Europa e Usa guardano al voto di oggi in Ungheria. Dopo decenni, Orbán può perdere il potere che ha esercitato in maniera autoritaria e calpestando lo Stato di diritto. Speranze di cambiamento concentrate sul suo ex alleato Magyar, un conservatore e un’incognita
Perda il peggiore Il primo ministro ungherese arringa la folla di sostenitori: «Prenderemo la capitale», «non diventeremo una colonia ucraina»
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l primo ministro ungherese uscente Viktor Orbán arringa la folla – Foto Petr David Josek/LaPresse
Chissà che il luogo scelto dal premier ungherese Viktor Orbán per chiudere la campagna elettorale non risulti anche metafora della sua attuale presa sul paese. Nelle vie circostanti la piazza della Santa trinità – la cui svettante chiesa di Mattia fa da sfondo laterale all’ultimo bagno di folla del leader di Fidesz, alla guida dell’Ungheria ininterrottamente da sedici anni – turisti internazionali e locali sostenitori del governo si danno il cambio al calar del sole. Da qui, cuore gotico della zona del castello di Budapest vicino peraltro alla residenza del primo ministro, la capitale (e per sineddoche, forse, la nazione magiara tutta) sembra di poterla dominare con la facilità di chi osserva al riparo dell’altopiano.
«MAI ABBIAMO POTUTO godere di una così buona vita come con Orbán», afferma decisa una signora in pensione, che giustifica le proprie convinzione per essere stata testimone di differenti fasi politiche del paese. «In più questo non è il momento giusto per rischiare un cambiamento, date le varie crisi in corso nel mondo». Tantissimi delle nuove generazioni oggi voteranno per l’opposizione, ammette. Un sondaggio dell’istituto Median ha riscontrato che la popolarità del leader uscente fra le persone dai 18 ai 29 anni si ferma all’8%. «Ma è proprio perché non sanno quanto le cose potrebbero peggiorare senza la guida di Fidesz», incalza la signora.
SICUREZZA, AIUTI economici (in particolare sulla casa) e timore per instabilità che arrivano dall’esterno: le parole di chi sta in piazza – un gruppo compatto di bandiere ungheresi e poi di fiaccole che si muovono a ritmo di musica in attesa dell’oratore principale – paiono ricalcare piuttosto fedelmente i pilastri della propaganda e delle politiche governative. Anche se lo sfidante Péter Magyar è in testa secondo diversi sondaggi, Orbán dal palco è sicuro di sé: parla di «riconquistare Budapest», «mostreremo quanto è forte la destra» grida appellandosi anche al voto della comunità magiare transfrontaliere. Poi accusa l’avversario – come ha sempre fatto lunga tutta la sua campagna – di voler ridurre l’Ungheria a una «colonia ucraina» (riecheggiando la propria relazione conflittuale con il leader di Kiev Zelensky, che a sua detta rischia di «portare in guerra l’Europa»).
QUELLO CHE INVECE l’opposizione gli contesta è appunto che «dalle colline al di là del Danubio» si è perso ormai il contatto con la cittadinanza. In questi ultimi giorni Magyar – che nel frattempo ha incontrato i suoi sostenitori a Debrecen, storica città al confine est del paese e “feudo” di Fidesz – si è speso per un capillare giro di comizi al di fuori della capitale, nei centri di provincia dove sicuramente la sfida sarà più serrata. Ieri all’iniziativa di Tisza erano presenti decine di migliaia di persone. «Per molto tempo ho smesso di votare», confessa nella piazza della località di Aszód un ragazzo che ha da poco passato i trent’anni. «Ma non mi rendevo conto di quanto intanto l’Ungheria venisse rovinata dall’interno, dalla corruzione e dall’avvicinamento con la Russia di Putin. Apparteniamo all’Europa, che senso ha che per via degli errori del nostro governo Bruxelles sia costretta a congelarci i fondi?».
