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Schengen Per quanto ingenui possano essere gli elettori italiani è ben difficile che lo scenario di un imponente flusso migratorio, con tanto di terroristi inclusi, proveniente dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta li preoccupi di più del remoto conflitto di confine tra Thailandia e Cambogia

b273bab6-dc42-476f-9a36-253415a86ba5 La premier italiana Giorgia Meloni e il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez durante un incontro a Roma nel 2023 – ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Per quanto ingenui possano essere gli elettori italiani è ben difficile che lo scenario di un imponente flusso migratorio, con tanto di terroristi inclusi, proveniente dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta li preoccupi di più del remoto conflitto di confine tra Thailandia e Cambogia. Conquistare consenso su un simile terreno è cosa ardua.

Così il più banale bilancio tra costi e benefici avrebbe sconsigliato al governo italiano di sospendere gli accordi di Schengen con la Spagna, rinunciando all’occasione di fare un favore agli amici franchisti della premier. Per l’Unione europea la faccenda è comunque spinosa perché tutte le volte che un paese membro mette mano agli accordi comunitari per favorire i suoi meschini interessi di bottega ne evidenzia la fragilità e crea precedenti, destabilizza l’architettura politica dell’Unione. Non a caso a Bruxelles il malumore è evidente.

Ma attualmente l’Italia è governata da una caricatura di Trump, il quale è a sua volta una caricatura.

Tuttavia il presidente degli Stati uniti con i suoi roboanti proclami senza sostanza e senza seguito, con l’alternarsi frenetico di terrificanti scenari bellici e di paci a portata di mano, specula e fa speculare amici e parenti. Più stupidi e creduloni di qualsiasi elettorato allucinato dalla propaganda sono soltanto i mercati. Altro che «agire razionale» e mani invisibili che garantiscono gli equilibri. I capitali circolano in una combinazione di gioco d’azzardo e superstizione nella quale le giravolte di Trump e la fantascienza di Musk si trovano perfettamente a loro agio.

Chissà quale risposta darebbe l’Intelligenza artificiale più avanzata se la si interrogasse sul modo migliore di concludere il conflitto in Medio oriente o di risolvere la questione palestinese. Ma se anche riuscisse a formulare un percorso del tutto differente dalle ipotesi finora messe in campo, c’è da scommettere che non verrebbe seguito da nessuno. Analogamente il governo di Roma avrebbe potuto sottoporre all’IA l’attuale situazione migratoria prima di menarsi la zappa sui piedi, se non fosse che a servirsi dell’Intelligenza artificiale è pur sempre la stupidità naturale.

Contrariamente alle impennate di Trump, quelle del governo di Roma non creano scompiglio nel mondo ma danneggiano l’Italia. Quando si gioca costantemente sulle finzioni, sulle emergenze inventate, su fantasmatiche rappresentazioni apocalittiche, si finisce perfino col crederci e si perde ogni capacità di prevedere le conseguenze della messa in scena.

Madrid aveva già incassato la solidarietà europea e il governo italiano, affetto da esagerata autostima, si era trovato in una posizione di isolamento. Scegliendo di giocare la parte della fermezza e dell’orgoglio nazionale, Roma ha legittimato la dura reazione di Sánchez che ha esteso la sospensione delle regole di Schengen. Ha così inteso chiarire che non si gioca col fuoco, che le reazioni a catena sono sempre dietro l’angolo. In questo caso la scelta restrittiva può addirittura rivelarsi pedagogicamente salutare per l’Unione europea.

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Bene comune Vale la pena leggere il comunicato con attenzione, perché la sua logica interna è molto istruttiva

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991bb63b-fa94-4846-a850-cba1d71c465c Sesto giorno di presidio davanti a Spin Time – foto Andrea Sabbadini

«Non sussistono le condizioni di legalità e di sicurezza» per consentire, anche solo temporaneamente, l’uso dell’immobile di via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, dove è nato e cresciuto SpinTime. Lo sostiene InvestiRE Sgr. La trattativa con Roma Capitale si è fermata lì.

Non un rifiuto a vendere, ma il rifiuto a qualunque soluzione ponte che permetta agli abitanti di restare mentre la vendita si perfeziona.

Vale la pena leggere il comunicato con attenzione, perché la sua logica interna è molto istruttiva. InvestiRE dichiara di agire a tutela del risparmio che le è stato affidato. Allora chiediamoci: quanto sono già stati tutelati gli investitori che oggi si dice di voler proteggere? Chi ha una quota del Fondo immobili pubblici (Fip) fin dall’origine – sottoscritta al valore nominale di 100mila euro nel 2005 – ha già incassato, in vent’anni, 214.214 euro tra dividendi e rimborsi di capitale: oltre il doppio del capitale versato, prima ancora di contare il valore residuo della quota. Non hanno corso un rischio imprenditoriale, è una rendita di posizione che la politica ha assegnato loro nel 2004, pagata con risorse di tutti noi: il patrimonio pubblico ceduto, i canoni versati in 20 anni. Un appello, allora, ai quotisti del Fip, chiunque siano: se davvero vi sta a cuore la tutela dei vostri interessi, non ritenete che vent’anni di rendimenti che hanno già raddoppiato il capitale, grazie a risorse pubbliche, possano bastare?

Non è noto l’elenco aggiornato dei sottoscrittori, ma sappiamo che tra i partecipanti storici del Fip figurano enti con responsabilità pubbliche, casse di previdenza, persino fondazioni che per legge – il Codice del Terzo Settore – devono agire nell’interesse generale. Confermate ciò che dichiara chi gestisce il vostro investimento? Ritenete che la cessione di via Santa Croce debba comportare un’ulteriore estrazione di valore pubblico, dopo tutto quello già prelevato?

