Appalti La riforma della legge 231/2001 renderà più difficile il contrasto al caporalato e allo sfruttamento
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Commemorazione morti sul lavoro – Foto Ansa
I favori del governo alle aziende che sfruttano gli operai in appalto si portano dietro una scia di morti sul lavoro. Nella settimana in cui il consiglio dei ministri ha vagliato la riforma della legge 231/2001, che vuole togliere la responsabilità legale alle imprese in cima alle catene di manodopera, ci sono stati sei decessi. Tre sono avvenuti nel giro di poche ore in Calabria, Emilia-Romagna e Toscana.
Tra venerdì e sabato a Calanna (Reggio Calabria) un elettricista di 40 anni, impiegato in una ditta privata, è stato folgorato mentre installava le luminarie per una festa di paese; a Salto di Montese (Modena) un operaio 60enne è stato schiacciato da un muletto mentre lavorava nel cantiere di un’abitazione; a Campi Bisenzio (Firenze) un impiegato in una fabbrica di imballaggi è stato travolto da un pallet che si è ribaltato. Aveva 61 anni. Mercoledì la stessa sorte era toccata a un 44enne ad Avenza di Carrara, ucciso dalle lastre di marmo che gli sono cadute addosso mentre le stava spostando. A questi si aggiungono i due giovani morti per malori dovuti probabilmente al caldo estremo, lunedì un bracciante 19enne mentre raccoglieva i pomodori a Stagno Lombardo (Cremona) e venerdì un muratore 35enne in un cantiere edile nel padovano, poi spostato come un pacco perché non aveva un contratto.
Le tragedie accendono i riflettori non solo sul mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro e delle ordinanze anti-caldo, ma anche sulle responsabilità legali delle aziende che si avvalgono di dipendenti in appalto o ricorrono al caporalato. La legge 231 prevede la «colpa di organizzazione» e impone ai committenti di verificare che le imprese appaltatrici non impieghino lavoratori irregolari. Se passerà la riforma, fortemente voluta da Confindustria, questo obbligo sarà eliminato e le aziende appaltanti non risponderanno più delle violazioni di società terze sulle norme fiscali, previdenziali e di sicurezza sul lavoro.
L’articolo principale nelle 70 pagine della bozza di legge licenziata martedì riguarda l’inversione dell’onere della prova, che renderà quasi impossibile sanzionare un’azienda per i reati di caporalato o sfruttamento dei lavoratori. E anche se si dovesse arrivare a processo, le imprese potranno estinguere il reato prima della condanna pagando una sanzione. Il ddl prevede anche la riduzione retroattiva delle pene per omicidio colposo sul lavoro e meccanismi premiali per le società che correggono le carenze interne che hanno favorito i reati.
Tutto sembra scritto per compromettere i processi in corso a Milano e Prato sulle catene di appalti nell’industria dell’abbigliamento, le inchieste sui colossi della logistica e gli accertamenti sulle tech company che si avvalgono dei rider per le app di consegna cibo a domicilio. Stravolgendo l’impianto della legge 231 si disincentiverebbero i pm che cercano di contrastare gli illeciti nelle filiere e si deresponsabilizzerebbero le grandi aziende della logistica, della grande distribuzione e della moda. A scapito dei più deboli, ovvero i lavoratori sfruttati, precari e sottopagati.
Il ministro della giustizia Nordio racconta la vicenda al contrario: ieri, durante le commemorazioni per il 70° anniversario dell’incidente di Marcinelle in cui persero la vita 136 minatori, il guardasigilli ha detto che «per evitare il ripetersi di tragedie e per rafforzare ulteriormente l’azione di questo governo nella tutela dei lavoratori, abbiamo approvato il ddl di riforma della disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche prevista dal decreto 231/2001.
Il provvedimento tutela aziende e lavoratori mettendo al centro la prevenzione e la protezione sul posto di lavoro». In realtà, fa presente il responsabile della Cgil Alessandro Genovesi, il governo vuole «stravolgere l’attuale impianto della norma secondo il principio per cui un committente può anche non sapere che chi lavora per lui impiega lavoratori irregolari, viola le norme fiscali e previdenziali o peggio, mette a rischio la vita dei dipendenti. E se non lo sa non è più un suo problema. Siamo alla legalizzazione dell’assenza di responsabilità».