NEI SUOI EVENTI PUBBLICI Magyar sembra optare per uno stile di comunicazione più orizzontale e conviviale. Le critiche che muove a Orbán e i suoi spesso virano verso il dileggio scherzoso, allo scopo di segnalare un’incapacità di gestione istituzionale. Ma la promessa è alta: “smantellare” l’attuale sistema di potere, ricucire i
Leggi tutto: Orbán nella piazza di Budapest, illiberale fino all’ultimo comizio - di Francesco Brusa
Commenta (0 Commenti)Esplode il prezzo del greggio «reale»: Hormuz bloccato, petro-monarchie del Golfo acciaccate, il petrolio fisico ormai costa una volta e mezza quello finanziario. Affari d’oro per i petrolieri americani e aeroporti europei senza benzina. Oggi il negoziato, ma la crisi morde
Il fondo del barile Il greggio spot (consegna subito) tocca i 147 dollari, quello futures (consegna a giugno) è sotto i 100. È così conteso che non si trova più
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Un operaio fa rotolare un barile di petrolio vuoto a Ciudad Piar,in Venezuela – Foto Ap
La tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran avrebbe dovuto segnare una svolta, almeno sul fronte energetico. In teoria. Perché nello Stretto di Hormuz – ancora saldamente sotto controllo iraniano – la realtà racconta altro. Mercoledì, primo giorno pieno dopo l’accordo, sono transitate appena 5 navi. Nessuna petroliera. Nei giorni precedenti, pur con i combattimenti in corso, il traffico era ridotto ma non così: 10 navi al giorno, circa. Comunque poca cosa rispetto alle oltre 100 imbarcazioni che passavano regolarmente prima del 28 febbraio.
Oggi le navi devono coordinarsi preventivamente con Teheran per poter transitare, mentre resta sul tavolo l’ipotesi di un pedaggio di circa un dollaro a barile per le petroliere, che possono trasportarne oltre due milioni per viaggio.
LE CONSEGUENZE si vedono soprattutto nel mercato fisico, quello del petrolio consegnato subito. Come riporta il Financial Times, raffinerie europee e asiatiche fanno a gara per assicurarsi i carichi disponibili, nel tentativo di compensare quelli bloccati nel Golfo Persico. Kpler – società specializzata nel tracciamento dei flussi di materie prime – ha rilevato che ben 68 petroliere vuote sono state dirottate verso gli Usa, il cui export di greggio è aumentato ad aprile del 30%. Un affare d’oro per le major americane, che stanno vendendo all’estero a prezzi stellari. Molto meno per i cittadini statunitensi, che alla pompa, complice la speculazione, pagano il carburante quasi il doppio (benzina +40%, diesel +53%).
La corsa ai barili ha spinto i prezzi a livelli eccezionali. Il «Forties Blend» – uno dei greggi del benchmark Brent, principale riferimento mondiale per il petrolio scambiato via mare – ha toccato ieri 140-147 dollari al barile, superando persino i picchi della grande crisi finanziaria del 2008. Si tratta di prezzi reali, pagati per consegne immediate. Ed è qui che emerge la frattura. Mentre il greggio spot (consegna subito) raggiunge livelli record, il greggio Brent futures – consegna a giugno – resta intorno ai 96-97 dollari. Una differenza enorme, che segnala una distanza crescente tra la realtà materiale del mercato e le aspettative finanziarie.
Quando il prezzo spot supera quello delle scommesse (futures) si entra in «backwardation»: il petrolio oggi vale molto più di quello di domani. Può capitare. Ma in questo caso la «backwardation» è estrema e riflette una vera emergenza.
ALTRI SEGNALI confermano la tensione: gli scambi si spostano fuori dai circuiti ufficiali, molte infrastrutture energetiche nella regione del Golfo sono danneggiate e la capacità produttiva di alcuni Paesi chiave è ridotta. Anche in caso di riapertura completa di Hormuz, pertanto, ci vorrebbero settimane per riportare i flussi a un livello regolare.
Intanto, una lettera dell’associazione degli aeroporti europei (Aci Europe) avverte che le riserve di carburante per l’aviazione negli scali europei si stanno rapidamente assottigliando. Gli aeroporti dell’Ue rischiano una «carenza sistemica» di jet fuel se il traffico di combustibile non riprenderà stabilmente entro tre settimane, con effetti pesanti sulla connettività e sull’economia continentale.
Fin qui la dimensione del mondo reale: scarsità, logistica bloccata, ricadute sulla vita quotidiana. Tradotto: carburanti più cari, inflazione, difficoltà crescenti per le classi popolari e per il sistema produttivo.
