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Confine umano Ora anche la Svizzera vuole restituire all’Italia i migranti che hanno attraversato la frontiera. Meloni paga la guerra dei sovranismi che ha scatenato in Europa. Nella vicenda della donna somala, è l’intervento della chiesa tedesca a rimediare all’accanimento di Roma e Berlino

Confine umano Le autorità avrebbero dovuto rispedire Abdirisaq Warsame all’alba di oggi in Italia. Merz ora ha un secondo fronte interno

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8e6aa240-9c34-41c5-af0c-e65f4013c44f Migranti in un centro di accoglienza in Germania – Foto Patrick Pleul/Ap

«Rimarrà sotto la nostra protezione finché la Germania non si conformerà alla richiesta italiana di annullare la sua espulsione». Il presidente della Ong «Matteo – Kirche und Asyl», Stephan Reichel, alza il muro in difesa di Abdirisaq Warsame, la 22enne somala sui cui pende il mandato di trasferimento in Italia spiccato dall’Ufficio per l’immigrazione del distretto della Bassa Franconia, previsto per le 4.30 di questa mattina. «Sono felice di essere al sicuro. Qui finalmente mi sento a mio agio. Il tempo orribile della fuga è finito. Ho subito di tutto, tra cui le botte prese da tanti uomini. Ho paura a tornare in Italia. Voglio restare in Germania con la mia famiglia» riassume lei, tirando un sospiro di sollievo rispetto al destino segnato.

«ABBIAMO ACCOLTO la ragazza in una chiesa di Norimberga»: così ieri il responsabile dell’associazione evangelica dopo avere preso la decisione di porre Warsame sotto al solo scudo umanitario che può salvarla dalla deportazione: la profuga somala «in questo momento gode dello status dell’asilo ecclesiastico» precisa il presidente di «Matteo», all’attenzione prima di tutto del governo Merz. Tutt’altro che una trovata mediatica: l’asilo ecclesiastico è una forma di tutela riconosciuta e praticata in Germania fin dagli Anni Ottanta, sebbene abbia raggiunto la ribalta delle cronache soltanto nel 2014, con il caso di una donna cecena destinata a essere “rimpatriata” in Polonia insieme ai quattro figli. Anche allora la deportazione fece scalpore e attivò la rete di protezione non solo della Chiesa evangelica.

«NEGLI ULTIMI ANNI sono stati concessi tra i 1.000 e i 2.000 status di asilo ecclesiastico ogni anno. Tuttavia il numero di richieste supera di gran lunga il numero di posti disponibili» raccontano dalla congregazione dei Gesuiti della Baviera. A volerla cogliere, per il governo Merz sarebbe l’occasione ideale per uscire dal cul-de-sac in cui ha infilato la Germania con lo scontro frontale con Roma. A meno che il cancelliere del partito cristiano-democratico non intenda aprire il fronte di guerra anche coi preti dei due rami della Chiesa tedesca. Oltre ad Abdirisaq Warsame «chiediamo la sospensione di tutte le altre procedure di espulsione programmate» insiste il presidente di «Matteo» impegnato a denunciare il gioco politico dietro la partita dei dublinanti.

«Gli italiani devono rendersi conto che il loro governo ha agito contro i loro interessi, sancendo la responsabilità esclusiva degli stati Ue di confine nell’ambito del Ceas (Il sistema europeo d’Asilo comune). In più ha contribuito a inasprire le regole di Dublino» specifica Reichel. E ipotizza per l’imminente futuro: «Fino al 50% dei rifugiati europei dovrà restare in Italia perché il complicato meccanismo del Ceas e il piano, probabilmente illegittimo, di esternalizzazione dei rifugiati in Albania o Africa pianificata da Roma non funzioneranno». Fin qui il fallimento tecnico-politico della guerra ai rifugiati, ma l’Ong che protegge la giovane somala nella chiesa di Norimberga punta il dito anche contro la disumanità mostrata dai leader di Germania e Italia, rispettivamente padre e madre cristiani.

«TRISTE RILEVARE la mancanza della minima empatia per una ragazza costretta a vivere nella totale incertezza del suo futuro». Abdirisaq Warsame ha passato «quattro settimane drammatiche in Italia». È lei stessa a raccontare: «Dopo la buona accoglienza a Lampedusa, sono stata trasferita in un centro vicino alla stazione di Milano, tenuto in condizioni igieniche pessime e con spazi condivisi fra uomini e donne. Non c’era neppure la doccia» riassume la ragazza per bocca dell’Ong. Attualmente vive in un «Asylheim» in un borgo bavarese di campagna intorno a Schweinfurt. Qui risiedono la madre, il fratello e tre sorelle che già regolarmente frequentano la scuola secondaria.

UN RICONGIUNGIMENTO familiare che non avrebbe creato scalpore se non fosse per l’effetto a catena della «crisi di Ceuta» giunto a far deflagrare il caso dei dublinanti italiani in Germania (che riguarda appena 11.750 persone). Da qui il ricorso all’asilo ecclesiastico, ultima spiaggia anche se non esattamente un porto sicuro. «L’iter per la richiesta dello status funziona così: il giorno dell’arrivo di un rifugiato in una chiesa bisogna segnalare il caso alle autorità.

Entro 4 settimane deve essere presentato il fascicolo che indichi le difficoltà a cui è stato esposto nello Stato di provenienza. Quindi l’ufficio immigrazione esamina il dossier e decide se la Germania si farà carico dell’asilo umanitario. Nella maggioranza dei casi, però, il fascicolo viene respinto».