «Non siamo contro di voi». E ancora: «Dovreste scendere in piazza con noi, lottiamo anche per i vostri figli, cosa direte loro quando non riuscirete a pagargli gli studi?». Poi il coro «Siamo tutti lavoratori». Quella che sembra spavalderia davanti alle forze dell’ordine è la ferma, forse ingenua, convinzione che la coperta è corta per tutti, che c’è una condizione di disagio che accomuna i lavoratori e i loro figli mentre una piccolissima parte di popolazione ha accesso ovunque e comanda su tutto. L’aura battle degli ultimi resistenti, qualche centinaia di giovanissimi, riparte anche da qui. Si punta al parlamento. Gli uffici stampa dentro i palazzi rilanciano immagini di misure di sicurezza straordinarie. Fronteggiamenti con la polizia a ponte Sisto. Qui si vede la prima vera carica e i lacrimogeni. La massa indietreggia e ritorna su via Marmorata. Qui altri scontri, la polizia usa gli idranti e ferma 8 persone.
OGNI CITTÀ contiene storie significative. A Napoli 20 mila persone hanno sfilato per il centro per raggiungere sulle banchine i lavoratori portuali. A Bologna 50 mila persone hanno bloccato per tre ore la tangenziale. Giusto qualche momento di tensione, come a Torino, quando un corteo spontaneo che si è formato è arrivato in centro e a Mestre. Cariche a Brescia e Vicenza. Erano ventimila a Firenze. E diecimila a Cosenza e Padova. Potrebbero ricomparire da un momento all’altro.
Commenta (0 Commenti)Tutto all'aria L’altoforno dell’Ilva di Taranto va spento per sempre. La salute vale più del profitto, sentenzia anche la Cassazione e chiude l’area a caldo dell’ex impianto più grande d’Europa. Tempo scaduto anche per i rinvii del governo, la città respira ma in 13mila rischiano il lavoro
Tutto all'aria La Cassazione conferma lo stop agli altiforni. In festa gli ambientalisti tarantini, si disperano gli operai e il governo aspetta la gara
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L’altoforno dell’indotto di Taranto – Imagoeconomica
La giornata decisiva per la sorte di Taranto è arrivata: l’ex Ilva chiude. Per metà della città si tratta di una liberazione, per l’altra di un assedio. In ogni caso è la fine di un’epoca, che si trasformi in un altro inizio è responsabilità politica.
LA CASSAZIONE si è espressa ieri sancendo che lo stop dell’area a caldo stabilito dalla Corte di appello di Milano è legittimo. La controversa vicenda dello stabilimento siderurgico più grande d’Italia, che ha avvelenato una città, stavolta è finita davvero. Gli altiforni, impianti a ciclo continuo (ora in preriscaldo per decreto governativo) saranno definitivamente spenti e non possono essere riavviati se non a costo del loro sostanziale rifacimento. La procedura comporta lo spargimento di ulteriori fumi sul territorio, gli ultimi. La suprema corte ha inciso nella pietra il principio che la salute conta più del profitto e ha rigettato i ricorsi contro lo spegnimento avanzati dai commissari del gruppo. «Più che altro erano ricorsi contro Taranto – dice al manifesto Simona Fersini, presidente del comitato Cittadini liberi e pensanti, una delle associazioni che da anni conducono una battaglia contro l’inquinamento prodotto dal sito – abbiamo già avuto centinaia di morti, non possiamo piangere anche quella dell’altoforno».
NEL PROVVEDIMENTO di oltre 60 pagine la Sezioni Unite della Cassazione sottolineano come «il massimo livello di tutela apprestato dalla Carta costituzionale alla vita, alla salute e all’ambiente è un dato acquisito» e che, di conseguenza, «l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Il decreto emesso il 27 luglio dai giudici di Milano, e confermato due volte nelle udienze di settembre, non lascia spazio ad appelli: «L’impianto industriale è intrinsecamente nocivo per la salute umana a causa delle costanti emissioni di polveri nell’atmosfera e della presenza diffusa di amianto all’interno degli altiforni», spiegano i giudici ricordando come siano ancora presenti «2.140 tonnellate di amianto, sostanza la cui nocività è indiscussa, all’interno dei cowpers degli altiforni e ciò è sufficiente a che tale sostanza debba essere presa in considerazione ai fini dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale, ndr), sulla base dell’interpretazione del diritto fornita dalla Corte di giustizia Ue».