Su questo valore c’è un altro dato, verificato dalla Corte dei conti: Cassa Depositi e Prestiti finanziò il 70% dell’operazione del 2004, garantendo allo Stato liquidità immediata per contenere il rapporto deficit/Pil. Quando poi le quote passarono agli investitori finali, le banche arranger le rivendettero a un prezzo superiore di oltre il 40% a quello pagato: 99 milioni di euro di margine incassati in meno di sette mesi. È evidente, quindi, che SpinTime sta portando alla luce i cortocircuiti del nostro presente: la vera genesi del debito pubblico, e l’incapacità di una classe politica che, per calcolo elettorale, preferisce il breve termine svendendo il patrimonio comune, esponendo le casse dello Stato a un costo doppio, dissipando i beni di tutti. Tutto ciò pur di abbattere momentaneamente il debito senza alzare le tasse e pur di non smentire la propria propaganda sul “non mettere le mani nelle tasche degli italiani”.

Niente mani nelle tasche: solo la svendita del patrimonio collettivo e un debito peggiorato.

Varrebbe la pena, poi, di andare a rileggere i bilanci di sostenibilità di queste organizzazioni – InvestiRE compresa – per vedere se e come rendono conto a cittadini e generazioni future di un’estrazione di valore di cui, a detta di chi ne gestisce gli investimenti, non sono ancora sazie. Al punto da richiedere che il palazzo sia venduto a valori di mercato, cioè a quello stesso valore che non fu applicato quando fu lo stato a vendere e di cui, ancora oggi, non è dato sapere il dato disaggregato per singolo immobile.

Il tentativo fatto da Roma Capitale, dal sindaco Roberto Gualtieri è sicuramente encomiabile, e va incoraggiato ad andare fino in fondo. Questa vicenda ci sta dicendo che siamo ad un bivio: o ci rassegniamo all’idea che un Comune può solo gestire a proprie spese le esternalità di un profitto altrui, oppure può trovare il coraggio che questa fase storica richiede, usando ogni strumento che Costituzione e leggi offrono. Dire a questi investitori che l’abbuffata è stata abbondante, che può bastare – e che, se non si trova un accordo sulla cessione, resta la via dell’esproprio per pubblica utilità – uno strumento che la legge mette a disposizione proprio del Comune, per una funzione abitativa e sociale che nessun altro soggetto ha mai voluto garantire. Perché la vita di quelle 400 persone, e l’esperienza sociale di SpinTime, sono il capitale più importante da preservare per chi ha a cuore la democrazia.

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Alfiero Grandi

Forse c’era qualche illusione eccessiva ma ora la discussione sull’alternativa costituzionale alla destra sembra in alto mare, come dopo il referendum costituzionale del 22/23 marzo scorso.

Ho letto le sensate considerazioni di Goffredo Bettini ma le trovo troppo rassicuranti, la situazione è seria e va affrontata con risposte chiare, non si può continuare con un susseguirsi di stop and go.

Occorre ripartire dai fondamentali, non sono baruffe chiozzotte.

Non dobbiamo ritrovarci con la nefasta divisione che ha portato alla sconfitta nel 2022. Non avere calcato la mano sugli errori commessi nel 2022 forse porta a sottovalutare la gravità del ripeterli. Non solo perseverare sarebbe diabolico ma far vincere ancora questa destra, che abbiamo conosciuto nelle sue pulsioni antidemocratiche, perfino eversive, porterebbe ad uno stravolgimento della Costituzione e dell’assetto democratico che ha retto, malgrado diverse tragedie, per 80 anni.

Occorre lavorare a una alternativa costituzionale

Qualcuno sta dimenticando la modifica costituzionale detta premierato? La destra vorrebbe almeno un succedaneo del presidenzialismo, che oggi – dopo la sconfitta nel referendum – cerca di approvare ad ogni costo nella forma di una nuova legge elettorale. Anche il “moderato” Tajani esiste in quanto Giorgia Meloni lo ritiene suo proconsole in Forza Italia e infatti il ministro voterà la proposta di FdI.

Siamo al tentativo di blindare, qualunque sia il risultato elettorale effettivo, questa destra al potere. Per fortuna a volte i calcoli sono sbagliati, vedi porcellum. Non tutti hanno apprezzato il risultato straordinario del referendum del 22/23 marzo: nel sud le percentuali dei no sono state le più alte perché alla destra è mancata parte del suo elettorato, non convinto dell’attacco alla magistratura (hanno scritto: il sud ha tradito il governo); i giovani hanno votato a maggioranza no, rendendo possibili 5 milioni di voti in più a favore del no.

Dopo 5 mesi non c’è ancora un’iniziativa per raccogliere questa spinta formidabile, non a caso i sondaggi segnalano spostamenti di decimali, non coerenti con la valanga dei no.

Questo è il primo punto che la coalizione alternativa deve affrontare, sia pure con ritardo, rivolgendosi a questa formidabile spinta per chiedere appoggio e per interpretarne le istanze. Schlein anzitutto deve rivolgersi a questo patrimonio politico, non diverso da quello che l’ha eletta.

La prima istanza è la Costituzione. Dopo averla difesa occorre attuarla, concretizzandone i principi e i valori, realizzando il concetto che “la repubblica rimuove gli ostacoli”, non solo lo stato ma tutte le istituzioni con una leale collaborazione, che non c’è nell’autonomia regionale differenziata portata avanti da Calderoli in disprezzo delle sentenze della Corte costituzionale.

Questa destra ha scritto nella legge elettorale che nella scheda deve esserci il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, obbligatorio per tutte le coalizioni, ma consapevole dello stravolgimento della Costituzione riconosce – bontà sua – che vanno fatti salvi i poteri del Presidente della Repubblica di nominare il capo del governo, una ovvietà ma che segnala il pericolo. Fino a quando Giorgia Meloni non avrà preso il posto di Mattarella. La destra afferma che verrà rispettato l’articolo 67 ma questa proposta di legge nega la libertà di voto dei parlamentari.

