Campo di battaglia Sulle armi a Kiev Pd, M5S e Avc presentano risoluzioni separate Ma ribadiscono il no al Piano della Nato e alle spese militari
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Giuseppe Conte e Elly Schlein al termine del confronto "C'è alternativa?", nell'ambito della seconda edizione de 'La Manifestival', a Roma – Ansa/Maurizio Brambatti
Uniti sulle misure economiche e il Documento programmatico di finanza pubblica, divisi sulle risoluzioni che accompagnano le comunicazioni al parlamento di Giorgia Meloni in occasione del Consiglio europeo. Il campo progressista infila due giorni di confronto solo parziale. In entrambe le occasioni si parla anche di guerra e riarmo. Ieri si è arrivati al rigetto dell’aumento delle spese militari: il testo invita a «riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento che insistono sul bilancio dello Stato». Oggi si procede in ordine sparso in chiave Ue, per il solito motivo: l’impossibilità di arrivare a una sintesi sulle armi a Kiev. Su questo punto, dicono alcuni testimoni, il confronto non è mai partito: resta la consapevolezza della distanza tra le parti fondatrici della coalizione.
GIÀ NEL POMERIGGIO, Giuseppe Conte prova a intestarsi i risultati positivi e a pungolare il Partito democratico sulle divisioni. «Siamo veramente orgogliosi di aver compattato le opposizioni sul nostro no al riarmo – afferma il leader del Movimento 5 Stelle – La ricetta è chiara dobbiamo recuperare i soldi dal riarmo, dagli extra profitti di banche e colossi energetici per investire nella sanità, nell’istruzione per abbassare i salari reali, venire incontro a famiglie e imprese che sono in difficoltà per il caro vita e il caro bollette».
Scatta il solito gioco delle parti: «Sulla Nato i riformisti hanno ceduto a Conte», attacca da Azione Elena Bonetti. Il passaggio cui si riferisce l’ex premier, tuttavia, non è inedito e non riguarda solo i 5 Stelle. Più d’uno fa notare che già la risoluzione unitaria dello scorso mese di agosto, quella che certificava il no allo scostamento di bilancio per la difesa e il fondo Safe, conteneva un passaggio analogo, seppure nelle premesse. In quell’occasione non venne messa ai voti perché, da regolamento, venne fatta decadere dopo l’approvazione del testo di maggioranza: così non emerse il dissenso della destra dem. Adesso, dicono i pontieri, Pd, M5S, Avs e anche Italia viva e +Europa, hanno varato un documento ampio e articolato in diversi punti che è l’embrione di un programma di politica economica alternativa. Un passetto avanti, insomma.
CONTE NE APPROFITTA per ribadire la linea uscita da Nova. La stessa che, ci tengono a far notare, informa la posizione della risoluzione pentastellata. «In Ucraina abbiamo sperimentato, ormai sono quattro anni e mezzo, la ricetta che ci è stata proposta dagli Stati uniti dalla Gran Bretagna – scandisce – Quella ricetta non ha funzionato perché abbiamo avuto solo morti, distruzioni e una prospettiva di una ricostruzione del paese che è in grandissima sofferenza. Peraltro adesso gli Stati uniti ci hanno completamente spiazzato perché in modo irresponsabile Trump ha fatto un accordo con Putin. Questo evidentemente è irresponsabile, perché la Russia è l’aggressore, lo abbiamo sempre detto. Noi siamo per le sanzioni economiche, finanziarie, siamo per sostenere l’Ucraina.
Però riteniamo che il modo migliore per sostenerla è impegnarsi in un negoziato che qui nessuno vuol fare». Poi usa una formula, più retorica che concreta perché le parti non si sono neppure sedute al tavolo: «In queste ore stiamo lavorando, confido che questo tentativo funzioni anche sul passaggio del conflitto in Ucraina e possa compattare tutte le opposizioni». Da Francesco Boccia arrivano parole di buona volontà che registrano la distanza su Kiev: «L’unità delle opposizioni è un patrimonio che abbiamo costruito e che vogliamo rafforzare – spiega il capogruppo Pd al senato – Ma unità non significa uniformità. Sulla politica estera e sul Consiglio europeo è giusto che ciascun partito esprima le proprie posizioni, anche alla luce delle diverse appartenenze alle famiglie politiche europee». Nicola Fratoianni sottolinea l’intesa sul Dpfp e considera scontata la divergenza su Ue e Ucraina, tema sul quale c’è da lavorare.