POI CI SONO i mercati finanziari. I futures, molto più bassi dei prezzi spot, riflettono
Leggi tutto: L’affare diventa fisico, ora il petrolio “vero” costa un patrimonio - di Luigi Pandolfi
Commenta (0 Commenti)Dopo essersi rifugiata nei social, Meloni spiega al parlamento come intende andare avanti e affrontare la batosta referendaria e le bombe di Usa e Israele. Ma difendendo fantomatici record e accusando sempre l’opposizione non va oltre la copia sbiadita di se stessa
La stiamo perdendo Il primo discorso dopo la batosta al referendum costituzionale risulta privo di smalto e senza neanche un accenno di autocritica
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Meloni e i ministri Tajani e Salvini alla Camera durante l’informativa del governo
Attesa alta: il primo discorso di Giorgia Meloni dopo un troppo lungo silenzio post sconfitta referendaria, la prima uscita pubblica da quando la guerra di Trump e Netanyahu ha rifatto i connotati al quadro geopolitico mondiale. Risultato nel complesso deludente: restituire smalto a un’immagine offuscata limitandosi a far finta di niente è impresa impossibile. Bisogna avere qualcosa da dire e ieri Giorgia Meloni non era in grado di farlo.
HA PROVATO A TOGLIERSI subito, molto sbrigativamente, la spina nel fianco, la mazzata nelle urne: «Rispettiamo sempre il giudizio degli italiani». E ci mancherebbe il contrario, trattasi di obbligo non di generosa concessione. Certo, «rimane il rammarico» per la perduta «occasione storica di modernizzare l’Italia». Resta l’auspicio che «il cantiere di quella riforma non venga abbandonato». Consola «la coscienza a posto» di chi ha rispettato gli impegni assunti. Sull’altro impegno solenne, il premierato, però la coscienza di Giorgia chiude un occhio. Non viene citata neppure di straforo: da «madre di tutte le riforme» a trovatella dimenticata.
BASTA COSÌ: «Non sono qui per parlare di quello che è stato». Perfetto. Nemmeno di quel che sarà però, perché in un’ora di discorso la presidentissima non va oltre il solito elenco di successi presunti, di misure già in ballo da tempo immemorabile come il Piano casa, di auspici generici come lo snellimento delle liste d’attesa per il quale ci vorrebbero i soldi che il governo non ha e quelli che ha se ne vanno in armi. Lei stessa peraltro ammette: «Sono qui per sgombrare il campo da fantasiose ricostruzioni». Da tutte le chiacchiere su elezioni anticipate e rimpasti: «Non c’è alcuna ripartenza da fare. Non servono nuove linee programmatiche. Non c’è nessuna intenzione di fare rimpasti». Le dimissioni magari al governo avrebbero anche fatto comodo. Ma «noi siamo persone troppo responsabili per far ripiombare l’Italia nell’incertezza. Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo». Hic Manebimus Optime ma solo per spirito di sacrificio.
LA RETORICA VITTIMISTA della premier era a volte fastidiosa. Quella eroica è decisamente peggio. E quelle teste rotolate subito dopo la sconfitta, non si cada in equivoci, sono state spiccate dai busti solo perché «abbiamo voluto anteporre l’interesse della nazione a quello di partito». Scelta «né indolore né semplice» e c’è da crederle dato il tempo biblico che ha impiegato per anteporre l’interesse generale a quello di Daniela Santanché: un paio d’anni almeno. Quando si dice la drasticità.
Giorgia Meloni non è una sciocca. Sa perfettamente di dover affrontare il nodo che la sta strangolando: la relazione pericolosa con i più odiati dagli italiani, Donad Trump e Bibi Netanyahu. Prende le distanze, ma con troppa cautela per liberarsi davvero delle pietre al collo. Ruba a Elly Schlein la formula: «Siamo testardamente unitari» quanto a unità dell’Occidente. Mai subalterni però e giù con gli esempi che lo dimostrano, dalla Groenlandia a Sigonella e i trasporti passati chi se li ricorda più. La nostra posizione, comunque, «è identica a quella dell’Europa». Quanto a Israele, non ha forse l’Italia protestato per il divieto di accesso del cardinal Pizzaballa ai luoghi santi? Non si è espressa con fermezza dopo gli inaccettabili colpi contro la colonna italiana Unifil? Brutte storie, per carità. Magari però non proprio gli addebiti più pesanti a carico di Netanyahu.
