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Intervista Vladimir Safatle *, filosofo, scrittore e musicista, fa il punto in vista del secondo turno delle presidenziali. "La figura di Flávio Bolsonaro rimanda ai sotterranei della dittatura militare: a un settore organicamente legato ad assassinii, torture, scomparse forzate"

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330b5e6c-c35d-4d1e-a289-6c15bee7df0d Il presidente Lula fotografa la folla di partecipanti al suo comizio post primo turno, a Brasilia, venerdì scorso – Foto Ap/Eraldo Peres

Secondo i primi sondaggi dopo le elezioni del 4 ottobre, una svolta ancora non c’è. Per tutti tranne uno (quello di Vox Brasil che dà Lula in vantaggio di un punto e mezzo), Flávio Bolsonaro è in testa con una percentuale che varia dal 52 al 53% contro il 48-47% del presidente.

Mentre si sta per concludere la prima delle tre settimane che mancano al ballottaggio, la strada resta così pericolosamente in salita. Ma, almeno online, la rimonta c’è stata: finora in netto ritardo sull’avversario, Lula ha battuto Flávio Bolsonaro nel numero di interazioni sui social, totalizzando 9,9 milioni di like, commenti e condivisioni ai suoi post, grazie ai consigli dei suoi giovani influencer eletti. E sono proprio i giovani del resto – gli studenti universitari e delle scuole pubbliche – i più attivi per le strade in difesa della democrazia.

È così, pur in assenza di un segnale forte di Lula, e mentre Bolsonaro figlio incassa l’appoggio di un partito dopo l’altro – la solita corsa a saltare sul carro del vincitore –, oltre che di due dei tre principali ex candidati presidenziali esclusi dal ballottaggio, Augusto Cury e Ronaldo Caiado, è partita la corsa alla conquista degli oltre 30 milioni di astenuti. Ai quali, peraltro, non mancherebbero certo motivi per esprimere, se non un voto a favore, almeno uno contro.

Contro, cioè, il rischio che a guidare il Brasile sia un governo «autoritario e miliziano, fascista in senso classico», come mette in guardia, nell’intervista che ci ha concesso, il filosofo, scrittore e musicista brasiliano Vladimir Safatle, docente di Teoria delle scienze umane all’Università di São Paulo. Uno che il fascismo lo conosce bene, essendo figlio di un ex guerrigliero, Fernando Safatle, che il regime militare l’aveva combattuto con le armi. E avendo dedicato i suoi studi, tra moltissimo altro, alla dittatura militare e alle sue ramificazioni nel presente (O que resta da ditadura: a exceção brasileira), alla crisi della sinistra brasiliana e al collasso del lulismo (Só mais um esforço) e, nel suo ultimo libro, A ameaça interna. Psicanálise dos novos fascismos globais, al «fascismo strutturale» che infesta le cosiddette società liberali emergendo con forza in situazioni di crisi. Un fascismo tutt’altro che irrazionale, ma basato sulla razionalissima applicazione sistematica della logica neoliberista della competizione generalizzata all’interno di quella che tende sempre più a diventare una guerra civile globale.

  Il Brasile è un paese sovrano (foto Ap)

Come si spiega il voto della maggioranza degli elettori per un candidato figlio di un golpista, colluso con le milizie, coinvolto in diversi scandali e disposto a cedere la sovranità del paese agli Stati Uniti?

Evidenzierei due aspetti essenziali. Il primo è l’esistenza in Brasile di un’estrema destra strutturata e organizzata. C’è una lunga tradizione della destra fascista nel paese, risalente addirittura agli anni Trenta: non a caso il più grande partito fascista al di fuori dall’Europa è stato quello brasiliano. Ci si era illusi che al termine della dittatura militare questa frangia di estrema destra fosse scomparsa, ma in realtà questo non è mai avvenuto. È semplicemente rimasta in attesa di un collasso della transizione democratica, che in effetti ha avuto luogo dieci anni fa, per assumere la guida della destra nazionale. E questo è un processo irreversibile, con cui dovremo fare i conti per i prossimi trent’anni.
Il secondo aspetto è che il terzo governo Lula non è stato un buon governo. E sarebbe bene che Lula lo riconoscesse, smettendo di cercare giustificazioni per i modesti risultati raggiunti e iniziando a proporre un nuovo ciclo di lotta contro le disuguaglianze, di azioni coraggiose, che è quello di cui ora avremmo bisogno.