DAL NAZARENO il responsabile esteri Peppe Provenzano la mette così: «Ci sarà convergenza reciproca sulla quasi totalità delle questioni, ma il nodo Ucraina non si scioglie dalla sera alla mattina in un passaggio parlamentare. Come detto dai leader nei giorni scorsi, una soluzione rispettosa del diritto internazionale si troverà al tavolo politico della coalizione». Intanto si apprende che i diversi dipartimenti del Pd avrebbero ricevuto la richiesta da Elly Schlein di formulare cinque proposte da inserire nel programma da portare all’esame congiunto della coalizione.
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Sciocco energetico Nel Mar Rosso gli Houthi colpiscono l’aeroporto di Riyadh e bloccano l’Arabia saudita. Superpetroliera in fiamme a Hormuz. La "tregua del diesel" con Putin fa infuriare l’Europa strozzata dal caro-energia. Trump sacrifica mezzo mondo al voto di medio termine, per pochi centesimi in meno al gallone
Sciocco energetico Gli Houthi colpiscono il maggior aeroporto dei Salman e un supertanker fantasma a Hormuz: lasciati soli, i re del petrolio sono in crisi
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Passeggeri cercano riparo nell'aeroporto internazionale King Khalid di Riad, in Arabia Saudita – Ministero dell'Informazione saudita via AP
L’Arabia Saudita ha speso circa 83 miliardi di dollari per la difesa nel 2025, il 6,5% del Pil. È l’ottavo bilancio militare al mondo, investito soprattutto in hardware grande e vistoso come i caccia F-15 ed Eurofighter Typhoon. Il Regno è protetto da Patriot e Thaad e ha appena ottenuto l’approvazione per 48 caccia stealth F-25. Eppure le difese aeree saudite non sono riuscite a fermare la raffica di missili e droni che ha coperto oltre mille chilometri senza alcun preavviso.
Secondo alcune fonti, gli Houthi hanno lanciato prima diversi droni per aprire la strada ai missili da crociera e balistici. Patriot e altri sistemi sauditi non sembrano aver neutralizzato i balistici con testate capaci di cambiare traiettoria in volo. Il bilancio dell’attacco houthi all’aeroporto internazionale Re Khalid di Riyad è di almeno 13 morti e oltre 300 feriti.
QUELLO CHE A RIYAD sembrava poco credibile è diventato realtà. «Blocco per blocco» recitava il primo annuncio di Ansar Allah, il movimento houthi, dopo la ripresa delle operazioni che ha portato alla conquista di Mocha, del distretto di Dhubab e di Bab el-Mandeb, lungo la costa settentrionale del Mar Rosso, e al controllo della maggior parte della periferia di Taiz. Allora l’idea che gli Houthi potessero «bloccare» l’Arabia Saudita, che da anni tiene sotto assedio Sanaa, sembrava remota. Dopo l’attacco all’oleodotto Est-Ovest, che per giorni ha paralizzato le esportazioni saudite (ora l’Arabia saudita assicura che convertirà un gasdotto per trasportare ulteriori 10 milioni di barili al giorno di greggio) e quelli agli aeroporti, la strategia è chiara ed è politica e psicologica. Se Riyad ostacola import ed export di Sanaa e ne impedisce il traffico aereo, nemmeno i sauditi dovranno poter commerciare liberamente né far operare i propri scali.
