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Gaza, l’ipocrisia uccide come la fame. Meloni sveglia.
Basta, non ne possiamo più.
Abbiamo occupato le finestre di Montecitorio.
Abbiamo “violato” il Palazzo del Potere, per raccogliere il grido di indignazione del popolo italiano e dei popoli del mondo.
Siamo consapevoli di aver compiuto un atto forte.

Ma sappiamo anche che il silenzio complice è un atto assai peggiore.
E se qualcuno si indigna per questo striscione e non per i bambini di Gaza, c’è un problema.

Se qualcuno pensa che questo sia uno sfregio alle istituzioni, sappia che noi pensiamo (e come noi il popolo italiano) che il silenzio e la complicità sono il vero sfregio alle istituzioni e all’onore del nostro paese.


Nicola Fratoianni - Angelo Bonelli
#AlleanzaVerdiSinistra #OcchiInPalestina

Nuove osservazioni al piano della Regione Emilia-Romagna per garantire la sicurezza di Faenza da nuove possibili alluvioni.

 

Anche il circolo Legambiente Lamone, di Faenza, assieme alla struttura regionale di Legambiente, ha voluto partecipare al percorso partecipato, sottolineando però che “un più vasto coinvolgimento di Enti locali, comitati, cittadini, agricoltori, imprenditori, e altre realtà associative, non può avvenire esclusivamente con questo strumento”.

Legambiente sottolinea come “Le strategie complessive da mettere in atto devono naturalmente partire dalla consapevolezza che i rischi, che si dovrà tentare di prevenire, derivano da eventi sempre più intensi e imprevedibili che i cambiamenti climatici in atto potranno rendere più frequenti”.

“Questa realtà, deve necessariamente comportare un approccio al territorio diverso dal passato, approccio che non tutti i soggetti in campo hanno ancora introiettato, vanno quindi opportunamente controbattute semplificazioni e narrazioni fuorvianti, a volte in buona fede, in altre strumentali, che continuano a circolare sulle cause di questi eventi estremi”.

Secondo Legambiente sarà necessario: rinatulizzare i corsi fluviali; dare più spazi ai corsi d’acqua; recuperare aree umide e aree allagabili programmate; abbassare aree golenali; regimentare il deflusso delle acque in collina; adattare costruzioni e spazi rurali a possibili esondazioni; rafforzare la preparazione della popolazione sui sistemi di protezione civile; laddove fosse necessario, non escludere, delocalizzazioni volontarie

“Se da un lato spetta alle autorità istituzionali, in questo caso Regione e Autorità di bacino, fornire il quadro generale di analisi dei dati, di strategie e di ipotesi di intervento, è necessario non solo divulgare corrette informazioni tecniche e scientifiche, ma anche cogliere il patrimonio di conoscenze e proposte da parte di comitati, tecnici, agricoltori, cittadini che, sulla base della loro esperienza pratica, possono contribuire ad affinare e anche modificare le proposte di interventi da realizzare.

Oltre agli interventi più diretti sui bacini fluviali, sono necessari anche interventi più spefici anche nei tessuti urbani con tecniche di drenaggio urbano sostenibile, adeguamento e manutenzione delle reti fognarie, desigillazione di aree asfaltate… Su queste problematiche sono in atto alcuni progetti e interventi, sui quali ci riserviamo di dare un contributo più approfondito”.

Naturalmente queste considerazioni valgono non solo per il bacino del Lamone e del Marzeno, ma anche per tutti gli altri bacini, a partire da quello del Senio e degli altri territori interessati.

Alcune osservazioni generali sulla bozza di progetto

“Il titolo della bozza parla correttamente non solo della città di Faenza, ma anche della vallata, e proprio per questo rileviamo che sarebbe necessario ipotizzare anche quali altre ipotesi di intervento potrebbero essere necessarie, nei tempi opportuni, lungo tutto il bacino, dalla sorgente alla foce, secondo una strategia complessiva.


Questa visione complessiva, non è prevista nella stesura del testo in questione, dove paiono essere in primo piano solo interventi su 4 aree, su cui si ipotizzano casse di espansione (3 +1 già avviata) attorno alla città e molto meno altri interventi, che pure in parte vengono citati, ossia: le aree in prossimità di San Rufillo – Mulino del Rosso; quella dei laghetti del sole in località Santa Lucia; poi l’ipotesi, non meglio definita, di individuare un’area idonea a valle di Faenza per sperimentare una tracimazione controllata (su queste ipotesi torneremo un po’ più nel merito, più avanti).

Rileviamo soltanto che in questo modo si rischia di incentivare una visione frammentata e la tendenza da parte dei cittadini e di tutti gli altri soggetti coinvolti, a guardare solo l’ipotesi di progetto che li tocca più direttamente e non prendere coscienza dei necessari interventi nel loro complesso.


