Metà mandato I democratici a valanga nel voto Usa di Midterm, blindano entrambe le camere e conquistano Stati come Texas e Kansas, fino a ieri feudi inespugnabili dei repubblicani. Era il suo referendum e Trump ne esce mezzo licenziato. Ora, avverte, «allacciate le cinture»
Metà mandato Anche il vicepresidente Vance lo scarica: «Tutti sanno che abbiamo perso per la guerra». 54 seggi su 100 al Senato, 234 alla Camera. Così i dem blindano l’intero Congresso
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AUSTIN, TEXAS – NOVEMBER 03: Supporters of Democratic U.S. Senate candidate, Texas state Rep. James Talarico cheer as they watch midterm election returns during a watch party at the Long Center for the Performing Arts November 03, 2026 in Austin, Texas. Talarico is facing off against Republican Texas Attorney General Ken Paxton in one of the most closely watched races this election season. (Photo by Chip Somodevilla/Getty Images)
Un terremoto politico ha scosso la politica Usa. Non c’è altro modo per definirlo: nelle elezioni di midterm i democratici hanno conquistato una comoda maggioranza al Senato, 54 seggi su 100, e 234 seggi alla Camera, blindando l’intero Congresso. Si tratta di una incredibile avanzata dei candidati dem sia negli stati in bilico come Ohio e Michigan, sia in tradizionali roccaforti repubblicane come Iowa, South Carolina e Kansas, dove i repubblicani vincevano ininterrottamente dal 1932.
IL TERREMOTO è stato particolarmente evidente in Texas, dove James Talarico ha sbaragliato l’avversario Ken Paxton nella corsa al Senato, e Gina Hinojosa, l’avvocata dei sindacati, ha battuto di oltre sette punti il governatore uscente Greg Abbott. Nel Maine, la repubblicana Susan Collins è stata sconfitta dal dem Troy Jackson dopo ben cinque mandati consecutivi. La vittoria di Sherrod Brown in Ohio e di Abdul El-Sayed in Michigan ribadiscono che la classe operaia bianca, che aveva sostenuto Trump nel 2024, non sta più dalla parte del Presidente. In una sola notte da incubo, almeno per lui, Donald Trump si è ritrovato con un Congresso che non risponderà più docilmente a tutti i suoi diktat, e che anzi potrebbe metterlo facilmente sotto inchiesta.
Durante tutta la campagna elettorale Trump ha trasformato le elezioni di metà mandato in un referendum sulle sue politiche, e il verdetto è stato cristallino: gli statunitensi lo hanno bocciato sull’aumento dei prezzi della benzina, che ha colpito anche molti agricoltori nelle aree repubblicane del Paese, e sulla guerra in Iran i cui costi sono evidenti, le ragioni meno.
I democratici sono cresciuti in tutte le fasce di popolazione, dalle donne bianche (+11%) agli uomini fra i 18 e i 24 anni (+38%). Secondo un sondaggio di Ap a ridosso del voto, gli americani «hanno percepito Trump come più interessato alla propria ricchezza che al benessere del Paese».
Il risultato estremamente negativo nelle urne ha scatenato la caccia alle streghe all’interno del Partito repubblicano. Tutti si puntano il dito a vicenda, tentando di allontanare da sé stessi qualsiasi responsabilità. Secondo Donald Trump l’unico problema è che il suo nome «non era sulla scheda elettorale, e per questo non siamo riusciti a portare abbastanza gente ai seggi». In contemporanea, però, dal Partito repubblicano si sono levate numerose voci che accusano proprio Trump di essere la causa della sconfitta. Molti tra le fila del Gop accusano il presidente di avere fatto tutte le peggiori scelte possibili, dalle tariffe doganali alla guerra in Iran, fino all’accusa di aver sostenuto candidati deboli e di aver condotto una pessima campagna elettorale.
JASON ROE, LO STRATEGA Gop in Michigan dove il dem Abdul El-Sayed ha battuto Mike Rogers, ha dichiarato che «Trump ha praticamente spinto gli americani a votare contro di lui». Roe ha definito «ridicola» l’analisi del voto fatta dal tycoon, e lo ha accusato di essere «l’ingegnere che ci ha portati al collasso». Il vicepresidente JD Vance, che ha visto i democratici trionfare ovunque nel suo Ohio, ha fatto eco a Roe, dicendo che «la ragione per cui abbiamo perso è la guerra. Tutti sanno perché abbiamo perso, qualunque conversazione sincera deve partire da qui».