Il disegno della destra è chiaro: eleggere Meloni presidente della Repubblica nel 2029

Chiaro il disegno? Eleggere Meloni Presidente della Repubblica nel 2029 per avere la possibilità di modificare la composizione del Csm e della Corte costituzionale, puntando ad una congrua maggioranza parlamentare ottenuta anche per pochi voti o per meccanismi elettorali inventati per restare al potere.

In sostanza: le prossime elezioni saranno decisive per il futuro della democrazia in Italia, senza trascurare il contributo che potrebbe dare a sconfiggere l’offensiva Maga, una destra tecnoautoritaria di cui Trump è l’interprete peggiore.

Per questo l’alternativa non può che essere di natura costituzionale contro la destra che la vuole stravolgere, affossare. Naturalmente i valori debbono prendere forma e diventare scelte politiche concrete. Prima delle primarie, ove si decida di farle, occorre concentrarsi sull’alternativa politica. Sbagliare questa volta sarebbe più pesante della vittoria “regalata” nel 2022.

Non c’è alternativa a vincere le elezioni con qualunque legge elettorale, quindi occorre suscitare una reazione popolare, di massa, forte, agguerrita, unitaria come nel referendum del marzo scorso, chiedendo a chi ha votato No di contribuire a sconfiggere la destra, primo passo urgente.

Non è la prima volta che l’attuale opposizione non riesce a interpretare una spinta popolare. Altre volte una spinta referendaria non è stata capita, il nucleare è tra queste. La destra vuole approvare la sua assurda legge per tornare al nucleare, ma deve trovare un contrasto che abbia la forza politica necessaria, denunciando che con una legge si vogliono stravolgere i risultati di ben due tornate referendarie (1987 e 2011) vinte con la maggioranza degli aventi diritto al voto. Questo pone una grande questione democratica da sottoporre alla Corte costituzionale. È lecito con legge abolire due risultati referendari? costringendo a promuovere un terzo referendum ? Non è questa una grande questione democratica e costituzionale? La destra anche in questo caso vuole stravolgere la Costituzione.

L’alleanza per l’alternativa costituzionale deve mettere ordine nel percorso e negli argomenti per arrivare ad un progetto politico di legislatura, prima delle primarie, possibili solo sulla base di un patto di coalizione.

La questione pace si pone con forza. Il disastro Trump sta portando ad un rischio per la pace nel mondo. Occorre ricostruire con proposte ed iniziative la credibilità delle sedi mondiali, a partire dall’Onu. Senza un nuovo ordine, con regole definite, aggiornate, da fare rispettare continuerebbe la situazione nevrotica e distruttiva attuale, nella quale emergono solo i reciproci riconoscimenti o contrasti delle grandi potenze. Un’iniziativa per la pace si impone e va costruita con un’iniziativa corale, lavorando con altri stati. Sarebbe importante un ruolo dell’Europa, ma oggi non lo ha e le resistenze delle destre europee, istigate dalla nefasta influenza Maga, potrebbero non consentire all’Europa di svolgere il ruolo che le spetterebbe. Per questo una verifica nella coalizione che ha eletto Von der Leyen si impone per correggere uno slittamento a destra, il cui simbolo più evidente è che dopo aver attaccato il green deal come fonte di ogni nefandezza ci troviamo con la crisi delle auto tradizionali e con una temibile concorrenza cinese sulle auto elettriche.

La destra ha fatto perdere all’Italia 5 anni. La crisi dell’auto è colpa sua. L’Europa è in crisi per le fobie delle destre alla ricerca di un nemico e prigioniere di ideologie antistoriche.

Per questo va detto che l’Italia lavorerà per fermare il riarmo, per razionalizzare la difesa europea, bloccando la distorsione dell’economia verso le armi e la guerra.

Le risorse debbono andare a sviluppo, clima, occupazione, nuovo stato sociale. Va rifiutata la via trumpiana al riarmo per vendere più armi Usa, avanzando proposte per il disastro di Gaza e della Palestina da gestire attraverso sedi internazionali legittime, per una soluzione equilibrata in Ucraina puntando a convincere la Russia a correggere gli errori dell’aggressione, per una soluzione concordata della guerra in Iran, per regolare le troppe aree di guerra nel mondo. No alla logica della grandi potenze che imprimono una distorsione tecno capitalistica che entra in collisione con la stessa democrazia.

Il mondo deve fermarsi a riflettere per prendere decisioni per la pace, disarmata e disarmante, come ha giustamente chiesto papa Leone XIV. Altrimenti i rischi sono enormi. Per la tenuta della democrazia anzitutto, perchè si profilano evidenti logiche da nuove crociate, all’esterno e all’interno.

Le elezioni in Italia saranno parte di queste alternative in campo per fermare le destre e difendere la democrazia.

Il clima è passato da essere al centro dell’attenzione internazionale per iniziative condivise ad iniziative che favoriscono la ”esplosione” climatica della terra. La destra è protagonista del rilancio dei fossili più nucleare, l’alternativa netta è 100% fonti rinnovabili prima possibile.

Occorre bloccare il riarmo – le 800.000 armi finite alla malavita in Ucraina sono un allarme rosso – riaprire i canali di confronto e di accordo, per questo un’iniziativa di pace deve iniziare dall’Ucraina con una conferenza internazionale di pace sul modello Helsinky 1975 e con una gestione Onu della striscia di Gaza, togliendo di mezzo la finzione trumpiana che sta causando morti e distruzione come e peggio di prima.

In sostanza occorre indicare le vie concrete dell’alternativa alla destra.

