Detenuti senza accuse e torturati, Thiago Ávila e Saif Abu Keshek saranno espulsi da Israele che li ha sequestrati dieci giorni fa in acque internazionali a mille chilometri dalle sue coste. Erano a bordo di barche italiane della Flotilla. Che nella sua rotta per Gaza è ora in Turchia
Torneranno L’annuncio dell’intelligence agli avvocati: usciranno dall’Egitto L’arresto illegale e i maltrattamenti. «L’Italia chieda spiegazioni»
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Manifestazione per la Palestina e per la scarcerazione di Thiago Avila e Saif Abukeshek, Milano – (Foto di Marco Ottico/Lapresse)
Dieci giorni dopo essere stati prelevati dai soldati israeliani in acque internazionali mentre erano a bordo di una nave battente bandiera italiana della Global Sumud Flotilla, Thiago Ávila e Saif Abu Keshek passano dal carcere di Ashkelon a un centro di espulsione, e forse già oggi verranno rispediti nei loro paesi di origine. Le autorità di Tel Aviv non hanno annunciato ufficialmente la notizia, ma, durante la mattinata di ieri, lo Shabak (l’intelligence interna di Israele) ha comunicato la decisione all’ong Adalah, che ha offerto il proprio supporto legale ai due membri della Flotilla durante tutto il periodo della loro detenzione.
UN’ULTERIORE conferma è arrivata dal ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares, che ha informato dell’imminente liberazione Sally Issa, moglie di Abu Keshek. La svolta è venuta dopo diversi appelli contro quello che da subito è apparso come un atto arbitrario. Ci sono state diverse pressioni, anche da parte dell’Onu, su Israele, che però, di fatto, ha soltanto confermato il suo modus operandi per le situazioni del genere: detenzioni brevi e nessun processo vero e proprio. Ragioni di opportunità, in fondo. Tanti problemi diplomatici a fronte di nessun vantaggio chiaro.
«ACCOGLIAMO questa notizia come una vittoria della mobilitazione popolare e della pressione costante esercitata in tutto il mondo negli ultimi giorni – fanno sapere dalla Sumud -. Ma non smetteremo di insorgere finché Saif e Thiago non saranno finalmente a casa, sani e salvi». L’espulsione avverrà probabilmente attraverso il valico di frontiera di Taba, in Egitto. Poi da lì si organizzeranno i voli per il ritorno in patria. Proprio in queste ore sia il team legale della spedizione umanitaria sia i governi dei paesi d’origine dei due ormai ex detenuti sono al lavoro per il rientro. «Continueremo a chiedere spiegazioni all’Unione Europea per quanto accaduto – dicono ancora dalla Flotilla – e sanzioni immediate contro Israele per questo rapimento illegale e per le continue violazioni deldiritto internazionale e dei diritti umani del popolo palestinese».
L’ARRESTO del brasiliano Ávila e dello spagnolo-palestinese Abu Keshek è avvenuto a mille chilometri dalle acque territoriali israeliane e nei confronti dei due non
Leggi tutto: Thiago e Saif escono di prigione. Saranno espulsi da Israele - di Mario Di Vito
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Alla Biennale di Venezia 30 padiglioni sbarrati e migliaia in corteo ieri contro Israele, il genocidio e la militarizzazione dell’arte. In un’edizione gettata nel caos dal governo, oggi, giorno
di apertura ufficiale ma senza cerimonia, chiude invece definitivamente il padiglione russo
Arte e politica Una trentina i padiglioni chiusi. Tensioni con le forze dell’ordine al corteo ProPal
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Artisti del Padiglione Austria accampati sulla rampa del padiglione in segno di adesione allo sciopero pro Palestina – foto A. Merola/Ansa
La Biennale ha chiuso le sue porte per tutta la giornata di ieri. Una trentina di padiglioni nazionali ha risposto all’appello lanciato da Anga (Art not genocide alliance), collettivo indipendente di artisti e lavoratori del settore dell’arte, e ha sbarrato l’accesso alle esposizioni in segno di protesta contro il genocidio e il precariato. Scene mai viste in tutta la lunga storia della rassegna d’arte internazionale, quelle di ieri nei Giardini dell’Arsenale. Ingressi dei padiglioni sprangati mentre curatori, lavoratori, artisti e performer se ne stavano seduti per terra lì davanti reggendo cartelli in inglese e in altre lingue che riportavano frasi come «la Palestina è il futuro del mondo». Oppure: «Il precariato uccide l’arte». Visitatori, tutt’altro che infastiditi, chiacchieravano con i manifestanti facendo domande e solidarizzando con le loro richieste. Richieste che, per la prima volta, sposavano due questioni che solo apparentemente sono diverse: il precariato e la guerra.