Commenta (0 Commenti)Fascio di nervi La protesta del sindacato belga Ftgb contro la destra al governo nel 70esimo anniversario della strage di 262 minatori nel 1956. La presidente del consiglio accusa la Cgil. Landini: «Fake News, non ci giriamo dall’altra parte. Meloni pensi ai problemi veri». Per Thomas Dermine, sindaco di Charleroi, «il lavoratore italiano di ieri potrebbe essere il gemello del migrante di oggi. Ipocrita chi difende i lavoratori e chiude le frontiere». Le differenze tra il discorso costituzionale di Mattarella e quello nazionalista di Palazzo Chigi
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Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, al Bois du Cazier, durante la cerimonia di commemorazione per la tragedia di Marcinelle dell’8 agosto del 1956, tra i più gravi incidenti sul lavoro della storia europea, Marcinelle, 8 agosto 2026. X IGNAZIO LA RUSSA +++ ATTENZIONE: L’ANSA NON POSSIEDE I DIRITTI DI QUESTA FOTO CHE NON PUO’ ESSERE PUBBLICATA SENZA L’AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ NPK +++
Una protesta antifascista riuscita della Fédération Générale du Travail de Belgique (Fgtb: il maggior sindacato belga, con 1,2 milioni di iscritti); la puntualità dell’Ansa nel chiarire che la contestazione a Ignazio La Russa non arrivava dalla Cgil; la risposta di Maurizio Landini a Giorgia Meloni, che ha provato a speculare su una menzogna proprio come fatto la settimana scorsa contro il governo spagnolo di Pedro Sánchez su Ceuta. Sono questi gli ingredienti che hanno smontato la fake news scagliata dall’estrema destra al governo contro il primo sindacato italiano, applicando le regole della disinformazione apprese alla scuola Maga e del trumpismo statunitense. Tutto questo è accaduto durante la commemorazione del 70esimo anniversario della strage dei 262 minatori (di cui 136 italiani) a Marcinelle nel 1956.
LA CONTESTAZIONE era stata annunciata al Bois du Cazier. Un tempo era una miniera di carbone nel territorio dell’allora comune di Marcinelle, vicino a Charleroi. Oggi è un complesso museale dove si trovano i vecchi castelli di acciaio usati per riportare in superficie il carbone, installazioni che ricordano la strage dei minatori, un museo industriale e uno del vetro.
IL PRESIDIO DEI SINDACALISTI era iniziato di buon mattino ed è stato affrontato dalla polizia in maniera muscolare quando è arrivata la delegazione italiana guidata dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Poi la commemorazione è iniziata e, giunto il turno di La Russa, diversi sindacalisti che indossavano un fazzoletto rosso con il logo della Fgtb gli hanno girato le spalle mentre leggeva un messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Era un segno di protesta contro chi parlava, cioè La Russa, e non contro ciò che ha letto del messaggio di Mattarella, com’è stato chiarito dalla Fgtb.
TUTT’ALTRA VERSIONE è stata data dall’eurodeputato di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza, che, sostenuto dagli account social del suo partito, ha diffuso un collage con tre fotografie, tutt’altro che chiare, dove ha presunto di vedere nei militanti della Fgtb quelli della Cgil. In una delle foto si vede un sindacalista italiano che indossa una felpa della Fiom che non volta le spalle e guarda evidentemente verso il palco. «La Cgil deve vergognarsi» ha detto Fidanza seguito da uno sciame di dichiarazioni affini che hanno inondato anche le agenzie stampa. Giorgia Meloni ha preso la palla al balzo e ha pensato di replicare lo schema spagnolo: «Grave e vergognoso gesto della Cgil» ha scritto su X.