Don Bacon, membro della Camera per il Nebraska, è stato perfino più duro con Trump. «La sua analisi della sconfitta è senza senso» ha dichiarato, spiegando di non essersi ricandidato perché convinto di una sconfitta che «è tutta colpa di Donald Trump». Anche chi è sceso in campo per difendere Donald Trump, come lo speaker della Camera Mike Rogers e il leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune, è stato coinvolto dalle critiche provenienti dai ranghi GOP.
LO STESSO TRUMP è intervenuto di nuovo nella bagarre, e ai microfoni della fedelissima Fox News ha dichiarato il proprio – spesso immaginato – rapporto diretto con gli elettori: «Alcuni candidati che io ho sostenuto hanno combattuto contro di me, e questa cosa non è piaciuta alla mia base, che li ha puniti». Subito dopo, ha convocato i giornalisti nella nuova sala da ballo della Casa Bianca, ignorando il risultato elettorale e magnificando, in un clima da fine impero, la costruzione di 83 monumenti nella capitale. Intanto, un funzionario della Casa Bianca chiariva che l’amministrazione non sarà conciliante con il nuovo Congresso. «Dopo questo risultato la determinazione di Trump a fermare la sinistra radicale non farà che rafforzarsi» si legge nel comunicato ripreso da Afp. «Allacciatevi le cinture».
Anche dal fronte della vittoria non sono mancate le reazioni. Il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries, moderato, ha adottato una retorica schierata molto più a sinistra del solito. «I ricchi hanno cercato di comprarsi queste elezioni – ha dichiarato – e il popolo americano ha ribadito che l’America non è in vendita».
CHUCK SCHUMER, il leader moderato al Senato, ha detto che «le famiglie stanno soffrendo, hanno paura del futuro, hanno votato per il cambiamento e ora i democratici devono garantirlo». Si tratta di uno spostamento a sinistra, per ora solo a parole, della retorica dell’establishment dem.
Ma proprio dalla sinistra del partito, che festeggia l’elezione di decine di socialisti e progressisti al Congresso e nei parlamenti locali, è arrivato il monito a dare seguito alla rabbia popolare contro le disuguaglianze sociali. «I democratici ora possono mettere Trump di fronte alle proprie responsabilità» ha dichiarato Bernie Sanders, «ma devono fare di più e lottare in modo più accanito per le famiglie dei lavoratori».
ANCHE PER IL SINDACO di New York Zohran Mamdani, simbolo della nuova ondata della sinistra Usa, non basta essere il partito che si oppone a Trump ma bisogna dimostrare di lottare davvero contro la disuguaglianza sociale. «L’America ha eletto una nuova generazione di politici che dovrà abbassare il costo della vita, far finire la guerra, risolvere la crisi abitativa senza tradire i lavoratori che hanno consegnato il potere nelle loro mani».
Commenta (0 Commenti)Usa, elezioni di Midterm: i democratici conquistano Camera e Senato. Trump riconosce la sconfitta
«Penso che i Democratici abbiano fatto un buon lavoro. Davvero. Credo abbiano fatto un buon lavoro. Hanno combattuto duramente». Così Il presidente Usa Donald Trump ha riconosciuto la sconfitta, rendendo l’onore delle armi ai rivali democratici. Sapeva, ma si guardava dal dirlo, che le elezioni di Midterm sarebbero andate a finire così nonostante il tour de force elettorale, nonostante le minacce agli indecisi, nonostante tutto. Avvertiva, ha confessato che si percepiva un certo «clima nell'aria». Però «non dovrei sentirmi in colpa», si è concesso.
L’onda azzurra ha travolto l'America trumpiana e la sua amministrazione, dall’Atlantico al Pacifico, dai confini con il Canada a quel golfo del Messico che soltanto lui, Trump, vorrebbe che si chiamasse Golfo d’America.