«IL PRECARIATO dei lavoratori nel settore dell’arte è una piaga alla quale nessun governo ha voluto porre un freno – spiega davanti al padiglione olandese un attivista Anga, che chiede l’anonimato -. Dicono che non ci sono risorse ma i finanziamenti per la guerra e per supportare regimi genocidari come quello di Israele li trovano sempre. Per questo noi di Anga crediamo che manifestare per i propri diritti sindacali e nello stesso tempo chiedere il rispetto delle regole internazionali boicottando quei governi che le violano siano la stessa battaglia. Una battaglia internazionale perché coinvolge tutti gli Stati del mondo. La Biennale d’arte di Venezia in questo senso è un perfetto palcoscenico».
E IL PALCOSCENICO si è riempito di oltre tremila persone, quando, verso le 17, i manifestanti sono usciti dalle aree espositive e si sono radunati in via Garibaldi, raggiunti da attiviste e attivisti veneziani, per formare tutti assieme un lungo corteo internazionale diretto verso le Tese dell’Arsenale, dove ha trovato un muro di polizia in assetto antisommossa ed è scoppiato qualche tafferuglio. Una manifestazione coloratissima, dove le bandiere dei sindacati sventolavano assieme a quelle della Palestina. Tutti dietro al grande striscione con la scritta «No art washing genocide». Riferimento diretto al contestato padiglione di Israele che proprio ieri è stato
Leggi tutto: Contro genocidio e precariato, la protesta ferma la Biennale - di Marco Bottazzo
Commenta (0 Commenti)L’Iran prepara la risposta all’ultima proposta di Trump per riaprire lo stretto di Hormuz. Ma un’ora prima della notizia del possibile accordo, qualcuno ha scommesso un miliardo di dollari sul ribasso del prezzo del petrolio. La guerra è un affare per speculatori
Il nero vince Poco prima dell’annuncio, alle 3:50 del mattino, qualcuno investe al ribasso. E realizza
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Una nave cargo all’ancora nello Stretto di Hormuz – Foto Ap
Che l’uranio e la libertà del popolo iraniano c’entrassero poco con l’ultima guerra americana era chiaro fin dall’inizio. Certo, c’è Israele e la sua volontà di consolidare il proprio dominio regionale. Ma non basta. Gli Stati Uniti oggi producono abbastanza petrolio da esportarlo, e la crisi del Golfo – con la chiusura di Hormuz – ha finito per favorire, guarda caso, proprio le big oil americane. Manca però un tassello: chi conosce in anticipo mosse e annunci del tycoon sta facendo soldi a palate. È già successo con il sequestro di Maduro, con i dazi, con i tecnologici e con le criptovalute. Ed è successo in modo clamoroso anche questa volta. Ormai è un metodo di governo.