Ci sono tanti altri punti di fondo: lo strazio del sistema fiscale lo rende incapace di mantenere unitarietà, progressività e aiuto alle fasce sociali più deboli; il sistema sanitario nazionale è a rischio implosione che vuol dire privatizzazione all’americana (Crisanti), di cui l’autonomia regionale differenziata è un ulteriore tassello; istruzione e ricerca sono ai materassi; un nuovo stato sociale di cui faccia parte un lavoro dignitoso e retribuito in modo da fare rientrare i giovani dall’estero e da difendere il potere di acquisto di chi lavora, la qualità del suo impegno; una politica industriale che abbia il coraggio di avere nello stato un protagonista del nuovo, a partire dall’ex Ilva, che rischia di finire male.

Sui punti dirimenti occorre chiamare le persone, le associazioni più svariate a discutere, a partecipare, a sostenere l’alternativa costituzionale, per questo occorre che conoscano la piattaforma che vengano chiamate a sostenere, ad aiutare; a decidere le scelte, a lottare se necessario.

La destra vuole un capo che decide su tutto, perché mai l’alternativa costituzionale dovrebbe seguirla su questo stravolgimento costituzionale? Certo sarebbe utile una legge elettorale che consenta ad elettrici ed elettori di scegliere i rappresentanti, mentre il testo della maggioranza non lo farà, ma resta l’imperativo categorico che occorre vincere le elezioni comunque e si può fare solo su una chiara alternativa alla destra di Giorgia Meloni.

Alfiero Grandi

Forse c’era qualche illusione eccessiva ma ora la discussione sull’alternativa costituzionale alla destra sembra in alto mare, come dopo il referendum costituzionale del 22/23 marzo scorso.

Ho letto le sensate considerazioni di Goffredo Bettini ma le trovo troppo rassicuranti, la situazione è seria e va affrontata con risposte chiare, non si può continuare con un susseguirsi di stop and go.

Occorre ripartire dai fondamentali, non sono baruffe chiozzotte.

Non dobbiamo ritrovarci con la nefasta divisione che ha portato alla sconfitta nel 2022. Non avere calcato la mano sugli errori commessi nel 2022 forse porta a sottovalutare la gravità del ripeterli. Non solo perseverare sarebbe diabolico ma far vincere ancora questa destra, che abbiamo conosciuto nelle sue pulsioni antidemocratiche, perfino eversive, porterebbe ad uno stravolgimento della Costituzione e dell’assetto democratico che ha retto, malgrado diverse tragedie, per 80 anni.

Occorre lavorare a una alternativa costituzionale

Qualcuno sta dimenticando la modifica costituzionale detta premierato? La destra vorrebbe almeno un succedaneo del presidenzialismo, che oggi – dopo la sconfitta nel referendum – cerca di approvare ad ogni costo nella forma di una nuova legge elettorale. Anche il “moderato” Tajani esiste in quanto Giorgia Meloni lo ritiene suo proconsole in Forza Italia e infatti il ministro voterà la proposta di FdI.

Siamo al tentativo di blindare, qualunque sia il risultato elettorale effettivo, questa destra al potere. Per fortuna a volte i calcoli sono sbagliati, vedi porcellum. Non tutti hanno apprezzato il risultato straordinario del referendum del 22/23 marzo: nel sud le percentuali dei no sono state le più alte perché alla destra è mancata parte del suo elettorato, non convinto dell’attacco alla magistratura (hanno scritto: il sud ha tradito il governo); i giovani hanno votato a maggioranza no, rendendo possibili 5 milioni di voti in più a favore del no.

Dopo 5 mesi non c’è ancora un’iniziativa per raccogliere questa spinta formidabile, non a caso i sondaggi segnalano spostamenti di decimali, non coerenti con la valanga dei no.

Questo è il primo punto che la coalizione alternativa deve affrontare, sia pure con ritardo, rivolgendosi a questa formidabile spinta per chiedere appoggio e per interpretarne le istanze. Schlein anzitutto deve rivolgersi a questo patrimonio politico, non diverso da quello che l’ha eletta.

La prima istanza è la Costituzione. Dopo averla difesa occorre attuarla, concretizzandone i principi e i valori, realizzando il concetto che “la repubblica rimuove gli ostacoli”, non solo lo stato ma tutte le istituzioni con una leale collaborazione, che non c’è nell’autonomia regionale differenziata portata avanti da Calderoli in disprezzo delle sentenze della Corte costituzionale.

Questa destra ha scritto nella legge elettorale che nella scheda deve esserci il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, obbligatorio per tutte le coalizioni, ma consapevole dello stravolgimento della Costituzione riconosce – bontà sua – che vanno fatti salvi i poteri del Presidente della Repubblica di nominare il capo del governo, una ovvietà ma che segnala il pericolo. Fino a quando Giorgia Meloni non avrà preso il posto di Mattarella. La destra afferma che verrà rispettato l’articolo 67 ma questa proposta di legge nega la libertà di voto dei parlamentari.

Il disegno della destra è chiaro: eleggere Meloni presidente della Repubblica nel 2029

Chiaro il disegno? Eleggere Meloni Presidente della Repubblica nel 2029 per avere la possibilità di modificare la composizione del Csm e della Corte costituzionale, puntando ad una congrua maggioranza parlamentare ottenuta anche per pochi voti o per meccanismi elettorali inventati per restare al potere.

In sostanza: le prossime elezioni saranno decisive per il futuro della democrazia in Italia, senza trascurare il contributo che potrebbe dare a sconfiggere l’offensiva Maga, una destra tecnoautoritaria di cui Trump è l’interprete peggiore.

Per questo l’alternativa non può che essere di natura costituzionale contro la destra che la vuole stravolgere, affossare. Naturalmente i valori debbono prendere forma e diventare scelte politiche concrete. Prima delle primarie, ove si decida di farle, occorre concentrarsi sull’alternativa politica. Sbagliare questa volta sarebbe più pesante della vittoria “regalata” nel 2022.

