Una nuova legge elettorale dovrebbe essere incentrata su un sistema proporzionale basato su collegi uninominali.
La premier Se Clint Eastwood secondo Sergio Leone aveva solo due espressioni, Giorgia Meloni ne ha una soltanto, quella del più torvo vittimismo
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Se Clint Eastwood secondo Sergio Leone aveva solo due espressioni, Giorgia Meloni ne ha una soltanto, quella del più torvo vittimismo. Neanche ieri, neanche nel discorso in parlamento del dopo batosta referendaria, tanto atteso e rimandato, ha saputo cambiare tono. Ha ripetuto lo stesso intervento che fa da quando è al governo e che prima, con poche varianti, faceva dall’opposizione. Lei accumula solo successi, se non si vedono abbastanza è colpa dei «disperati», la minoranza che le rema contro.
Se qualche problemino ogni tanto si intravede, la colpa è di chi c’era prima di lei, della situazione che ha ereditato. E comunque all’estero le riconoscono i traguardi e la centralità che ha ridato al Paese. Anzi alla Nazione.
È precisamente la retorica che l’ha condotta alla rovinosa sconfitta del referendum sui magistrati. Un rovescio che non si può sottovalutare: non ci sono tanti precedenti di leader che si incaponiscono nel chiedere una conta non prevista e non necessaria sul proprio operato e la perdono clamorosamente, forse solo De Gaulle nel 1969 e Renzi nel 2016. Il fatto che Giorgia Meloni non sia capace di cambiare registro, di segnalare che ha capito il messaggio delle urne, che continui a parlare dopo quattro anni di governo come fosse ancora all’opposizione (dell’opposizione), potrebbe quasi essere una buona notizia. Continuando così le presenteranno il conto gli elettori l’anno prossimo e all’opposizione, che non sa far altro, basta aspettare.
Ma è più complicato di così, anche nel caso in cui la destra non riesca ad approvare in tempo la nuova legge elettorale con la quale truccare la partita. Intanto Giorgia Meloni non ha sfidanti nel suo orto, è senza alternative, non esiste un progetto di destra costituzionale e meno estremista di quella di Fratelli d’Italia che possa essere messo in campo (casomai dalla continua rincorsa a destra stanno gemmando nuove fascisterie). Anche per questo la premier è condannata a restare se stessa, non potrà truccarsi da leader moderata o meno ansiogena. Essere circondata da personale politico scadente (è un eufemismo) che le procura danni anche quando sta zitto e fermo e non è in grado di consigliarla mai (ad esempio ieri avrebbero potuto suggerirle di glissare un po’ sulla fedeltà all’alleato americano) è un suo punto di debolezza. Ma è anche un suo punto di forza se volgiamo lo sguardo, come dobbiamo, dall’altra parte della barricata.
Come gli interventi di Schlein e Conte nel dibattito di ieri hanno evidenziato, la sfida che appassiona l’opposizione in questo momento è una sfida interamente domestica. I capi dei due partiti si marcano, non si citano mai, si contendono il ruolo di primo oppositore o prima oppositrice. Per un’occasione come quella di ieri non sono riusciti a presentare uno straccio di proposta condivisa che alludesse a una concordia, se non raggiunta quantomeno all’orizzonte. Perché all’orizzonte ci sono solo le primarie che dal giorno stesso della vittoria del No, con l’uscita di Conte, hanno deviato la discussione. Probabilmente Pd e 5 Stelle sono convinti di aver ricevuto dal referendum un biglietto vincente della lotteria e quello che gli sta a cuore adesso è correre per essere i primi a incassarlo.
Si sbagliano, perché come abbiamo già scritto altre volte la vittoria del referendum non gli appartiene, se non in parte minoritaria. Quel voto non conteneva alcuna delega, neanche alla difesa della Costituzione dove tutti e due i partiti hanno qualcosa nel loro passato da farsi perdonare. Quel voto è soprattutto il prodotto della nuova attenzione per la politica, dell’ondata di protagonismo che abbiamo visto nelle manifestazioni per Gaza, contro le leggi repressive del governo, negli scioperi; tanti erano giovani, tantissimi lontani dai partiti. Se Meloni tutto questo non lo ha sentito, non lo ha capito e comunque non è in grado di affrontarlo (se non con più «sicurezza» cioè polizia), l’opposizione tutta concentrata com’è nel problema della leadership sembra avere lo stesso problema.