L’ULTIMO CASO è stato ricostruito dal settimanale finanziario The Kobeissi Letter in un post su X. È l’alba di mercoledì scorso: senza notizie rilevanti, vengono aperti 10.000 contratti «short» – vendite allo scoperto per lucrare sul calo dei prezzi – pari a 920 milioni di dollari nominali. Un volume anomalo per quell’ora. 70 minuti dopo, Axios pubblica la notizia-scoop di un presunto accordo in «14 punti» tra Stati Uniti e Iran. Si fa giorno, il prezzo del greggio è già crollato del 12%, generando un profitto di 125 milioni in poche ore per chi aveva scommesso al ribasso. Una tempistica da orologio svizzero.
Sul fronte opposto, questa volta Teheran punta il dito contro Axios e il suo giornalista Barak Ravid, accusato di aver annunciato cinque volte in 19 giorni un accordo «imminente» mai arrivato – e ogni volta i corsi del greggio precipitavano per un giorno. Per la tv di Stato iraniana, quelle indiscrezioni avrebbero alimentato la volatilità, favorendo «gli amici nel governo Usa». Ravid, d’altra parte, da anni tra i cronisti più informati su Washington e Tel Aviv, è passato da giornalista «ben introdotto» a voce quasi ufficiale del potere. L’informazione è parte della guerra, ma ora anche un mezzo per far fare soldi.
Intanto, secondo Abc News, il Dipartimento di giustizia e la Commodity Futures Trading Commission starebbero analizzando operazioni sospette per oltre 2,6 miliardi di dollari di transazioni effettuate pochi minuti prima degli annunci presidenziali su guerra, tregue e rinvii militari. Il 23 marzo, 15 minuti prima che Trump comunicasse il rinvio degli attacchi alla rete elettrica iraniana, qualcuno ha puntato 500 milioni sul ribasso del greggio e ha vinto. Il 7 aprile, altre scommesse per 960 milioni poche ore prima del cessate il fuoco temporaneo, fino al caso di mercoledì. «È un’economia predatoria, l’odore di corruzione è insopportabile», ha scritto Paul Krugman su Substack, avvertendo che la presenza di operatori con informazioni privilegiate rischia di minare la fiducia nel mercato dei futures, che dovrebbe ridurre l’incertezza anziché moltiplicarla.
MA IL PUNTO è anche un altro: come si forma davvero il prezzo del petrolio? La chiusura di Hormuz ha inciso sull’offerta, certo. Ma gli Stati Uniti – oggi primi esportatori mondiali davanti all’Arabia Saudita – hanno compensato parte del deficit. Il resto lo fanno le scommesse. La quasi totalità delle operazioni non riguarda barili reali, ma «petrolio di carta»: futures e opzioni. Gli speculatori comprano contratti puntando sul rialzo (long) o li vendono scommettendo sul ribasso (short), senza alcuna intenzione di ricevere fisicamente il greggio. Questa massa di denaro influenza il prezzo reale molto più dei flussi fisici. E la speculazione amplifica la volatilità: basta un allarme su Hormuz, un attacco a un impianto, un annuncio del tycoon, per generare oscillazioni violente.
È UN CIRCUITO che si autoalimenta: guerra, rischio di strozzature, aumento della domanda di petrolio americano, balzo dei prezzi, nuove scommesse. Un meccanismo che negli ultimi mesi ha favorito i produttori Usa e, in misura diversa, anche la Russia, insieme – come si è visto – a investitori «bene informati». Secondo il Financial Times, le compagnie petrolifere Usa potrebbero incassare fino a 63 miliardi di extraprofitti. Ma la distribuzione resta squilibrata: nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il 50% dei guadagni da combustibili fossili è finito all’1% più ricco d’America, mentre il 50% più povero ha ricevuto appena l’1%. Anche oggi lo scenario è simile, come mostrano i prezzi alla pompa, aumentati di oltre il 30%.
PETROLIERI, BANCHE, speculatori, «insider». Non il popolo, che paga la guerra con inflazione e caro carburante. La partita nel Golfo è ancora aperta, ma ciò che accadrà non dipende solo dalla Casa Bianca: il baricentro resta nell’equilibrio tra lobby finanziarie, petrolifere e industria degli armamenti.