Ma per intervenire su tutto il bacino andrebbero verificati e ipotizzati altri possibili interventi, più o meno consistenti, ancora più a monte di Faenza per prevenire altri eventi locali (pensiamo ad esempio ai diversi allagamenti alle zone basse del Comune di Brisighella) ma anche per alleggerire il carico idrico più a valle.
Quindi con benefici per la zona di Faenza, ma anche oltre, pensiamo ad esempio al tratto del Lamone tra Traversara e Mezzano, che si presenta come un “collo di bottiglia”, per la sua portata idraulica ridotta da argini molto ristretti.


Nella mappa “Valutazione delle possibilità di laminazione delle piene del fiume Lamone a monte del tratto arginato” dello studio Brath del 2010, riportata nel testo, vi sono indicazioni sulle aree individuate come casse di espansione, su quelle cartografate ma non inserite, su possibili espansioni golenali da ribassare.


Sono indicazioni utili ma datate, che oggi dovrebbero essere aggiornate, in particolare alla luce degli eventi alluvionali succedutasi dal 2023.
Nella premessa alla bozza si fa cenno, per quanto riguarda il tratto a valle di Faenza, a consolidamento delle arginature e riprofilatura della sezione del fiume con abbassamento dei piani golenali, sarebbe necessario avere qualche ipotesi di intervento più dettagliata.

Sulla base di questi approfondimenti e delle “Attività in corso e analisi idraulica dello stato attuale” che l’Autorità di bacino sta svolgendo, è necessario conoscere, per i diversi scenari e tempi di ritorno, i dati precisi delle analisi idrauliche sulle portate limite attuali e quali benefici quantitativi potrebbero realizzarsi con la messa in atto dei diversi interventi ipotizzati, ed eventualmente altri che si ritiene necessario aggiungere.

A partire da questi dati sarà possibile costruire una ipotesi di intervento complessivo, che permetta poi di valutare costi/benefici, tempi di realizzazione , priorità, dei possibili interventi specifici, sui quali aprire confronti di merito con tutti i soggetti interessati.
Le decisioni operative su questi progetti non possono essere puri atti amministrativi, ma devono coinvolgere direttamente i cittadini e la società civile, a partire dai soggetti più direttamente esposti, con effettivi percorsi partecipativi che la Regione e, ancora più in specifico gli Enti Locali, devono attivare.

Non c’è dubbio che bisogna prendere decisioni in tempi relativamente brevi, ma considerando le tempistiche molto ristrette richieste, per fornire osservazioni alla bozza di progetto, auspichiamo che si tratti di una prima raccolta di valutazioni, che dovranno, in tempi utili, essere “rendicontate” ai soggetti interessati e alla cittadinanza, per dare seguito ad altri approfondimenti su documentazioni più ampie e dettagliate, avviando precisi percorsi di partecipazione.
Per parte nostra ci riserviamo di inviare in seguito ulteriori contributi”.

Alcune osservazioni più di dettaglio

“Non intendiamo, in questa fase, fare approfondimenti e dare valutazioni più specifiche sulle ipotesi evidenziate.
Ci interessa però segnalare che riteniamo prioritari gli interventi sulle casse di espansione a monte, a partire da :
– le aree in prossimità di San Rufillo – Mulino del Rosso e quelle dei laghetti del sole in località Santa Lucia;


- così come ci sembra interessante l’individuazione di un’area a valle di Faenza per sperimentare una tracimazione controllata, per la quale andrebbe definita esattamente la collocazione in collaborazione con le proprietà e le attività esistenti, definendo precise modalità di funzionamento e manutenzione.


Sulle ipotesi delle 3 casse di espansione ipotizzate (diamo per acquisito, la quarta, l’intervento già progettato a livello esecutivo nell’area di via Cimatti ):


- quella che presenta meno problematicità è certamente quella di 27 ha, nell’area di confluenza Lamone-Marzeno (anche se non necessariamente l’intera area potrebbe essere occupata);


- l’area Orto Bertoni, di 25 ha, può presentare qualche controindicazione per la collocazione a valle del quartiere e a monte del cimitero (determinanti potrebbero essere la reale estensione, le opere di protezione delle zone costruite e soprattutto le modalità di attivazione e gestione, potrebbe essere, nei periodi di non utilizzo, un parco fluviale in fregio al quartiere?);


- l’area di via Don Giovanni Verità è indubbiamente quella più problematica, in particolare per la presenza di una zona discretamente abitata che, in questo caso, dovrebbe essere in tutto o in parte delocalizzata (non può essere pertanto in cima alle priorità).