Le associazioni cittadine hanno festeggiato ieri in un parco, «ci siamo riuniti per un abbraccio collettivo dopo tutti questi momenti di tensione – dice Fersini – per noi questo è un punto di partenza e non di arrivo». Anche se quello che succederà da adesso in poi non è prevedibile. Di sicuro c’è solo che a Taranto ci saranno migliaia di persone senza lavoro, forse per anni. Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione per 8.622 unità su un organico di 9.626 e ha avviato la procedura per licenziare l’80 per cento dei dirigenti a tempo indeterminato. Per tacere dei posti persi nei subappalti e nell’indotto.
«C’È DISPERAZIONE: situazioni personali gravi dentro a un dramma collettivo – dice al manifesto Francesco Brigati, segretario della Fiom Cgil Taranto – adesso spetta al governo trovare risposte per questa emergenza che fino ad ora non ha gestito, preferendo additare la magistratura». «Tuttavia – nota il rappresentante dei metalmeccanici tarantini – senza la sentenza sarebbe stato lo stesso: in mancanza di risorse l’area a caldo non sarebbe ripartita». E infatti l’esecutivo si è trincerato dietro la Cassazione: «È evidente che questa sentenza, il cui contenuto va approfondito, complica ulteriormente un percorso che è stato sempre più difficile e costellato da ogni tipo di ostacoli», si legge in una nota di Palazzo Chigi. L’esecutivo, ciò nonostante, «non si sottrarrà all’esercizio delle proprie responsabilità come confermato dal decreto legge entrato in vigore qualche giorno fa e come ribadito nell’incontro con i sindacati di martedì scorso». «Guai ad assistere ancora allo scaricabarile tra poteri dello Stato, perché di mezzo ci vanno solo i lavoratori», avvisa Davide Sperti, segretario generale della Uil. Al contrario: «Questo responsabilizza ancor di più il governo, che dovrà mettere in campo tutto ciò che è possibile affinché gli impianti Dri e i forni elettrici vengano realizzati nel minor tempo possibile», sostengono Ferdinando Uliano e Valerio D’Alò della Fim Cisl.
IL PROSSIMO TAVOLO a Palazzo Chigi si terrà dopo l’8 novembre, data ultima per presentare le offerte di acquisto dell’impianto. Le più concrete sono quelle della multinazionale indiana Jindal e della cordata italiana guidata da Federacciai, entrambe non interessate alla produzione di acciaio ma solo alla sua lavorazione. Con la chiusura dell’Ilva, l’Italia rinuncia quindi alla siderurgia, lasciando il conto alle città che ospitano gli impianti del gruppo. Appelli al governo sono arrivati dalla sindaca di Genova Salis e da quello di Taranto Bitetti, dal governatore della Liguria Bucci e da quello della Puglia Decaro. «Non è più tempo di attendere – il commento di Silvia Salis – la procedura di vendita deve essere definita con urgenza, dal suo esito dipende la salvaguardia di una produzione strategica per il paese come l’acciaio».
PEACELINK, realtà tarantina che da anni denuncia l’inquinamento della città, ha ricordato come l’ex Ilva abbia debiti per 8 miliardi e 480 milioni di euro e una perdita di 551,5 milioni nel primo semestre 2026: «Se oggi disponessimo di quei miliardi il futuro dei lavoratori dell’Ilva sarebbe garantito e finanziato con grande solidità, si sarebbe potuto fare un poderoso investimento per una riconversione economica e produttiva dell’intera città». «Taranto è vittima due volte: gli operai hanno diritto a un risarcimento ma anche il resto della città che si è sacrificata per il Pil del paese, dobbiamo insistere sulla formazione e questa è una lotta che può unire lavoratori e resto della città», si augura Fersini.