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Combattimenti conclusi, il fallimentare Project Freedom bloccato dopo 48 ore: ci sarebbe il testo di un accordo tra Usa e Iran. Incapace di uscirne, all’improvviso Trump prova a fermare la sua stessa guerra
La guerra grande Stop al fallimentare Project Freedom dopo sole 48 ore: c’è il testo di accordo tra Usa e Iran. Che riporta tutti a prima della guerra
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Murale anti-statunitense a Tehran
Il presidente americano Donald Trump annuncia la sospensione del Project Freedom, il piano di scortare le navi fuori dallo Stretto di Hormuz, con il rituale messaggio su Truth Social. Trump scrive che, su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, il progetto viene sospeso temporaneamente. La sospensione, afferma il presidente americano, è finalizzata a verificare se l’accordo completo con l’Iran possa essere concluso, mantenendo il blocco in vigore. E un accordo ci sarebbe, ne riferisce l’informatissimo Axios: una paginetta di memorandum of understanding, proposto dagli Usa e ora all’esame dell’Iran. Poche ore dopo, il presidente americano torna alla carica, sempre attraverso il suo social: «Se l’Iran accetta l’accordo, la campagna militare terminerà e lo Stretto di Hormuz verrà aperto a tutti i Paesi, compreso l’Iran. In caso di rifiuto, riprenderanno i bombardamenti, ma a un livello superiore».
Trump ha fatto dichiarazioni simili oltre 40 volte dall’inizio del conflitto, e si sono sempre rivelate affermazioni unilaterali senza una vera accettazione dell’altra parte, un rito tristemente usuale dei poteri occidentali sulla pelle dei Paesi mediorientali.
A PRESCINDERE dalla veridicità delle affermazioni e dai contenuti del possibile accordo, si può affermare che il Project Freedom americano, concepito in tutta fretta per forzare il traffico navale nello Stretto di Hormuz, si è rapidamente rivelato un banco di prova fallimentare per l’amministrazione di Donald Trump. Non tanto per mancanza di mezzi quanto per l’incapacità di tradurre la superiorità militare in controllo del terreno. Scortare due navi bloccate su duemila in tre giorni (c’è chi dice 6, ma non cambia molto) non è una dimostrazione di forza ma l’ammissione di impotenza operativa.
La posizione americana è diventata ancora più fragile a causa della continuità degli attacchi iraniani. Lo Stretto di Hormuz è stato indicato come una linea rossa, non negoziabile, e il messaggio dell’Iran è apparso chiaro e coerente. Questa determinazione su un punto strategico vitale ha rischiato di trasformare l’azione americana in un gioco a somma negativa. Washington ha scoperto, forse troppo tardi, che la deterrenza non funziona quando l’avversario è disposto ad accettare l’escalation.
MA IL VERO NODO non è militare, è politico. Sembra evidente che la crisi del Golfo Persico è diventata anche un problema domestico immediato negli Stati Uniti. L’aumento dei prezzi del carburante ha eroso rapidamente il consenso del presidente e con esso la sua capacità di sostenere un’operazione lunga e incerta.
L’ACCORDO PROPOSTO dagli americani, come lo descrive Axios, sembra prevedere l’accettazione da parte dell’Iran di una moratoria sull’arricchimento nucleare (12-15 anni), la revoca delle sanzioni e il rilascio dei fondi congelati dagli Stati uniti, nonché la rimozione delle restrizioni di entrata nello Stretto di Hormuz. Dopo 30 giorni di negoziati, le parti si incontreranno per un accordo finale.
