La grande crisi petrolifera è un affare per Mosca. Trump deve togliere le sanzioni: torna sul mercato il greggio russo e Putin incassa miliardi. Le riserve non bastano, il prezzo del barile sale ancora, l’Europa strilla, l’Ucraina protesta. La guerra di Trump e Netanyhau ha un vincitore
Il terzo gode Trump senza strategia: con la deroga temporanea al petrolio russo si contraddice, a fare «un sacco di soldi» sarà un altro presidente
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Una nave commerciale degli Emirati ancorata nello Stretto di Hormuz
Gli Stati uniti hanno deciso di sospendere per un mese le sanzioni sul petrolio russo: una deroga limitata al greggio imbarcato tra il 12 marzo e l’11 aprile, nel pieno della crisi scatenata dalla guerra contro l’Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Con il Brent che da giorni balla sul crinale dei 100 dollari (Wti poco sotto), la Casa bianca tenta di frenare l’impennata dei prezzi liberando parte del petrolio russo rimasto senza destinazione. Una scelta che stride con le parole spavalde pronunciate da Trump solo due giorni prima: «Con il petrolio a questi prezzi faremo un sacco di soldi». Ma tant’è. «Per aumentare la portata globale delle forniture», spiega il segretario al Tesoro Bessent, «forniamo un’autorizzazione temporanea che consente ai paesi di acquistare petrolio russo bloccato in mare». Una misura «a breve termine», insiste, che «non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo».
LA REALTÀ, PERÒ, racconta altro. L’impennata dei prezzi ha generato per Mosca 150 milioni di dollari al giorno di entrate extra. Dall’inizio della guerra, la Russia avrebbe incassato tra 1,3 e 1,9 miliardi aggiuntivi grazie alle tasse sulle esportazioni, mentre il greggio russo – un tempo venduto in sconto – ora arriva in India a un prezzo superiore al Brent. Ogni rialzo di 10 dollari del prezzo medio mensile vale 2,8 miliardi in più per gli esportatori russi, di cui 1,63 miliardi finiscono allo Stato. A questo ritmo, Mosca potrebbe chiudere il mese con 3,3-5 miliardi di entrate supplementari. Un paradosso: la guerra in Medio oriente, che ha paralizzato l’export del Golfo, sta rafforzando la posizione russa sui mercati. «La Russia è la grande vincitrice di questo conflitto», osserva Sumit Ritolia di Kpler, la società di tracciamento del commercio internazionale di energia.
WASHINGTON, intanto, ha rilasciato 172 milioni di barili dalle sue riserve e valuta altri interventi, compresa un’azione sui futures per frenare la speculazione e una deroga al Jones Act, la legge del 1920 che impone l’uso di navi statunitensi nei trasporti interni. Ma la misura sul petrolio russo compensa appena «quattro o cinque giorni» di esportazioni perse dal Golfo, nota Robert Rennie del colosso finanziario australiano Westpac. Dei 125-150 milioni di barili russi in mare (7,3 milioni stoccati su piattaforme galleggianti, secondo Vortexa), molti sono già diretti verso Cina e India, che con la prima deroga hanno rastrellato 30 milioni di barili. Il resto si distribuisce tra Mediterraneo e Atlantico, riducendo ulteriormente l’impatto della decisione americana.
Il Cremlino, prevedibilmente, applaude: «Gli interessi statunitensi e russi si sono sovrapposti», commenta Peskov, avvertendo che il mercato «non si stabilizzerà senza volumi significativi di petrolio russo».
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha comunque causato una interruzione storica: i produttori mediorientali ridurranno la produzione di quasi 250 milioni di barili nel mese, mentre oltre 600 milioni di barili di greggio e carburanti resteranno bloccati. Solo un terzo potrà essere deviato via oleodotti.
IN QUESTO QUADRO, i mercati restano appesi al susseguirsi caotico di comunicazioni ufficiali e non, sospesi tra timori di escalation e
Leggi tutto: Stop Usa alle sanzioni, Putin ringrazia. Ma è l’Iran che decide - di Luigi Pandolfi
Commenta (0 Commenti)Delle tredici vittime che hanno fatto i missili e i droni iraniani nei Paesi del Golfo, dodici sono migranti. Turisti e influencer sono partiti, ma operai e fattorini sono rimasti, non hanno soldi o passaporto per fuggire e sono costretti a lavorare senza riparo. La guerra continua, sulle loro teste
Primi a morire Dodici dei tredici uccisi per i missili iraniani erano stranieri, costretti a lavorare per paghe misere e a vivere in luoghi insicuri. Reggono intere economie da semi schiavi: manovali, rider, lavoratrici domestiche
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Lavoratori migranti lungo le strade di Doha, in Qatar
Compongono oltre la metà della popolazione totale eppure si muovono come fantasmi dentro le società di cui reggono intere economie. Il modello Golfo, che affascina politici e intellettuali occidentali – il mito dello sviluppo urbanistico e tecnologico che sfida la natura ostile – avanza su due gambe: le risorse energetiche e il lavoro migrante. Un lavoro semi-schiavo e calpestato, manodopera a bassissimo costo che è oggi – come in passato – lo specchio di una questione che sparisce di fronte a guerre globali, collassi economici e suprematismi radicati: quella di classe.