Il costo per il Regno è già pesante. In tutti gli aeroporti sauditi le cancellazioni dei voli hanno raggiunto il 46,4%, secondo Cirium, società di analisi dati del settore aeronautico. Opsgroup consiglia di evitare del tutto il corridoio aereo meridionale del Medio Oriente e di scegliere, per le rotte Europa-Asia, quello via Asia centrale. Lufthansa ha cancellato i voli per Riyad fino al 16 ottobre, Air France-Klm ha prolungato la sospensione fino a fine mese, Etihad ha esteso le cancellazioni e Delta ha rinviato l’Atlanta-Riyad da ottobre 2026 a marzo 2027. Il Pil reale saudita dovrebbe contrarsi del 3,6% quest’anno, e restano in bilico gli eventi in programma a Riyad questo mese, tra cui la conferenza sugli investimenti e il Wpc Energy Congress.
GLI HOUTHI HANNO un bilancio stimato in circa 4,5 miliardi di dollari l’anno, di cui non si sa quanto vada alle armi, eppure riescono a infliggere ai sauditi costi enormi. In questa campagna asimmetrica non devono «vincere». Basta rendere la guerra costosa per Riyad nel lungo periodo. Sotto pressione militare, inoltre, tendono a salire di livello anziché arretrare, e non sembrano disposti a fermarsi finché le richieste principali non saranno soddisfatte. Costruire una deterrenza stabile è difficilissimo. Senza una svolta drammatica sul campo, gli attacchi continueranno.
Anche per questo le richieste del Regno alla Casa Bianca di un impegno più attivo si fanno insistenti, nonostante le parole del ministro dell’Energia Abdulaziz bin Salman alla Conferenza internazionale sull’energia, secondo cui «la paura non trova posto nel lessico saudita». Washington fornisce già intelligence, individua obiettivi e pianifica l’offensiva guidata dai sauditi, ma non partecipa agli attacchi diretti. Un intervento americano potrebbe spingere gli Houthi a bloccare Bab el-Mandeb, ostacolando i flussi di petrolio dal Golfo Persico già ridotti ai minimi.
IL MINISTERO DEGLI ESTERI di Teheran ha offerto la mediazione tra Riyad e Sanaa, ma a Hormuz la tensione resta altissima. L’Iran sembra intenzionato a sabotare il sistema di navette gestito da Paesi arabi con il sostegno della Marina statunitense, che ha permesso di continuare a esportare petrolio nonostante la chiusura dello stretto. La marina dei Guardiani della Rivoluzione ha annunciato di aver colpito un supertanker che aveva spento il transponder dentro lo stretto di Hormuz – è il terzo annuncio di questo tipo in due giorni, la nave è effittivamente in fiamme. E il capo della sicurezza iraniano, Mohsen Rezaei, ha dichiarato che le navette sono ora un obiettivo esplicito e ha accusato l’Arabia Saudita di aiutare gli Stati Uniti ad aggirare le restrizioni imposte da Teheran, senza però minacciare direttamente Riyad.
IL DIRETTORE ESECUTIVO dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, ha dichiarato che l’umanità sta affrontando la più grave crisi energetica della sua storia. A oltre sette mesi dallo scoppio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la situazione resta in stallo e non si intravede una via d’uscita. Il conflitto coinvolge ora direttamente il più grande esportatore di petrolio, l’Arabia Saudita. Le scorte globali si riducono rapidamente. I Paesi del G7 hanno attinto alle riserve strategiche di emergenza, ma il sollievo è stato solo temporaneo e l’economia mondiale continua a risentirne.
L’ARABIA SAUDITA si era in gran parte isolata dalle conseguenze peggiori della guerra tra Usa e Iran. L’ingresso degli Houthi ne espone ora le vulnerabilità, e il rischio supera la regione. Se la crisi si prolungasse e colpisse insieme Hormuz e Bab el-Mandeb, uno shock regionale diventerebbe un problema strutturale per energia e commercio, con effetti su trasporti, industria e bollette. Non basterà guardare al prezzo del petrolio. Vanno seguiti esportazioni energetiche, traffico marittimo, costi assicurativi, carburanti raffinati e inflazione. Un peggioramento simultaneo segnalerebbe rischi destinati a durare oltre la fine delle ostilità.
Commenta (0 Commenti)Questo Lunedì Rosso si muove lungo la ricerca di un’alternativa, ritrovandone l’energia più autentica nella grande partecipazione alla manifestival.