Commenta (0 Commenti)Stato io Israele sceglie ancora Netanyahu. La sua politica di guerra permanente ottiene la maggioranza relativa. Non quella assoluta per l’exploit dei partiti palestinesi. Con cui però nemmeno l’opposizione vuole parlare
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La festa nel quartier generale del Likud a Gerusalemme – Foto Olivier Fitoussi/Ap
La battaglia per il governo israeliano è appena cominciata. Benyamin Netanyahu e il suo principale avversario Gadi Eisenkot rivendicano entrambi il diritto di guidare il prossimo esecutivo, mentre il conteggio dei voti, fermo ieri sera all’85,6%, restituisce una Knesset senza una maggioranza.
IL PREMIER DI DESTRA, al quale lo spoglio non definitivo dei voti assegna 53 seggi su 120 – il blocco che fa capo a Eisenkot è a 48 e le due liste palestinesi a 19 – è tornato a parlare di «brogli» avvenuti nei centri abitati arabi, senza però portare prove a sostegno di queste accuse. Già durante la giornata elettorale Netanyahu aveva parlato di «furto». «Stanno cercando di rubarci le elezioni», aveva detto riferendosi ai partiti arabi. Le accuse hanno trovato eco tra i suoi compagni di partito.
Si tratta di fuoco di sbarramento sull’ipotesi, peraltro molto remota, che i partiti sionisti all’interno dell’opposizione possano intavolare trattative con i rappresentanti politici dei due milioni di palestinesi in Israele per la formazione di un governo forte di 67 seggi che manderebbe in fumo il progetto di Netanyahu di restare al potere. Per il disappunto, a dir poco, di tanti israeliani, non solo di Netanyahu e i suoi alleati, i partiti palestinesi sono emersi dal voto come potenziali arbitri e ora pongono l’opposizione sionista di fronte a una scelta cruciale in uno Stato che una legge fondamentale descrive di proprietà solo degli ebrei.
NETANYAHU CONTAVA ieri sullo slancio del suo Likud, che si è confermato il primo partito, di poter conquistare qualche seggio in più alla Knesset e di avvicinarsi alla soglia minima di 61 su 120. In questo modo, una volta ottenuto l’incarico dal capo dello Stato Herzog, potrebbe provare a comprare qualche deputato dell’opposizione. Otto seggi però sono tanti per quel tipo di operazione, comunque non insolita nella politica israeliana. Allo stesso tempo la partita è tutt’altro che chiusa. Il Comitato elettorale centrale stima che restino da verificare e scrutinare tra 430mila e 480mila schede note come «doppia busta», espresse soprattutto da militari, poliziotti, detenuti, diplomatici all’estero e altre categorie di elettori impossibilitati a votare nei seggi ordinari.
IL NUMERO, SEPPURE inferiore alle circa 600mila schede ipotizzate in precedenza, potrebbe ugualmente incidere in maniera significativa sulla distribuzione dei seggi. Considerando che un deputato corrisponde indicativamente a circa 40mila voti, queste schede valgono potenzialmente una dozzina di seggi. E visto che in Israele i palestinesi non fanno il militare, quei voti andranno – si ritiene – in prevalenza al Likud e alla destra. La pubblicazione del conteggio completo è attesa questo pomeriggio; i risultati ufficiali dovrebbero essere annunciati il 4 novembre.
Netanyahu non ha alcuna intenzione di farsi da parte come gli chiedono a gran voce Eisenkot e gli altri leader dell’opposizione e spera in un nuovo intervento a suo favore di Donald Trump. Il presidente statunitense, che martedì si è vantato di aver contribuito alla vittoria del suo amico Bibi, starebbe valutando la possibilità di dichiararsi a favore del premier uscente a capo di un governo di unità nazionale.