Commenta (0 Commenti)I NODI DELL'ALLEANZA Ci risiamo: dopo mesi di conciliabili segreti, la coalizione di destra sembra aver trovato l’accordo su un’ipotesi di riforma elettorale, anche se non appare ben chiaro come pensano di risolvere […]
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Ci risiamo: dopo mesi di conciliabili segreti, la coalizione di destra sembra aver trovato l’accordo su un’ipotesi di riforma elettorale, anche se non appare ben chiaro come pensano di risolvere alcune questioni spinose, che presentano il rischio di un alto profilo di incostituzionalità: tenteranno un blitz? Mai come in questi giorni, dopo aver incassato la botta del referendum, è apparsa chiara la mossa disperata che stanno cercando di fare; ma stavolta il gioco è persino troppo evidente. È come se la destra si fosse bruscamente risvegliata da convinzione in cui è sembrata cullarsi, ossia che la propria egemonia fosse oramai un dato destinato a consolidarsi. La classica yubris dei vincitori, che scoprono dolorosamente come i reali rapporti di forza, nel paese, siano tutt’altro che stabilizzati. E allora, ci riprovano ancora a forzare le regole del gioco, nonostante la sberla appena subita.
E tuttavia, è bene evitare che, a sinistra, si creino pericolose illusioni: e l’errore più grave sarebbe quello di derubricare come una mera questione “tecnica” la scelta di un sistema elettorale, ignorandone le rilevanti implicazioni politiche e istituzionali. Non è vero che un sistema vale quanto un altro. Con il simil-Porcellum, che stanno tentando di imporre, si trasforma l’Italia in un unico mega collegio elettorale, in cui chi arriva primo, anche solo di alcune decimali, “prende tutto”, fino al 55 % dei seggi e anche oltre. I dati delle ultime elezioni e quelli dei sondaggi mostrano una sostanziale parità tra i due schieramenti: con l’attuale sistema elettorale la partita nei collegi e nelle circoscrizioni sarebbe del tutto aperta; invece, con il sistema a “premio” a cui la destra sta ora pensando, anche un piccolo scarto potrebbe tradursi in una larga maggioranza parlamentare. Le gravissime distorsioni di questo modello sono evidenti. E bisogna però guardarsi anche a sinistra dalla tentazione di rivolgere a proprio vantaggio questa distorsione, magari pensando così di allontanare il fantasma di possibili governi tecnici, o l’angoscia del “pareggio”, ora che la vittoria sembra a portata di mano.
Detto questo, se è evidente il disegno strategico della destra, cosa possono fare le opposizioni, oltre a denunciarne le finalità truffaldine? C’è un rischio e un fattore di debolezza: al momento le opposizioni non sono in grado di offrire una proposta alternativa a quella del governo. In assenza di questo, che si fa? Si aspettano solo le mosse del governo? Si accetta il terreno scivoloso di una contrattazione sulle soglie del premio?
E reggerebbe una pratica ostruzionistica, o anche solo dilatoria (ammesso che in Parlamento, oramai, la si riesca a fare), solo per difendere l’immutabilità di questa legge? Sarebbe molto più saggio e darebbe invece più forza un discorso che suonasse pressappoco così: «Sì, è vero. Il Rosatellum è un pessimo sistema, ma questo non è un buon motivo per approvarne uno ancora peggiore! e quindi, se di sistema elettorale si deve parlare, pensiamo finalmente ad una riforma seria, che possa contribuire davvero a migliorare la qualità della nostra democrazia. E dunque proponiamo che ….». Già, ma cosa proporrebbero a questo punto le opposizioni? Qui si entra in una zona di elevata turbolenza: non è affatto chiaro cosa propone, in particolare, il Pd. È in grado di dire, questo partito: «Siamo per un sistema proporzionale vero, di tipo tedesco»?