È un percorso che lega le pratiche quotidiane sul territorio – dal diritto all’abitare ai fermenti nelle università – alla dimensione globale segnata dai costi della guerra.
Senza dimenticare – a cento anni dalla nascita di Foucault – gli strumenti del pensiero critico, per ricordarci che il campo si allarga davvero solo dove la politica torna a radicarsi nella vita reale.
Nella foto: La tendopoli in Puerta del Sol, a Madrid, contro la crisi abitativa e il carovita degli affitti in Spagna, dedicata a Maricarmen Abascal, l’anziana di 87 anni deceduta pochi giorni dopo lo sfratto. (Ricardo Rubio/Europa Press)
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Piccoli passi I leader del centrosinistra tornano insieme sul palco del manifesto. E assicurano: «Programma in due settimane». Poi il valzer delle primarie: nessuno le vuole ma si faranno. Restano distanze sulle armi a Kiev: «Chiudiamoci in una stanza e troviamo un accordo»
Piccoli passi I leader alla festa del manifesto, sull’Ucraina sintesi faticosa. «Ma non ci divideremo»
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Roma, alla Manifestival – foto di Sara Nicomedi
Il programma? «Ce la faremo a chiudere entro qualche settimana», dice Giuseppe Conte. La platea del teatro Palladium di Roma urla «Nooooo», «Lo vogliamo prima», il leader 5 stelle prova a calmarli: «Fateci lavorare, serve un confronto serio», Elly Schlein, seduta di fianco a lui, sorride. Poi Conte rilancia: «Un paio di settimane e chiudiamo». Applausi.
ISTANTANEE DALL’INCONTRO tra i leader del centrosinistra («Campo largo è una denominazione da abolire», chiede Bonelli) alla festa del manifesto, dal titolo «C’è alternativa», ieri pomeriggio a Garbatella. Ci sono tutti, compreso Riccardo Magi di +Europa, al suo debutto in un dibattito nel formato a 5. Il direttore Andrea Fabozzi li incalza sulle due questioni fondamentali che li dividono, l’Ucraina e le primarie. E sui gazebo scatta la seconda “insurrezione” delle tante persone in sala: «Non le vogliamoooo». A sentire i leader, almeno ieri, non le vorrebbero neppure loro. Eppure «si faranno», assicura Conte, «in modo non divisivo e non come cedimentio alla “capocrazia”». «Colpa della legge elettorale voluta dalla destra che impone di indicare il candidato premier», concorda con Schlein. Come dire: siamo obbligati. L’ex premier ribadisce, per la prima volta di fronte alla segretaria del Pd, di averle proposto un terzo nome, ma che ormai la questione è archiviata. Lei spiega il suo no: «Hanno provato a cacciarmi dal giorno in cui sono stata eletta segretaria. Non siamo arrivati fino qui per farci raccontare dai soliti che si vince al centro e forse sarebbe meglio un qualche leader più rassicurante per certi interessi o disponibile alle larghe intese. In questi vent’anni ci hanno fatto perdere sempre così, quindi è ora di cambiare».
TUTTI CONCORDANO sul rischio che indicare il leader prima del voto sia una sorta di accettazione del premierato voluto da Meloni. Eppure sono consapevoli che indicare uno di loro metterebbe a rischio la tenuta della coalizione. «Io ho fatto il premier due volte, la terza non mi aggiungerebbe nulla», dice Conte ostentando distacco. «Ma la mia comunità ha fatto una netta scelta di campo, ci abbiamo lavorato tanto, ora non possiamo fare una scelta aprioristica sul leader se vogliamo portare a votare il maggior numero di persone possibili». Tradotto: se concedo la guida a Schlein senza combattere perdo troppi voti. Lei incassa: «È la prima volta che siamo alleati alle politiche, se le primarie sono utili a tenere insieme la coalizione io sono disponibile».