Riemerge, quella questione, a ondate: è successo qualche anno fa quando il Qatar ospitò il suo primo mondiale di calcio dentro stadi costruiti – letteralmente – sui corpi di 7mila migranti ammazzati dal caldo e da condizioni di lavoro insostenibili (gli scoppiava il cuore); e succede di nuovo ora, di fronte a dati implacabili.
Dodici delle tredici persone che hanno perso la vita per i missili e i droni iraniani che cadono sulle monarchie del Golfo erano migranti: come Elna Abdullah Nea, appena undici anni, iraniana uccisa in Kuwait; o Mosharraf Hossain, lavoratore e padre bengalese, ammazzato da una scheggia in Arabia saudita; o Saleh Ahmed, 55 anni bengalese, ucciso mentre consegnava dell’acqua a una famiglia emiratina.
NON È UN CASO: sono costretti a lavorare comunque, all’aperto, nei cantieri o in sella alle bici, e a vivere in piccoli appartamenti sovraffollati o capannoni accanto ai posti di lavoro, senza bunker o uscite d’emergenza in caso di incendio. Il rischio si moltiplica perché non hanno ripari. Succede lo stesso in Palestina, con i missili di Hezbollah o quelli degli anni scorsi di Hamas: se non hai bunker né protezioni, la probabilità di venire ammazzato cresce a dismisura.
All’assenza di rifugi e alla vita all’aperto si aggiunge la matematica: nel Golfo vivono e lavorano oltre 31 milioni di persone di origine straniera. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni, l’Arabia saudita ne conta 13,5 milioni; gli Emirati 8,7; il Kuwait 3,1; l’Oman 2,3 e il Qatar 2,2. Poco meno di un milione in Bahrain.
Arrivano per lo più dall’Asia centrale e orientale, India, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Filippine, decine di milioni di donne e uomini in cerca dei mezzi per costruirsi una vita dignitosa, che diventa però mera sopravvivenza. L’impatto lo si comprende ancora meglio se si scorrono le percentuali sulla popolazione: il 92% degli abitanti degli Emirati sono lavoratori migranti, il 77% in Qatar, il 69% in Kuwait e giù a scendere fino al 37% saudita. Intere economie rette, appunto, sullo sfruttamento di una
Leggi tutto: Senza rifugi né tutele. A morire nel Golfo sono solo migranti - di Chiara Cruciati
Commenta (0 Commenti)Non ce la fa. Giorgia Meloni si presenta finalmente in parlamento a parlare della guerra e della crisi energetica, ma non riesce a condannare Trump e Netanyahu per l’attacco all’Iran che le ha scatenate. Fuori dal diritto internazionale, ma la colpa è di Putin e di Hamas
La milite ignara Anche davanti all’Aula, la premier continua a «non concordare» e «non condannare» l’attacco di Stati uniti e Israele all’Iran
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La presidente Meloni continua a «non concordare» e «non condannare». Chi si aspettava che nel dibattito in Parlamento la premier prendesse una posizione definita è rimasto deluso. Quando alla fine della replica alla Camera esclama assertiva che «la posizione del governo è chiarissima» ci si chiede smarriti: «Oddio, e qual è?». Se c’è un passo in più rispetto alle mezze parole dei giorni scorsi è la condanna netta del bombardamento sulla scuola di Minab. «C’è chi in quest’aula sperava che quella condanna non ci fosse», accusa la premier, ma è difficile credere che qualcuno non si aspettasse la condanna del massacro gratuito di oltre 150 bambine. Certo, Meloni riconosce che l’attacco di Usa e Israele è al di fuori del diritto internazionale ma quello è un fatto e sarebbe impossibile non prenderne atto.