Su quella linea si muove, per ora, Netanyahu anche se la sua idea di unità nazionale è tutta spostata a destra. «Dobbiamo formare un governo forte, nazionale e di destra», ha dichiarato, indicando tra le priorità anche la «rimozione della minaccia iraniana» e rivendicando i risultati militari conseguiti dal suo governo. Ha insistito sulla continuità della propria politica di sicurezza.
IL SUO OBIETTIVO è mantenere insieme le forze ultranazionaliste e i partiti ultraortodossi, con i quali ha governato negli ultimi anni, provando a strappare all’opposizione i leader di destra Bennett e Lieberman, con i quali condivide tante posizioni, ma è diviso da anni di rapporti personali conflittuali.
Secondo Maariv l’entourage di Netanyahu starebbe promuovendo un piano per formare un governo proprio con Gadi Eisenkot, nonostante la sua promessa di non far parte di un governo con il premier. Sarebbe un esecutivo senza i partiti ultraortodossi e l’ultradestra di Ben Gvir e Smotrich con la rotazione alla guida del governo. Più o meno è la stessa soluzione che Netanyahu adottò durante il Covid, cooptando il leader del partito Blu e Bianco e suo tenace avversario, Benny Gantz. Un passo falso che Gantz anni dopo ha pagato con la fine della sua vita politica: si è ritirato prima del voto di fronte a sondaggi sfavorevoli. Canale 12 ha riferito che Lieberman ha chiuso i contatti con l’opposizione e ora promuove il governo Netanyahu-Eisenkot. Le prossime ore saranno decisive. Netanyahu può ancora sperare che il conteggio delle schede speciali rafforzi il suo blocco e gli permetta di avvicinarsi alla soglia dei 61 deputati.
EISENKOT, DECISO – pare – a respingere l’idea di un governo con i partiti palestinesi, forse punta a un esecutivo di minoranza. Un progetto di difficile realizzazione. Dopo aver ricevuto i risultati ufficiali, il presidente Herzog dovrà consultare i partiti e affidare l’incarico al candidato che riterrà più in grado di formare un governo.
Il procedimento potrebbe richiedere settimane. Se nessuno riuscisse a raccogliere il sostegno necessario, le nuove elezioni diventerebbero una necessità concreta.
Commenta (0 Commenti)Elezioni Stallo elettorale in Israele: affluenza alta ma né la coalizione di Netanyahu né quella dei suoi avversari avrebbero i numeri per governare. Entrambe escludono accordi con le liste arabe. Per gli exit poll il partito del premier che sta guidando il paese verso l’abisso è ancora il primo
Elezioni Il blocco anti-Netanyahu avanti negli exit poll. La Commissione elettorale: risultati stasera
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Elettori israeliani in un seggio a Herziliya – Foto Gideon Markowicz/Getty Images
Benyamin Netanyahu ancora una volta ha sorpreso tutti ottenendo con il suo partito, il Likud, il maggior numero di voti, superando Yashar di Gadi Eisenkot per mesi dato in vantaggio dai sondaggi. I suoi appelli incessanti alla mobilitazione e al voto utile, uniti a un’affluenza, 77,7%, mai così alta dal 1999 hanno messo il Likud davanti a tutti gli altri partiti con 23-24 seggi (contro i 20-22 di Yashar). Ma la sua maggioranza di estrema destra religiosa è uscita nettamente sconfitta dal voto, appena 50 seggi.
NON POTRÀ GOVERNARE. Gli exit poll diffusi alle 22, alla chiusura delle urne, dalle principali reti televisive davano il blocco del cambiamento anti Netanyahu a 52-53 seggi. A ciò occorre aggiungere i 17-18 seggi (frutto di una affluenza-record del 75%) che hanno ottenuto i partiti arabi – Lista unita e Ra’am – che rappresentano i palestinesi d’Israele. Un risultato per gli arabo-israeliani eccezionale che però Eisenkot e i suoi alleati non intenderebbero considerare per la formazione di un governo, perché non sono sionisti. Eppure, se davvero vogliono rimuovere Netanyahu dal potere dovranno rivedere le loro posizioni.