L’anno scorso, durante la prima fase della discussione parlamentare sulla riforma del premierato, le opposizioni hanno presentato vari emendamenti che nel complesso si ispiravano al modello del cancellierato tedesco: e fin qui va tutto bene. Peccato, però, che siano stati bloccati e rimessi nel cassetto anche alcuni emendamenti sul sistema elettorale che, del tutto in coerenza con la forma di governo che si sostiene, erano orientati a proporre un modello proporzionale, con soglia di accesso. Ed è presumibile che il veto sia giunto da quell’area del partito che potremmo definire composta dai “nostalgici della cultura del maggioritario”, a cui molto è legata la genesi stessa del Pd.
Insomma, si rischia di pagare, anche sulla posizione da tenere in materia di sistemi elettorali, un costo elevato: si svicola di fronte alle questioni più spinose e si evita di “scoprirsi”, per non far emergere le divisioni, ma ottenendo un risultato peggiore: le divisioni vengono fuori lo stesso, ma con l’aggravante che manca una posizione ufficiale del partito, da assumere con chiarezza di fronte all’opinione pubblica e alle altre forze politiche.
Nel caso dei sistemi elettorali, poi, questa reticenza è ancora più grave, perché rivela un’incertezza di fondo, sul modello stesso di democrazia parlamentare che si ritiene di dover adottare, quale idea di rappresentanza politica, quale ruolo dei partiti. Alla fine, si evitano e si rimandano le discussioni cosiddette “laceranti” sui grandi principi, ma la realtà poi si prende la sua rivincita: ed anche una singola questione, quale può essere il sistema elettorale da sostenere, mette a nudo, per le sue implicazioni, l’assenza o la debolezza di un’autentica bussola politico-culturale.
Commenta (0 Commenti)Dopo la batosta Non lasciamoci trarre in inganno dal ghigno di La Russa improvvisamente divenuto bonario. Di qui all’autunno torneranno a impazzare slogan contro i migranti e i sovversivi
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La famiglia nel bosco ricevuta da La Russa – Foto Imagoeconomica
Prepariamoci che la sconfitta referendaria, la congiuntura internazionale e le divisioni interne sospingeranno la destra a maggiore aggressività, non certo alla moderazione.
Provocare e cavalcare l’allarme sociale sarà la leva motrice della campagna elettorale alla quale si accingono in cerca di riscossa, non potendo fregiarsi di fronte agli italiani né di crescita economica né di riforme strutturali, pur avendo beneficiato di una solida maggioranza parlamentare.
Non lasciamoci trarre in inganno dal ghigno divenuto improvvisamente bonario del presidente del Senato, l’uomo più potente di Milano, Ignazio La Russa, prodigo di interviste settimanali al Corriere – è pur sempre la seconda carica dello Stato – i cui temi svariano dal festival di Sanremo all’Inter, dalla famiglia del bosco alla Nazionale, con un passaggio appena sull’amica Santanchè.
Strizzare l’occhio alla cronaca spicciola eludendo i colpi di scena della storia, l’esercizio della futilità nei momenti drammatici, sono tipici espedienti di chi, nel mentre tesse la ragnatela del potere, coltiva il senso comune per incanalarlo in spirito di conservazione.
Ci sono partite complicate di riassetto del sistema non rinviabili: il passaggio dal controllo di Mediobanca all’espugnazione delle Generali, le nomine nelle grandi aziende pubbliche, il ricambio di vertice in regione Lombardia, la sfida urbanistica e politica al Comune di Milano. Tutto ciò è meglio giocarlo nell’ombra, cianciando d’altro in pubblico.
Ma intanto per le strade di Milano compaiono i manifesti di una convocazione minacciosa, sabato18 aprile, niente meno che in piazza Duomo: «Senza paura. In Europa padroni a casa nostra!». Un uomo fotografato di spalle sventola una bandiera crociata. Nessun simbolo di partito, solo la sigla patriots.eu, per il lancio del raduno in cui Matteo Salvini farà sua la parola d’ordine dell’estrema destra europea: remigrazione. Di qui all’autunno a destra non ci sarà più spazio per la finta goliardia senile di La Russa. In concorrenza e in consonanza fra loro torneranno a impazzare gli slogan contro i migranti, i sovversivi, la sinistra asservita alle consorterie finanziarie. Ordine pubblico e sicurezza che richiedono una mano forte tornerà ad essere il leit motiv.