MOLTO PIÙ DURO, tanto per cambiare, Sergio Mattarella. Poche ore dopo definirà
Leggi tutto: «Non indietreggiamo». Meloni non sa andare oltre la propaganda - di Andrea Colombo
Commenta (0 Commenti)Non voleva la tregua in Iran e non la rispetta in Libano. Netanyahu ordina un pesantissimo attacco in diverse città, compreso il centro di Beirut. Oltre 250 morti e mille feriti. Strage di civili: Israele spara su tutto compresi i soldati italiani dell’Unifil. Roma, ancora, «protesta»
Nient'altro che guerra Assalto violentissimo, caos nel paese: già 250 morti, strade intasate di civili in fuga, emergenza sangue negli ospedali, paura dei droni
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Soccorritori sul luogo di un raid aereo israeliano nel centro di Beirut – foto Hussein Malla/Ap
Bastano dieci minuti a chiarire che in Libano è un’altra storia. Dieci minuti di inferno. Sono le due e trenta circa. A Beirut si sentono varie esplosioni. Qualche minuto e poi è un continuo di sirene di ambulanze che si avvicinano e si allontanano. Il governo chiede ai cittadini di lasciare libere le strade che portano agli ospedali. Sono almeno sette i bombardamenti, in luoghi che non sono direttamente associabili a Hezbollah, in pieno centro, nell’ora di punta. Luoghi residenziali come Corniche al-Mazra, Ain Tineh; snodi come Daura, dove c’è una delle due stazioni più importanti della capitale; zone trafficatissime come Manara e Ain el-Mreisseh, sul lungomare di Beirut.
L’ODORE ACRE della polvere da sparo si sparge in un attimo per la città. «Non riesco a smettere di piangere» dice Rita in un misto di paura, rabbia e impotenza, ad Ain el-Mreisseh, da dove comincia il lungomare beirutino. I soccorritori si affannano per tirare fuori i vivi e i morti. Il traffico per strada rende i soccorsi ancora più difficili: sono in migliaia a volersi lasciare alle spalle la morte. Le strade che portano al nord del paese sono un fiume; le ambulanze fanno manovre impossibili, contromano, si infilano in corridoi provvidenziali. «Noi abitiamo a Dahieh (periferia sud di Beirut ndr) e nostra madre doveva essere operata oggi» racconta Hassan, tassista, trent’anni. «È stata ferita nei bombardamenti qualche giorno fa e oggi aveva l’operazione. Abbiamo messo insieme i soldi per operarla Dio sa come (in Libano la sanità è quasi interamente privata, ndr), ma oggi è stato impossibile». Nel tassì ci sono anche una madre e un figlio che scappano verso Tripoli, cercano alloggio, sperano di trovare qualcosa.
Altre due giornaliste uccise in servizio dal 2 marzo ad oggi: Ghada Dayekh, voce e reporter di radio Sawt Al-Farah, e Suzanne Khalil, di al-Manar. Una dozzina i soccorritori che hanno perso la vita. Gli attacchi a Beirut, così come quelli sul resto del paese, sono andati avanti anche dopo i dieci minuti di sangue. Nel tardo pomeriggio un palazzo di dieci piani nella residenzialissima Tallet al Khayyal è stato colpito.
IL BILANCIO PROVVISORIO di ieri sera è quello di un massacro: Beirut centro 92 morti, 742 feriti; Dahieh (Beirut sud) 61 morti, 200 feriti, Baalbek 18 morti, 28 feriti; Hermel 9 morti, 6 feriti; Nabatieh 28 morti, 59 feriti; Aley 17 morti, 6 feriti; Sidone 12 morti, 56 feriti; Tiro 17 morti, 68 feriti. Per un totale di 254 morti e 1165 feriti.
Nelle manovre di ieri in Libano, l’esercito israeliano ha colpito anche una colonna di mezzi del contingente italiano impegnato nella missione Unifil. Il ministro degli esteri italiano Antonio Tajani ha riferito che «i colpi di avvertimento israeliani hanno danneggiato un nostro veicolo, per fortuna nessun ferito ma la colonna è dovuta rientrare». Pochi giorni fa Israele ha distrutto 17 telecamere di monitoraggio lungo la Linea Blu (l’area di interposizione tra Libano e Israele). Sono innumerevoli gli episodi documentati di attacchi volontari ai caschi blu da parte di Israele dall’ottobre 2023 ad oggi.