Rimangono profonde incertezze ma i segnali odierni potrebbero essere incoraggianti e lo stesso Trump alla Pbs americana dice: «potremmo firmare prima del mio viaggio in Cina». La scelta di «mettere in pausa« l’azione di scorta militare alle navi, giustificata ufficialmente con i progressi diplomatici, appare quindi meno come un atto strategico e più come una necessità. Il ricorso alla narrativa negoziale serve a coprire una ritirata politica, resa inevitabile da un intreccio di inefficacia sul campo e di pressione interna. L’ostacolo principale dei negoziati consiste nell’atteggiamento americano, che fino a ora (forse anche adesso) è stato quello di imporre le proprie soluzioni senza compromessi, in virtù di una posizione di forza. Ma alcuni equilibri non possono essere forzati con
Leggi tutto: La frenata di Trump: combattimenti finiti, scorta navale fermata - di Francesca Luci
Commenta (0 Commenti)Alla vigilia della visita in Vaticano, domani, del segretario di Stato Rubio per tentare di riaprire il dialogo, Trump attacca nuovamente il papa: «Con lui i cattolici sono in pericolo». Netta la replica di Leone: «Se vuole criticarmi lo faccia con la verità»
Santa pazienza Donald Trump allarga lo strappo con la Santa sede a sole 48 ore dalla visita del segretario di Stato Marco Rubio in Vaticano
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Il Segretario di Stato Marco Rubio parla ai media presso l'Ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede a Roma – Gregorio Borgia/LaPresse
A quarantotto ore dalla visita del segretario di Stato Marco Rubio in Vaticano, organizzata proprio per ricucire lo strappo fra la Casa bianca e Leone XIV, il presidente Usa è tornato ad attaccare il Papa. In un’intervista all’emittente conservatrice Salem News lo ha accusato di «mettere in pericolo molti cattolici e molte persone» con le sue posizioni sulla guerra in Iran, aggiungendo che al papa andrebbe benissimo se l’Iran avesse un’arma nucleare.
L’UDIENZA CON RUBIO è fissata per le 11.30 di giovedì 7 maggio nel Palazzo Apostolico; nel programma sono previsti anche colloqui con il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e, il giorno successivo, con la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Una missione che tutti i media Usa hanno già ribattezzato «del disgelo», un’etichetta che dice tutto sul punto di partenza: quello di un gelo profondo, senza precedenti, tra un’amministrazione statunitense e la Santa Sede. La frattura si è aperta sulle posizioni di Prevost contro la guerra in Iran e contro la politica di deportazioni di massa tanto cara a Trump, e si è allargata settimana dopo settimana con una sequela di attacchi da parte dell’amministrazione che non ha eguali nella storia recente dei rapporti tra Washinton e Vaticano.
IL PROBLEMA è che Trump non sembra intenzionato a lasciare che il ghiaccio si sciolga. Tutto lasciava pensare che si stesse tentando di ricucire lo strappo, ma a poche ore dall’arrivo del segretario di Stato a Roma il tycoon è tornato all’attacco.
Non è la prima bordata, e nemmeno la seconda: Trump aveva già scritto su Truth che il Papa «è debole in materia di criminalità» e «pessimo in politica estera», rivendicando in modo bizzarro il merito della sua elezione: «Se io non fossi alla Casa bianca, Leone non sarebbe in Vaticano». Aveva poi dichiarato di preferire il fratello del Papa, Louis Prevost, perché «è totalmente Maga».
LEONE XIV HA RISPOSTO con calma, dicendo di non avere paura dell’amministrazione Trump, e che continuerà a schierarsi contro la guerra. Mentre ieri la replica di Prevost è stata lapidaria: «Il ruolo della chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi lo faccia con la verità».