La valanga democratica in queste elezioni di medio termine è apparsa da subito inarrestabile. Quando è stata annunciata la vittoria del democratico Zach Dembo nel conservatore Kentucky, i democratici hanno raggiunto il controllo della Camera. Di lì in poi i democratici hanno inanellato un successo dietro l’altro.
Dopo aver preso la Camera, i democratici americani hanno conquistato anche il controllo del Senato, strappando cinque seggi ai repubblicani. Ne servivano quattro. Era un traguardo impensabile un anno fa.
Ecco come sono andate le sfide chiave.
Nei duelli per la carica di governatore, al momento i dem hanno doppiato i Repubblicani conquistando 14 stati e tra questi di New York, California e Texas. Ai repubblicani resta, per poco più di 100mila voti, la Florida.
Alla fine il voto consegna agli Usa e al mondo una «anatra zoppa», un Trump che dovrà tornare a confrontarsi con il Congresso.
Commenta (0 Commenti)Assalto a Capitol Hill Oggi con le elezioni di midterm negli Stati uniti i democratici sognano di prendersi il Congresso per contrastare Trump nei prossimi due anni. Tutti «jihadisti e comunisti», dice lui, ma in base ai sondaggi anche gli stati repubblicani potrebbero voltargli le spalle
Assalto a Capitol Hill Oggi gli Stati uniti vanno alle elezioni di midterm con un presidente indebolito dalle sue stesse politiche. I democratici ci credono
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WASHINGTON, DC – NOVEMBER 02: U.S. President Donald Trump delivers remarks at the Lincoln Memorial Reflecting Pool on November 02, 2026 in Washington, DC. With one day left before Americans go to the polls in consequential midterm elections, President Donald Trump is making a last push to hold the GOP’s control of the House and the Senate for the remainder of his second term in office. (Photo by Andrew Harnik/Getty Images)
Negli Stati uniti oggi si vota per le elezioni di medio termine: in gioco c’è il rinnovo di tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e di circa un terzo – 35 seggi – del Senato, oltre ai governatori e in stati in bilico come Ohio, Kansas, Michigan, Texas, Maine e Georgia. I democratici puntano a sottrarre ai repubblicani il controllo del Congresso, avendo così la possibilità di ostacolare l’agenda legislativa della Casa bianca, avviare indagini sull’amministrazione Trump e, in caso di maggioranza anche al Senato – la camera più difficile da conquistare per i democratici – bloccare le nomine federali a loro sgradite.
DONALD TRUMP ha infatti trasformato il voto in un referendum sul suo operato in questo secondo mandato. Lo ha fatto lungo tutta la campagna elettorale, culminata ieri in un discorso infarcito di attacchi ai propri avversari politici, in particolare contro Abdul El-Sayed, candidato della sinistra dem che in Michigan conduce per quasi dieci punti percentuali sullo sfidante repubblicano Mike Rogers.
Trump ha scelto di chiudere la sua campagna davanti alla Reflecting Pool del Lincoln Memorial a Washington D.C., un monumento al centro di uno dei più controversi progetti di riqualificazione promossi dalla sua amministrazione. La piscina, ristrutturata con una spesa di 14 milioni effettivi a fronte di una previsione di soli 1.5, è diventata un caso politico anche per i ritardi nei lavori, attribuiti da Trump ad «atti di vandalismo». Dopo una ventina di minuti di discorso sconnesso sui lavori sulla Reflecting Pool, Trump ha ribadito che le elezioni sono innanzitutto un referendum sulla sua amministrazione e ha chiesto agli elettori di impedire a «jihadisti e comunisti» di prendere il controllo del Congresso. Il riferimento è a El-Sayed, citato espressamente, che alcuni giorni fa lo stesso Trump aveva definito «jihadista» a Port Huron, Michigan, proponendo di usare per lui uno speciale metal detector se mai venisse eletto.
La narrazione di un’America più forte che mai, al centro del discorso di Trump, fa molta meno presa oggi sui cittadini statunitensi, che vedono gli effetti della crisi abitativa, dell’aumento dei prezzi e, in seguito alla guerra contro l’Iran, dell’aumento del prezzo della benzina.