IL MESSAGGIO di Tel-Aviv non poteva essere più chiaro: il Libano non è parte della tregua. L’operazione «pianificata da diverse settimane», come ha scritto il portavoce dell’esercito israeliano in Libano Avichai Adraee ieri su X, arriva però proprio a poche ore dalla sigla del cessate il fuoco nella guerra che Israele e Stati uniti hanno cominciato contro l’Iran. Per Donald Trump si tratta di «una scaramuccia distinta», quella libanese. Tehran considera però il cessate il fuoco in Libano parte essenziale dell’accordo, come ha precisato ieri il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, mentre il comandante della forza aerospaziale dei guardiani della rivoluzione ha dichiarato che «ogni aggressione contro Hezbollah è un’aggressione all’Iran». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto su X che «i termini del cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti sono chiari ed espliciti. Gli Stati Uniti devono scegliere: o il cessate il fuoco, o proseguire la guerra via Israele. Non possono avere
Commenta (0 Commenti)«Stanotte morirà un’intera civiltà». È scaduto l’ennesimo ultimatum di Trump all’Iran, accompagnato da minacce terribili, compreso l’uso dell’atomica. Il presidente ormai criticato anche da molti dei suoi. Onu ed Europa stanno a guardare. Il papa: inaccettabile
Sul filo Offensiva aerea a pieno regime, distrutta la sinagoga di Teheran. Il papa: «Obiettivi civili inaccettabili». E il paese si compatta
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«Stanotte un’intera civiltà morirà, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà», ha scritto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Una nuova alba si leva su un Iran ferito, confuso e furioso. Quella che molti iraniani speravano fosse una crisi isolata si è trasformata in un incubo. Gli attacchi coordinati da Stati Uniti e Israele violando qualsiasi linea rossa etica e umanitaria hanno sconvolto il Paese, innescando una reazione a catena di rabbia, ritorsioni e una drammatica escalation verbale.
A POCHE ORE dall’apocalisse annunciata dal presidente americano Trump gli iraniani agiscono con un misto di indifferenza e sfida. “Bisogna ammettere che purtroppo è già il mondo intero ad essere entrato nell’età della pietra, poiché la caratteristica di quest’epoca è l’assenza di etica, l’assenza di legge, l’assenza di impegni internazionali e il rifiuto di qualsiasi norma politica e razionale – di cui Trump è il simbolo principale», scrive il noto editorialista iraniano Abbas Abdi sul quotidiano Etemad.
QUALCUNO CHIEDE di fare scudi umani a protezione delle centrali elettriche e delle infrastrutture sensibili. Come se davvero le bombe americane e israeliane potessero fermarsi davanti ai loro corpi, come se la politica, per raggiungere il suo scopo, non infrangesse qualsiasi regola etica.
Il presidente iraniano Pezeshkian scrive nel suo account X che «oltre 14 milioni di iraniani hanno dichiarato la propria disponibilità a sacrificare la propria vita per difendere l’Iran. Anch’io sono stato, sono e sarò pronto all’estremo sacrificio per la Patria». Si riferisce alla sottoscrizione nella lista “Jan-Fada” – pronto a dare la vita -, un’espressione forte, usata per indicare lealtà totale al Paese, che in pochi giorni ha raggiunto oltre 14 milioni di sottoscrizioni.
Paradossalmente il linguaggio massimalista e le minacce di Trump hanno provocato una reazione di sdegno che sembra unanime, che comprende riformisti, falchi e persino alcune figure dell’opposizione. Se l’obiettivo di Washington era di incoraggiare il dissenso contro la Repubblica islamica, si potrebbe affermare che l’atteggiamento americano ha invece rafforzato una narrativa nazionalista.
IERI È STATA un ennesima giornata difficile per gli iraniani. Un edificio residenziale nel cuore della capitale è stato attaccato, secondo l’agenzia Mehr News, l’esplosione ha raso al suolo il palazzo e la sinagoga di Teheran che gli stava accanto. Un video di 12 secondi mostra soccorritori che camminano su cumuli di detriti, libri sacri distrutti e vetrate infrante. La comunità ebraica iraniana, che conta circa 20mila persone e vanta una presenza millenaria nel Paese ha definito l’atto «un oltraggio inaccettabile». La provincia di Alborz è stata la più colpita durante la notte di ieri: 18 morti, tra cui due bambini, e 24 feriti. A Shahriar, periferia ovest della capitale, un attacco a un quartiere residenziale ha ucciso 9 persone. A Pardis, a est di Teheran, i soccorritori hanno estratto sei corpi dalle macerie.