Mentre andavamo in stampa, erano disponibili solo gli exit poll. I voti reali dovranno confermare quei dati. Fino a stasera l’equilibrio politico rimarrà incerto e un risultato più definitivo non emergerà prima di domani. Ci sono da contare oltre 650mila schede con i voti espressi da soldati, diplomatici ed elettori con disabilità, conteggiate separatamente: potrebbero modificare non poco la distribuzione finale. Lo spostamento a destra anche delle forze armate forse darà alla destra un paio di seggi.
E non è detto che Netanyahu, che ieri sera si proclamava «vincitore», riconosca la sconfitta del suo blocco. I media israeliani rivelano che il Likud già si prepara a contestare i risultati affermando che il voto è stato «rubato» con presunte «frodi» nei seggi nelle comunità palestinesi. È molto probabile che Netanyahu punti a farsi affidare l’incarico per la formazione del governo dal capo dello stato Herzog così da provare a «comprare» qualche partito di opposizione. Lo sbocco più probabile però sono elezioni anticipate il prossimo anno. O un governo di unità nazionale.
IERI, QUANDO ha appreso dell’elevata affluenza alle urne nelle comunità arabe, Netanyahu ha esortato i suoi sostenitori a recarsi a votare: «Stanno cercando di rubarci le elezioni». Poi ha avvertito che la vittoria dei partiti sionisti dell’opposizione insieme alle formazioni arabe non sioniste porterà «alla fine dello Stato ebraico come lo conosciamo». Ma il suo abituale allarme è in parte fallito. Hanna Swaid, un ex deputato arabo, ha spiegato che «i cittadini palestinesi d’Israele sono determinati a cacciare i ministri estremisti», riferendosi al ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir e al ministro delle finanze Smotrich.
I LEADER della Lista comune si sono detti «ottimisti riguardo agli sforzi del nostro popolo per rovesciare il fascismo che sta distruggendo la nostra gente in Cisgiordania, a Gaza e all’interno di Israele». A mobilitare i palestinesi è stata anche la linea del ministro anti-arabo Ben Gvir di non intervento contro i criminali (in molti casi informatori dei servizi segreti) che seminano il terrore e fanno morti a ripetizione nelle comunità arabe in Galilea.
Netanyahu ha molto da rimproverarsi. I suoi appelli drammatici al voto utile hanno rafforzato oltre ogni previsione il Likud, ma a danno degli altri partiti di destra suoi alleati. I due partiti estremisti di Ben Gvir e a Smotrich non hanno fatto progressi. A fare danni è stato anche il fallimento di un altro partito dell’ultradestra, Popolo di Israele, del generale Ofer Winter, che non ha superato la soglia di sbarramento disperdendo migliaia di voti.
NETANYAHU, FORSE l’ha capito ieri, ha perduto consensi anche tra gli israeliani di destra non accettando l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul fallimento degli apparati di sicurezza quando Hamas, il 7 ottobre 2023, ha lanciato il suo attacco nel sud di Israele. E anche per la mancata assunzione di responsabilità per l’accaduto. Più di tutto non ha compreso l’ampiezza del conflitto in Israele sull’esenzione degli ebrei ultraortodossi (haredim) dal servizio militare di cui lui si è fatto garante con i partiti religiosi Shas e Unità dell’Ebraismo nella Torah. Un errore decisivo se si considera che proprio lui ha scatenato guerre a ripetizione a Gaza e nella regione coinvolgendo un numero molto ampio di riservisti e per lunghi periodi, con ricadute sociali ed economiche.
La carenza di soldati ha reso sempre più difficile giustificare una disparità di obblighi ritenuta insopportabile anche da tanti israeliani che avevano votato per il premier e i suoi alleati nel 2022. Netanyahu invece ha scelto di stringere ancora di più l’alleanza con i partiti haredi che rifiutano la leva obbligatoria.