È UN DIFFICILE GIOCO di equilibri, che alla fine va bene anche a Bonelli, Fratoianni e Magi, desiderosi di uscire da questo dibattito infinito e di concentrarsi, dicono, «su quello che vogliamo fare per la cambiare la vota delle persone». «Io ho fatto il fioretto di non parlare più della leadership finché la questione non sarà risolta. Ma prima vengono l’unità e il programma, per il resto si faccia quello che si può. Ricordando che chi vince le primarie non comanda, semmai guida e coordina una squadra», avverte Fratoianni.
ALLA RICHIESTA di assicurare che non ci saranno divisioni alle politiche, tutti sono d’accordo. Anche Conte, considerato il primo sospettato per una eventuale rottura: «C’è l’impegno di tutti a lavorare insieme, non consentiremo a Meloni di stare al governo altri 5 anni». Gli altri applaudono e tirano un sospiro di sollievo. Soprattutto Schlein, che per tutto il pomeriggio ha ripetuto il suo mantra delle «4850 cose che abbiamo in comune», ribadendo la citazione di Daniele Silvestri che ormai l’accompagna da mesi. «Il programma abbiamo iniziato a scriverlo nell’agosto del 2023 con il salario minimo, c’è già una visione condivisa, ora dobbiamo affinare e trovare una sintesi alta su quello su cui non siamo d’accordo». «Dobbiamo fare presto», ammette Schlein, che finora aveva frenato aspettando che i centristi trovassero una sintesi al loro interno. Ma ormai consapevole che, come dice Fratoianni, «non c’è più tempo da perdere, la gente è stufa di aspettare». «Io sono pronto a scriverlo anche oggi, restiamo qui al Palladium», scherza dal palco. La platea lo incoraggia.
IL NODO UCRAINA è il primo ad essere affrontato, partendo dalla discussione lanciata sul manifesto da Francesco Strazzari. «Siamo in condizione di trovare un accordo pur nella diversità delle nostre posizioni. Restiamo chiusi in una stanza anche una notte intera, e facciamo presto, l’importante è che usciamo da lì uniti», dice Schlein, che insieme a Magi, ribadisce la necessità di un negoziatore europeo e di continuare a sostenere Kiev anche con le armi. «Non possiamo abbandonare gli ucraini», dice il segretario di +Europa, e nessuno protesta in sala. Fratoianni e Bonelli si interrogano sul fallimento della strategia seguita fin qui, quella del sostegno militare. «Non si può alimentare la guerra all’infinito, e se i vertici della Ue parlano solo di prepararsi alla guerra con la Russia è complicato immaginare una soluzione diplomatica». Che potrebbe passare, dice il leader di Si, da un congelamento del fronte, modulando le sanzioni alla Russia in base alla disponibilità a fare passi avanti verso la tregua. Conte resta sulle sue posizioni. Auspica un coinvolgimento della Cina e dei Brics per una tregua. Invita a «cercare di capire quali sono gli interessi in gioco, anche della controparte». Ribadisce la presenza di popolazioni «russofile» in Ucraina, «in Europa prevale la linea di proseguire la guerra in modo inerziale per giustificare i piani di riarmo. Dobbiamo cambiare passo». Se c’è un punto che accomuna tutti i leader è la necessità, una volta al governo, di cambiare completamente postura sulla vicenda palestinese: dunque sanzioni a Israele e difesa della Corte penale internazionale da gli attacchi di Trump.
LE TENSIONI MAGGIORI sono al centro. Con Magi che ha tuonato contro Renzi, accusandolo di non aver combattuto contro la norma sulle firme prevista del Melonellum per «avere una posizione dominante sugli altri». «Come Conte anche io voglio delle garanzie da Renzi». La platea urla «noooo» all’ipotesi di imbarcare l’ex rottamatore. Bonelli mima il gesto del direttore d’orchestra. «Una foto con lui? Non la farei, lui è abituato a farle con Obama». Si chiude il sipario, Schlein sembra soddisfatta: «Ho apprezzato la partecipazione del pubblico, del resto qui siamo al manifesto».
