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Scalata a Telecom Italia. Qualcosa non quadra, il fondo americano, era già accasato nella Fibercop. Curiosamente, si è scatenata una campagna e il titolo è sceso a 30 centesimi per azione. La compagine Conte-bis battezzò un’ipotesi positiva, agevolando il superamento di velleità egemoniche di Tim. No, il governo attuale, con Colao, si è opposto

 

Arrivano davvero gli americani nel territorio delicato e strategico di Tim-Telecom, l’ex monopolista delle telecomunicazioni in Italia, privatizzato con rudezza nel 1997 e successivamente gestito con i piedi da padronati antiquati e furbacchioni.

Che si tratti di luogo ad alto rischio per le relazioni democratiche è chiaro: all’azienda ancora fanno capo i decisivi tratti finali della rete, quelli che arrivano nelle abitazioni; e sono parte della casa madre la società Sparkle, cui appartengono i cavi sottomarini, più Telsy che si occupa di cybersicurezza. Vi è anche la partita del Cloud dell’amministrazione pubblica, laddove risiedono le identità e i dati di milioni di persone, con Tim in gara per l’aggiudicazione della commessa.

Come si vede, dunque, la questione di Tim non è una consueta vicenda di mercato, come spesso si usa affermare in assenza di una chiara strategia. Infatti, lo stesso esecutivo presieduto da Mario Draghi, dopo un implicito silenzio-assenso offerto all’annunciata razzia di azioni da parte del fondo statunitense Kkr (acronimo dai proprietari Kohlberg, Kravis, Roberts & Co.) volto a conquistare almeno il 51% della società, sembra ora correre ai ripari.

Chissà. Si evoca il ricorso allo strumento detto Golden Power, in base al quale – secondo una norma del 2012- si può dai palazzi governativi bloccare tutto o parti di un’iniziativa ritenuta ostile. Lo si usi, prima che sia troppo tardi.

Eppure, qualcosa non quadra nella scansione degli ultimi giorni.

Il fondo americano, che vede tra i suoi massimi protagonisti (presiede l’istituto che svolge analisi di rischio) quell’ex generale Petraeus, a capo dei marines e delle spedizioni in Iraq o Afghanistan nonché alla testa della Central Intelligence Agency (Cia) tra il 2011 e il 2012, era già accasato nella Fibercop fondata da Tim per avventurarsi nell’opera di cablatura con la banda larga e utralarga in vista del traguardo della rete unica. Ci torniamo.

Curiosamente, nel periodo recente si è scatenata una campagna contro i vertici e il titolo è sceso a 30 centesimi per azione. Non c’è bisogno di essere esperti di finanza per capire che è nell’aria qualcosa quando il valore si deprezza così fortemente. In genere, una scalata.

Si tratta del Capitalismo casinò, l’altra faccia del terribile ma evoluto mondo delle piattaforme. Insomma, ci voleva la notiziona sparata in prima pagina sul Corriere della Sera della scorsa domenica per mettere la testa nel problema? Il governo dormiva? Purtroppo, stava dalla parte sbagliata.

Torniamo al tema della rete unica, ovvero l’ottimizzazione delle sparse dorsali che operano attorno al medesimo obiettivo: la posa della fibra in un paese tuttora diviso in zone coperte bene, benino, malino e malissimo. La concorrenza è utile nell’offerta all’utenza dei servizi. Quando è strutturale è solo un danno. Tant’è che l’Italia naviga verso il ventesimo posto in Europa secondo il rapporto in materia, aggiornato al 2021, e intere zone non hanno connessioni adeguate: in che misura lo siano lo dicono i buchi dell’educazione a distanza.

Ebbene, il progetto, a maggior ragione con lo stanziamento di 7 miliardi di euro ad hoc previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), avrebbe avuto oggi la sua epifania.

La compagine Conte-bis battezzò un’ipotesi positiva, con il superamento di velleità egemoniche di Tim. Anzi, l’amministratore delegato Gubitosi si era spinto a immaginare un mosaico in cui l’incumbent scendeva in minoranza nel pallottoliere delle quote. No, il governo attuale, a partire dal ministro per l’innovazione tecnologica Colao, si è opposto, prendendo a pretesto (ma che domande sono arrivate a Bruxelles?) l’Europa. La dirimpettaia Open Fiber, costituita per il 60% dalla Cassa depositi e prestiti e per il 40% dal fondo australiano Macquarie, ha ripreso fiato. Al momento, però, la confusione regna sovrana.

Vi è un ulteriore incomodo: il gruppo francese Vivendi, che detiene il 23,75% di Tim. E non pare che vi sia un asse franco-americano. Non si dimentichi che il patron del gruppo si è rappacificato con Berlusconi, che non ha mai nascosto l’interesse per il settore delle telecomunicazioni. Qui vorrebbe attraccare le sue aziende, figlie di una precedente era geologica.

Un bel pasticcio, se si pensa che Cassa depositi e prestiti ha il 9,81% nella stessa Tim: al servizio di due padroni, come Arlecchino?

A proposito di Cdp, hanno ragione Maurizio Landini e la categoria della Cgil a porre senza veli il punto: serve una visione industriale evoluta con un ruolo cruciale dello stato, perché la rete è un bene comune e ci lavorano decine di migliaia di persone.

Spezzatini e rigurgiti liberisti sono arnesi arrugginiti. Pubblico non è una parolaccia.