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Striscia continua A Washington il premier israeliano non ottiene subito mano libera contro Iran e Hamas

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L’auto con a bordo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu arriva alla Casa Bianca foto Ap L’auto con a bordo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu arriva alla Casa Bianca – foto Ap

Incontrando il segretario di stato americano Marco Rubio, Benyamin Netanyahu con una firma ieri è entrato ufficialmente a far parte del Consiglio per la Pace di Donald Trump. E potrebbe tornare negli Usa la prossima settimana per partecipare alla prima riunione operativa del Consiglio (sempre senza fondi per Gaza). Il premier israeliano ha pensato di presentarsi con questo regalo all’incontro con il presidente Usa, anche se a lui importa nulla o quasi di questo organismo. Lo ritiene un giocattolo nelle mani del tycoon. E rispedirebbe volentieri al mittente anche l’accordo di cessate il fuoco a Gaza che ha dovuto digerire lo scorso ottobre su pressione della Casa bianca. Però deve manovrare.

Trump è convinto di aver messo in moto la «soluzione che porterà la pace in Medio Oriente» e lui non può contraddirlo, almeno in pubblico.

A WASHINGTON, per il settimo incontro da quando Trump è tornato in carica, Netanyahu è andato per sollecitare due guerre: all’Iran e ad Hamas, cioè una nuova offensiva a Gaza. La prima con il pretesto del probabile rifiuto di Teheran di rinunciare a gran parte del suo programma nucleare. La seconda perché Hamas non vuole disarmare completamente.

Netanyahu ieri è entrato alla Casa bianca da un ingresso posteriore. I colloqui si sono svolti a porte chiuse e lontano dalle telecamere. A differenza degli incontri precedenti, i funzionari statunitensi hanno deciso che non ci sarebbero state dichiarazioni all’inizio dei colloqui e nessuna conferenza stampa congiunta dopo. Tuttavia il presidente Trump ha fatto sapere di aver avuto un incontro «molto positivo» con il primo ministro Benjamin Netanyahu, ma «non è stato raggiunto nulla di definitivo, a parte il fatto che ho insistito affinché i negoziati con l’Iran continuassero per cercare di raggiungere un accordo». In caso contrario, ha aggiunto, «dovremo solo vedere quale sarà l’esito», ha scritto Trump su Truth Social, senza specificare se Netanyahu sia d’accordo con questo approccio. «Si è poi saputo che si è parlato di una possibile azione militare congiunta di Stati uniti e Israele.

IN OLTRE TRE ORE di colloqui il premier israeliano ha definito le sue linee rosse, assieme alla richiesta di piena libertà d’azione contro Teheran anche in caso di un accordo tra Stati uniti e Iran. Ha esortato Trump a garantire che qualsiasi accordo futuro tenga conto del programma missilistico iraniano e non solo di quello nucleare. Anzi i missili a lungo raggio iraniani sono ormai il punto principale su cui ora batte Israele.

Nella guerra dei dodici giorni dello scorso giugno, seguita all’attacco a sorpresa lanciato da Israele contro Teheran, i missili balistici iraniani si sono dimostrati in grado, sia pure in numero limitato, di penetrare le difese israeliane facendo morti e danni. Rappresentano una deterrenza che Israele intende negare all’Iran. Sui missili balistici e non solo sull’arricchimento dell’uranio in Iran, di cui l’amministrazione Usa chiede l’interruzione totale, rischia di crollare il negoziato partito il 6 febbraio in Oman tra Washington e Teheran. Parlando ieri nel 47° anniversario della Rivoluzione islamica, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha affermato che un «muro di sfiducia» creato dagli Stati uniti e dai paesi europei sta impedendo il progresso dei negoziati.

Ali Shamkhani, consigliere della guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha aggiunto che «le capacità missilistiche della Repubblica islamica non sono negoziabili…Non saremo vincolati da alcuna limitazione», ha aggiunto, avvertendo che una escalation militare avrebbe riflessi ovunque.

Netanyahu resta convinto che per gli interessi di Israele, il «cambio di regime» in Iran sia l’unica soluzione. Perciò ha chiesto a Trump di scatenare una guerra totale se Teheran non accetterà le condizioni degli Usa (e di Israele). Tuttavia, il premier ieri ha di nuovo dovuto prendere atto che, pur restando l’alleato più potente e il fornitore principale di armi di Israele, gli Stati uniti guardano con attenzione anche ai rapporti con la Turchia e le ricche monarchie del Golfo. Trump dopo aver inviato una potente armata navale verso l’Iran, ha poi accettato di avviare negoziati. Uno sviluppo che ha dimostrato che le pressioni di Ankara, Riyadh e Doha hanno un effetto su Trump. Una guerra prolungata all’Iran non è sopportabile da sauditi, emiratini e qatarioti. Teheran ha sfruttato i timori altrui per trasformare le proprie debolezze in una finestra di opportunità.