Non c’è alternativa a vincere le elezioni con qualunque legge elettorale, quindi occorre suscitare una reazione popolare, di massa, forte, agguerrita, unitaria come nel referendum del marzo scorso, chiedendo a chi ha votato No di contribuire a sconfiggere la destra, primo passo urgente.

Non è la prima volta che l’attuale opposizione non riesce a interpretare una spinta popolare. Altre volte una spinta referendaria non è stata capita, il nucleare è tra queste. La destra vuole approvare la sua assurda legge per tornare al nucleare, ma deve trovare un contrasto che abbia la forza politica necessaria, denunciando che con una legge si vogliono stravolgere i risultati di ben due tornate referendarie (1987 e 2011) vinte con la maggioranza degli aventi diritto al voto. Questo pone una grande questione democratica da sottoporre alla Corte costituzionale. È lecito con legge abolire due risultati referendari? costringendo a promuovere un terzo referendum ? Non è questa una grande questione democratica e costituzionale? La destra anche in questo caso vuole stravolgere la Costituzione.

L’alleanza per l’alternativa costituzionale deve mettere ordine nel percorso e negli argomenti per arrivare ad un progetto politico di legislatura, prima delle primarie, possibili solo sulla base di un patto di coalizione.

La questione pace si pone con forza. Il disastro Trump sta portando ad un rischio per la pace nel mondo. Occorre ricostruire con proposte ed iniziative la credibilità delle sedi mondiali, a partire dall’Onu. Senza un nuovo ordine, con regole definite, aggiornate, da fare rispettare continuerebbe la situazione nevrotica e distruttiva attuale, nella quale emergono solo i reciproci riconoscimenti o contrasti delle grandi potenze. Un’iniziativa per la pace si impone e va costruita con un’iniziativa corale, lavorando con altri stati. Sarebbe importante un ruolo dell’Europa, ma oggi non lo ha e le resistenze delle destre europee, istigate dalla nefasta influenza Maga, potrebbero non consentire all’Europa di svolgere il ruolo che le spetterebbe. Per questo una verifica nella coalizione che ha eletto Von der Leyen si impone per correggere uno slittamento a destra, il cui simbolo più evidente è che dopo aver attaccato il green deal come fonte di ogni nefandezza ci troviamo con la crisi delle auto tradizionali e con una temibile concorrenza cinese sulle auto elettriche.

La destra ha fatto perdere all’Italia 5 anni. La crisi dell’auto è colpa sua. L’Europa è in crisi per le fobie delle destre alla ricerca di un nemico e prigioniere di ideologie antistoriche.

Per questo va detto che l’Italia lavorerà per fermare il riarmo, per razionalizzare la difesa europea, bloccando la distorsione dell’economia verso le armi e la guerra.

Le risorse debbono andare a sviluppo, clima, occupazione, nuovo stato sociale. Va rifiutata la via trumpiana al riarmo per vendere più armi Usa, avanzando proposte per il disastro di Gaza e della Palestina da gestire attraverso sedi internazionali legittime, per una soluzione equilibrata in Ucraina puntando a convincere la Russia a correggere gli errori dell’aggressione, per una soluzione concordata della guerra in Iran, per regolare le troppe aree di guerra nel mondo. No alla logica della grandi potenze che imprimono una distorsione tecno capitalistica che entra in collisione con la stessa democrazia.

Il mondo deve fermarsi a riflettere per prendere decisioni per la pace, disarmata e disarmante, come ha giustamente chiesto papa Leone XIV. Altrimenti i rischi sono enormi. Per la tenuta della democrazia anzitutto, perchè si profilano evidenti logiche da nuove crociate, all’esterno e all’interno.

Le elezioni in Italia saranno parte di queste alternative in campo per fermare le destre e difendere la democrazia.

Il clima è passato da essere al centro dell’attenzione internazionale per iniziative condivise ad iniziative che favoriscono la ”esplosione” climatica della terra. La destra è protagonista del rilancio dei fossili più nucleare, l’alternativa netta è 100% fonti rinnovabili prima possibile.

Occorre bloccare il riarmo – le 800.000 armi finite alla malavita in Ucraina sono un allarme rosso – riaprire i canali di confronto e di accordo, per questo un’iniziativa di pace deve iniziare dall’Ucraina con una conferenza internazionale di pace sul modello Helsinky 1975 e con una gestione Onu della striscia di Gaza, togliendo di mezzo la finzione trumpiana che sta causando morti e distruzione come e peggio di prima.

In sostanza occorre indicare le vie concrete dell’alternativa alla destra.

Ci sono tanti altri punti di fondo: lo strazio del sistema fiscale lo rende incapace di mantenere unitarietà, progressività e aiuto alle fasce sociali più deboli; il sistema sanitario nazionale è a rischio implosione che vuol dire privatizzazione all’americana (Crisanti), di cui l’autonomia regionale differenziata è un ulteriore tassello; istruzione e ricerca sono ai materassi; un nuovo stato sociale di cui faccia parte un lavoro dignitoso e retribuito in modo da fare rientrare i giovani dall’estero e da difendere il potere di acquisto di chi lavora, la qualità del suo impegno; una politica industriale che abbia il coraggio di avere nello stato un protagonista del nuovo, a partire dall’ex Ilva, che rischia di finire male.

Sui punti dirimenti occorre chiamare le persone, le associazioni più svariate a discutere, a partecipare, a sostenere l’alternativa costituzionale, per questo occorre che conoscano la piattaforma che vengano chiamate a sostenere, ad aiutare; a decidere le scelte, a lottare se necessario.

