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Giovinezza Meloni è un’incompresa. Appena mette mano alla Carta, fosse pure per varare la nipotina di tutte le riforme contrabbandata per «traguardo storico», qualcuno salta su e punta l’indice. Fioccano le accuse di non sopportare lacci, lacciuoli e controlli di sorta

Giorgia Meloni (Ansa)

Meloni è un’incompresa. Appena mette mano alla Carta, fosse pure per varare la nipotina di tutte le riforme contrabbandata per «traguardo storico», qualcuno salta su e punta l’indice.
Fioccano le accuse di non sopportare lacci, lacciuoli e controlli di sorta. Puntuale la denuncia di vagheggiare un sistema in cui tutto è nelle sue mani, pronto a essere adoperato per stroncare l’opposizione.

Il progettino c’è davvero ma alla presidentissima di affossare l’opposizione importa poco: inetta e parolaia com’è prega mattina e sera che dio gliela conservi. Quel che la obbliga suo malgrado a comandare senza dover rendere conto a nessuno è la sua truppa: la coalizione è già un problemaccio, con un vicepremier che straparla per professione e vocazione. Col partito è peggio che andar di notte. Di voti non ne porta: senza di lei veleggerebbe a stento intorno alla soglia di sbarramento. In compenso appena Meloni gira gli occhi, a qualcuno parte il braccio destro teso quando non si finisce addirittura con la foto ricordo in divisa nazi. Con simili seguaci, come si fa a imporre un’immagine ripulita, autoritaria ma col vestito buono, credibile in quelle cancellerie dove un barcone carico di poveracci a picco te lo perdonano, ma una frase in odor di fascio o di razzismo giammai?

Persino una banda di ragazzini scapestrati e incontinenti, tanto costretti nel doppio petto ereditato da nonno Giorgio che gli è toccato chiudersi in sezione per sfogarsi in qualche liberatorio «viva il Duce», fa il suo bravo danno. Ricorda a tutti quel che la leader fa l’impossibile perché sia dimenticato: le discutibili radici nere del partito che si vuole oggi «conservatore» e pragmatico, in sostanza moderato. Revoca in dubbio i quarti di nobiltà democratica che la presidente sfoggia sui palcoscenici del mondo con invidiabile talento da donna di spettacolo.
La bravata, oltretutto, ai ragazotti è scappata nel momento peggiore. La destra meloniana è impegnatissima a sfruttare la tragedia di Gaza per ripulirsi una volta per tutte il dna dall’increscioso incidente storico delle leggi razziali, rovesciando anzi l’infamante accusa di antisemitismo sugli avversari, e quelli inneggiano senza vergogna al legittimo papà di quelle infami leggi? Negare alla leader tricolore un attimo di umana comprensione sarebbe arido e ingeneroso.

Ma se si trattasse solo di qualche militante di base intemperante la preoccupazione sarebbe contenuta: una frase di rito, un commissariamento e passa la paura. Quegli umori però imperversano purtroppo anche fra le alte e altissime sfere. Trapelano dalle dichiarazioni del viceministro che adora l’odore dei furgoni cellulari al mattino, olezzo di vittoria sulla teppaglia. Spuntano nell’intemerata della consigliera regionale che se la prende con le cattoliche che sposano maschi islamici perché è così che s’infiltra il terrorismo. La lista di simili perle è bella lunga. Metterci una pezza è già un’impresa. In televisione compaiono solo un paio di giornalisti scafati, ma i politici chi li ha visti e chi mai li vedrà: meno parlano e meglio è.

Di tanto affidabile da poter gestire il suo incontenibile partito Giorgia Meloni ha trovato solo sua sorella: un affare di famiglia non per nepotismo ma per aspra necessità politica. Però questi sono solo tamponi: limitano un po’ il danno, non risolvono il problema alla radice e non è che si possa sciogliere d’autorità il partito anche se la tentazione sarebbe comprensibile. Se si varcano i confini tricolori il quadro è anche più sconfortante. Uno come Salvini non lo si può neppure silenziare come un fratellino qualsiasi e tocca svegliarsi ogni mattina col brivido di non sapere cosa gli uscirà di bocca. L’unica è prendere tutto in mano di persona, avocare a sé ogni potere, ridurre il partito e la stessa coalizione a codazzo di comparse. Si rischia di passare per autoritari, è vero. Ma tante volte bisogna fare di necessità virtù.