LA PREMIER LO FA MA accompagnando l’ammissione con una dissertazione quanto meno parziale sulla «crisi del diritto internazionale» le cui responsabilità fa ricadere tutte sull’attacco di Putin e su quello di Hamas, ma anche sulle «anomalie» delle Nazioni Unite, nel cui Consiglio di sicurezza siede chi ha invaso l’Ucraina e che ha nominato un rappresentante dell’Iran vicepresidente della commissione che si occupa di lotta alla violenza. La critica rivolta a Trump è sommessa e implicita, le attenuanti sono strillate a pieni polmoni. Di condanna chiara però non se ne parla, anche perché altrimenti l’Italia dovrebbe trarne le conclusioni e mettere l’amico americano e quello israeliano sullo stesso piano del vituperato zar.
MELONI È SULLA DIFENSIVA, anche se cerca di non farlo vedere.
Ripete che l’Italia «non è in guerra e non vuole entrarci», anche se a mezza bocca riconosce che le «le opzioni» al vaglio dei principali Paesi europei per sbloccare lo Stretto di Hormuz sono esposte al rischio di degenerare. Ribadisce che «non c’è un governo complice di decisioni altrui, né tanto meno isolato in Europa, né colpevole di conseguenze economiche che la crisi può avere su cittadini e imprese». Sono i toni di chi mette le mani avanti. Identico significato hanno le aperture nei confronti dell’opposizione: l’invito a partecipare a un tavolo permanente a palazzo Chigi, l’impegno a essere sempre disponibile al confronto parlamentare «anche per le vie brevi».
SE LE COSE SI METTERANNO malissimo, la premier non vuole essere accusata di aver preteso di fare tutto da sola. Senza contare la necessità di dare a Mattarella prova di buona e dialogante volontà. Ma a Chigi nessuno credeva davvero che la proposta potesse essere accolta, anche se qualche verifica discreta con la capogruppo del Pd Braga si è tentata. A rifiuto consumato, la premier mette da parte i toni concilianti e torna al bastone, prendendosela soprattutto con Conte, al quale rinfaccia la posizione timida e priva di condanne esplicite dopo l’attacco americano all’Iraq del 2020, quello in cui fu ucciso il generale iraniano Soleimani.
SULLE MISURE per fronteggiare i prezzi dell’energia la leader della destra è più efficace. Sottolinea la richiesta contraddittoria dell’opposizione di aumentare i prelievi sui sussidi ambientalmente dannosi e di abbassare le accise sulla benzina: delle due l’una. Giustifica il mancato ricorso alle accise mobili con l’esiguità della cifra che si ricaverebbe dall’Iva dopo pochissimi giorni di aumento. Se non prende un impegno preciso ci va vicino.
NEL PACCHETTO geopolitico che esaurisce l’odg manca una voce che in questo momento è per la premier essenziale: il referendum. Per recuperarlo Meloni si lancia in un’acrobazia vertiginosa. Il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo parlerà come sempre anche di immigrazione. Di qui alle ordinanze che hanno bloccato i trasferimenti nei soliti centri albanesi il passo è brevissimo e poi, con un bel balzo, si passa al «recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo, e violenza sessuale su minore, che per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché hanno fatto richiesta di protezione internazionale». Cosa c’entra con le guerre in corso? Niente. Con la peggior demagogia referendaria però sì.
Commenta (0 Commenti)Altro che energia pulita: per l’Ue la via d’uscita dal fossile è il caro, vecchio e sporco nucleare. Von der Leyen sposta risorse, l’Italia e altri paesi (Germania e Spagna no) seguono. La guerra all’Iran partita con la scusa dell’uranio militare è l’alibi per l’uranio civile in Europa
Bolla nucleare Vertice sul nucleare a Parigi, per la crisi iraniana Von der Leyen e dieci capi di governo hanno la soluzione: mini-reattori ovunque
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Azione di Greenpeace contro il nucleare – Greenpeace
I paesi industrializzati dopati dalle energie fossili, che tremano di fronte al rialzo dei prezzi causato dalla guerra contro l’Iran, si illudono di aver trovato la via d’uscita: il rilancio del nucleare. Ieri, alle porte di Parigi, il vertice internazionale sul nucleare su iniziativa dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (alla sua seconda edizione), con la presenza di una decina di capi di stato e di governo e di 34 ministri, si è concluso con un inno alle centrali, che coniugherebbero «sovranità e ambientalismo».