UNA NUOVA e inquietante strategia di guerra sta emergendo tra gli strateghi israeliani: prendere di mira le infrastrutture ferroviarie. L’esercito israeliano ha
Commenta (0 Commenti)Teheran consegna i suoi «10 punti»: no al «cessate il fuoco temporaneo», solo «permanente». Braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz, la guerra subisce una nuova escalation: colpiti impianti petrolchimici, università e zone civili. Trump: «Ce lo chiedono gli iraniani»
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I danni dopo gli attacchi aerei israelo-americani contro l'Università Shahid Beheshti, a Teheran – Ansa
Trump oscilla tra aperture negoziali e minacce estreme, arrivando a ipotizzare bombardamenti su infrastrutture strategiche come impianti energetici e ponti, oppure un’invasione terrestre delle isole iraniane nel Golfo Persico e la requisizione delle risorse petrolifere iraniane.
L’IRAN RISPONDE con altrettanta durezza, continuando a lanciare missili balistici contro i paesi vicini e paralizzando i commerci marittimi, promettendo ritorsioni su scala più ampia. Israele continua a prendere di mira gli impianti petrolchimici iraniani ed elimina uno dei vertici dell’intelligence, mentre gli sforzi di mediazione di Pakistan, Egitto e Turchia non producono risultati concreti.
La situazione rischia di degenerare completamente. A complicare ulteriormente le cose è il comportamento imprevedibile e altalenante del presidente americano, che in pochi giorni è passato dall’annuncio della completa sconfitta militare dell’Iran alla minaccia di attacchi massicci contro infrastrutture civili, per poi accennare a possibili accordi. L’incoerenza non è solo apparente: due giorni dopo aver dichiarato neutralizzata l’aviazione iraniana, Teheran ha abbattuto due velivoli militari statunitensi. La guerra sembra entrare in una nuova fase, con un’escalation delle minacce e dei combattimenti che coinvolgono Iran, Usa e Israele senza apparente riguardo per la vita e l’incolumità dei civili, e con danni significativi alle infrastrutture civili ed energetiche in entrambe le aree colpite.
Le forze israeliane hanno bombardato lunedì un importante impianto petrolchimico ad Asaluyeh, nel sud dell’Iran. L’attacco si inserisce in una strategia sistematica di colpi all’apparato industriale iraniano: appena due giorni prima, il più grande complesso petrolchimico del paese, situato a Mahshahr era stato colpito. Un raid israeliano nella notte tra lunedì e domenica ha ucciso Majid Khademi, capo dell’intelligence del Corpo delle Guardie rivoluzionarie,l’ennesimo caso di un alto dirigente iraniano assassinato.
LA MEZZALUNA ROSSA iraniana ha reso noto che dall’alba di ieri le forze aeree statunitensi e israeliane hanno preso di mira diverse aree civili della capitale. L’assalto alle università e ai centri di ricerca iraniani non conosce soste: nella notte tra il 5 e il 6 aprile i caccia e i bombardieri di Washington e Tel Aviv hanno colpito l’Università della Tecnologia Sharif, una delle principali istituzioni accademiche pubbliche di Teheran, classificata stabilmente tra le prime 500 al mondo e con una posizione di eccellenza nell’ingegneria petrolifera, settore in cui il portale Top Universities le assegna il ventesimo posto a livello globale. Tra gli altri siti colpiti figurano i quartieri di Città di Quds, Piroozi, Shahriar, Baharestan, il Boulevard Hejrat e la zona di Jajrood. Secondo l’agenzia di stampa Irna, gli attacchi hanno inoltre interessato gli aeroporti delle città di Urmia e Khoy, nel nordovest del paese.
Intanto cresce l’allarme sul bilancio umanitario. Il viceministro della Sanità iraniano Masoud Habibi ha denunciato che oltre 360 strutture mediche, sanitarie, educative e di ricerca sono state colpite dai raid aerei. Secondo i dati ufficiali 24 medici hanno perso la vita, 116 sono rimasti feriti e 44 ambulanze sono state messe fuori uso.
L’IRNA RIFERISCE che Teheran ha trasmesso al Pakistan la propria risposta – articolata in dieci punti – alla proposta americana per porre fine al conflitto. Il documento respinge l’ipotesi di un cessate il fuoco temporaneo, insistendo invece su una «fine permanente della guerra» a condizioni favorevoli all’Iran, che includerebbero la garanzia del libero transito nello Stretto di Hormuz, la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate e la revoca delle sanzioni. L’agenzia Reuters ha confermato che il Pakistan ha presentato alle due parti un piano in due fasi per il cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto. La Casa bianca ha tuttavia precisato
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