SU GAZA GLI STESSI giornali israeliani sottolineano che Netanyahu non ha ricevuto, per ora, il consenso di Washington a una nuova ampia offensiva per disarmare Hamas già a marzo come prevedono alcuni. Il New York Times ha riferito di un possibile via libera americano al possesso da parte dell’ala armata di Hamas di armi leggere. A Trump, scrive il sito Axios, non sono piaciute le misure appena approvate dal governo Netanyahu per l’annessione di fatto della Cisgiordania. «Sono contrario all’annessione – ha dichiarato Trump – Abbiamo già abbastanza cose a cui pensare ora».

 

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Pressioni Usa Donald Trump vuole imprimere un’accelerazione ai negoziati, per il Financial Times c’è un ultimatum

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5 febbraio 2026, Ucraina, Ucraina, Ucraina: il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy incontra il primo ministro polacco Donald Tusk a Kiev per discutere del sostegno della Polonia all'Ucraina e del rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza ed economia nel contesto della guerra in corso con la Russia. Kiev, Ucraina, 5 febbraio 2026 (Crediti immagine: © Presidente dell'Ucraina/APA Images via ZUMA Press Wire) Volodymyr Zelensky – © Presidenza Ucraina/APA Images via ZUMA Press Wire

Che la fine della guerra in Ucraina passi per la convocazione di nuove elezioni presidenziali a Kiev si è detto più volte dall’inizio della presidenza Trump. I russi hanno sempre definito Volodymyr Zelensky «presidente illegittimo» e a più riprese Donald Trump, il suo vice JD Vance ed Elon Musk (quando ancora durava l’idillio) l’hanno accusato di essere un autocrate liberticida e gli hanno intimato di tenere elezioni. Per un certo periodo si è anche ritenuto che il cambio al vertice fosse una delle condizioni necessarie richieste da Mosca per accettare un accordo. Ora, scrive il Financial Times, Washington è tornata all’attacco: Zelensky deve indire nuove elezioni presidenziali entro il 15 maggio di quest’anno e dovrebbe annunciarlo il 24 febbraio, in occasione del quarto anniversario dall’invasione russa. Alle urne gli ucraini saranno chiamati anche a esprimersi sulla cessione dei territori alla Russia.

FUNZIONARI dell’ufficio presidenziale di Kiev citate da Rbc Ukraine hanno subito risposto che «finché non ci sarà sicurezza, non ci saranno annunci» e dal Cremlino fanno sapere che si attendono «dichiarazioni da fonti primarie» per commentare. Abbastanza scontata, nel suo sostegno imperturbabile di qualsiasi decisione che venga dalla Casa bianca, la reazione del Segretario generale della Nato, Mark Rutte: «Siamo tutti d’accordo che la leadership degli Usa è fondamentale in questo caso. È stato il presidente americano a sbloccare l’impasse e, dunque, ogni iniziativa che ponga fine alla guerra è benvenuta».

Così come fedele al copione è stata l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Esteri, Kaja Kallas, che dopo aver biasimato i russi per «non aver fatto davvero sforzi per la pace», ritiene che la chiamata alle urne non sia «una buona soluzione». Il punto è che le elezioni a guerra ancora in corso non sarebbero solo una concessione a Trump, o la resa a un ricatto, ma potrebbero tramutarsi in una scommessa politica che Zelensky forse vuole tentare.

Ciò non toglie che la minaccia statunitense è forte: elezioni subito oppure niente garanzie di sicurezza. Per Kiev non avere l’imponente macchina da guerra a stelle e strisce a guardia dell’accordo di pace significherebbe vivere con il costante timore di un nuovo attacco. Gli europei in questo ambito possono fornire soldi e armi, magari intervenire a supporto senza impegnarsi nei combattimenti attivi, ma il loro peso non è paragonabile a quello di Washington. Ne sono ben consapevoli anche i russi che si troverebbero così di fronte un nemico molto più vulnerabile.