VITTORIA FRANCESE per Parigi, entusiasmo italiano, ma non è il parere della Spagna, dove la ministra della transizione ecologica Sara Aagesen ha spiegato che la «scommessa vincente di Madrid è stata quella delle energie rinnovabili». E neppure del ministro tedesco dell’ambiente Cartsen Schneider, che si oppone a «spendere soldi pubblici» per «reattori nucleari rischiosi» e «una tecnologia retrograda», mentre andrebbero favorite le rinnovabili, che non producono scorie e fanno risparmiare (ma il cancelliere Merz la esprime in modo assai diverso, «condivido le valutazioni di Von der Leyen sul nucleare – ha detto – ma la decisione presa da noi in Germania è irreversibile»). Greenpeace ha denunciato un vertice «anacronistico, surreale, la consacrazione dell’insicurezza energetica» e non solo, visto che la Russia – non presente ieri a Boulogne-Billancourt – con Rosatom, controlla il 40% dell’arricchimento dell’uranio nel mondo (e questo contribuisce a finanziare la guerra contro l’Ucraina).
LA PRESIDENTE della Commissione Ursula von der Leyen ha segnato ieri una svolta: l’aver voltato le spalle al nucleare (come ha fatto dopo Fukushima il governo Merkel, a cui lei stessa ha appartenuto) è stato «un errore strategico». Per redimerlo, la Ue inizia con la promessa di una «garanzia di 200 milioni di euro per sostenere investimenti privati in tecnologie nucleari innovative». Una «tappa» che mira a un orizzonte molto più vasto: la Commissione ha previsto 10 miliardi per nuovi progetti nel bilancio 2028-34 e ha calcolato che nella Ue ci vorranno 241 miliardi entro il 2050 per prolungare la vita delle centrali esistenti e la costruzione di nuovi reattori. Gli Smr di piccole dimensioni, secondo il programma presentato ieri dalla Commissione, dovrebbero poter essere in attività dal 2030. La Francia, «punta di lancia» del nucleare per Macron, con 57 reattori, ha in programma – anche se non ancora in atto – la costruzione di 6 nuovi reattori nelle centrali di Perly, Gravelines e Bugey, per un investimento complessivo di 73 miliardi. Oggi nel mondo sono in funzione 431 reattori in 31 paesi, che producono circa il 9% dell’elettricità utilizzata globalmente (il 67% in Francia).
Le riunioni si moltiplicano, in presenza o video, le telefonate si incrociano, mentre la guerra continua in Medioriente, con la domanda: fino a quando? L’Occidente trema per l’instabilità dei prezzi dell’energia e teme una replica della crisi del 2022, dopo l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia.
IERI A PARIGI il vertice internazionale sull’energia nucleare è stato seguito da un improvvisato G7 Energia, una replica del G7 Finanza del giorno prima: l’obiettivo è trovare una risposta per frenare il rialzo dei prezzi di petrolio e gas, mentre la produzione nella regione del Golfo è in calo o bloccata dalla guerra e lo stretto di Hormuz è quasi chiuso al traffico. In vista c’è un’azione per sbloccare Hormuz e evitare la penuria, mentre già è in corso una lotta tra Ue e Asia per accaparrarsi le petroliere ancora disponibili. Per il presidente dell’Ecofin Makis Keravnos è però «ancora presto per prendere delle contromisure, può accadere solo una volta che la situazione si stabilizza», (come nel 2022). Italia, Germania e Gran Bretagna hanno espresso l’intenzione di «lavorare assieme su opzioni per proteggere le navi commerciali nello stretto di Hormuz».
C’È STATO IERI anche un collegamento telefonico tra i primi ministri di Germania, Belgio e Italia (un’unione di destre che già si era articolata a febbraio), in vista del Consiglio europeo della prossima settimana, dove i 27 discuteranno di competitività e semplificazione nell’ambito della crisi energetica in corso. Per ora la Ue raccomanda «ai paesi che possono farlo» di abbassare il prezzo dell’energia, «abbassando le tasse, in particolare sull’elettricità», ha affermato il commissario Dan Jorgensen.
AL CONSIGLIO EUROPEO di marzo, secondo la bozza del comunicato finale, i 27 chiederanno alla Commissione di «presentare urgentemente proposte per azioni concrete per un calo dei prezzi dell’energia a breve, soluzioni mirate sono necessarie». Il Consiglio farà pressione sulla Commissione per limitare gli Ets, i pagamenti in vigore dal 2025 per l’industria sulle emissioni di Co2, che dovrebbero estendersi prossimamente ai trasporti. I 27 aspettano per luglio «proposte per mitigare l’impatto sui prezzi dell’energia» degli Ets, il primo sistema al mondo di scambio di quote di emissioni, che era destinato a ridurne l’entità. Il prezzo del Co2 fa salire le quotazioni del 10% in media.