Nella premessa della bozza in questione si accenna, senza ulteriori specificazioni, a proposito del sistema arginale esistente nel tratto urbano a eventuali locali interventi di rialzo, non riteniamo siano misure di per sé risolutive di tutti i rischi, ma considerato che le altezze sono diverse in diversi punti e lati del fiume, e questo crea qualche preoccupazione tra i cittadini, una loro risistemazione è certamente opportuna”.

Secondo la procura è un esempio di come funzionava il presunto «sistema» di favori e influenze tra sindaco, uffici e costruttori

Il “Pirellino”, via Gioia e sullo sfondo il grattacielo di Regione Lombardia (Claudio Furlan/LaPresse)

 

Nel nuovo filone di inchiesta sull’urbanistica a Milano, che è stato reso noto in questi giorni e in cui è indagato anche il sindaco Giuseppe Sala, una serie di accuse riguardano il progetto del cosiddetto “Pirellino”: un ex palazzo comunale in via Pirelli 39, comprato nel 2019 dalla società di sviluppo immobiliare Coima. Secondo la procura, il progetto di riqualificazione del Pirellino (mai avviato) sarebbe un caso emblematico di come agiva il presunto «sistema» di corruzione e favori messo in piedi da costruttori, funzionari comunali e progettisti per accelerare la concessione di permessi edilizi illeciti e fare speculazione attraverso grandi progetti immobiliari.

 
 Quest’ultimo filone fa parte di una ampia indagine giudiziaria che va avanti da due anni, sulle costruzioni di grossi palazzi fatte passare per ristrutturazioni, e sul modo opaco in cui sarebbero state approvate. In particolare si concentra sul sistema di pressioni e di favori che si sarebbe creato tra alcuni importanti architetti e costruttori, il comune di Milano e la commissione per il paesaggio, un organo comunale che si occupa di approvare i progetti urbanistici. Nei provvedimenti la procura scrive spesso giudizi, parla di «avidità», di «spregiudicatezza», di «asservimento sistemico» verso i costruttori. E ipotizza l’esistenza di «un vorticoso circuito di corruzioni tuttora in corso, che colpisce le istituzioni e ha disgregato ogni controllo pubblico sull’uso del territorio, svilito a merce da saccheggiare». Le accuse insomma sono pesanti, e per dimostrare che tutto questo sia un “sistema” ci vorranno prove consistenti.
 Tra gli indagati in questo nuovo filone di inchiesta, oltre a Sala, ci sono l’assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi; l’ex presidente della commissione paesaggio Giuseppe Marinoni; Manfredi Catella, presidente di Coima (che a Milano ha costruito moltissimi progetti e che sta lavorando alla costruzione del villaggio olimpico per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026): per loro la procura ha chiesto l’arresto. Tra gli indagati c’è poi il noto architetto Stefano Boeri, che ha progettato il Bosco Verticale. Sala, che è indagato per “false dichiarazioni su qualità personali proprie o di altre persone” e concorso in “induzione indebita a dare o promettere utilità”, ha rigettato tutte le accuse e si è difeso dicendo che i contatti tra commissione paesaggio e sindaco sono inesistenti.
– Leggi anche: Anche Beppe Sala è indagato nelle inchieste sull’urbanistica a Milano
 

Il palazzo chiamato Pirellino si trova vicino a piazza Gae Aulenti e alla fermata Gioia della metropolitana. È un palazzo costruito a metà degli anni Sessanta, di 25 piani più altri tre interrati, e comprende un’altra parte di tre piani a ponte che attraversa via Melchiorre Gioia e sotto alla quale passano le macchine. Fino al 2018 era di proprietà del comune, che qui aveva degli uffici. Nel 2019 fu messo a bando e nel giugno di quell’anno fu comprato da Coima per 193 milioni di euro. Il progetto vincitore era stato presentato da due studi di architettura: Diller Scofidio + Renfro (DS+R) e Stefano Boeri Architetti, ed era molto ambizioso.

Prevedeva infatti, oltre alla riqualificazione dell’edificio esistente, che sull’altra estremità del ponte fosse costruito un grattacielo residenziale progettato da Boeri, la “Torre botanica”, simile al Bosco Verticale, e che sul resto del ponte fosse creato uno spazio pubblico verde aperto a tutti.