SECONDO UNA ANALISI di Reuters del 2 novembre, tra gli americani «prevale l’amarezza»: anche se il quadro non è quello di una economia in recessione, con la crescita del Pil al 3.4% e la disoccupazione stabile al 4.2%, l’impoverimento della gente comune è reale. A settembre l’inflazione è salita al 3.7% e la benzina è aumentata di quasi il 10% in un solo mese. L’indice di fiducia dei consumatori rilevato dall’Università del Michigan è sceso in ottobre a 48 punti, il secondo dato più basso mai registrato. La sfiducia non è solo democratica: il 78% degli elettori Usa attribuisce la responsabilità dell’aumento dei prezzi alle politiche di Trump, percentuale che rimane al 64% anche tra i repubblicani. Ma anche per i democratici non è tutto in discesa, nonostante il crollo di popolarità di Trump, oggi ai minimi storici.
IN MOLTE CORSE, faticano a trovare un candidato che unisca il partito e rischiano di disperdere il voto e scoraggiare i sostenitori. L’ultimo momento di tensione è esploso in uno degli stati in bilico, nel Michigan della crisi industriale che, nonostante la tradizione democratica, alle elezioni del 2024 si è schierato con Donald Trump, contribuendo alla vittoria del tycoon. In Michigan, l’esponente dell’ala moderata dei dem, Haley Stevens, che ha perso le primarie contro il candidato di sinistra El-Sayed, ha deciso nel pomeriggio di sabato di appoggiare il candidato repubblicano Rogers, apparendo insieme a quest’ultimo in un evento in una chiesa di Detroit. «Io non appartengo alla campagna di Abdul», ha dichiarato Stevens, confermando che la rottura arriva dopo mesi di tensioni con El-Sayed sul tema della critica a Israele.
E MENTRE EL-SAYED domenica ha raccolto oltre 2.4 milioni di dollari in piccole donazioni, testimoniando la tenuta della sua base, anche i moderati Chuck Schumer e Nancy Pelosi hanno criticato la scelta di Stevens, chiedendole di serrare i ranghi del partito.
INVECE TRUMP ha subito festeggiato la defezione di Stevens, proponendole addirittura di entrare nel partito repubblicano. Sta di fatto che, ad oggi, nella tornata di voto anticipato, hanno già votato 55 milioni di statunitensi, 10 milioni in più rispetto alle elezioni di midterm del 2022. Anche se questi dati sono parziali, gli ultimi sondaggi danno proprio i candidati dem in testa in quasi tutte le corse elettorali, dal Maine al Michigan all’Ohio, e perfino in stati tradizionalmente repubblicani come Kansas, Texas e Iowa: un segno, questo, di una possibile onda blu pronta a sommergere gli Stati uniti.
Commenta (0 Commenti)In questo Lunedì Rosso l’Italia, l’Europa, il mondo.
Tra repressione e catastrofe sociale, la crisi illumina i tanti punti del conflitto.
E della speranza.
Nella foto: Lo sciopero generale del 30 ottobre 2026 a Roma, foto Gregorio Borgia /Ap
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UNIONE EUROPEA
La bella stagione. Il lungo filo delle proteste lega le piazze d’Europa, anche ieri riempite da centinaia di migliaia di giovani. In oltre 30 città tedesche la Gen Z manifesta per la casa, la scuola, e contro la leva obbligatoria. In Francia il terzo atto della mobilitazione lancia lo sciopero del 5
La bella stagione Le strade di tutto il paese ieri sono tornate a riempirsi di studenti e lavoratori malgrado i divieti. E il 5 novembre sarà sciopero
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Il corteo a Parigi – Foto Firas Abdullah/Ansa
Al terzo «atto» della mobilitazione sociale contro il carovita le strade delle città francesi sono tornate a riempirsi ieri, malgrado i divieti di manifestare, le interdizioni amministrative e i coprifuochi messi in atto dalle prefetture nel paese.
Secondo l’intersindacale studentesca, almeno «mezzo milione di persone» ha manifestato in tutto il paese, 200.000 delle quali a Parigi. Secondo il ministero degli interni, i manifestanti sono stati 320.000, 70.000 dei quali nella capitale. Il 24 ottobre, durante l’«Atto II», le autorità avevano contato 410.000 manifestanti e la Cgt ne aveva rivendicati più di 800.000.