Quali sono stati i suoi principali errori?

È il governo stesso che è stato fallimentare, è inutile negarlo. È chiaro che i problemi ci sono stati: si è trattato di un governo di alleanze, un governo di conciliazione nato da un campo largo, ma la storia è sempre la stessa, e in Italia la conoscete bene. Quando la sinistra entra in un governo di coalizione, lo fa pagando un costo molto alto in termini di immobilismo: non riuscendo a imporre il suo programma, deve limitarsi ad amministrare un insieme di politiche che non fanno parte del suo progetto. Pagando alla fine il prezzo più alto. In Italia c’era una sinistra fortissima e guardate ora la situazione.

Lula avrebbe dovuto capirlo e, nel quadro dei negoziati interni al fronte ampio, stabilire tre-quattro grandi programmi sociali su cui investire ingenti risorse: nei campi dell’educazione, della salute, dell’abitazione, delle relazioni di lavoro, in maniera che, al termine di questi quattro anni, la popolazione avvertisse la differenza. E questo è mancato. E ora non resta che tentare di far passare il messaggio che un quarto governo Lula riuscirebbe a realizzare, o perlomeno a mettere al centro del dibattito politico nazionale, tutti gli elementi che sono mancati nel Lula 3.

È ancora possibile capovolgere il risultato?

Sì, è possibile. Vi sono stati più di 30 milioni di astenuti, i quali evidentemente non sono rimasti soddisfatti dal governo Lula ma si sono rifiutati di votare per Flávio Bolsonaro. Ci sono enormi margini di crescita. E sono tanti gli esempi di sorpasso al secondo turno, come quello registrato in Cile nel 2021, quando Gabriel Boric, sotto di due punti rispetto a José Antonio Kast, aveva poi vinto al ballottaggio con largo margine.

In queste elezioni c’era in gioco anche il futuro dell’Amazzonia e dei popoli indigeni. Perché un tema tanto decisivo è rimasto completamente fuori dalla campagna elettorale?

La questione ecologica e quella indigena sono di fatto le grandi assenti nell’attuale dibattito politico nazionale. Una delle principali ragioni è l’enorme forza dell’agribusiness, che impedisce a questi temi fondamentali di imporsi all’attenzione pubblica, a cui si accompagna la paura del governo di esercitare pressioni su questa potentissima lobby, la quale gode non per niente di sovvenzioni milionarie. Ed è così che la dimensione ambientale diventa secondaria, con le conseguenze catastrofiche che conosciamo.

 Con un Congresso ancora più dominato dall’estrema destra, quali margini di manovra resterebbero a un eventuale quarto governo Lula?

Se pensiamo alla politica come una costante negoziazione con il Congresso, il margine di manovra di Lula sarebbe nullo. Ma la democrazia non è data solo dalle mediazioni istituzionali, bensì anche dal potere costituente della sovranità popolare. Di fronte a un Congresso ostile ai principi democratici, esiste lo strumento della mobilitazione popolare, sia come misura di pressione che come spazio di deliberazione, come avvenuto già in diverse circostanze.

In caso invece di vittoria di Flávio Bolsonaro, cosa resterebbe della democrazia, con un Congresso e, di lì a breve, anche con una Corte suprema, sotto il totale controllo dell’estrema destra?

In questo caso, della democrazia brasiliana non resterebbe semplicemente nulla. La figura di Flávio Bolsonaro rimanda ai sotterranei della dittatura militare: a un settore organicamente legato ad assassinii, torture, scomparse forzate. Non a caso il suo punto di riferimento è il colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, il responsabile dei servizi di repressione del regime militare. Quello che ci si può sicuramente attendere è uno smantellamento rapido ed efficace di tutte le mediazioni istituzionali democratiche, a cominciare dal Supremo tribunale federale, e un procedere a tappe forzate verso un governo non semplicemente autoritario, ma autoritario e miliziano, fascista in senso classico. In Brasile il governo di estrema destra ha già tentato deliberatamente un colpo di stato. Si può ben immaginare cosa succederebbe dopo.

 

* Vladimir Safatle

Filosofo, scrittore e musicista. Docente di Teoria delle scienze umane all'Università di São Paulo