Cercheranno la provocazione di piazza così come l’orribile delitto da sbattere in apertura di telegiornale perché i colpi di mano necessitano di emozioni forti.
Se conviene, si torna al passato. Ieri il Secolo d’Italia, edito dalla Fondazione Alleanza Nazionale, titolava a caratteri cubitali: «La mano di Soros», col finanziere effigiato come nelle campagne di Orbán e dei Maga trumpiani in cui lo descrivono burattinaio dei flussi migratori e destabilizzatore dei governi nazionalisti. FdI non usa più “usuraio” come nel 2019 ma grida alla vergogna perché Soro avrebbe finanziato associazioni legate a parlamentari di sinistra. Ricominciano, insomma: il nemico interno eterodiretto da potentati stranieri.
Certo non è facile fare i sovranisti e i revanscisti in casa propria quando i maggiorenti della destra mondiale mettono in pratica il culto della forza passando dalle minacce all’azione violenta. Illiberali e pacifisti, a destra, è un ben strano mix. Ma la violenza verbale da qualche parte è destinata a tracimare, arroccati come sono nella difesa di un governo che considerano una conquista storica. Per questo dobbiamo aspettarci delle sorprese ed evitare – come si diceva una volta – di cadere nelle provocazioni. Abbiamo tirato un sospiro di sollievo in molti, sabato scorso, quando la grande manifestazione romana No Kings si è conclusa senza incidenti. Rileggendo le parole scelte quella mattina dal capogruppo FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, è difficile sfuggire alla sensazione che proprio a uno scontro frontale mirassero, commentando il controllo di polizia “preventivo” alla deputata europea Ilaria Salis: «È là che piagnucola, povera stella, la rivoluzionaria con l’immunità in tasca. Per tanti italiani il posto in cui dovrebbe stare è un altro»…
Commenta (0 Commenti)La guerra grande Netanyahu e Trump sapevano bene che l’attacco all’Iran avrebbe messo l’Europa e mezzo pianeta con le spalle al muro. Non ci hanno avvertito per un semplice motivo: tra i bersagli c’eravamo anche noi. Ci stavano per bombardare a colpi di barili di petrolio
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Ljubljana, protesta contro l'aggressione israeliano-statunitense all'Iran – Ap/Darko Bandic
Siamo in guerra ma forse non abbiamo ben capito con chi e perché. L’Italia è in guerra anche con se stessa perché guidata da una leadership modesta, impantanata tra le malinconie del fùtbol e della vita (i gossip dei ministri) e con scarsi margini di manovra, che crede ancora nell’«amico» Trump e ha paura di tutto, anche della sua ombra.
Bisogna rassicurarli, qui di Andreotti, Craxi e Moro non ce ne sono più da un pezzo. Quelli le basi Usa forse le avrebbero chiuse fino alla fine del conflitto, visto che è una guerra illegale e contro il diritto internazionale. Come del resto fece Erdogan a Incirlik nel 2016, spegnendo la luce alla base dei missili nucleari durante il tentativo di golpe.
MA L’ITALIA di governo compra ancora le fesserie in vendita al Trump Bazar che spinge ora la premier Meloni in missione nel Golfo con il cappello in mano. In questo teatrino italico siamo disposti a bere qualunque sciocchezza come la riapertura «naturale» di Hormuz propagandata da Trump. Secondo la US Energy Information Administration, Hormuz rappresenta lo stretto «strategicamente più importante al mondo»: lo scrive da più di 30 anni, in ogni edizione del suo report annuale.
Netanyahu e Trump sapevano bene che l’attacco all’Iran avrebbe messo l’Europa e mezzo pianeta con le spalle al muro. «Volete il petrolio? Andate a prenderlo a Hormuz», ha proclamato Trump prendendo sanguinosamente in giro gli europei. Quando il 28 febbraio i due hanno aperto il conflitto non ci hanno avvertito per un semplice motivo: tra i bersagli c’eravamo anche noi. Ci stavano per bombardare a colpi di barili di petrolio. Chiedendoci anche, vergognosamente, le basi europee e minacciando di uscire dalla Nato. Cornuti e mazziati verrebbe da dire.