Commenta (0 Commenti)Nobel alla sbarra Il Comitato che assegna il riconoscimento ne elogia l’impegno, ma prende le distanze dalle accuse di genocidio in Palestina
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Ginevra, Navi Pillay presenta il suo rapporto sulla Palestina – foto Epa
Di inspiegabile, nell’annuncio di ieri che il Nobel per la pace va alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay, c’è solo il fatto che l’anno prima la scelta era caduta sull’oppositrice venezuelana María Corina Machado. La quale, universalmente giudicata a corto di titoli per meritarsi il riconoscimento, verrà poi definitivamente screditata dal principale dei suoi sponsor, il presidente Trump, una volta realizzato quanto più conveniente fosse asservire al disegno di dominio Usa su Caracas l’attuale “presidenta ad interim” Delcy Rodriguez.
PERALTRO IL TYCOON non ha cambiato idea su quanto il premio spetti di diritto a lui, per il numero considerevole di guerre terminate. Né sono cambiati i cinque membri del comitato norvegese che assegna il Nobel. O forse sì, una qualche metamorfosi nelle loro coscienze deve essere intervenuta, per spiegare due scelte così agli antipodi. Per giungere alla conclusione che se la pace migliore è quella “giusta”, non poteva esserci un profilo più adatto a ricevere il premio, nell’anno in cui si vorrebbe mettere proprio la giustizia internazionale sul banco degli imputati.
Nata nel 1941 in una famiglia di origini tamil della Durban “indiana”, Navi Pillay aprirà – prima donna non bianca a farlo – un suo studio legale dopo un percorso di studi giocoforza a ostacoli, nel Sudafrica delle leggi segregazioniste che impattano anche sul sistema educativo. Seguono 28 anni di esercizio della professione nel difficile contesto dell’apartheid, durante i quali si batte per garantire il diritto alla difesa per i militanti anti-apartheid detenuti a Robben Island, l’isola-prigione in cui è rinchiuso anche Nelson Mandela. Capisce che una proiezione internazionale della lotta, anche sul piano giuridico, può essere un punto di forza.
IN QUESTA DIREZIONE va il dottorato in scienze giuridiche conseguito nel 1988. Sono gli anni in cui insieme alla stella polare del diritto internazionale brilla l’impegno sulle questioni di genere: la creazione dell’Advice Desk for the Abused e i rifugi per le vittime di violenza domestica sono atti propedeutici al contributo che da membro della Women’s National Coalition darà alla futura Costituzione “arcobaleno” del paese, in particolare alla clausola che proibisce la discriminazione per motivi di razza, religione e orientamento sessuale. Sempre di respiro internazionale è il gruppo per i diritti delle donne Equality Now, che Pillay contribuisce a fondare.
Nel 1995, poco dopo la caduta dell’apartheid, Mandela la vuole come giudice della nuova Corte suprema sudafricana. Da avvocata, in quanto non bianca, le era precluso anche entrare nella stanza di un giudice. La prima volta, quella stanza era la sua. Ma sempre su indicazione di Mandela poco dopo viene nominata dall’assemblea generale Onu al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, di cui sarà presidente dal 1999 al 2003. Tra i diversi procedimenti che la vedono protagonista spicca quello contro Jean-Paul Akayesu, in cui per la prima volta viene sancito il principio che lo stupro non può più essere considerato «un trofeo di guerra» e che anzi le violenze sessuali possono essere inquadrate come atti di genocidio.
DAL 2003 AL 2008 Pillay si sposta alla Corte penale internazionale (Cpi), dopo aver contribuito alla sua fondazione codificando i diritti delle donne e sostituendo il termine «sesso» con «genere». Poi va a dirigere l’Alto commissariato delle nazioni Unite per i Diritti umani, che interpreta come una permanente «voce delle vittime».
Nel tempo Pillay ha difeso con le ragioni di WikiLeaks e di Edward Snowden, criticato lo Sri Lanka per i massacri di civili Tamil e la comunità internazionale per l’inazione nella guerra civile siriana; ha spinto per togliere le sanzioni allo Zimbabwe di Mugabe e non ha fatto sconti neanche al civile Canada quando il governo del Quebec ha ristretto il diritto a manifestare degli studenti. È stata anche giudice ad hoc della Corte di giustizia internazionale, occupandosi delle accuse di genocidio dei Rohingya formalizzate dal Gambia nei confronti del Myanmar.
