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Scenari Il Sud globale regola i conti con l’egemonia occidentale e l’Europa con il riarmo e le sole promesse, insidiata dai nazionalismi vive il «suo» tramonto, dei diritti acquisiti e delle garanzie democratiche

Illustrazione con bandiera dell'Unione Europea Illustrazione

Sul tramonto dell’Occidente ci si angustia e si dibatte da più di un secolo, ciononostante l’Europa si presenta del tutto impreparata di fronte alle circostanze del suo prosaico accadere. La frattura tra le due sponde dell’Atlantico è approfondita e incrudelita da Trump, ma è ben radicata nei fattori di crisi che hanno logorato la potenza americana.

E lascia i governi europei, prima ancora che l’Unione, attoniti e stupefatti. Quella frattura, che si manifesta oggi così brutalmente, non doveva semplicemente esistere, non era contemplata nel novero del possibile. Dopo il 1945 l’Europa non è riuscita neanche lontanamente a immaginarsi se non all’interno di un Occidente a guida statunitense nell’ambito del quale poter articolare, ma con prudenza, le proprie specificità e vantare le proprie virtù.

Non potendosi staccare da questo schema, ma neanche domarne le intemperanze e le crisi, l’Unione europea e i suoi membri oscillano tra sottomissione e progetti di autonomia destinati a cozzare contro crescenti egoismi e priorità nazionali. A maggior ragione la chiusura di ogni possibile interlocuzione con la Russia, il grande vicino dell’Est senza il quale, pur attraverso intrecci e vicende conflittuali, la storia europea non avrebbe il suo passato e nemmeno il suo futuro, vieta all’Unione europea di conseguire un peso rilevante su uno scacchiere globale in rapido movimento. L’alleanza con l’America costa cara, garantisce sempre di meno ma impedisce di attraversare in piena libertà i rapporti globali, di guardarsi intorno alla ricerca di nuove opportunità.

Mentre l’ideologia Maga e il suo condottiero sospingono gli Stati uniti verso assetti sempre più autoritari e il poderoso polo guidato da Cina, India e Russia è già ampiamente svincolato da obblighi democratici, l’Europa si atteggia a ultimo solitario bastione della democrazia, pur guardandosi dall’offendere Trump, chiamandolo per quello che effettivamente è. Ma la patente democratica non garantisce alcuna forma di potenza commerciale, finanziaria o militare, né attrattiva politica. E, del resto, sembra vicina alla scadenza visto il dilagare di forze reazionarie e nazionaliste in quasi tutto il continente. Il punto principale resta però quell’assenza di soggettività politica comune che l’attuale architettura dell’Unione europea esclude e che i governi nazionali avversano sempre più decisamente. E alla quale è assai pericoloso, ma anche inefficace, voler supplire con mastodontici programmi di riarmo, peraltro perseguiti su base nazionale.

È ben vero che il cosiddetto Sud globale è ancor meno omogeneo dell’Europa, segnato da innumerevoli differenze, attraversato da profonde contraddizioni e veri e propri conflitti come quello tra India e Pakistan. Ma è anche vero che i conti da saldare con l’egemonia occidentale del dopoguerra, per non parlare di quelli che risalgono alla storia coloniale, sono per molti aspetti comuni, i risentimenti condivisi e i progetti di sviluppo futuri integrabili, un legame consistente non privo di risvolti politici.

Tutti aspetti che la fine della guerra fredda e della divisione del mondo in due campi antagonisti, che tanto avevano influito sui rapporti tra Nord e Sud, hanno fatto venire pienamente alla luce. Inoltre, al centro di questo polo in costruzione vi è quella che è già a tutti gli effetti una superpotenza economica e militare, la Cina di Xi, nonché la seconda potenza nucleare del mondo rappresentata dalla Russia di Putin e paesi del peso dell’India o del Brasile. Tutte realtà politiche piuttosto solide che dispongono di una grande forza contrattuale.

L’Unione europea versa invece in una condizione di estrema fragilità: il suo centro franco-tedesco, insidiato dalle destre in costante ascesa, attraversa una fase di estrema instabilità politica. La maggioranza di centrosinistra che ha eletto e tiene in piedi la presidente della Commissione Ursula von der Leyen mostra una crescente insofferenza per il suo protagonismo tutto sbilanciato a destra e poco sensibile alle problematiche sociali. Nonostante la retorica militarista, con le sue promesse di rilancio economico e di riscossa geopolitica, l’Europa sta vivendo un suo proprio tramonto dell’Occidente, dei diritti acquisiti e delle garanzie democratiche. E finirà così col rimanere comunque subalterna e impastoiata nel campo imprevedibile, e con buona probabilità perdente, di Donald Trump.