  

Il Pirellino e la Torre botanica nel progetto di Stefano Boeri e DS+R (foto dal profilo Facebook di Stefano Boeri)

Il progetto non fu mai realizzato perché dal 2019 a oggi fu bloccato più volte per questioni burocratiche. Poco dopo che Coima aveva acquistato l’edificio entrò infatti in vigore il nuovo piano di governo del territorio (Pgt) secondo il quale per edifici residenziali superiori a una certa volumetria (come era la Torre botanica) era previsto che almeno il 20 per cento fosse riservato all’edilizia sociale. Coima fece ricorso al Tar, il tribunale amministrativo regionale, perché quando aveva acquisito l’edificio queste condizioni non erano ancora entrate in vigore. Perse il ricorso, nel senso che il Tar stabilì che il Comune poteva decidere di applicare comunque il vincolo, cosa che infatti fece. Dopo il Tar però, nel 2023, Coima fece ulteriore ricorso al Consiglio di Stato, che si espresse invece a favore: sostanzialmente disse al Comune che il vincolo non poteva essere applicato in modo reatroattivo e che quindi avrebbe potuto applicarlo solo motivandolo in modo circostanziato. La causa col Consiglio di Stato è ancora in corso: nel 2023 infatti il Pgt è cambiato nuovamente e Coima ha nuovamente ottenuto una sentenza favorevole, che ora il Comune ha 90 giorni (notizia di giovedì) per applicare.

 – Leggi anche: Cosa c’è nelle inchieste sull’urbanistica a Milano

L’inchiesta della procura ricostruisce come nel 2023, nel giro di pochi mesi tra marzo e ottobre, la commissione paesaggio abbia espresso quattro pareri sul progetto iniziale: due negativi, motivati con l’eccessivo impatto del palazzo, uno  “favorevole condizionato” e uno, finale, favorevole. Nonostante questo però nel 2024 – quando erano già state rese note le prime inchieste sull’urbanistica – Coima decise di modificare il progetto ed eliminò il ponte-serra aperto a tutti e la Torre Botanica. Del progetto iniziale rimase quindi solo il Pirellino, che doveva essere riqualificato in modo conservativo, così come il ponte. I lavori comunque non sono mai iniziati.

Secondo la procura, per arrivare al parere favorevole della commissione nel 2023, furono decisive le pressioni delle società interessate sulla commissione, anche «mediate» dal sindaco Sala. Nella richiesta di misure cautelari sono riportati diversi messaggi scambiati in quel periodo tra Boeri e Catella (l’imprenditore presidente di Coima), Boeri e Marinoni (l’allora presidente della commissione paesaggio) e tra Marinoni e Tancredi (l’assessore alla Rigenerazione urbana) in cui si aggiornavano sull’avanzamento della pratica, sui vari pareri espressi sull’edificio e sulle motivazioni relative ai pareri negativi. Ma anche molti altri scambiati tra Boeri e alcuni membri della commissione paesaggio.

 Si legge che, dopo i primi due pareri negativi, Boeri scrisse a Marinoni chiedendogli se avessero «problemi con lui o con le architetture verdi». Nei giorni successivi l’architetto aveva poi chiesto a più persone della commissione paesaggio e a Catella di incontrarsi per discutere della Torre botanica, spiegare il progetto e trovare una soluzione. A metà aprile Catella scrisse a Boeri dicendogli di aver parlato con Tancredi e che questo si era dimostrato finalmente disponibile a discutere della questione. Il progetto però venne bocciato di nuovo, e Marinoni motivò la cosa dicendo che si trattava di una «barriera» troppo alta e ingombrante. Catella a quel punto si era lamentato di come questa situazione mettesse in difficoltà la sua società e l’architetto.

I pm sottolineano come, il giorno prima che la commissione desse infine parere favorevole al progetto, Boeri avesse detto in un messaggio vocale a Catella che fosse necessario «far intervenire Sala su Marinoni», ovvero chiedere al sindaco di convincere il presidente della commissione paesaggio a esprimere un parere positivo. Boeri poi aveva mandato un messaggio a Sala nel quale gli diceva che Marinoni sbagliava a esprimere un parere negativo sul suo progetto e lo avvisava che, nel caso in cui il la situazione non fosse cambiata, Catella avrebbe fatto ricorso al Tar. Nell’inchiesta e sui giornali è stata in particolare estrapolata una frase di Boeri, «prendilo come warning», che proverebbe un tono di comando nei confronti del sindaco ma che si inserisce in un messaggio nel complesso ben poco impositivo. Sala a quel punto aveva risposto che non era solo il presidente a essere contrario e che si fidava del parere di Tancredi.

La commissione paesaggio poi espresse un parere favorevole, e nei messaggi scambiati tra i commissari e il presidente emerge come alcuni sospettassero che Boeri avesse fatto pressioni su alcuni di loro per votare a favore, e come uno di questi poi gli avesse chiesto un favore (di intercedere con un personaggio noto) per il figlio. Alcuni commissari scrivevano anche di essersi pentiti di non aver insistito di più sulla richiesta di ridurre le volumetrie della torre, che alla fine erano cambiate pochissimo.

I pm sottolineano anche come Tancredi avesse già chiesto a Marinoni di approvare il progetto, e che i pareri positivi della commissione fossero «irragionevolmente motivati» e indicativi del fatto che fossero stati scritti solo per aiutare gli interventi di coloro ai quali «non è possibile o non conviene dire di no».

