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Palestina/Italia Sdegno in Italia per le parole del ministro israeliano. Che guarda già ad altro: al Libano. Nordio non si fa vivo sulla rogatoria chiesta dai pm di Roma. Ora possono agire da soli

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Itamar Ben Gvir con i suoi sostenitori davanti alla Corte suprema a Gerusalemme foto Matteo Placucci/Zuma Press tamar Ben Gvir con i suoi sostenitori davanti alla Corte suprema a Gerusalemme – Matteo Placucci/Zuma Press

Mentre in Italia si dibatte di ciabatte, il ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha già spostato la sua attenzione su altro: ieri, con i lanci di agenzie italiane che davano conto dell’enorme flusso di condanne bipartisan alle esternazioni sul «paese dello Stivale diventato il paese delle ciabatte», lui si presentava al gabinetto di sicurezza con la sua ultima proposta per piegare il Libano ed Hezbollah. «Rapire donne e bambini e portarli nelle prigioni dei terroristi» perché, ha aggiunto, va bene «conquistare territori e uccidere terroristi» ma si deve anche «iniziare a pensare fuori dagli schemi».

ITAMAR BEN GVIR è questo soggetto qua, un estremista razzista, colono, istigatore di violenza, ideatore di leggi per la pena di morte razzializzata, distributore di decine di migliaia di fucili ai coloni che compiono pogrom per svuotare le comunità palestinesi. Si muove dentro la politica israeliana dagli anni Novanta, prima ai margini e ora nelle stanze del potere.

Considerarlo una mela marcia, un soggetto estraneo alle politiche strutturali dello Stato è un errore grave, sebbene comodo. Per dire, in merito ai rapimenti di civili, non si inventa niente di nuovo: dal 2024 l’esercito israeliano ha catturato illegalmente decine di libanesi, un numero tuttora sconosciuto, proseguendo una pratica di lungo corso, inaugurata nel 2002.

Eppure, ancora ieri, il ministro degli esteri Antonio Tajani si presentava ai giornalisti per rispondere allo sprezzo anti-italiano di Ben Gvir (le ciabatte, appunto, ma anche «branco di bugiardi sostenitori del terrorismo che fabbricano calunnie e menzogne») per dire che con il suo ministro Israele non ha niente a che fare: «Sono parole inaccettabili, non sono degne di un ministro – ha detto Tajani – L’Italia è un paese amico di Israele che ha sempre difeso la libertà e la democrazia».

LA RAGIONE dello scontro sta nelle sanzioni contro Ben Gvir che Roma – dopo averle affondate in sede europea l’11 maggio scorso – ora chiede a Bruxelles a seguito dei maltrattamenti subiti dagli attivisti della Global Sumud Flotilla dal 18 maggio nel porto di Ashdod e nel carcere di Ketziot. «Noi chiediamo sanzioni contro Ben Gvir per il fatto specifico, in quanto tutte le persone che hanno agito erano da lui dipendenti», ha detto Tajani ricordando di aver chiesto all’Alta rappresentante agli esteri della Ue, Kaja Kallas, «di portare al Consiglio Affari esteri una proposta di sanzioni». Se ne dovrebbe discutere lunedì prossimo, 15 giugno, in Lussemburgo.

L’altra ragione è l’iscrizione del ministro israeliano nel registro degli indagati da parte della Procura di Roma. I pm hanno agito dopo aver acquisito agli atti, tra le altre cose, il famigerato video in cui umilia i «suoi» prigionieri. Per gli inquirenti quelle immagini equivalgono a una rivendicazione. Al vaglio ci sono anche altri nomi, a partire dai vertici dell’esercito israeliano.

L’atto di pirateria in acque internazionali del 18 maggio, il rapimento di oltre 430 attivisti, la loro detenzione e le successive torture non sono l’unico fascicolo aperto. La Procura di Roma ne ha già uno sul tavolo, relativo alla missione della Sumud di settembre 2025. Piazzale Clodio ha deciso di muoversi lunedì, proprio nel giorno in cui scadevano i termini per l’inoltro della rogatoria internazionale verso Israele da parte del ministero della giustizia sui fatti della prima Flotilla.

IL SILENZIO DI NORDIO, però, non è uno stop alle indagini perché i pm adesso possono agire in autonomia per via diplomatica: la richiesta di collaborazione alle autorità di Tel Aviv, in sostanza, verrà avanzata dall’ambasciata italiana.

Quello che i pm Lucia Lotti e Stefano Opilio vogliono è l’elenco dei nomi di chi ha partecipato ai blitz in acque internazionali contro il convoglio umanitario e anche i nomi di chi ha trattenuto gli attivisti prima del porto di Ashdod e poi nella prigione di Ketziot. Nessuno ritiene che Israele offrirà una qualche forma di supporto, ma l’atto è dovuto, anche perché il fascicolo aperto per sequestro di persona, tortura, danneggiamento a rischio naufragio e tentato omicidio è ancora a carico di ignoti.

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