ALLE 13.11 l’Ansa ha permesso di dare una svolta alla narrazione tossica. «Come si può vedere dalle immagini e come constatato dall’Ansa sul posto chi si è voltato di spalle portava al collo un fazzoletto con la scritta Fgtb» si è letto. Già pochi minuti prima l’agenzia aveva rilanciato la rivendicazione del segretario del sindacato belga Vincent Pestieau. La dichiarazione di quest’ultimo, in perfetto italiano, è apparsa poco dopo sul quotidiano online della Cgil «Collettiva».
«TUTTI I COMPAGNI della Fgtb si sono girati – ha detto Pestieau – Fratelli d’Italia è un partito di estrema destra. Se gli italiani sono venuti a lavorare qua è anche colpa del fascismo». Testimone dei fatti Landini ha denunciato la fake news dei meloniani: «Se un certo Fidanza – ha detto – per decidere che esiste ha bisogno di parlare male della Cgil forse ha preso un colpo di sole. Trovo singolare che la presidente del consiglio con tutti i problemi che gli italiani oggi hanno trovi il tempo di commentarle. La Cgil non si gira dall’altra parte e guarda le cose per quello che sono».
UN ORDINE DI SCUDERIA è arrivato a quel punto: cambiare bersaglio. Davanti al buco nell’acqua l’ufficio propaganda ha cambiato bersaglio e ha chiesto alla Cgil di «dissociarsi dal sindacato belga» tacciato di «cieco odio politico». La Russa ha definito la protesta «un volgare atto propagandistico» e si è detto «inorgoglito» di aver avuto un trattamento simile a quello che il vicepremier italo-belga Elio Di Rupo nel 1994 riservò a Giuseppe Tatarella, negandogli la stretta di mano. «Dare la parola a lui, a delle idee fasciste, è un insulto alla memoria delle vittime» ha replicato Martine Vandevenne tra i sindacalisti presenti alla contestazione.
«CHARLEROI è una città anti-fascista» ha affermato il sindaco socialista Thomas Dermine. Nel suo discorso ha denunciato «l’ipocrisia» di chi difende i «lavoratori» e poi oggi «chiude le frontiere» a chi non ha la nazionalità. «Il minatore italiano di ieri potrebbe essere il gemello del migrante di oggi». Di fronte Dermine aveva La Russa che, innervosito, faceva gesti sarcastici e gli indicava il tempo con l’orologio. Scene che permettono di capire quanto il Bois du Cazier sia rimasto un luogo in cui i postfascisti italiani di ieri e di oggi non sono benvenuti. E una semplice girata di spalle li ha ridotti a un fascio di nervi.
IL CONFLITTO visto ieri in Belgio ha permesso di tracciare una differenza tra l’etnonazionalismo che ispira la visione del lavoratore migrante esposta da Meloni nel discorso inviato per l’occasione e quello dei sindacati che criticano le politiche del lavoro e dell’immigrazione nella «Fortezza Europa». Per Meloni l’emigrante italiano è associabile all’archetipo del lavoratore «buono», implicitamente contrapposto all’immigrazione «irregolare» di oggi.
DIVERSO è stato il discorso di Mattarella che ha delineato un’altra visione costituzionale del lavoro e dell’immigrazione. «Il diritto al lavoro – ha scritto il presidente della Repubblica – l’esigenza di tutelarne ovunque e per chiunque la sicurezza – cardine della nostra Costituzione – esprime oggi un principio fondante che accomuna l’intera casa europea, nella quale protezione dei lavoratori e contrasto di ogni forma di sfruttamento sono divenuti patrimonio condiviso. La gestione dei flussi migratori deve rispettare la dignità delle persone». Considerati gli ultimi avvenimenti non c’è dubbio che un lungo lavoro resta ancora da fare.
Commenta (0 Commenti)Coda avvelenata Mentre a Ceuta continua l’emergenza umanitaria: secondo le ong, ci sono più di 3000 minori che vagano alla ricerca di cibo e acqua
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Passeggeri in partenza per la Spagna, Fiumicino, 8 Agosto 2026 – ANSA/TELENEWS
Da ieri la Spagna è passata dalle minacce ai fatti: i controlli alle frontiere per i viaggiatori provenienti dall’Italia sono ripresi in scala crescente, prima nei principali aeroporti e nel porto di Barcellona, poi anche negli altri scali.