Medio oriente Da anni l’opinione pubblica vive sotto l’incantesimo dell’esercito, apparentemente onnipotente, e nel disprezzo dei vicini regionali

Persone rifugiate in metropolitana per un possibile attacco iraniano a Ramat Gan, Israele Persone rifugiate in metropolitana per un possibile attacco iraniano a Ramat Gan, Israele – AP

 Orly Noy storica attivista dei diritti degli ebrei Misrahim (mediorientali

Di seguito la traduzione dell’articolo uscito sulla testata israeliana +972 

passati più di 46 anni da quando ho lasciato l’Iran con la mia famiglia, all’età di nove anni. Ho trascorso la maggior parte della mia vita in Israele, dove abbiamo costruito una famiglia e cresciuto le nostre figlie — ma l’Iran non ha mai smesso di essere la mia patria. Da ottobre 2023, ho visto innumerevoli immagini di uomini, donne e bambini vicino alle rovine delle loro case, e le loro grida sono impresse nella mia mente. Ma quando vedo le immagini provenienti dall’Iran dopo gli attacchi israeliani e sento le urla in persiano, la mia lingua madre, il mio senso di collasso interiore è diverso. Il pensiero che questa distruzione venga compiuta dal paese di cui sono cittadina è insopportabile.

NEL CORSO degli anni, l’opinione pubblica israeliana si è convinta di poter esistere in questa regione disprezzando profondamente i suoi vicini — intraprendendo azioni stragiste contro chiunque, quando e come vuole, facendo affidamento solo sulla forza bruta. Da quasi 80 anni, la «vittoria totale» è sempre sembrata a portata di mano: basta sconfiggere i palestinesi, eliminare Hamas, schiacciare il Libano, distruggere le capacità nucleari dell’Iran — e il paradiso sarà nostro.

Ma da quasi 80 anni, queste cosiddette «vittorie» si sono rivelate delle vittorie di Pirro. Ognuna di esse sprofonda Israele in una fossa sempre più profonda di isolamento, minacce e odio. La Nakba del 1948 ha creato una crisi di rifugiati che non accenna a sparire e ha posto le basi per il regime di apartheid. La vittoria del 1967 ha dato origine a un’occupazione che continua ad alimentare la resistenza palestinese. La guerra dell’ottobre 2023 è degenerata in un genocidio che ha trasformato Israele in un paria globale.

L’ESERCITO israeliano — al centro di questo intero processo — è diventato un’arma di distruzione di massa priva di coscienza. Mantiene il suo status esaltato presso un’opinione pubblica sedata grazie a gesti spettacolari: cercapersone che esplodono nelle tasche di uomini in un mercato libanese, oppure una base di droni impiantata nel cuore di uno stato nemico. E sotto il comando di un governo genocida, sprofonda sempre più in guerre da cui non ha idea di come uscire.

Per molti anni, sotto l’incantesimo di questo esercito apparentemente onnipotente, la società israeliana si è convinta di essere invulnerabile. L’adorazione totale per i militari da un lato, e il disprezzo arrogante per i vicini regionali dall’altro, hanno alimentato la convinzione che non avremmo mai pagato alcun prezzo. Poi è arrivato il 7 ottobre, che ha infranto — anche solo per un attimo — l’illusio ne dell’immunità. Ma invece di fare i conti con il significato di quel momento, il pubblico si è abbandonato a una campagna di vendetta. Perché solo attraverso la carneficina il mondo sembrava tornare a un ordine comprensibile: Israele uccide, i palestinesi muoiono. Ordine ristabilito.

ECCO PERCHÉ le immagini degli edifici bombardati a Ramat Gan, Rishon LeZion, Bat Yam, Tel Aviv e Tamra (una città araba in Galilea) sono state così scioccanti. Somigliavano in modo inquietante a quelle a cui ci siamo abituati a vedere a Gaza: scheletri di cemento bruciati, nuvole di polvere, strade sepolte sotto le macerie e la cenere, giochi di bambini raccolti dai soccorritori. Queste immagini hanno aperto una breve crepa nella nostra illusione collettiva, quella di essere immuni da tutto. Le vittime civili da entrambe le parti — 13 israeliani e almeno 128 iraniani — mettono in luce il costo umano di questo nuovo fronte, anche se la scala della distruzione resta lontana da quella inflitta regolarmente su Gaza.

C’È STATO un tempo in cui alcuni leader ebrei in Israele capivano che la nostra esistenza in questa regione non poteva reggersi sull’illusione dell’immunità totale. Forse non erano privi di un senso di superiorità, ma coglievano questa verità fondamentale. Il defunto parlamentare di sinistra Yossi Sarid ricordava che Yitzhak Rabin una volta gli diffe: «Una nazione che flette i muscoli per cinquant’anni — quei muscoli prima o poi si stancheranno». Rabin capiva che vivere per sempre con la spada, contrariamente alla promessa intrisa di orrore di Netanyahu, non è una strategia sostenibile.