Commenta (0 Commenti)I pozzi colpiti dai missili, le navi bloccate nel Golfo persico: vola in alto il prezzo del petrolio. Per l’Onu «gravi conseguenze ambientali». Tonfo delle borse: la guerra di Usa e Israele all’Iran presenta il conto. Soprattutto all’Europa: tra i paesi più esposti c’è l’Italia
Vedo nero Il greggio vola a 120 dollari al barile e scende solo per l’intervento dei sette Grandi, le borse gonfiate dall’Ia perdono quasi ovunque
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Estrazione di greggio vicino a Ray, in North Dakota – foto Larry MacDougal/Ap
Un lunedì nero. In Iran le bombe abbattono quartieri, colpiscono scuole e ospedali, riempiono il cielo di nubi tossiche. È qui che l’escalation mostra il suo volto più brutale, mentre tremano i Paesi del Golfo e Israele fa i conti con i razzi che cadono sulle sue città. Ma l’onda d’urto non resta confinata ai territori colpiti. Si estende rapidamente anche al mondo immateriale dei mercati. Ieri anche le borse e le materie prime hanno tremato forte, aprendo una settimana che si annuncia tesissima per l’economia globale.
LA PRIMA FAGLIA si è aperta a Tokyo: il Nikkei ha perso oltre il 5%, trascinando Seul (-7,67%) e il resto dell’Asia. Intanto il petrolio è schizzato fino a 119 dollari al barile, un balzo del 25% in poche ore, il livello più alto da quattro anni. Alle cinque del mattino ora italiana il Brent viaggiava ancora sopra i 107 dollari. I prezzi sono scesi sotto quota 100 solo nel pomeriggio, dopo che i ministri delle finanze del G7 hanno dichiarato che il gruppo «è pronto» a rilasciare petrolio dalle riserve di emergenza: una valvola di sicurezza per frenare la corsa del greggio.
L’Iran, da parte sua, ha comunque già ottenuto un risultato strategico: dimostrare che può colpire l’Occidente non solo con le armi, ma anche con i mercati. «Solo il dolore economico porrà fine alla guerra», ha dichiarato Kamal Kharazi, consigliere di politica estera della Guida Suprema.
È stato un terremoto sincronizzato: rendimenti obbligazionari in salita, azioni in caduta quasi ovunque, volatilità alle stelle. Nel Regno Unito il rendimento dei titoli a due anni è balzato oltre il 4,1%, mentre in Turchia il premio è quasi raddoppiato. Una svendita globale che ha cancellato di colpo 6.000 miliardi di dollari.
IN EUROPA l’onda asiatica è arrivata senza perdere forza. Tutti gli indici hanno poi chiuso in rosso, con Milano che ha limitato i danni nelfinale (-0,3%) solo grazie agli energetici e alle armi: Leonardo ha guadagnato il 6,55%, un altro segno (se ce ne fosse bisogno) della corsa verso i settori «a prova di guerra».
Il continente europeo è il più esposto allo choc energetico. Secondo Oxford Economics, l’aumento del petrolio potrebbe aggiungere oltre un punto percentuale all’inflazione italiana nel quarto trimestre. Germania e Regno Unito seguono a ruota. Il gas, intanto, è già salito di due terzi in una settimana (59 euro a mwh).
E IN AMERICA? Trump, fedele al suo stile, ha definito i 100 dollari al barile «un prezzo molto basso da pagare», lasciando intendere che Washington non ha intenzione di frenare l’escalation. Gli Stati Uniti, oggi esportatori netti di petrolio e gas, si sentono protetti. Ma il quadro non è così roseo: l’indice borsistico S&P 500 continua a perdere terreno, mentre sui Treasury pesa il sell America (svendi America).
IN QUESTO SCENARIO torna a riaffacciarsi un fantasma antico: il credito privato. Lloyd Blankfein, ex Goldman Sachs, parla apertamente di «sentore da 2008»: troppa «leva» (investimenti a debito), troppa opacità, troppa esposizione a un rialzo dei tassi proprio mentre la guerra alimenta l’inflazione. I segnali non
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Un Lunedì Rosso dedicato alla Giornata Internazionale della Donna. Il raggio delle bombe si allarga. I corpi di donne e bambine sono colpiti, regolamentati, classificati, abusati e oggetivizzati, o utilizzati per giustificare ulteriore violenza. Le donne e le persone femminilizzate ad ogni latitudine però continuano a lottare. Le loro voci indicano la strada da percorrere. Nella foto: Manifestazione per i diritti delle donne a Montevideo, Uruguay, via AP Photo/Matilde Campdonico Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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