Eisenkot ha salutato i primi exit poll come «un voto di sfiducia totale nei confronti di Netanyahu e del governo del 7 ottobre da parte della maggioranza sionista e della maggior parte dei cittadini israeliani». E ha promesso di agire immediatamente per «attuare la volontà del popolo», ossia sostituire il governo di Netanyahu, escludendo però di poter far ricorso ai partiti arabi. Invece un suo alleato, Yair Golan, leader del partito sionista di sinistra Democratici, afferma di essere pronto a lavorare per impedire a Netanyahu di restare al governo, lasciando intendere di voler negoziare con almeno uno dei partiti arabi.
Commenta (0 Commenti)Lula hope Rimonta prodigiosa, l’eterno Lula batte Bolsonaro jr e ferma un’onda Maga americana che sembrava inarrestabile. Presidente per la quarta volta, grazie un’enorme mobilitazione popolare. Ma la destra non ci sta, e nemmeno Trump: «Elezioni truccate»
Lula hope L’eterno Luiz Inácio da Silva fa la rimonta impossibile: presidente per la quarta volta con il 51,8%. Bolsonaro jr non concede la sconfitta
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La festa a Rio de Janeiro – Foto di Andre Coelho/Ansa
«Só o povo salva o povo» (o, in spagnolo, «solo el pueblo salva al pueblo»), si sente spesso ripetere in America Latina. E in Brasile, ancora una volta, è stato così.
Se Lula è riuscito in una rimonta quasi impossibile, ottenendo in appena tre settimane quasi quattro milioni e mezzo di preferenze in più di Flávio Bolsonaro, è stato in buona parte proprio grazie all’imponente mobilitazione della sua base sociale: per le strade, colme di giovani, delle diverse città del paese; in un paziente e certosino lavoro porta a porta; persino alle finestre, a colpi di pentole, come quando era andata in onda l’intervista a Bolsonaro su Globo Tv il 16 ottobre. E, soprattutto, sui social, dove il canale whatsapp denominato «Exército do Lula» ha raggiunto il 24 ottobre la quota di 10 milioni di iscritti, registrando una crescita record di oltre 2 milioni di nuovi contatti in un solo giorno.
E ANCHE LO STESSO Lula, notoriamente sprezzante nei confronti di «discorsi come “farò scendere il popolo in strada”» – come dichiarava lui stesso nel 2018 nel suo libro «La verità vincerà» – ne ha preso atto: «La partecipazione popolare in questa campagna, la mobilitazione per le strade degli studenti, delle donne, dei lavoratori, ci obbligherà a un nuovo modo di governare. Questo paese non sarà più lo stesso», aveva già dichiarato nei giorni precedenti al ballottaggio.
E così ha ribadito nel suo primo discorso dopo la vittoria, quando, esaltando il ruolo giocato dal deputato federale André Janones, fondatore e coordinatore dell’Exército do Lula, ha annunciato una profonda trasformazione nella strategia di governo e nel dialogo con la società: «Queste elezioni mi hanno insegnato molte cose. Posso assicurarvi che cambieremo il modo in cui governiamo questo paese. Che coinvolgeremo maggiormente i cittadini nelle nostre decisioni e che la comunicazione digitale avrà un ruolo molto importante». Un coinvolgimento quanto mai necessario di fronte ai minimi margini di manovra di cui Lula disporrà al Congresso – il cui ruolo nell’esecuzione del bilancio è oltretutto assai più rilevante ora che ai tempi dei suoi due primi mandati – benché, sul piano dei negoziati istituzionali, il presidente abbia almeno l’intenzione di pretendere maggiore fedeltà dal gelatinoso e inaffidabile Centrão, qualora accetti di entrare a far parte del suo governo.
ALLO STESSO TEMPO, annunciando di aver ricevuto dal governatore del Piauí Rafael Fonteles il suo primo smartphone – Lula non ne ha mai posseduto uno – il presidente si è impegnato a dialogare con la popolazione senza intermediari, così da contrastare le narrazioni distorte sulle sue azioni di governo: «Non permetterò che giornalisti in malafede mi fraintendano». E ha aggiunto: «In queste elezioni, una delle cose che mi ha motivato di più è stata impedire a queste persone di vincere e di privatizzare il nostro sistema sanitario pubblico brasiliano».