CERTO, non è la prima volta che Trump tenta di imporre un ultimatum a Zelensky e che inserisce le garanzie di sicurezza come controparte e su questo fanno affidamento molti degli scettici. Ma ci sono almeno due elementi da tenere in considerazione. Il primo è la mannaia delle elezioni di mid-term, sulle quali Trump sta plasmando la sua agenda politica dei prossimi mesi. «Dicono che vogliono fare tutto entro giugno… in modo che la guerra finisca», ha dichiarato Zelensky ai giornalisti, «e vogliono un calendario chiaro». Il secondo è la volontà del presidente ucraino di restare al suo posto.

Più le elezioni saranno imminenti e più chance ci sono di ottenere una conferma. L’opposizione in Ucraina al momento quasi non esiste e le due figure che più potrebbero impensierire Zelensky sono l’ex Comandante delle forze armate ora in esilio a Londra, Valerii Zaluzhni, e il neo-capo di gabinetto (e capo dei servizi segreti militari), Kyrilo Budanov. Zaluzhni è stato più volte dato come prossimo presidente ucraino, con percentuali di circa il 70% al secondo turno, ma questa è la teoria. Siamo lontanissimi dal consenso quasi unanime di cui godeva Zelensky a inizio guerra, tuttavia una base solida resta.

Ed è scontato che questi utilizzerà ogni minuto fino all’eventuale tornata elettorale per appellarsi all’unità nazionale, ai momenti difficili superati insieme, ai suoi rapporti con gli alleati e al ruolo di guida della resistenza nazionale. E, non ultima, la decisione di unire il referendum sui territori con il rinnovo del presidente che ha trattato l’accordo di pace.

Le incognite, al momento, sono ancora troppe e dipendono sia dai progressi dei colloqui di pace sia dall’andamento della sanguinosissima offensiva russa sul campo, oltre che dai continui bombardamenti che stanno devastando le infrastrutture ucraine. Senza contare le difficoltà tecnico-organizzative. Ma la congiuntura stavolta potrebbe accontentare Trump.

 

 

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Blocco navale indiscriminato per tutte le navi che soccorrono i profughi in mare. Forte del nuovo corso Ue, Meloni vara le sue norme bandiera anti migranti, peggiori anche dei decreti Salvini. Protestano solo le Ong, che rischiano la confisca definitiva delle imbarcazioni

Legge del male Il Cdm vara il ddl migranti. Stretta su ricongiungimenti, rimpatri e minori. Dentro anche la disciplina della detenzione nei Cpr, ma sono soprattutto divieti

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Un soccorso nel Mediterraneo (AP Photo/Vincenzo Circosta) Un soccorso nel Mediterraneo

Il Cdm ha approvato il disegno di legge con le nuove, ennesime, misure anti-migranti. All’articolo 12 torna il «blocco navale» che la premier Giorgia Meloni aveva a lungo evocato dai banchi dell’opposizione. «Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno», recita il testo.

L’interdizione – diretta alle ong pur senza nominarle, visto che non è applicabile ai barconi – potrà essere disposta in quattro casi: rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza. I blocchi di salviniana memoria, quelli del Conte 1, sono declinati con una serie di circostanze ancora più vaghe ed estese che lasciano all’esecutivo ampi margini di arbitrio. Anche perché il blocco è decretato per 30 giorni, rinnovabili sei volte. E nulla esclude, visto che il testo non lo dice, che poi possa essere disposto ancora, a catena, cambiando le motivazioni.

COME QUESTO possa essere compatibile con il divieto di respingimento collettivo non è chiaro. Di certo non basta a chiarirlo il fatto che l’interdizione sia legata alla possibilità di trasportare i migranti «in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza» con i quali l’Italia ha accordi che ne prevedono assistenza, accoglienza o trattenimento. L’Albania evidentemente, ma domani magari la Tunisia o altri Stati che si prestino al gioco.

Per le ong sarà difficile dare seguito a queste indicazioni senza tradire la loro missione umanitaria, già ieri hanno rilasciato dichiarazioni in questo senso. E c’è da scommettere che si apriranno contenziosi giuridici a diversi livelli. Probabile che il governo ci conti per accumulare consenso sui futuri scontri politici e alimentare la retorica dei nemici interni che ostacolano la difesa dei confini. Per le navi che dovessero disobbedire scatterà, sul modello del decreto anti-ong di Piantedosi, prima una multa tra 10mila e 50mila euro e poi direttamente la confisca del mezzo. Game over.