IL GOVERNO IBERICO ci ha tenuto a diffondere con grande dettaglio – al contrario di quello che aveva fatto l’Italia – immagini e dati che corroborano che si sono presi sul serio il ripristino dei controlli e che, con procedura poco abituale, schierano già a piè di pista la Guardia Civil che chiede, in maniera aleatoria (così dice l’esecutivo spagnolo) a circa il 15% dei passeggeri la documentazione. Una situazione a cui molti passeggeri hanno reagito con stupore.
IN ALCUNI CASI, la polizia allontana i passeggeri dal resto dei viaggiatori per portarli in una sala a parte per “accertamenti”. È chiaro il messaggio del governo spagnolo: dato che Meloni non ha fatto passi indietro, sono disposti a rendere la vita più difficile a chi viaggia dall’Italia, cioè quel tipo di profilo di persone che nell’abolizione dei controlli doganali aveva visto il segnale più tangibile di quello che significava l’integrazione europea.
L’ASPETTO PIÙ INQUIETANTE della vicenda è che l’argomento che il ministro degli interni Fernando Grande-Marlaska ha trasmesso alla Commissione europea quando ha comunicato la misura è proprio lo stesso che aveva utilizzato Meloni: l’Italia ha un’eccessiva pressione migratoria – il numero di migranti senza permesso di soggiorno arrivati in Italia è negli ultimi 5 anni più del doppio di quelli arrivati in Spagna – e questo costituisce una minaccia «per l’ordine pubblico e la sicurezza interna». La stessa scusa che aveva utilizzato l’Italia.
LE VERE VITTIME di questa crisi, però, sono altre. A Ceuta sembra
Leggi tutto: Spagna, linea dura con Roma - di Luca Tancredi Barone
Commenta (0 Commenti)Medio oriente Arabia saudita, Turchia e Pakistan siglano un patto di mutua difesa. Riyadh diversifica le alleanze senza rompere con Washington
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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il principe Mohammed bin Salman e il premier pakistano Shehbaz Sharif ieri alla Mecca – Ap
Ankara, Islamabad e, elemento centrale, anche Riyadh, alleata di ferro di Washington, cercano la sicurezza senza gli Stati Uniti. Questa è una delle letture del patto di difesa comune che ieri, alla Mecca, hanno firmato Arabia saudita, Turchia e Pakistan. Sarebbe nata quella che alcuni hanno già ribattezzato la «Nato musulmana» e a cui potrebbero aderire altri paesi dell’Asia occidentale. Ma è meglio non correre in una regione dove le alleanze spesso si sono sgretolate rapidamente sotto i colpi degli interessi di parte. In ogni caso, l’intesa, di cui si parlava da tempo, è stata accelerata dalle conseguenze dell’attacco israelo-americano all’Iran, che hanno posto soprattutto i paesi arabi del Golfo, a cominciare dal regno dei Saud, di fronte a interrogativi centrali in materia di sicurezza. Ha pesato anche l’accordo di cooperazione sul nucleare civile tra Washington e Riyadh che Donald Trump, per compiacere Benyamin Netanyahu, ha legato alla normalizzazione delle relazioni tra il paese arabo e Israele. Una condizione che, stando a indiscrezioni di stampa, ha generato irritazione tra i sauditi, i quali invocano la creazione di uno Stato palestinese prima dell’avvio di rapporti ufficiali con Tel Aviv.
È presto per valutare quali saranno gli aspetti concreti del patto siglato ieri, al di là dell’accordo militare già esistente tra Arabia saudita e Pakistan. Islamabad, unico paese a maggioranza islamica che possiede un arsenale nucleare, da tempo addestra le forze saudite e fornisce assistenza tecnica al ricco alleato. Nei mesi scorsi circa ottomila soldati pakistani, velivoli da combattimento, droni e sistemi di difesa aerea sono stati schierati in territorio saudita. I due paesi hanno anche rafforzato la collaborazione attraverso programmi navali comuni e addestramenti congiunti. A loro ora si aggiunge la Turchia di Erdogan, che dispone del secondo esercito della Nato e di un’industria bellica in forte espansione.