Ma a loro non importa nulla delle nostre difficoltà perché in questa élite, al comando tra Washington e Tel Aviv, messianica e sionista fatta di evangelici, pentacostali, battisti e miliardari, noi non dobbiamo avere nessun ruolo. Il barile, se la guerra continua, potrebbe sfondare i 150-200 dollari, ma questo come ha chiarito Trump non importa nulla. Più siamo poveri e meglio ci controlleranno. È una vendetta anche contro tutti coloro che si sono schierati contro Israele per il genocidio di Gaza. Perché lì tutto comincia e forse un giorno tutto finirà, se troveremo ancora qualcuno vivo.
Questa è una guerra tra i combustibili fossili e le energie rinnovabili. Un conflitto di civiltà e di culture. Trump è alla testa del fronte fossile. Per lui noi europei siamo da disprezzare non solo perché non stiamo dalla sua parte in questa guerra contro l’Iran ma perché l’Europa, pur con le sue contraddizioni, favorisce l’energia verde.
DISPREZZA al massimo grado anche l’Iran ma l’unica cosa che finora ha rispettato della Repubblica islamica è l’isola di Kharg, il principale terminale petrolifero. Non si sa mai che un giorno ci metta sopra le mani come in Venezuela. Il problema, come notava il Financial Times, è che per ora – per quanto è dato sapere – non è ancora riuscito comprarsi i vertici dei pasdaran. Per lui il cambio di regime a Teheran ha un solo significato: confrontarsi, come a Caracas, con una leadership che si fa comprare. È così indispettito da ripetere ossessivamente che in Iran il vecchio regime è stato abbattuto: in realtà sperava di trovarli tutti e subito in vendita al Trump Bazar.
In questo Netanyahu e Trump vanno a braccetto. Tutti e due hanno una concezione coloniale della politica: quello che non si può corrompere e comprare, si bombarda. Con una variante: si può corrompere e poi anche bombardare. Nel caso dell’Iran Netanyahu preferisce la soluzione tabula rasa: la cosa che teme di più è che gli Usa possano trovare un accordo con Teheran. Lui vuole che Trump riporti l’Iran all’età della pietra, ovvero cancellare il Paese dalla mappa del Medio Oriente.
TRUMP VIVE di petrolio. Nell’estate del 2004 ha promesso ai capi delle major petrolifere che se avessero donato un miliardo di dollari alla sua campagna elettorale gli avrebbe dato tutto quello che volevano. «Drill baby, drill» (trivella, baby, trivella), è stato il suo motto. E ora con l’esplosione delle quotazioni del barile, le compagnie petrolifere passano all’incasso. Gli ottimisti pensano che questa guerra possa favorire gli investimenti in forma di energia più sicure e più pulite. Per ora Paesi come Giappone e Corea del Sud sono tornati a usare il carbone.
All’Italia con la guerra è arrivato invece il carbone di una malevola Befana in ritardo. Ci siamo illusi con i cosiddetti sovranisti di essere in prima fila tra coloro che contano – nonostante le nostre debolezze strutturali, energetiche e di bilancio – e invece, come ha detto a Davos il primo ministro canadese Carney, «non siamo seduti al tavolo ma nel menù».
Commenta (0 Commenti)Shock energetico Prima l’invasione russa dell’Ucraina, poi la guerra a Gaza e l’aggressione israelo-americana all’Iran che hanno incendiato il Golfo persico
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Frammento di un missile in un campo aperto sulle alture del Golan controllate da Israele
Prima l’invasione russa dell’Ucraina, poi la guerra a Gaza e l’aggressione israelo-americana all’Iran che hanno incendiato il Golfo persico. Tragedie prima di tutto umanitarie, ma in particolare per l’Europa, Italia in testa, paurosi stress-test.
Che hanno acceso la luce sulla fragilità dei nostri sistemi energetici che dipendono in larga misura dal petrolio e dal gas che importiamo da regioni geopoliticamente insicure.