DUE TERZI DEL DDL riguardano le disposizioni per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo che entrerà in vigore il prossimo giugno. Tra le tante misure tecniche per preparare l’uso massiccio delle procedure accelerate di frontiera, alle quali si legano diverse modalità di privazione della libertà personale e l’assegnazione dei richiedenti a specifiche aree geografiche, colpiscono i passaggi sul «trattenimento del minore straniero e del minore straniero non accompagnato». Un altro segnale del degrado in cui sono piombate Italia ed Europa. Come tutte le mostruosità giuridiche anche questa viene riservata, per iniziare, a «circostanze eccezionali».

Sono confermate la stretta sulla protezione complementare, per abbattere i rilasci di permessi di soggiorno ai migranti che dimostrano un inserimento socio-lavorativo, e quella sui ricongiungimenti familiari. Diventano più stringenti i requisiti reddituali e alloggiativi, sono esclusi i figli maggiorenni e i genitori, anche se a carico. Per questo governo la famiglia è importante, ma solo se italiana. Uguale per i ragazzi: quelli stranieri dovranno lasciare il centro di accoglienza al massimo entro i 19 anni, prima potevano restare fino a 21 se il tribunale dei minori lo riteneva utile a proteggerli e favorirne il percorso di crescita.

PER LA PRIMA VOLTA, su spinta della Corte costituzionale, viene introdotta una disciplina dei modi della detenzione nei Cpr. All’interno delle strutture «sono assicurati i

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Palestina L’esercito israeliano lavora al piano per un’offensiva a primavera e oggi Netanyahu dirà a Trump che la fase 2 ha fallito e serve la forza. Sul tavolo l’invasione terreste di zone prima non raggiunte: Deir al Balah e la tendopoli di al-Mawasi. Senza più ostaggi da sfruttare, l’obiettivo torna la distruzione di Hamas. Sullo sfondo due obiettivi, di medio e lungo termine: le elezioni e la pulizia etnica dei palestinesi

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6 febbraio 2026, fuoco e fumo dopo un raid israeliano sul quartiere di Zeitoun a Gaza City Ap/Jehad Alshrafi 6 febbraio 2026, fuoco e fumo dopo un raid israeliano sul quartiere di Zeitoun a Gaza City – Ap/Jehad Alshrafi

Oggi alla Casa bianca, nel suo settimo viaggio oltreoceano in poco più di un anno, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu discuterà con Donald Trump dei due fronti militari apparentemente congelati, solo socchiusi: l’offensiva contro Gaza e la guerra all’Iran. Con Teheran impegnata in un nuovo, fragilissimo, tavolo negoziale con Washington, che più di un osservatore legge come mero rinvio dell’offensiva congiunta, la «tregua» nella Striscia rimane solo una parola, con i raid che proseguono insieme alle demolizioni e al blocco dell’enclave.

È in questo contesto – un mix di necessità elettorali (la guerra permanente della destra israeliana) e sogni egemonici di lungo termine (la ridefinizione degli «equilibri» in Asia occidentale) – cadono le rivelazioni del Times of Israel: l’esercito israeliano sta lavorando al piano per la ripresa dell’offensiva contro la popolazione palestinese di Gaza, una guerra di nuovo ad alta intensità, nel caso in cui Hamas non accetti il disarmo totale. In realtà, da mesi – da quando l’accordo di tregua era all’orizzonte, a inizio autunno – osservatori ed esperti danno per certa la ripresa dell’offensiva militare.

UNA MEZZA CONFERMA giunge da fonti interne israeliane secondo cui oggi Netanyahu intende convincere Trump che la fase 2 «non sta avanzando» e che una rinnovata operazione israeliana è indispensabile alla realizzazione dei progetti trumpiani nella regione.

Netanyahu ha sempre considerato la potenza di fuoco israeliana in stand by, nonostante le pressioni Usa per realizzare il piano Trump, miscela di neo-mandato coloniale e fantasie di ingegneria demografica che fa di Gaza l’ennesimo laboratorio d’Occidente. Da cui il mancato ritiro dell’esercito che tuttora mantiene il controllo fisico e diretto di oltre la metà dell’enclave palestinese, la fascia orientale oltre la «linea gialla».

La questione del disarmo del movimento islamico palestinese diviene così il nuovo asso nella manica dell’ultradestra israeliana: privata di ostaggi da riportare a casa, sfruttati per due anni come giustificazione al proseguimento di un massacro senza precedenti, serve altro. Hamas ha accettato di trasferire ogni potere amministrativo e civile al neonato governo tecnico palestinese, sorto sotto l’egida del piano Trump e grazie all’intesa tra le fazioni palestinesi, Fatah e Hamas in testa.