La destra vuole un capo che decide su tutto, perché mai l’alternativa costituzionale dovrebbe seguirla su questo stravolgimento costituzionale? Certo sarebbe utile una legge elettorale che consenta ad elettrici ed elettori di scegliere i rappresentanti, mentre il testo della maggioranza non lo farà, ma resta l’imperativo categorico che occorre vincere le elezioni comunque e si può fare solo su una chiara alternativa alla destra di Giorgia Meloni.

Alfiero Grandi

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Illuminava l'aria La morte a 86 anni del cantautore emiliano. Dentro la Locomotiva c’erano Pietro Gori (Addio Lugano) e di riflesso Carducci e Pascoli

LEGGI ANCHE Guccini: «Felice che le mie canzoni ora volino libere»

f6ae70f9-6112-48ce-ab80-6a836aec1af2 Francesco Guccini a Milano nel 1975 – Foto Dino Fracchia

«La storia ci racconta come finì la corsa/ La macchina deviata lungo una linea morta». E pensare che a un certo punto – molti anni fa, comunque – ci sembrò poco elegante (un tantino grossolano, retorico) il rituale di alzare il pugno in corrispondenza del grido.

Grido che annunciava ai «contadini curvi» l’impresa del macchinista anarchico: «Fratello non temere che corro al mio dovere», verso bellissimo però anche al milionesimo ascolto, «trionfi la giustizia proletaria!», ripetuto tre volte come si faceva in tutte le ballate anarchiche e nei cori popolari. Che Francesco Guccini conosceva bene, per via delle notti beat passate all’osteria a trasbordare il passato nel futuro di quei Sixties benedetti (dicono), con le orecchie aperte nei confronti della nuova canzone politica italiana, gli amati Cantacronache. Dentro la Locomotiva c’erano Pietro Gori (Addio Lugano) e di riflesso Carducci e Pascoli (al quale la passione per l’anarchia aveva causato un arresto e la perdita della fondamentale borsa di studio), più lontani Whitman e Lee Masters, di certo blues, ballate e canzoni del folk americano che piovevano dai dischi. La locomotiva come grande ballata dylaniana, da Hard Rain a Desolation Row, eppure totalmente nostra.

Quanto basta perché le parole e il calore della musica sapessero mutare il pubblico in pochi versi («Non so che viso avesse/ non so come si chiamava», e ci sei dentro quel treno), in una comunità effimera, per questo ancora più struggente, di fedeli della fiaccola dell’anarchia. Guccini al tempo aveva votato Psi e avrebbe avuto Berlusconi e Giorgia Meloni in grande antipatia. «Sibila il vapore sembra quasi cosa viva», neppure una voce ma qualcosa di impalpabile annuncia la cosa della giustizia proletaria: il fischio della locomotiva che si perderà nel cielo e con lui tutte le mille, diecimila voci coi loro pugni chiusi. Fuori correvano gli anni Settanta della rabbia, poi gli Ottanta della sconfitta, si fatica a trovare aggettivi per i decenni che sarebbero seguiti. Fino al silenzio.

NELLA LOCOMOTIVA – che il suo autore ne fosse cosciente oppure no – noi siamo per quei pochi secondi il fischio che annuncia la vendetta finale e ogni volta, momentaneamente, la sospende. Fino a quando? Siamo il maledettissimo anarchico e poi la stralunata consapevolezza del nulla di Leopardi, Pascoli e Gozzano. Figurine delle nostre antologie di liceo alle quali Francesco Guccini – «maestrone» di letteratura italiana secondo l’esegesi del soprannome – aveva dato una nuova vita dentro la storia di un paese che osservava i suoi cambiamenti, si faceva la guerra, dimenticava, non aveva visto ancora niente. Siamo il sogno finale di Novecento di Bertolucci, l’allucinato rituale del processo al padrone dopo la guerra. I pochi piccoli sogni di cui è fatta La storia di Elsa Morante. Testi lunghi «epici», usciti negli anni della Locomotiva che condividono qualcosa della pasta emotiva di quella canzone, il saliscendi, il tuffo al cuore, la malinconia, soprattutto il primo che sotto un treno inizia e finisce.

GUCCINI seduto una sedia che immaginavamo impagliata come il fiasco di vino che si teneva accanto e beveva a sorsate, è l’immagine dei fortunati che l’hanno visto suonare in quegli anni, quando si sosteneva con lazzi e battute. Un disco come Opera Buffa metteva in mostra le sue virtù da cabarettista. Guccini «stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia meta», il verso delle osterie di Fuori Porta che fece scrivere a Riccardo Bertoncelli «Guccini non appartiene più a se stesso, e finisce col ripetersi». Bertoncelli usava (lo ha detto) un calembour usato contro il Dylan disimpegnato di fine anni Sessanta: liberare Dylan da se stesso, cioè tenere in vita l’immagine che noi abbiamo dei cantanti che una volta o l’altra ci hanno fatto salire su treno, lanciato a bomba contro l’ingiustizia.

Era il 1974 e da lì nacque l’Avvelenata, una delle canzoni che a torto o a ragione oggi ancora rappresentavano Guccini. Forse lui non l’amava granché, all’inizio. Forse anche La Locomotiva a un certo punto cominciò a pesargli. Ci sono versioni, credo, in cui delle 13 strofe qualcuna viene tenuta da parte, l’importante è che resti la giustizia proletaria. Ma sapeva improvvisare le ottave, come i vecchi contadini delle sue montagne. Aveva fatto le serate in balera, lo spettacolo deve continuare. E aveva la responsabilità di un poeta civile verso il pubblico, di una cantastorie per le sue storie. Per Franco Fortini era stato uno dei pochi capaci di tenere in vita la forma ballata, come Brecht (e se lo diceva Fortini), contro le arie del melodramma italiano che invece girano in tondo su se stesse.