NEL SUO PERSEGUIRE una «pace giusta» ha scatenato però la reazione di Usa e Israele, di cui le sanzioni annunciate ieri da Marco Rubio per la Cpi sono un’esibizione plastica. L’ultima sfida è stata la pubblicazione, il 16 settembre 2025, delle conclusioni cui è giunta la Commissione d’inchiesta, ravvisando nella condotta di Israele a Gaza almeno quattro dei cinque atti che configurano il genocidio. Apriti cielo. «Comprendo il significato della parola “genocidio” e non la uso con leggerezza», ha scritto quello stesso giorno sul New York Times, spiegando in parole povere le conclusioni del rapporto.
Nel combinato disposto della giudice paladina del diritto internazionale che ha parlato di genocidio a Gaza e del suo Paese che per questo ha denunciato Israele alla Corte di giustizia internazionale c’è abbastanza materia per incrudelire le reazioni scomposte di Washington e Tel Aviv. A dire che Pillay «ha servito l’umanità con integrità e con la convinzione che il mondo possa e debba essere un posto migliore» ci pensa il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.
«IL DIRITTO INTERNAZIONALE e le sue istituzioni sono la pietra angolare di un mondo più pacifico», ha detto il presidente del Comitato norvegese per il Nobel, Jorgen Watne Frydnes. Salvo poi precisare che il premio non significa condividere l’accusa di genocidio nei confronti di Israele. Nel timore forse che dopo la Cpi i giustizieri del diritto internazionale non puniscano anche il Comitato di Oslo.
Commenta (0 Commenti)Le regole del giogo La camera approva definitivamente la legge elettorale che Meloni si è scritta su misura. Punta al voto in primavera per i pieni poteri e vuole l’incoronazione con norme incostituzionali. Le sue sentinelle spiano i deputati nel voto segreto: mezzo parlamento è già in riga
Le regole del giogo La maggioranza tiene sul voto segreto: 227 Sì contro 164 No. FdI controlla a vista i deputati, i franchi tiratori sono una decina
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La protesta delle opposizioni durante il voto finale sul ddl legge elettorale alla Camera – Foto LaPresse
Chissà se farà «entrare l’Italia nella terza repubblica», come sostiene Giovanni Donzelli, intanto però è diventata legge. Alle 12.37 di ieri la Camera ha approvato definitivamente in terza lettura il Melonellum, la legge elettorale disegnata dalla maggioranza, che ora passerà al Quirinale per la firma e poi verrà pubblicata.
IL CENTRODESTRA ha tenuto alla prova del voto segreto e il provvedimento è stato approvato con 227 Sì contro 164 No. La scena, in ogni caso, è quella delle occasioni importanti: Montecitorio è gremita, le assenze si contano sulla dita di una mano e mezzo governo si ritrova schierato tra i banchi dell’Aula, tutti precettati per approvare la riforma. Assenti solo in quattro: Paolo Formentini e Antonio Angelucci della Lega (recordman di assenze in Parlamento), Manfred Schullian del gruppo delle autonomie e la 5S Susanna Cherchi. La maggior parte dei deputati di maggioranza si aggirava per il Transatlantico più rassegnata che tranquilla: un’aria placida, ma non per sicurezza. Il costo di un’imboscata come quella estiva, quando venne bocciato l’emendamento sulle preferenze, questa volta è troppo alto. Tra i Fratelli (e le «Sorelle» soprattutto, che in più di una si erano ribellate alla premier) la minaccia di Meloni è arrivata chiara: non solo voto anticipato e addio manovra, con le sue prebende (per quanto scarse) da distribuire, ma ai franchi tiratori, che con solerzia sarebbero stati scovati, nessun seggio garantito. Forzisti e leghisti, ingoiate le crocette sui candidati che non li riguarderanno, si sono abbandonati al destino.