QUALCHE SCONTRO si è verificato nelle grandi città alla fine dei cortei, da Marsiglia a Parigi passando per Lione, Lille, Grenoble o Bordeaux. Nella capitale, cariche, granate e lacrimogeni della polizia si sono alternati a sassaiole e alcune bottiglie incendiarie. Il ministro degli interni Laurent Nuñez ha accusato la «galassia dell’ultrasinistra» di essere responsabile delle violenze e ha detto che almeno 422 persone sono state arrestate in tutto il paese.
I sindacati – studenteschi e dei lavoratori – hanno dato appuntamento allo sciopero del 5 novembre, indetto dall’intersindacale francese già diverse settimane fa, per protestare non solo contro il carovita ma, più in generale, contro la manovra finanziaria che il governo dovrebbe approvare a breve e che prevede almeno una quarantina di miliardi di tagli alla spesa pubblica. I Gilet gialli hanno invitato a proseguire le mobilitazioni il 6 e il 7 novembre, al fine di dar luogo a un «six-seven popolare» di scioperi e blocchi.
IL MOVIMENTO iniziato a metà settembre dagli studenti medi della periferia parigina, poi proseguito da gilet gialli e sindacati, duramente represso (sono almeno 5 le persone che hanno perso una mano a causa delle granate della polizia, 4 delle quali minorenni), sembra aver superato con successo lo scoglio delle vacanze scolastiche. Iniziate il 17 ottobre, si concluderanno domenica.
I due sindacati studenteschi principali – l’Union syndicale lycéenne (Usl) per i medi e l’Union étudiante (Ue) per gli universitari – hanno invitato a ricominciare i blocchi e le occupazioni martedì e giovedì. «È stata una grande dimostrazione di forza», ha detto la portavoce dell’Ue Sabrine Kharbach in un video. «Non molleremo niente perché sappiamo che li stiamo facendo tremare», ha detto Kharbach.
LUNEDÌ scorso le organizzazioni studentesche erano state ricevute dal primo ministro Sébastien Lecornu, che aveva promesso la revisione dell’algoritmo di selezione all’università Parcoursup e la creazione di 15.000 posti nelle università, oltre all’annullamento della soppressione di circa 2000 cattedre nelle scuole superiori. Cifre lontane da quanto chiesto dagli studenti, che invocano almeno 250.000 nuovi posti nelle università. «Il governo deve cedere molto di più», aveva detto l’Usl, invitando a continuare la mobilitazione e confidando di non avere alcuna fiducia negli annunci fintanto che non vengono tradotti «nella legge finanziaria».
Come succede ormai regolarmente dal 17 ottobre, quando le grandi manifestazioni contro il carovita sono esplose in barricate, scontri e saccheggi, le prefetture – su espressa consegna di Emmanuel Macron – hanno sistematicamente tentato di vietare le manifestazioni e, quando costrette ad autorizzarle dai tribunali amministrativi, ne hanno permesso lo svolgimento solo nelle zone periferiche delle città, ben lontano dai centri cittadini.
A PARIGI, la manifestazione organizzata da sindacati e studenti avrebbe dovuto svolgersi lungo il più classico dei percorsi, dalla Bastiglia a place de la Nation. La prefettura l’ha vietato, decisione contro la quale gli organizzatori hanno fatto ricorso, con successo; prima che il prefetto non sollevasse la questione davanti al Consiglio di Stato, la più alta corte amministrativa, che ha infine autorizzato un percorso periferico, a ridosso della tangenziale est della capitale.
«Noi non chiediamo mai alle persone di manifestare su percorsi vietati, quindi, obbligati e costretti, con la morte nell’animo, chiediamo a tutti di raggiungerci sull’itinerario autorizzato», ha detto ieri mattina il co-segretario della Cgt di Parigi Karl Ghazi.
Mercoledi, una commissione formata da quattro esperti dell’Onu ha espresso «sgomento» per la «violenza» subita dai manifestanti in queste settimane in Francia. «Le ferite gravi e in certi casi irreversibili subite da minori durante le manifestazioni sono inaccettabili e ingiustificabili», hanno scritto in un comunicato. Secondo gli esperti dell’Onu, le autorità francesi hanno dato una «risposta principalmente securitaria alle proteste» relegando «in secondo piano le cause profonde della mobilitazione».