Diversa la questione militare: il gruppo si è detto pronto a «congelare» le armi per dieci anni, ma non a consegnarle, ritenendole strumento necessario all’autodeterminazione palestinese e alla sua difesa. Da settimane e con maggiore intensità negli ultimi giorni, i vertici israeliani accusano Hamas di violazione della tregua e del tentativo di riorganizzazione militare, a pezzi dopo due anni di bombardamenti ininterrotti.

Dimenticano le 1.620 violazioni commesse da Israele, con quasi 600 palestinesi ammazzati (300 donne e bambini) e oltre 1.500 feriti da droni o da cecchini, la scarsità di aiuti in ingresso (meno della metà dei 600 camion giornalieri previsti e il blocco di strumenti salvavita a partire da tende e caravan) e la trasformazione del valico di Rafah in ennesimo mezzo di sorveglianza e controllo.

A UNA SETTIMANA dal ritorno in attività di quella porta verso l’esterno, Israele ha autorizzato il transito di appena un quarto delle persone su cui era stato raggiunto un accordo: meno di 400 su 1.600, tra ritorni a casa dall’Egitto ed evacuazioni mediche di malati gravi e feriti.

A Gaza arriveranno anche due altri palestinesi: cittadini israeliani, condannati per terrorismo, Mahmoud Ahmad e Mohammed Ahmad Hussein al-Halsi saranno deportati nella Striscia dopo la firma apposta da Netanyahu sotto l’ordine di revoca della loro cittadinanza, prima applicazione della legge approvata nel febbraio 2023, in violazione del diritto internazionale.

Fin da ottobre 2023, tra gli obiettivi dichiarati del governo israeliano spiccava la distruzione di Hamas, fine ritenuto da più parti impossibile da ottenere militarmente. Eppure non è mai venuto meno, non tanto per la sua fattibilità messa in dubbio, in pubblico e dietro le quinte, dalle stesse forze armate, ma perché necessario alla retorica della guerra a oltranza.

UTILE A DUE OBIETTIVI, di medio e lungo periodo: il mantenimento del potere politico di Mr. Sicurezza e la pulizia etnica del popolo palestinese, attraverso la devastazione delle sue reti sociali ed economiche e la perdita dei mezzi basilari e indispensabili alla sopravvivenza.

Anche per questo, aggiunge il Times of Israel citando fonti militari, la ripresa di primavera potrebbe portare i soldati, stivali a terra, in aree finora colpite solo dal cielo (Deir al Balah, al centro, e la tendopoli meridionale di al-Mawasi). E potrebbe essere molto più intensa e devastante delle fasi precedenti. Quelle che la Corte internazionale di Giustizia ha definito un «plausibile genocidio».

 

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Con il sì di tutte le destre e di qualche socialdemocratico l’Europa affonda il diritto di asilo. Via libera alle deportazioni dei migranti sulla base di accordi, anche individuali, con paesi terzi. Accelera il «modello Albania», successo per Meloni che oggi vara il blocco navale

Eurovisione Via libera alle deportazioni extra Ue. E anche il progetto Albania potrebbe accelerare. Il concetto di paese terzo sicuro appare incompatibile con la Costituzione. Il Ppe vota di nuovo con le estreme destre. Defezioni nel centrosinistra

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L’europarlamento affossa il diritto d’asilo nell’Unione Strasburgo, il voto al parlamento europeo – Christophe Petit Tesson / Epa

Il parlamento europeo ha affossato in via definitiva il diritto d’asilo nell’Ue. L’approvazione delle modifiche al regolamento procedure, già passate da Commissione e Consiglio, getta le basi per cancellare questo pilastro europeo. Con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni è stata votata la creazione di un elenco comune di paesi di origine sicuri. Con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni gli eurodeputati hanno dato il via libera al concetto di paese terzo sicuro. Popolari ed estrema destra si sono schierati insieme. I socialdemocratici si sono opposti, con le defezioni di danesi, svedesi e rumeni. La sinistra europea ha detto compattamente No.

LA NOVITÀ IN GRADO di distruggere l’architettura del diritto d’asilo Ue, incentrato sul principio di territorialità, è il concetto di paese terzo sicuro. Finora un richiedente asilo poteva essere rimbalzato fuori dall’Europa solo se aveva un legame con lo Stato terzo o se vi era transitato, come accade ai migranti che dalla Turchia arrivano in Grecia. Ora basterà che l’Ue o un paese membro abbiano un accordo con un partner internazionale. È il modello Ruanda, diverso e più pericoloso del protocollo Albania. Facciamo un esempio: se l’Italia dovesse stabilire un’intesa con il Kenya, poniamo caso, ritenuto paese terzo sicuro potrebbe giudicare inammissibili le domande di qualsiasi richiedente asilo, russo o eritreo è uguale, e deportarlo a Nairobi. La persona sarebbe subappaltata per sempre, non solo durante l’esame della richiesta di protezione (come in Albania).

