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Spagna-Israele Parla la ministra spagnola Sira Rigo, colpita da sanzioni israeliane insieme a Yolanda Diaz

La ministra Sira Rego foto Ap La ministra Sira Rego – AP

Per la prima volta Israele sanziona esponenti di un governo dell’Ue. Le ministre spagnole Yolanda Díaz e Sira Rego – entrambe esponenti della coalizione di sinistra Sumar – sono state colpite da sanzioni personali e dichiarate persone non grate nel paese. Abbiamo raggiunto la ministra della Gioventù Sira Rego mentre è impegnata a rispondere a migliaia di attestati di solidarietà.

Le sanzioni contro di lei e Yolanda Diaz non sono evidentemente una questione tra la Spagna e Israele, riguardano anche Bruxelles. Cosa vi aspettate dalla Commissione europea?

La decisione presa da Israele è la reazione tipica di un governo genocida che da anni ignora la legalità internazionale. Il suo unico obiettivo è intimidire chiunque denunci le atrocità che sta commettendo nella Striscia di Gaza. Sono ormai quasi due anni che esigiamo che l’Unione Europea rompa con l’inazione che contraddistingue il suo atteggiamento. È insostenibile. Di fronte a un genocidio non è possibile restare in silenzio.

Il governo guidato da Pedro Sanchez ha scelto di procedere con delle sanzioni nei confronti di Israele. Sotto la spinta della società civile le azioni della Spagna potrebbero fare da apripista?

L’intenzione politica del governo spagnolo è chiara: dobbiamo garantire che neppure un metro quadrato del nostro territorio faccia parte, né per azione né per omissione, della collaborazione con il genocidio. Siamo consapevoli dei limiti di un singolo Paese nello scenario internazionale, ma penso che questo possa essere un punto di svolta. La Spagna già manteneva una posizione diversa rispetto a molti altri Paesi, ma questo salto qualitativo deciso ieri dal Consiglio dei ministri lo dobbiamo alla cittadinanza che si organizza e si mobilita. Mi auguro che altri governi seguano l’esempio della Spagna e, finalmente, rispondano alle richieste della collettività. È necessario rispondere a queste domande sociali facendo un passo ulteriore: rompere tutte le relazioni diplomatiche, economiche e commerciali con Israele.

In particolare il Governo Meloni si è distinto per essere un solido alleato di Netanyahu…

In Italia, come nel resto del mondo, la società civile organizzata sta dando lezioni di dignità. Ogni persona che scende in piazza contro la barbarie rappresenta una spinta indispensabile per porre fine al genocidio.I governi sono di fronte a una scelta: continuare a sostenere le azioni di Netanyahu o ascoltare la voce della propria società civile che chiede giustizia. Voltarsi dall’altra parte significa essere complici di chi sta sterminando un popolo, cancellando il diritto internazionale e la dignità umana.

Il conflitto a Gaza ha fatto cadere gli ultimi simulacri del diritto internazionale, la richiesta all’assemblea generale dell’Onu di riconoscere lo stato di Palestina senza azioni concrete contro Israele non rischia di essere una foglia di fico per l’Occidente per non fare nulla?

Il riconoscimento dello Stato palestinese è un passo importante. Ma se resta isolato, senza misure concrete per fermare il genocidio, porre fine all’occupazione e al regime di apartheid, è insufficiente. Chi oggi si limita a proclami senza azioni reali rafforza l’impunità. Il diritto internazionale è credibile solo se applicato senza doppi standard.

Ieri abbiamo visto l’attacco alla Sumud Flotilla, cosa devono fare i governi europei per garantire la sicurezza degli equipaggi?

La Flotilla porta cibo, medicine, dignità e speranza. Dobbiamo essere grati a tutte le persone che mettono i loro corpi e la loro energia al servizio della solidarietà con il popolo palestinese. Il governo spagnolo garantisce e continuerà a garantire protezione consolare e tutta la protezione diplomatica agli attivisti spagnoli imbarcati nella Flotilla. Ma questa straordinaria azione civile non deve farci dimenticare le responsabilità istituzionali: è urgente porre fine al blocco imposto da Israele e consentire l’ingresso di tutti gli aiuti necessari.

Da una parte il suprematismo occidentale che difende Israele a ogni costo, dall’altro un nuovo internazionalismo che sta crescendo, costruito da reti orizzontali di attivisti, associazioni, forze sociali e politiche. Possiamo sperare in una nuova internazionale?

Questa nuova internazionale esiste già: la vediamo crescere nelle strade, nelle università, nei porti, in tutti i collettivi che rifiutano la complicità. È questa forza collettiva che deve ispirarci e che dobbiamo nutrire per rompere il monopolio narrativo delle destre globali e aprire lo spazio a un’agenda di giustizia, pace e diritti.