Commenta (0 Commenti)Compagni di classe La guerra, il carovita, il diritto allo studio, la questione razziale, la libertà di manifestare. Si riempiono ancora le piazze italiane, convocate per lo sciopero generalizzato dal sindacato di base. Ma conquistate da centinaia di migliaia di giovani decisi a riprendersi tutto
Compagni di classe Sessanta città per lo sciopero generale di Usb e sindacati di base. Giovani e studenti esondano: si manifesta dal mattino a tarda sera
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Lavoratori, studenti e attivisti manifestano a Roma per lo sciopero generale – foto Alessandra Tarantino/Ap
L’atto secondo del movimento d’autunno contro il governo e il carovita si consuma nel corso di un’intera giornata: in sessanta città scendono in piazza centinaia di migliaia di persone. «Siamo due milioni, riprendiamoci il futuro», dicono da Usb che ha convocato lo sciopero generale cui si è unita la rete intersindacale composta da Adl Cobas, Confederazione Cobas e Clap. I primi dati parlano di uno sciopero sostanzioso nelle scuole ma relativamente alto anche negli altri settori, soprattutto del pubblico impiego. Siamo ai livelli di quello per Gaza dell’anno scorso.
È L’OCCASIONE che serviva. L’oceanica manifestazione romana ne è una rappresentazione. Dal mattino i rappresentanti del sindacato di base si ritrovano in piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini. È il luogo da cui partirono le grandi manifestazioni per la Palestina. Si ritrovano proprio le nuove leve che contro il genocidio hanno conosciuto il battesimo della piazza: «Non chiamateci Generazione Zeta, preferiamo definirci Generazione Gaza», dicono. Ci sono gli studenti medi e gli universitari, insieme ai collettivi di quartiere, che nel vuoto lasciato da alcuni centri sociali fungono da strutture aggregative e di formazione politica.
ECCO, I QUARTIERI. All’appuntamento principale ci si arriva tutti insieme: almeno sei cortei partono da Ostiense, San Lorenzo, La Sapienza, Tufello, Prenestino, Appio Latino. Si infilano dietro il grande camion di Usb, che è preceduto da due trattori in segno di connessione con le lotte degli agricoltori del sud delle scorse settimana. Un ragazzo porta una cornice appesa al collo con la scritta «Sono una vetrina». Quelli che proteggono i negozi più delle vite umane avranno qualche remora a colpirlo, evidentemente. «Siamo le tenebre che vi cancelleranno» recita uno striscione che riecheggia uno slogan francese. Ci sono anche i genitori, arrivati per difendere i diritti dei loro figli dopo le centinaia di fermi preventivi della scorsa settimana. Quelli del Pilo Albertelli, il liceo dell’Esquilino intitolato all’insegnante partigiano dell’istituto, ostentano il QrCode della petizione che hanno lanciato contro la repressione.
NELLE SCORSE settimane, a ogni scadenza il governo mandava in avanscoperta il ministro dell’istruzione per spiegare quanto avesse investito sulla scuola. Era per puntare il dito contro una generazione considerata ingrata, che persevera a manifestare sobillata chissà da chi o per mera imitazione dei colleghi francesi. Anche stavolta Giuseppe Valditara ci prova. Succede a metà mattinata, quando già è evidente il volume della mobilitazione studentesca. Fa sapere di aver «convocato al ministero per la prossima settimana le consulte studentesche per un confronto sulle istanze del mondo giovanile» e di avere istituito un ennesimo tavolo tecnico «sulle problematiche giovanili costituito da personalità di alto profilo scientifico».
TUTTO SI TIENE: la guerra, il carovita, il diritto allo studio, la questione razziale i ragazzi che condividono il banco con i compagni con background migratorio vivono sulla pelle. Ci sono quindicenni con i cartelli sul costo del gasolio e pensa che non questione che li riguarda ignora quello che vivono in famiglia. «Mia madre prende 1600 euro al mese e ne paga mille di affitto», spiega Francesca, 18 anni, che espone la scritta «Stiamo con le pezze al culo». «Il costo della benzina, dei trasporti, delle bollette è altissimo, i miei fanno fatica – ragiona un ragazzo del liceo scientifico Righi – Ma non è soltanto una questione di soldi: è una questione di diritti, e della possibilità di far sentire la nostra voce non possiamo pagare il prezzo di tutto». Gli studenti sono convinti che la lotta paga. Serve occupare perché, dice Aurora all’ultimo anno di liceo artistico, «ci mancavano le aule per il disegno e dopo abbiamo ottenuto un piccolo stanziamento. Non basta, però almeno quello lo hanno sbloccato». Qualche metro più avanti è Claudio, studente di fisica, a sostenere che «funziona protestare, guarda in Francia dove alla fine hanno messo fondi per la scuola».