E non aveva mai detto che le sue erano «canzonette«. Mai era andato a Sanremo. Anzi sì, aveva scritto un pezzo per Caterina Caselli nel ‘67 (Una storia d’amore) in grande stile Byrds/ beatnik: «I treni alla stazione sono pronti per partire« diceva il ritornello «non lasceremo mai questa stanza sul tetto». Non gliel’avevano preso.

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Fine vita. Ecco perché legge dell’Emilia-Romagna è utile e legittima

Gentile Direttore,
dopo l’approvazione della legge regionale dell’Emilia-Romagna sul “fine vita” (Suicidio Medicalmente Assistito – SMA -) in diversi, politici e autorità morali, sono intervenuti. Alcuni sono intervenuti per indicarne la pericolosità e la inutilità. Secondo costoro la pericolosità deriverebbe dal rischio di “deriva eutanasica”, dall’affermarsi della “cultura della morte” e dalla “resa” dello Stato dinanzi alla sofferenza, mentre l’inutilità verrebbe dal fatto che le cure palliative, in grado di affrontare ogni sofferenza, fisica o psichica, rendono inutile la scelta del suicidio assistito. Sono tesi sbagliate, le une e le altre e, insieme alla inerzia del Parlamento, che perdura da otto anni – prima l’ordinanza del 2018 e poi la sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale – e da quella del Governo – nei suoi 4 anni di carica – su un tema così rilevante rende la legge emiliano-romagnola preziosa e utile.

La legge regionale 10/2026 sul SMA è fedele ed aderente alle indicazioni della Corte Costituzionale, non prevede alcuna eutanasia, non paventa alcuna evoluzione in senso eutanasico e non abdica in alcun modo alla cura, alla assistenza e al sostegno del paziente che richiede di porre fine alle proprie sofferenze.

L’eutanasia nel nostro Paese è un reato e certo nessuna legge regionale potrebbe mai modificare il codice penale. Non è prevista in alcun modo una modalità di “fine vita” oltre quella che il paziente– con la verifica puntuale e precisa insita nell’operato dei Comitati CoVam e COREC – decide di compiere, autonomamente e liberamente e con l’assistenza, moralmente dovuta per non abbandonarlo, dei sanitari.

Anche questo passaggio che la legge prevede avvenga in un contesto di relazione, di assistenza e di cura è un accompagnamento – come ha scritto il Comitato per l’Etica di Fine Vita – in un percorso che potrebbe invece vedere altre terribili modalità o il ricorso ai centri privati in Svizzera, ove non esistesse questa possibilità di scelta che garantisce al singolo cittadino il diritto a trovare risposta nel Servizio sanitario regionale pubblico della Emilia-Romagna.

L’enfasi sulle cure palliative è culturalmente comprensibile, tali sono i passi in avanti fatti dalla medicina sulla capacità di eliminare il dolore e di dare qualità della vita, ma al contempo, epidemiologicamente e giuridicamente debole.

L’epidemiologia delle patologie e delle richieste, quelle note, sin qui fatte per accedere allo SMA nel nostro Paese mostrano una netta prevalenza delle patologie neurologiche rispetto a quelle oncologiche in cui le cure palliative danno il meglio delle loro capacità. Sulle neurologiche – il cui esempio classico è la Sclerosi Laterale Amiotrofica o altre patologie neurodegenerative simili – è assai meno incisivo il ruolo delle cure palliative nel dare qualità di vita.

Inoltre, è abbastanza noto dalla letteratura scientifica che anche in campo oncologico le cure palliative non sempre (la refrattarietà è considerata non trascurabile dagli stessi palliativisti) risultano in grado di eliminare tutti i sintomi, al punto che una quota significativa ricorre alla sedazione profonda.

Vi è poi la forza del diritto che non può basarsi sui soli numeri, dovendo essere difeso il diritto anche del singolo cittadino.

Le ripetute sentenze della Corte Costituzionale, in un quadro di condizioni ben definito, consegnano ai cittadini emiliano-romagnoli una opzione sul loro “fine vita” che è valido – come per chiunque – anche senza una legge regionale, attraverso un giudice ordinario. Questo diritto indiretto, derivato dalla depenalizzazione della assistenza al suicidio assistito, senza una legge regionale vedrebbe risposte incerte, con possibili ritardi oltre i tempi clinici di aspettativa di vita, oltre che potenzialmente frettolose, senza omogeneità sul territorio regionale e con il rischio di essere insostenibili per umanità ed equità.

Invocare le cure palliative come la “cura di tutto”, in grado di dare sempre qualità e dignità (secondo una idea esterna al paziente) in tutte le patologie irreversibili, come fosse la panacea che rende addirittura inutile il diritto al rifiuto delle cure ed alla autodeterminazione per la propria idea di dignità della vita, appare irrealistico e prima ancora ingiusto.

La Regione Emilia-Romagna, con la Legge 10/2026, ha legiferato come consentito dalla competenza in materia di “tutela della salute” (art.117 Costituzione), sic stantibus rebus, rispettando pienamente l’equilibrio, oggi il più avanzato possibile in vacanza di una legge nazionale, tra la natura “comunitaria” (di tutela della persona) e “liberale” (di autodeterminazione) della nostra Costituzione. Era una sua prerogativa, accertata e consegnata dalla Corte (sentenza della Corte Costituzionale 204/2025 sulla legge regionale toscana) ed era suo dovere, in linea con la storia di avanguardia nei diritti, legiferare.