Oggi, non ci sono più politici ebrei di quel calibro in Israele. Quando la sinistra sionista esulta per un attacco sconsiderato contro l’Iran, rivela un attaccamento ostinato alla fantasia che, qualunque cosa facciamo, per quanto ci alieniamo dalla regione in cui viviamo, l’esercito ci proteggerà sempre.

«UN POPOLO forte, un esercito determinato e un fronte interno resiliente. È così che abbiamo sempre vinto, ed è così che vinceremo anche oggi», ha scritto Yair Golan, leader del Partito Democratico — una fusione dei partiti della sinistra sionista Meretz e Labor — in un post su X dopo l’attacco di venerdì. La sua collega di partito, la deputata Naama Lazimi, ha aggiunto i suoi ringraziamenti «ai sistemi di intelligence avanzati e alla superiorità di intelligence. All’Idf e a tutti gli apparati di sicurezza. Ai piloti eroici e all’aeronautica. Ai sistemi di difesa di Israele».

In questo senso, la fantasia dell’immunità garantita dall’esercito è ancora più radicata nella sinistra sionista che nella destra. La risposta della destra all’ansia securitaria è l’annientamento e la pulizia etnica — quello è il suo obiettivo finale. Ma il centro-sinistra ripone quasi interamente la propria fiducia nelle presunte capacità illimitate dell’esercito. Senza dubbio, il centro-sinistra ebraico in Israele venera l’esercito molto più della destra, che lo tratta semplicemente come uno strumento per attuare la propria visione di distruzione e pulizia etnica.

NOI ISRAELIANI dobbiamo capirlo: non siamo immuni. Un popolo la cui intera esistenza dipende esclusivamente dalla forza militare è destinato a finire negli angoli più oscuri della distruzione, e infine, della sconfitta. Se non abbiamo imparato questa lezione fondamentale negli ultimi due anni, per non dire negli ultimi ottanta, allora siamo davvero perduti. Non a causa del programma nucleare iraniano o della resistenza palestinese, ma per l’arroganza cieca e presuntuosa che ha preso il sopravvento su un’intera nazione.

 

Palestina Colpita una scuola-rifugio: almeno 18 morti, tra loro dei bambini. La Ghf sospende gli aiuti e veto Usa in Consiglio di Sicurezza su cessate il fuoco e ripresa dell’assistenza umanitaria. Il racconto del paramedico sopravvissuto alla strage del 23 marzo: il grido per salvarsi, «sono israeliano»

Un gruppo di donne durante un funerale collettivo all’ospedale al-Shifa di Gaza City foto Ap/Jehad Alshrafi Un gruppo di donne durante un funerale collettivo all’ospedale al-Shifa di Gaza City – Ap/Jehad Alshrafi

Mohammed al-Heila è morto tra le braccia di Asaad al-Nasasra. Era l’alba del 23 marzo. A Tal el-Sultan, profondo sud di Gaza, in pochi minuti si è consumato l’orrore. Dell’esecuzione dei 15 paramedici palestinesi da parte dell’esercito israeliano si sa ormai molto: la sparizione, la strage, il tentativo dei militari israeliani di nascondere corpi e ambulanze sotto terra. Ieri il Guardian ha aggiunto un altro tassello: la Mezzaluna rossa palestinese ha condiviso il racconto di al-Nasasra, paramedico di 47 anni, uno dei due sopravvissuti al massacro e detenuto in un carcere israeliano per 37 giorni, tra torture e fame.

AL-NASASRA era alla guida di una delle due ambulanze quando sono caduti nell’imboscata israeliana. Una selva di spari, i primi uccisi. Gli altri sono stati finiti con colpi ravvicinati, lo raccontano i proiettili che hanno fracassato i crani e penetrato le schiene. «Ha provato a nascondersi coprendosi di terra – dice la Mezzaluna – Il corpo di Mohammed al-Heila era sopra di lui». Al-Heila era ferito, lo ha abbracciato prima di morire.

Poi sono arrivati i soldati: «Al-Nasasra ha sentito che sparavano a chi era ancora vivo». Lui ha fatto l’unica cosa che sperava lo avrebbe salvato: ha gridato in ebraico «non sparate, sono israeliano» (sua madre è una palestinese cittadina d’Israele). «Il soldato è andato in confusione», aggiunge la Mezzaluna. Lo hanno costretto a spogliarsi, lo hanno bendato e lo hanno portato via.