GLI STUDENTI fanno da traino, le persone più grandi si mimetizzano nella fiumana. Qualcuno è persino intimidito, come Viola e Marica che lavorano a partita Iva. «I soldi spesi per il riarmo si ripercuotono su di noi, con il mio stipendio l’affitto non lo pago, il paese è al collasso». «Siamo centomila» dicono da Usb. Il corteo si infila sotto Porta Pia, lambisce i ministeri delle infrastrutture e dell’economia, imbocca via Cavour e arriva su via dei Fori, poco prima del Colosseo. Qui succede quello che era avvenuto sabato scorso: migliaia di persone decidono di proseguire, e lasciano il resto del corteo a montare una tendopoli. Si marcia verso Piramide. Qualcuno decide che non va bene neanche questo. Un centinaio di persone provano a forzare il cordone di polizia all’altezza del Celio per arrivare a San Giovanni.
Breve fronteggiamento, cassonetti per strada e bottiglie lanciate contro gli scudi. La maggior parte sfila in direzione Circo Massimo e poi fino a Porta San Paolo. Ma chi si pensa che sia finita qui, e che la gente sia soddisfatta di essersi presa un’altra fetta di città, si sbaglia di grosso. Succede che in maniera del tutto spontanea, di fronte alla proposta estemporanea di un gruppetto che urla la necessità di raggiungere il «ministero della fucking istruzione» (sic) a migliaia si rimettono in marcia. È come se a ogni tappa si sentisse il bisogno di esondare dai confini dati non sono dalle controparti istituzionali, anche dai più grandi che hanno accompagnato il cammino. Allora l’apparato di sicurezza sbaracca gli argini alle porte di Testaccio e si precipita a riposizionarsi a Trastevere, davanti al ministero. Traffico in tilt, qualche momento di nervosismo. Appare una ballerina di danza classica sulle punte, con tanto di tutù, a rendere ancora più paradossale la gestione della piazza.
Valditara è barricato dentro. Apparirà alle 19 per ringraziare personalmente i poliziotti in tenuta antisommossa. A loro si erano rivolti i manifestanti: «Non siamo contro di voi». E ancora: «Dovreste scendere in piazza con noi, lottiamo anche per i vostri figli, cosa direte loro quando non riuscirete a pagargli gli studi?». Poi il coro «Siamo tutti lavoratori». Quella che sembra spavalderia davanti alle forze dell’ordine è la ferma, forse ingenua, convinzione che la coperta è corta per tutti, che c’è una condizione di disagio che accomuna i lavoratori e i loro figli mentre una piccolissima parte di popolazione ha accesso ovunque e comanda su tutto. L’aura battle degli ultimi resistenti, qualche centinaia di giovanissimi, riparte anche da qui. Si punta al parlamento. Gli uffici stampa dentro i palazzi rilanciano immagini di misure di sicurezza straordinarie. Fronteggiamenti con la polizia a ponte Sisto. Qui si vede la prima vera carica e i lacrimogeni. La massa indietreggia e ritorna su via Marmorata. Qui altri scontri, la polizia usa gli idranti e ferma 8 persone.
OGNI CITTÀ contiene storie significative. A Napoli 20 mila persone hanno sfilato per il centro per raggiungere sulle banchine i lavoratori portuali. A Bologna 50 mila persone hanno bloccato per tre ore la tangenziale. Giusto qualche momento di tensione, come a Torino, quando un corteo spontaneo che si è formato è arrivato in centro e a Mestre. Cariche a Brescia e Vicenza. Erano ventimila a Firenze. E diecimila a Cosenza e Padova. Potrebbero ricomparire da un momento all’altro.
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