Erdogan e il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, ieri sono stati ricevuti dal principe ereditario e primo ministro saudita, Mohammed bin Salman, nel Palazzo Al Safa, in una dimostrazione di unità e forza. L’accordo, spiega la nota diffusa dalla Mecca, «ha lo scopo di rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi atto di aggressione e stabilisce che qualsiasi attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Stati sarà considerato come un attacco contro tutti loro». Parole che sembrano indirizzate all’Iran, che nei mesi scorsi ha colpito più volte l’Arabia saudita perché alleata militarmente degli Stati uniti, ma anche a Israele che, con la sua guerra infinita su più fronti, spaventa i regnanti arabi più moderati, a eccezione degli Emirati. Abu Dhabi, in anticipo sulla Nato islamica, nei mesi scorsi ha stretto i rapporti con l’India, anch’essa alleata di Israele, firmando una lettera d’intenti volta a stabilire una collaborazione strategica nel settore della difesa.
Erdogan, Sharif e MbS hanno fatto sapere di aver esaminato «le eccellenti relazioni» tra i loro paesi e di essersi impegnati a «rafforzare ulteriormente la loro sicurezza collettiva e a promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità nella regione e oltre». Parole che confermano come il significato politico sia il tratto più rilevante dell’alleanza. In sostanza, tre importanti potenze del mondo islamico hanno scelto una strada autonoma di fronte alla progressiva erosione del ruolo degli Stati Uniti resa evidente nei sei mesi di guerra nel Golfo. L’Arabia saudita è stata bersaglio degli attacchi dell’Iran e dei suoi alleati, dagli Houthi yemeniti alle milizie sciite irachene. E quando ha provato ad aggirare il blocco dello Stretto di Hormuz, anche Bab el Mandeb è tornato a essere un passaggio rischioso, con gli Houthi capaci di utilizzarlo come leva strategica proprio nei confronti di Riyadh. Questa vulnerabilità ha accelerato il processo. I regnanti sauditi ritengono che Washington non sia più in grado di sostenere da sola il costo della sicurezza regionale e che, pertanto, sia necessario diversificare i propri partner strategici.
Fino a pochi anni fa Arabia saudita e Turchia erano rivali. Erdogan aveva sostenuto le rivolte della cosiddetta Primavera araba e i movimenti vicini ai Fratelli musulmani, considerati da Riyadh una minaccia diretta alle monarchie del Golfo. In Libia, inoltre, i sauditi si erano schierati contro Ankara, senza dimenticare il contrasto tra la Turchia e l’Egitto, storico alleato dei Saud. Oggi lo scenario è completamente diverso. L’offensiva israeliana che ha devastato Gaza e il Libano meridionale con le conseguenti le forti tensioni con Tel Aviv, la guerra all’Iran e il graduale disimpegno americano hanno favorito una riconciliazione che si è trasformata in cooperazione strategica. Israele non commenta, per ora, ma il «Muro sunnita» sorto appena ieri era stato descritto all’inizio del 2026 come una grave minaccia da Netanyahu e persino da un leader dell’opposizione, Naftali Bennett. Anche Teheran ha forti motivi di preoccupazione. Il patto non costituisce formalmente un’alleanza anti-iraniana, ma un coordinamento stabile tra tre grandi potenze sunnite rende più complessa la libertà di manovra dell’Iran e della sua rete di alleanze regionali.
Commenta (0 Commenti)C'è ancora time Il sindaco di Roma a Investire Sgr: «Avete scelto di non vendere, la nostra è una proposta solida anche sul piano giuridico»
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Roma, assemblea pubblica di Spin Time – Foto di Renato Ferrantini
Quando sono le 17.30 l’assemblea pubblicata convocata ieri da Spin Time davanti all’edificio non è ancora iniziata. Tra la folla si fa avanti il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Si posiziona al centro, intorno a lui ci sono abitanti e attivisti.