C’è da scommettere che quando la norma entrerà in vigore, da giugno 2026 con il nuovo Patto Ue, si aprirà un mercato di paesi terzi sicuri per spingere i vari governi, attraverso incentivi economici e/o ricatti politici, ad accollarsi quote di disperati della terra. Se questo sia compatibile con la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue andrà verificato. La Costituzione italiana, però, stabilisce chiaramente che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica».

SENZA CANCELLARE dall’articolo 10 l’espressione «nel territorio della Repubblica» non si vede come la norma Ue possa superare il vaglio della Consulta, che prima o poi sarà chiamata a pronunciarsi sulla tutela di quello che a tutti gli effetti è un principio fondante dell’ordinamento costituzionale. Il dibattito sul «controlimite», un argine invalicabile al primato del diritto Ue a tutela della massima Carta nazionale, entrerà così nel vivo. Intanto, però, la politica sarà andata avanti per la sua strada. Se potesse contare anche sulla vittoria al referendum per la riforma della magistratura gli equilibri tra i poteri sarebbero alterati per sempre e i confini all’arbitrio dell’esecutivo molto più labili.

Nella campagna referendaria rischia di inserirsi anche l’altro punto approvato ieri all’europarlamento: la lista dei paesi di origine sicuri. C’è una conclusione ambigua nel testo, un

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Sfruttati approfittando del bisogno 40mila rider, quasi tutti stranieri. È l’accusa della procura di Milano che ha messo in amministrazione giudiziaria la società che gestisce le consegne per Glovo. «12 ore di lavoro al giorno per 7 giorni e una paga sotto la soglia di povertà»
Ladri e biciclette 
Il pm Storari: «Salari sotto la soglia di povertà». La società deve regolarizzare 40mila addetti

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Un rider a Milano foto Dino Fracchia - Imagoeconomica Un rider a Milano foto Dino Fracchia - Imagoeconomica

Glovo, marchio spagnolo di consegne a domicilio, avrebbe messo in piedi un sistema di sfruttamento approfittando delle condizioni di bisogno dei migranti in cerca di lavoro. Sono le conclusioni a cui è giunta la procura di Milano, a seguito dell’inchiesta condotta dal pm Paolo Storari sulla scorta di quelle contro il caporalato nelle filiere produttive dell’alta moda.

I RIDER, ASCOLTATI per mesi dagli inquirenti, hanno fornito testimonianze univoche sul sistema di caporalato causato da un algoritmo che collega la retribuzione alla performance. Lo stesso algoritmo, peraltro, permette anche di controllare i lavoratori: «Se fai ritardo o ti fermi ti contattano per chiedere spiegazioni», ha dichiarato un fattorino alla procura. Il risultato è che, nonostante sulla carta i riders impiegati da Glovo risultino lavoratori autonomi con partita Iva in regime forfettario, in realtà sarebbero in tutto e per tutto lavoratori subordinati.

 Il magistrato Paolo Storari Il magistrato Paolo Storari

«L’etero-organizzazione algoritmica della prestazione lavorativa è compatibile con l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato», si legge nel decreto di controllo giudiziario in via d’urgenza disposto dai magistrati. Per di più con stipendi da fame: le remunerazioni, tra 700 e 1.100 euro lordi per 12 ore di lavoro (2,50 euro a consegna), 7 giorni su 7, in qualsiasi condizione meteorologica, risultano molto inferiori al contratto nazionale di riferimento. E anche sotto la soglia delle povertà. Quindi per Storari, che cita nel provvedimento le sei sentenze con cui la Cassazione è intervenuta per precisare il concetto di «salario minimo costituzionale», si tratta di condizioni contrarie a un’esistenza «libera e dignitosa» come sancita dall’art 36 della Costituzione

PER QUESTO LA PROCURA ha messo sotto amministrazione giudiziaria Foodinho srl, la società italiana che gestisce il servizio di consegne a domicilio di Glovo. L’amministratore giudiziario Andrea Adriano Romanò affiancherà il management della società per correggere le storture e regolarizzare i 40 mila lavoratori impiegati in Italia da Foodinho srl, di cui

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