È PROPRIO ALLA VOLONTÀ di scongiurare questo scempio – e tutti gli altri, non meno gravi, che avrebbe comportato la presidenza di Bolsonaro figlio – che si deve il miracolo dei 10,3 milioni di voti in più incassati da Lula dal primo al secondo turno. La reazione che nessuno si aspettava all’aperto sostegno al primogenito di Bolsonaro da parte dell’amministrazione di Donald Trump, il quale non a caso ha messo in discussione la vittoria di Lula citando il «manuale di Joe Biden»; alla disparità di trattamento mostrata dai grandi poteri mediatici e dalle Big Tech, a cominciare dalla clamorosa interferenza elettorale di Meta; alla sconsiderata parzialità del Tribunale superiore elettorale (Tse) guidato dal bolsonarista Kassio Nunes Marques; all’aperto favore dei mercati, che infatti non hanno preso bene la vittoria di Lula: violenta flessione del 17% dell’indice Ibovespa, crollo del real del 12% nei confronti del dollaro statunitense, perdite dei grandi titoli di stato come Petrobras e Banco do Brasil.
CHE POI FLÁVIO Bolsonaro non fosse disposto a riconoscere la sua sconfitta era quasi scontato. «Chiederemo l’annullamento delle elezioni», ha annunciato subito dopo la diffusione dei risultati, contestando la decisione del giudice della Corte suprema Cristiano Zanin di prorogare per due ore la chiusura dei seggi in cui le operazioni di voto non erano ancora state completate, peraltro accogliendo richieste che arrivavano da entrambi i candidati: da Lula, a causa della carenza – ovviamente dolosa – di trasporto pubblico in importanti centri urbani di Bahia, Paraíba, Piauí, Paraná, Pará e Rio de Janeiro, e da Bolsonaro per le difficoltà logistiche provocate dalle forti piogge a São Paulo, Paraná e Santa Catarina.
UNA DECISIONE, quella di Zanin, adottata in seguito all’ennesima omissione da parte del presidente del Tse, che, informato fin dalla mattina sulle difficoltà riscontrate dagli elettori per raggiungere i seggi, non aveva preso alcun provvedimento, mentre a Salvador, la più grande città del Nordest brasiliano, la significativa riduzione degli autobus in circolazione aveva già provocato l’intervento del Tribunale regionale elettorale di Bahia, con l’ordine di arresto, poi revocato, del segretario municipale della mobilità Pablo Souza.
È STATO PROPRIO per il mancato intervento di Nunes Marques che Zanin si è trovato ad annunciare la misura solo alle 17, cioè al momento della chiusura dei seggi, quando già alcune sezioni avevano terminato le operazioni, e a dover quindi chiarire successivamente che la proroga valeva solo per le urne ancora aperte. Ma della confusione che ne è seguita hanno approfittato subito il coordinatore-generale della campagna di Bolsonaro Rogério Marinho, parlando di «golpe giudiziario» e di «impressionante livello di interferenza di alcuni giudici della Corte suprema», e lo stesso candidato sconfitto: «Per la prima volta nella storia del Brasile un giudice ha allungato le operazioni di voto, ha cambiato le regole in corso», ha dichiarato il primogenito del presidente, malgrado quell’allungamento lo avesse chiesto anche lui. Tale padre tale figlio.
Commenta (0 Commenti)Questo Lunedì Rosso parte dalle strade che tornano a riempirsi: in Italia, in Francia, in Albania, in Germania, dove una nuova generazione sfida divieti e repressione.
Dai codici dei “maranza” e del rap risaliamo fino alle stanze dei bottoni, tra diplomazia fossile, il voto tra Usa e Israele e gli archivi su Moro.
Perché se i governi blindano il presente, là fuori c’è un nuovo protagonismo che si riprende la scena.
Nella foto: Lula festeggia a San Paolo la vittoria al ballottaggio: sarà di nuovo presidente del Brasile (AP Photo/Natacha Pisarenko)
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