IL GIORNO DOPO il fallimento della trattativa per «l’accordo ponte», che avrebbe dovuto far rientrare le persone in attesa di poter finalizzare l’acquisto dell’edificio da parte dell’amministrazione, Gualtieri sceglie di rilanciare in primo luogo rispondendo alla società Investire Sgr, la proprietà. Sembrava che l’accordo potesse esserci, così come i preparativi per darne l’annuncio. Poi il fondo giovedì ha declinato l’offerta adducendo cavilli giuridici: la soluzione «esporrebbe la società e i suoi amministratori a rilevanti responsabilità civili e penali», hanno scritto in un comunicato in propria difesa. Motivazioni «capziose» per Gualtieri, che risponde: «La proposta d’acquisto era solida dal punto di vista tecnico e giuridico» scrive in una nota il Campidoglio, elencando gli articoli del codice penale e della Costituzione che smentirebbero quanto scritto dalla proprietà. Le condizioni di sicurezza, poi, erano state valutate dai periti del comune che «hanno escluso la presenza di criticità strutturali tali da impedire questo percorso e attestato la possibilità, una volta completati gli interventi e acquisite le necessarie certificazioni, di predisporre in condizioni di sicurezza spazi in grado di accogliere circa 120 persone entro 60-90 giorni».
ANCHE PERCHÉ la trattativa sarebbe andata avanti quasi per inerzia. A ogni studio e proposta del comune in risposta sarebbe arrivato un ostacolo giuridico, poi smentito, e così via. Un muro di gomma. «Come se la trattativa in realtà non ci fosse mai stata», è il ragionamento. Alcuni precedenti simili ci sono, come nel caso del Metropoliz al Casilino, a dimostrare la praticabilità della soluzione.
IL NODO è solo politico, le motivazioni giuridiche un pretesto. «Non c’era nessun obbligo di accettare la nostra proposta», dice Gualtieri davanti agli abitanti, «ma è anche vero il contrario: nessuno vieta a un fondo immobiliare di avere un cuore, di fare una scelta e assumersene le responsabilità. Non è che non si poteva fare, è che non hanno voluto farlo». E su una eventuale pressione dell’esecutivo: «Non so se ci sono state intromissioni dal governo, ma le posizioni della destra sono note. Se hanno condizionato la proprietà devono essere loro a dirlo». L’intenzione allora è di provare ad andare avanti, di comprare l’immobile: «Avvieremo tutte le procedure per valutare il prezzo e acquistare, non è una strada abbandonata anche se sarà lunga». In ogni caso dall’amministrazione escludono che l’esproprio possa essere un’opzione.
NELLA NOTTE di giovedì l’amministrazione ha assicurato che agli abitanti sarà garantito un alloggio pubblico, «non è una concessione ma un loro diritto». È lo stesso Gualtieri a
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Commenta (0 Commenti)L'intervista L’ex capo della polizia: «In piazza serve comprensione reciproca, come a Roma»
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Franco Gabrielli, ex capo della polizia – Lapresse
Franco Gabrielli, 66 anni, un curriculum da brividi: capo della polizia, direttore del Sisde e dell’Aisi, prefetto di Roma, sottosegretario alla presidenza del consiglio, autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. In gioventù fu militante della Dc. Di recente ha scritto un libro, con Carlo Bonini, per Feltrinelli: Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica. Fama da «sbirro buono», come si dice nei romanzi noir, dove nulla è come sembra. Malgrado le apparenze. O forse proprio come le apparenze. «Poliziotto democratico» è la versione ufficiale. Si fa il suo nome come ministro degli interni – almeno – di un ipotetico governo del campo largo. Troppo presto per parlarne, comunque. Adesso, piuttosto, si parla molto di un tema che conosce bene: l’ordine pubblico. Gli scontri in Val di Susa, i fatti di Bologna, il caso SpinTime a Roma. Situazioni diverse, gestioni diverse. Problemi ovunque.
Partiamo dalla Val di Susa.