Nel frattempo, con una tempistica che di casuale ha poco, Leone XIV ha fatto tre nomine episcopali negli Stati uniti che sembrano uscite da un seminario di resistenza
Leggi tutto: «Cattolici in pericolo con Leone» - di Marina Catucci
Commenta (0 Commenti)Scorta armata per uscire da Hormuz, scatta l’operazione Project Freedom e nel Golfo è subito clima di battaglia navale. Duemila imbarcazioni intrappolate ma nessun armatore osa muoversi e l’Iran lancia missili di avvertimento. Trump non sa più come uscire dalla sua stessa rete
Stretto è la via Il Project Freedom americano per le navi intrappolate, dall’Iran colpi di avvertimento
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Navi nello Stretto di Hormuz, in Iran
In un’escalation delle tensioni, il cessate il fuoco in Medio Oriente appare sempre più fragile. Nel tardo pomeriggio di ieri Abu Dhabi ha affermato che droni e missili iraniani hanno colpito la città di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, provocando un incendio nella zona industriale petrolifera. La difesa aerea emiratina ha intercettato tre missili, mentre un quarto è caduto in mare. L’agenzia di stampa della radiotelevisione iraniana, citando un alto funzionario militare, ha affermato che l’Iran non aveva alcun piano per prendere di mira gli Emirati.
Pochi giorni fa Axios aveva rivelato che Israele aveva fornito ad Abu Dhabi il sistema Iron Dome, con propri operatori militari, per intercettare attacchi iraniani. Le divergenze tra Emirati Arabi e Iran nascono da una lunga rivalità per il controllo e l’influenza nel Golfo Persico, alimentata da dispute territoriali e visioni opposte della sicurezza regionale. A questo si aggiunge una relazione ambigua fatta di forti legami commerciali che convivono con una profonda diffidenza politica e militare.
TEHERAN, IERI ha definito «delirio» il Project Freedom lanciato dal presidente Trump per far uscire le navi intrappolate nel Golfo. Il generale Ali Abdollahi, comandante del quartier generale centrale iraniano, ha ammonito: «Avvertiamo le forze armate straniere, in particolare l’esercito aggressore degli Stati Uniti, che se tenteranno di avvicinarsi o entrare nello Stretto di Hormuz verranno attaccati».
Il “Progetto Libertà” è stato annunciato da Trump come un gesto «umanitario» per scortare fuori dallo Stretto di Hormuz le molte centinaia di navi di paesi terzi estranei al conflitto mediorientale, rimaste bloccate nel Golfo Persico. Il gesto è stato motivato dalla situazione critica degli equipaggi, che dopo due mesi sono a corto di viveri e rifornimenti.
TUTTAVIA, lunedì mattina, in un comunicato, l’esercito iraniano ha dichiarato di aver lanciato un avvertimento ai cacciatorpediniere americani dopo averli «monitorati e identificati nell’area dello Stretto di Hormuz, aprendo il fuoco di avvertimento nella zona di navigazione delle navi». Il comando americano (Centcom) in seguito ha affermato che due cacciatorpediniere statunitensi sono entrati nel Golfo Persico attraversando lo Stretto di Hormuz e che, sotto la loro scorta, anche due navi commerciali battenti bandiera americana hanno effettuato il passaggio. Teheran, immediatamente dopo, ha smentito la notizia e ha ribadito che «nessuna nave commerciale o petroliera ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». In seguito, anche l’affondamento di 6 imbarcazioni veloci iraniane dichiarato dal Centcom è stato smentito dall’Iran.
IL JOINT Maritime Information Center (Jmic) ieri ha annunciato l’istituzione di una «zona di sicurezza rafforzata» a sud delle rotte di navigazione prebelliche che attraversavano lo Stretto di Hormuz. Il nuovo percorso prevederebbe il transito delle navi attraverso le acque territoriali dell’Oman.
Parallelamente, il comando militare iraniano ha ribadito che le navi in passaggio devono coordinarsi con le autorità di Teheran. «Garantiremo la sicurezza dello Stretto di Hormuz e informeremo tutte le navi di astenersi da qualsiasi tentativo di transito senza il coordinamento delle forze armate iraniane di stanza nello Stretto di Hormuz, al fine di non compromettere a loro sicurezza», ha dichiarato il generale Ali Abdollahi.
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