Molto meno dibattuto è un altro aspetto che rende queste guerre, in generale tutte le guerre contemporanee, guerre fossili. È il loro costo in termini climatici e ambientali. Si calcola che dalle attività militari nel mondo venga il 5,5% delle emissioni globali di gas serra, generate in maggioranza dall’uso di combustibili fossili. Significa che l’uso delle armi e il suo «indotto» sono il quarto emettitore mondiale di gas climalteranti dopo Cina, Stati uniti e India, e significa che anche i conflitti di dimensione locale sono, quanto a influenza sugli equilibri climatici, globali.
Uno studio della Initiative on Ghg accounting of war ha calcolato che nei primi tre anni del conflitto russo-ucraino sono stati rilasciati in atmosfera gas climalteranti per 237 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, quanto emettono in un anno Austria, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia messe insieme.
Ancora. Secondo una ricerca di un team di ricercatori universitari britannici e americani, sommando le emissioni di gas climalteranti collegate ai primi quindici mesi della guerra di sterminio israeliana a Gaza con quelle relative alla costruzione dei tunnel di Hamas e della barriera difensiva «muro di ferro» realizzata da Israele, si ottiene un valore uguale a tutte le emissioni climalteranti generate in un anno nei 41 Paesi che occupano la parte più bassa della classifica mondiale degli Stati emettitori di C02 equivalente.
Drammatico è il bilancio ambientale anche della guerra di Israele e Stati uniti contro l’Iran. In un report del Conflict and environment observatory sono elencati, solo per le prime due settimane di guerra, 232 incidenti ambientalmente critici, in Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Giordania, Cipro, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman e Azerbaigian.
L’Europa nel frattempo sta a guardare, preoccupandosi principalmente dell’impatto delle guerre fossili sui prezzi dell’energia. E qui emerge uno spettacolare paradosso. Se in Europa i prezzi energetici s’impennano a causa delle guerre fossili, la ragione è nella larga dipendenza dei nostri sistemi energetici dal petrolio e dal gas – 62,5% per l’Europa, 90% per l’Italia -, in larga misura importati da aree del mondo investite o lambite da conflitti. I ripetuti choc fossili di questi anni dovrebbero, secondo logica, spingere i governi europei ad accelerare nel cammino di conversione dei propri sistemi energetici da petrolio, gas e carbone alle fonti rinnovabili, per loro natura energie «casalinghe».
Come per esempio sta facendo la Spagna, che per questo tra i grandi Paesi dell’Unione è la meno toccata dalle ricorrenti impennate dei prezzi dell’energia legate a difficoltà negli approvvigionamenti. Per ora non accade, per ora ci si limita a misure tampone – defiscalizzazioni, sussidi vari – per calmierare artificiosamente i prezzi di benzina e gasolio. L’Italia del governo Meloni fa ancora peggio, proponendo di cancellare il sistema Ets che attraverso meccanismi di cap-and-trade – limiti alle emissioni climalteranti, pagamento delle emissioni in eccesso – incentiva le imprese a ridurre l’impatto climatico delle proprie attività.
L’Italia dunque, uno dei Paesi Ue che basa di più i propri consumi di energia su petrolio e gas importati, risponde al caro-prezzi dell’energia provocato dalla nostra larga dipendenza dall’importazione di fossili scoraggiando di fatto le politiche necessarie a ridurre rapidamente questa stessa dipendenza.
È un cammino autolesionista, mosso essenzialmente dagli interessi del colosso Eni, vero dominus della politica energetica italiana, ed è una delle manifestazioni più tipiche – e meno denunciate – della negazione della crisi climatica e dell’urgenza di fronteggiarla che accomuna Meloni a tutte le destre sovraniste, da Trump a Orban.
Sarebbe bene che da ora alle elezioni politiche del prossimo anno il centrosinistra metta questo tema al centro del suo discorso pubblico, tanto più che in esso si saldano due orizzonti – no alla guerra, lotta decisa alla crisi climatica – entrambi radicati nelle sensibilità dell’elettorato progressista e particolarmente in quello più giovane.
Il no nel referendum sulla giustizia ha detto che la maggioranza degli italiani vuole bene alla nostra Costituzione, è innamorata del suo spirito etico e sociale. Questo spirito si difende pure impegnandosi per denunciare e sconfiggere tre nemici che le guerre attuali incarnano: genocidio, ecocidio, per l’Europa e l’Italia anche suicidio economico.
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