La Val di Susa ci accompagna da tempo. Lì c’è una protesta animata da persone che abitano quei luoghi e che è assolutamente pacifica. Poi ci sono delle derive violente, come abbiamo visto con l’ultimo episodio, un attacco compiuto con modalità che definirei militari. Io credo che in una situazione di dittatura opporsi a un regime anche con la forza abbia un suo fondamento e lo abbiamo visto nella nostra storia, ma qui viviamo in democrazia e non credo sia il caso di offrire giustificazioni ai violenti. Anche perché sono loro che poi finiscono per fare i titoli dei giornali, oscurando le ragioni delle proteste. E anche altri fatti: in Val di Susa si è dimostrato che provvedimenti come il fermo preventivo non servono a niente.
Sul fermo preventivo ci torniamo. Ma andiamo un attimo avanti: a Bologna ci sono stati dei tafferugli di natura diversa. Meno organizzati e più spontanei.
A Bologna è successo un fatto grave, la morte di Abderrahim Fakir, e il sindaco ha, credo correttamente, convocato una piazza. E poi, anche lì, una frangia violenta si è resa protagonista di scontri con le forze dell’ordine. La manifestazione era stata ampiamente e significativamente pacifica, ma poi i titoli, appunto, sono stati altri e si è scatenata una dura campagna contro Lepore. Alla fine credo che i violenti siano i migliori alleati di chi vuole la deriva securitaria.
A Roma, invece, da giorni c’è una strada in centro piena di persone, di tende, di iniziative: è il presidio davanti a SpinTime. La polizia è presente ma è integrata nel paesaggio della protesta. Nessuno scontro.
Ci sono a Roma responsabili dell’ordine pubblico il cui obiettivo è conciliare interessi diversi e considerano l’uso della forza come soluzione estrema. Del resto l’ordine pubblico dovrebbe servire a garantire il dissenso e questo succede quando è fatto di dialogo e comprensione reciproca.
Il fermo preventivo? Pericoloso e inutile, lo abbiamo visto con gli scontri in Val di Susa. Il governo fa propaganda ma la realtà lo smentisce: così si producono rabbia e paura
Però non sempre è così. Lo scorso autunno, con le manifestazioni per la Palestina, abbiamo avuto piazze molto simili in tutta l’Italia ma a volte ci sono stati scontri e altre no. Perché?
Prendiamo la famosa partita di basket tra Virtus Bologna e Maccabi Tel Aviv, ne parlo anche nel libro: in quella situazione addirittura è stata pubblicamente sconfessata dal governo l’autorità di pubblica sicurezza locale, che aveva provato a dialogare, soltanto per affermare un principio fine a se stesso. In 21 anni di carriera in polizia ne ho passati 15 in piazza ad occuparmi di ordine pubblico e ho sempre pensato che andava bene quando nessuno si faceva male e le ragioni della protesta erano garantite.
Ma c’è chi invece cerca la deriva securitaria e produce in continuazione norme sempre più stringenti sull’ordine pubblico. Prima diceva dell’inutilità del fermo preventivo…
Torniamo in Val di Susa. Lì per me la verità è che se tutti avessero condannato le violenze ora saremmo qui a parlare di altro, cioè magari del merito di alcuni provvedimenti, come il fermo preventivo. Ricordiamo che questa norma venne proposta dopo le proteste per Askatasuna a Torino e ci era stato detto che con questa non si sarebbero più verificati episodi del genere. Ma la realtà si è incaricata ancora una volta di dimostrare la fallacia della propaganda: se non si applica questo fermo preventivo là dove si prevedono incidenti e si sa pure da dove provengono, significa non avere la più pallida idea di come si gestisce l’ordine pubblico.
Ma dove si dovrebbe applicare questo fermo preventivo?
Forse semplicemente dovremmo prendere atto che oltre ad essere pericoloso è anche inutile.
Intanto continuano a uscire provvedimenti sulla sicurezza.