DI DEFEZIONI alla fine se ne registrano quindi solo un pugno: tra le sei e le otto, tabulati alla mano. La maggioranza partiva da una soglia di 240 voti, a cui sottrarre gli assenti, Meloni e Giorgetti oltre a quelli già citati. Qualche ribelle, che sarebbe meglio chiamare kamikaze date le condizioni, c’è stato. Per essere sicuri i colonnelli di FdI hanno comunque sorvegliato con solerzia il voto segreto: una manciata di deputati fedelissimi della premier si sono appostati, come negli ultimi giorni, nelle file più alte dell’aula per osservare che le dita dei colleghi fossero ben posizionate a sinistra, sul Sì. Qualche forzista, per fugare i sospetti, si è adoperato per votare con dei fogli arrotolati nella buca della pulsantiera. Il presidente Fontana ha ripetuto tre volte di stare seduti prima di dare il via alle operazioni, dopo che negli ultimi giorni le vedette della fiamma si erano sporte per osservare i banchi. E anche nelle tribune, riservate a cronisti e visitatori, i commessi di Montecitorio hanno gestito il sold out tenendo a bada chiunque provasse a sporgersi per filmare.
«IL VOSTRO SLOGAN non è prima gli italiani, è prima le poltrone» ha attaccato la segretaria dem Elly Schelin in dichiarazione di voto, che ha invitato le deputate di destra a rivoltarsi vista la mancanza di quote di genere obbligatorie nella legge. «La verità è che avete paura di perdere perché voi siete divisi e noi uniti, ma vinceremo con qualsiasi legge elettorale». «Avete il pallino della capocrazia, dell’uomo solo al comando, c’è una sottile ma persistente nostalgia del ventennio che vi ispira tutt’ora» ha detto il presidente del M5S Giuseppe Conte. L’immagine dell’aula restituisce la freddezza di questi giorni nel campo largo: i due gruppi non si sono applauditi reciprocamente, mentre Conte ha osservato l’intervento di Schlein in piedi in fondo ai banchi.
AL DIBATTITO per la Lega è intervenuto Alberto Barabotti. Un intervento un po’ contorto che, a dimostrazione dello scarso interesse riservato dal Carroccio al Melonellum, nemmeno il capogruppo Riccardo Molinari ha seguito in aula, fermo nel corridoio dei fumatori con il suo toscano. Per Forza Italia è intervenuto Stefano Benigni, tra gli sherpa della legge, per ribadire che con questa legge «finiscono i giochi di palazzo e gli inciuci». Edoardo Ziello di Futuro Nazionale ha invitato il centrodestra all’alleanza: «Noi siamo pronti al dialogo, è arrivato il momento di un’interlocuzione seria, la priorità è tenere a casa la sinistra».
L’INTERVENTO finale di Donzelli ha tradito le intenzioni dei FdI. Dapprima quando parla dell’impianto supermaggioritario della legge, sostituendo il governo con la cultura del capo: «Il centrodestra vuole stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più degli italiani», e dai banchi delle opposizioni si sollevano proteste. Poi elenca le tre «rivoluzioni» della riforma elettorale, ma tra queste del premio di maggioranza non c’è traccia. Al primo posto c’è invece l’indicazione del candidato presidente del consiglio sul programma, una forma di premierato surrettizio, tra i passaggi più a rischio di censura in un eventuale giudizio costituzionale. Poi la reintroduzione delle preferenze, arrivate in realtà annacquate e contorte all’approvazione, e il voto fuorisede, che in ogni caso non avrebbe richiesto una riforma elettorale per essere introdotto, ma tant’è. Tutto ciò porterà il paese, bontà sua, nella «terza repubblica».
DUECENTOVENTIQUATTRO giorni dopo essere stata depositata in parlamento, il Melonellum è stato approvato. «Introduciamo regole pensate per favorire la stabilità e la coerenza parlamentare di qualunque governo» ha commentato Meloni sui social. «A chi sperava di vedere il centrodestra diviso, oggi rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati a portare avanti gli impegni presi con i cittadini.». Sulla data delle elezioni, che ieri Fazzolari ha indicato come ottimale a giugno, la premier continua a glissare: «Non partecipo a dibattiti surreali». La terza repubblica può attendere.
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