Paolo Trande
Medico e consigliere regionale Alleanza Verdi e Sinistra Emilia-Romagna

Giovanni Gordini
Medico e consigliere regionale civico Emilia-Romagna

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Nel regno del Marocco Quella di Ceuta è una tragedia di migranti e miseria ma anche una storia di spionaggio e tradimenti, con coinvolgimento di servizi marocchini, israeliani, spagnoli e probabilmente americani

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47f747cb-c688-4fe3-819d-749560db2f2d igranti in fila per l'acqua distribuita dai militari spagnoli a Ceuta – Foto Ap

Quella di Ceuta è una tragedia di migranti e miseria ma anche una storia di spionaggio e tradimenti, con coinvolgimento di servizi marocchini, israeliani, spagnoli e probabilmente americani. E, come sempre, tutto quel che accade in Marocco ruota intorno a re Mohammed VI, massima autorità politica e religiosa. Il Comandante dei credenti, suo titolo ufficiale, possiede con la sua corte il 70-80% dell’economia, della finanza e delle terre arabili. Monarca costituzionale sì, ma senza dubbio padrone assoluto del Paese.

Le autorità marocchine della vicenda di Ceuta sapevano già in anticipo. Perché da decenni milioni di marocchini e africani sono le vittime non solo della loro povertà ma di manovre politiche, economiche e di potere. È da metà luglio che centinaia di persone cercavano di entrare nell’exclave spagnola di Ceuta.

Fino agli ultimi giorni del mese Rabat ne ha bloccato una parte ma il 30 luglio qualcosa è cambiato mentre a migliaia si sono gettati in mare.

La frontiera è collassata, si può dire, sotto gli occhi del sovrano mentre arrivava il festoso messaggio di Trump al re: «Gli Stati uniti sono chiari: riconosciamo la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale».

Nello stesso giorno, quando è iniziata la marea dei migranti, il re infatti si trovava a celebrare la Festa del Trono a M’Diq località a poco più di 20 chilometri da Ceuta, circondato da uno sciame di autorità, compreso Abdelatif Hammouchi capo dei servizi segreti Dgst. Figuriamoci se il re e i suoi uomini non ne fossero informati. Hammouchi è colui che gestisce il software spia Pegasus della società israeliana Nso, utilizzato contro dissidenti, giornalisti e alleati stranieri, e fa parte della collaborazione militare con lo stato ebraico.

Secondo i documenti pubblicati dal consorzio giornalistico Forbidden Stories, il Marocco usa Pegasus monitorando segretamente la Guardia Civil di Madrid e gli ufficiali spagnoli che addestrano i servizi di Rabat. A Ceuta è successo qualche cosa che i marocchini sapevano ma non gli spagnoli che pure avevano incontrato Hammouchi settimane prima degli eventi e lo avevano persino insignito della Gran Croce di Malta della Guardia Civil.

Questo non è il primo problema tra Madrid e Rabat. Nel 2021, Spagna e Marocco avevano già vissuto un’altra crisi diplomatica. In un contesto segnato dagli Accordi di Abramo promossi dalla Casa bianca, il Marocco aveva riconosciuto Israele e, in cambio, Trump aveva proclamato la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ex provincia spagnola considerata dall’Onu un territorio in attesa di decolonizzazione, ora in gran parte sotto il controllo di Rabat. Qui, dove è stata girata l’Odissea di Nolan con i sussidi marocchini, c’è un consolato Usa a Dhakla e un’autostrada dedicata a Trump.

La crisi diplomatica tra i due Paesi si era concretizzata in una crisi migratoria orchestrata dai servizi marocchini a Ceuta, sfociando con un drammatico massacro di migranti africani, in questo caso al confine tra Melilla (Spagna) e Nador (Marocco) nel giugno 2022. Dopo gli ultimi eventi di Ceuta il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha evitato lo scontro con le controparti marocchine descrivendo il Paese come un «amico» e un «partner strategico». Parole mielate poco credibili.

Secondo un rapporto dell’intelligence spagnola, l’apertura della frontiera nel 2021 era stata coordinata dal consigliere reale Fouad Ali El Himma insieme al ministro degli esteri Nasser Bourita e ai vertici dei servizi marocchini. L’intelligence di Rabat avrebbe poi spiato allora i cellulari di Sánchez e di diversi suoi ministri con Pegasus. La diffidenza tra Spagna e Marocco è palpabile. Il 20 luglio scorso Sánchez ha ricucito le relazioni diplomatiche con l’Algeria, in crisi dal 2022 per il sostegno spagnolo a Rabat. E questo non è certo piaciuto ai marocchini: dentro si sono infilati gli israeliani, irritati dalle posizioni di Sánchez contro il genocidio a Gaza, e gli americani, furibondi per l’ostilità del premier spagnolo alla guerra contro l’Iran. Usa e Israele se potessero toglierebbe Ceuta, strategica per il controllo dello stretto di Gibilterra, a Madrid per darla al Marocco.

Con inaudita sfrontatezza l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon ha scritto: «La Spagna, che non perde mai l’occasione di fare la morale a Israele, ha dichiarato lo stato di emergenza a Ceuta in seguito alla crisi sulla sua politica migratoria. Forse è ora che spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa». Mentre al Congresso Usa in primavera esponenti repubblicani, in una relazione della Camera, avevano definito Ceuta e Melilla come situate «in territorio marocchino», mettendo in discussione la sovranità spagnola.

Se è vero che le migrazioni sono sempre state una valvola di sfogo per Rabat che conta un 40% di giovani disoccupati e oltre la metà sottoccupati, le autorità tengono tutto sotto controllo, dai media, alla dissidenza, alle ondate migratorie. Da Capo Spartel a Tangeri la costa europea di Gibilterra si può quasi toccare tanto è vicina, ma da questo orizzonte, carico per molti di sogni e speranze, si capisce anche quanto l’Europa sia lontana. Quello che si è visto a Ceuta è il simbolo di come miseria e disperazione diventino nel regno del Comandante dei credenti lo strumento di una lotta geopolitica che va dal Medio oriente al Nordafrica al cuore del Sahara.

 

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