Ormai abbiamo perso il conto. Vediamo tanti arresti mentre la popolazione carceraria è arrivata a quota 65.000 persone che vivono in condizioni disumane. Ma del carcere non se ne parla mai, se non quando ci finisce qualcuno noto alle cronache…
Parliamone.
Chi aumenta le pene e il numero di detenuti rende il carcere la sentina della nostra cattiva coscienza, quando in realtà è l’elemento che qualifica una civiltà. Se non vogliamo prenderla in maniera così idealistica, comunque, possiamo dire che buttare le persone in prigione sapendo che ne usciranno peggiori è controproducente. Serve solo a produrre insicurezza.
Lei sarebbe favorevole a un qualche provvedimento di clemenza per i detenuti?
Bisogna assolutamente deflazionare la situazione carceraria, magari a cominciare da chi ha pene residue molto basse. Questo al di là dei provvedimenti generalizzati. Non solo per un fatto ideale, l’articolo 27 della Costituzione parla chiaro, ma proprio per un fattore di sicurezza.
Però?
Però perdiamo molto tempo. Abbiamo passato mesi a parlare della separazione delle carriere della magistratura, ignorando i problemi della giustizia. A partire dai suoi tempi. Le sembra normale che certe volte le pene vengano eseguite a distanza di anni, quando magari la persona interessata ha già intrapreso un altro percorso di vita?
A me no.
Neanche a me. E il punto è che tutto questo produce solo paura e rabbia.
I decreti sicurezza hanno aumentato il numero dei detenuti. Nelle carceri si vive in modo disumano e chi ci entra poi ne esce peggiorato
La paura che genera domande forse eccessive di sicurezza. La rabbia nelle piazze e sui social.
Le cito tre dati per darle l’idea di quanto sia tossico il dibattito in questo momento. Due italiani su tre approvano il comportamento del gioielliere Mario Roggero, anche se chiunque veda i video di quello che ha fatto capisce quello che è successo: un comportamento che non è consentito nemmeno alle forze di polizia, praticamente un’esecuzione. Poi: più del 50% considera gli stranieri una minaccia. E infine: al referendum dell’anno scorso sulla cittadinanza, che serviva non a renderla più accessibile ma solo a ridurre i tempi per chiederla, il 40% ha votato no. Persone che tendenzialmente dovrebbero essere più sensibili a certi temi, visto che la destra aveva invitato i suoi elettori ad andare al mare…
Questo cosa significa?
Che c’è una narrazione tossica che si alimenta della strumentalizzazione dei casi di cronaca. Non è un caso che tutti o quasi i provvedimenti sulla sicurezza degli ultimi anni siano arrivati sull’onda di un fatto mediatico.
In esergo al suo libro leggiamo una frase di Christa Wolf: «Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci».
È il tema del nostro tempo. Si rincorrono gli umori più che i ragionamenti. Ma questo non vuol dire prestare attenzione ai bisogni. È una modalità fraudolenta di fare politica. Ci sarebbe bisogno d’altro, cioè di una politica che contribuisca a riconnettere la pancia con il cervello, per così dire.
Come si fa?
Se parliamo di sicurezza, a me piace dire che serve un approccio strabico: un occhio sul presente e uno sul futuro. Non mi piace sentir parlare di percezione, perché le paure esistono di per sé e bisogna attrezzarsi a rispondere. Non basta citare le statistiche per dire che certi timori sono infondati. Prendiamo questo governo: avevano promesso il blocco navale sugli sbarchi ma la ricetta è rimasta quella di prima e il lavoro sporco continuano a farlo i paesi di imbarco, con tutte le variabili dei loro equilibri instabili. Bisognerebbe lavorare sui canali di ingresso legale e con i paesi d’origine, ma questo richiede tempo e la propaganda non può mai aspettare.
E adesso?
Adesso il governo si vanta dei suoi numeri sugli sbarchi, frutto di condizioni che non siamo in grado di governare, e allo stesso tempo si riparla del blocco navale. Perché c’è paura di Vannacci e perché le elezioni si avvicinano. Non si pensa quindi a governare i problemi, ma a rilanciare parole d’ordine che risultano gradite alla pancia.
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