È rimasto prigioniero fino al 29 aprile, «soggetto ad attacchi fisici, picchiato, affamato. È stato tenuto in una cella con musica altissima, gli israeliani la chiamano “la disco-room”. Ti fa impazzire». Il rilascio, ha detto l’esercito al Guardian, è avvenuto perché contro di lui non sono state trovate prove di «coinvolgimento in attività terroristiche». Un’assenza di prove che vale per migliaia di palestinesi catturati a Gaza.

«L’impunità apre le porte ad altre atrocità», aveva commentato l’Unwra, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, che nel massacro di Tal el-Sultan ha perso un collega. Non mancano esempi: ieri Haaretz ha riportato della promozione a comandante di un ufficiale che lo scorso dicembre aveva ordinato ai soldati di aprire il fuoco contro due palestinesi che sventolavano bandiera bianca lungo il corridoio Netzarim.

E LE STRAGI proseguono: tra martedì e mercoledì, in 24 ore, l’esercito israeliano ha ucciso almeno 95 palestinesi. Una notte di attacchi feroci, che ha trovato l’apice a Khan Younis nel bombardamento di una scuola rifugio agli sfollati: almeno 18 uccisi, tra cui dei bambini. E poi Jabaliya, Gaza City, la tendopoli di al-Mawasi.

A colpire sono spesso i droni, come raccontano testimoni scampati al fuoco di quadricotteri mentre scappavano da Shujayea. «I missili dei droni – scrive il giornalista Hani Mahmoud – sono fatali. Quando esplodono, le schegge e i pezzi di metallo all’interno si disperdono ad alta velocità, trapassano i corpi e causano gravi emorragie». Servirebbe sangue fresco, quasi introvabile a Gaza, denunciano i pochi ospedali parzialmente funzionanti: il 60% delle banche del sangue e dei laboratori sono totalmente distrutti.

E poi c’è la fame. Con i valichi chiusi agli aiuti dell’Onu e delle ong, resta solo la trappola mortale imbastita dalla fondazione statunitense-israeliana Ghf che ieri, dopo tre giorni di stragi di affamati, ha sospeso le operazioni per, dice, «rinnovamento e riorganizzazione».

Sulla questione del blocco degli aiuti, attivo ormai dal 2 marzo scorso, si è riunito ieri il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, troppo tardi per noi. Sul tavolo una bozza di risoluzione che chiede «il cessate il fuoco immediato, incondizionato e permanente», il rilascio degli ostaggi e la sospensione di tutte le limitazioni all’assistenza umanitaria. Atteso il veto Usa: Washington lo ha anticipato a Tel Aviv, fa sapere Axios.

Intanto il Palestinian Prisoners’ Club ha reso noto l’ennesimo decesso in prigione: un uomo di 70 anni di Gaza, Muhammad Abu Habl, morto il 10 gennaio. Padre di 11 figli, era stato arrestato a un checkpoint a novembre 2024.

Israele/Palestina Il movimento islamico palestinese chiede di inserire nell’accordo la fine dell’offensiva. L’inviato Usa: totalmente inaccettabile. Vietato l’ingresso in Cisgiordania alla delegazione diplomatica dei paesi arabi

La fuga dopo un bombardamento israeliano a Gaza City foto Yousef Alzanoun/Middle East Images La fuga dopo un bombardamento israeliano a Gaza City – foto Yousef Alzanoun/Middle East Images

Ancora una volta sembrava di esser giunti vicini a un accordo di cessate il fuoco a Gaza. Lo avevano dichiarato più fonti, compreso il presidente Usa Donald Trump.

La proposta dell’inviato in Medio Oriente, Steve Witkoff, accolta da Tel Aviv, è stata sottoposta al vaglio di Hamas. Ieri il gruppo palestinese ha dichiarato di aver risposto, proponendo alcuni emendamenti. Dopo poche ore, è giunta la sentenza secca di Witkoff, che ha dichiarato le modifiche palestinesi «totalmente inaccettabili», aggiungendo che «Hamas dovrebbe accogliere la proposta quadro che abbiamo presentato come base per i colloqui di prossimità, che possiamo iniziare immediatamente la prossima settimana».

SECONDO IL CANALE egiziano Al-Rad gli emendamenti riguardavano le tempistiche del rilascio degli ostaggi. Hamas vorrebbe che la liberazione avvenisse in più fasi, tre o forse quattro, così da assicurarsi che Israele partecipi ai colloqui sul cessate il fuoco definitivo e non si tiri dietro all’ultimo momento, com’è successo in passato. Lo scoglio più grande rimane la garanzia che Tel Aviv rispetti i patti e non si limiti a riprendere le sue operazioni dopo lo scambio dei prigionieri (esattamente quello che Netanyahu, per sua stessa pubblica ammissione, intenderebbe fare). Witkoff ha dichiarato che il suo piano garantirebbe «negoziati in buona fede per cercare di raggiungere un cessate il fuoco permanente» e che si tratta «dell’unico modo in cui possiamo chiudere un accordo di cessate il fuoco di 60 giorni».

Funzionari israeliani hanno dichiarato al quotidiano Haaretz che per Tel Aviv gli emendamenti equivalgono a un rifiuto. La proposta torna dunque indietro ad Hamas, che dovrà decidere in poco tempo se accettarla o meno.

L’esercito ha emesso ieri sera ordini di evacuazione per quasi l’intera area meridionale di Gaza. Alla popolazione di Khan Yunis, Bani Suhaila e Abasan è stato intimato di spostarsi immediatamente verso la zona di al-Mawasi, dichiarata «area umanitaria» da Israele ma sottoposta a continui bombardamenti. Gli attacchi israeliani si sono intensificati durante la notte tra venerdì e sabato. Almeno sessanta persone sono state uccise in ventiquattro ore, secondo i dati del ministero della salute di Gaza.

MA I NUMERI non comprendono le vittime del nord, le aree attaccate sono spesso impossibili da raggiungere. Tre bambini sono morti quando Israele ha bombardato la tenda in cui si trovavano, nel campo profughi di Shati. Un’altra tenda è stata colpita da un drone vicino Khan Younis. Secondo l’agenzia di stampa Wafa l’attacco ha ucciso sei persone, tra cui quattro membri della stessa famiglia. In serata alcuni razzi lanciati dalla Striscia sono caduti in un’area disabitata nei pressi del confine israeliano. Poco dopo l’esercito israeliano ha confermato l’assassinio del leader di Hamas, Mohammed Sinwar.

La fondazione americana che opera a Gaza ha detto di aver distribuito ieri trenta camion di aiuti. L’hanno definita la «più grande distribuzione di pasti dall’inizio delle nostre operazioni». I funzionari, circondati dall’esercito e dagli appaltatori armati statunitensi, comunicano di aver consegnato in tutto 51.840 pacchi, per un totale di più di tre milioni e 800mila pasti. Dunque, se fino a due giorni fa la stessa fondazione dichiarava che ogni pacco contiene 57,75 pasti (che già sembrava un’enormità), oggi il numero aumenta addirittura a 73,95. Stime che fanno sorgere seri dubbi, come i resoconti che negano i disordini nelle aree di smistamento. I filmati girati ieri mostrano persone in fuga dal centro di Rafah sotto il suono di spari di armi da fuoco. L’agenzia Wafa ha informato che almeno due palestinesi sono stati uccisi e decine feriti nelle prime ore di sabato, quando i militari israeliani hanno aperto il fuoco sui civili che provavano a raggiungere i cancelli del centro di distribuzione nei pressi della rotonda Al-Aram, a ovest di Rafah.

IL PROGRAMMA alimentare mondiale (Wfp) ha dichiarato che 77 camion carichi di farina sono entrati tra la notte di venerdì e le prime ore di sabato. Tutti sono stati fermati durante il percorso e il cibo è stato portato via «da palestinesi affamati che cercavano di sfamare le loro famiglie». Secondo l’agenzia Onu, «dopo quasi 80 giorni di blocco totale, le comunità muoiono di fame e non sono più disposte a sopportare che il cibo gli passi davanti». Solo l’ingresso di aiuti su larga scala potrebbe riportare la fiducia di una consegna certa ed evitare caos. Ma perché ciò avvenga, aggiunge il Wfp, «abbiamo bisogno di rotte di trasporto più sicure e affidabili, di autorizzazioni più rapide e di ulteriori attraversamenti di frontiera aperti Questa consegna è un inizio, ma non è affatto sufficiente». Jens Laerke, il portavoce dell’Ufficio dell’Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha), ha dichiarato che quella di Gaza è «una delle operazioni di aiuti più ostacolate nel mondo, non solo di oggi, ma nella storia recente». Venerdì lo stesso Laerke aveva descritto Gaza come «il luogo più affamato del mondo».

INTANTO, potrebbe portare a conseguenze diplomatiche da non sottovalutare, il divieto espresso ieri da Israele alla delegazione ministeriale araba che avrebbe dovuto recarsi a Ramallah, in territorio palestinese. Il ministero degli esteri giordano ha fatto sapere che la visita era prevista da tempo e che la delegazione comprendeva ministri di Arabia saudita, Emirati arabi uniti, Egitto, Giordania e Qatar. All’ultimo, Israele ha negato il permesso di volo nello spazio aereo della Cisgiordania occupata, che è sotto il suo controllo. I rappresentanti arabi avrebbero dovuto parlare con il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, del rilancio della soluzione a due stati. Il vicepresidente palestinese, Hussein al-Sheikh, ha definito la decisione di Tel Aviv un «comportamento arrogante, provocatorio e senza precedenti».