Reato di blocco stradale Dal pubblico ministero di Torino un passo nel cammino per invertire la rotta rispetto alla costruzione di un regime autoritario
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L’istanza del pubblico ministero di Torino con la quale si chiede al giudice di sollevare questione di legittimità alla Corte costituzionale sulla norma che considera reato il blocco stradale costituisce un passo nel cammino per invertire la rotta rispetto alla costruzione di un regime autoritario.
La pm solleva pesanti e argomentati dubbi sulla legittimità di una delle norme centrali di quel decreto sicurezza (uno dei tanti) che ha cominciato ad edificare tale regime. Le norme della Costituzione richiamate nell’istanza, l’articolo 17 sul diritto di riunione e l’articolo 40 sul diritto di sciopero, presidiano l’espressione del diritto alla protesta: il blocco stradale ne costituisce una forma, tutelando il conflitto, elemento coessenziale alla democrazia. In questo senso, è rilevante che il rinvio alla Corte non verta solo su ragionevolezza e proporzionalità (anch’esse giustamente richiamate nell’istanza), ma sottolinei la violazione dei diritti di riunione e di sciopero. Manifestare è un diritto, non un reato.
Il processo in corso a Torino, quindi, testimonia come, accanto al dato simbolico di colpire con il disvalore del diritto penale l’espressione del pensiero e il dissenso, la norma eserciti concreti effetti repressivi e, a cascata, deterrenti e dissuasivi. Un’intimidazione istituzionale rispetto all’esercizio dei diritti costituzionali; la stessa, che, per altra via, quella dell’amministrativizzazione, persegue l’ultimo, ennesimo, decreto sicurezza, ormai anch’esso convertito in legge (numero 54 del 2026), laddove utilizza il potere del denaro (le multe) per dissuadere (… minacciare) rispetto all’esercizio di diritti costituzionali (punendo promotori, deviazioni del percorso, non meglio specificati turbamenti delle forze dell’ordine).
Recentissima è la notizia delle denunce nei confronti di 54 attivisti per la Palestina a Pisa, in concorso con centinaia di altri: è chiara la volontà di neutralizzare e reprimere ogni forma di conflitto. Riesumando, fra l’altro, formule oscure come il «concorso morale».
Nell’istanza della pm torinese tutto si tiene, anche il richiamo alla violazione dell’articolo 77 della Costituzione per mancanza dei presupposti di necessità e urgenza del decreto legge, che, come da costante giurisprudenza costituzionale, non è sanata dalla conversione in legge. In questo caso poi abbiamo assistito alla patente violazione del requisito dell’urgenza, trattandosi di norme che erano state originariamente previste in un disegno di legge. Strappate al controllo del parlamento, anche con il ricorso – altra costante – al voto di fiducia. L’abuso del governo ai danni del parlamento costituisce un altro asse – la verticalizzazione del potere – del disegno autoritario.
L’applicazione dei decreti sicurezza sui territori, non uniforme, ma diffusa, restituisce il quadro di una repressione crescente e aggressiva, che distorce una presunta legalità in sterilizzazione della democrazia. Una legalità illegittima. Occorre attivare tutte le garanzie, gli anticorpi, sociali e istituzionali, per impedire che svuoti la democrazia.
Commenta (0 Commenti)Commenti In Libano il cessate il fuoco non è più un argine alla guerra ma è diventato una linea di separazione tra territori protetti dalla diplomazia e territori lasciati al fuoco
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Le trattative in corso a Washington tra Israele e Libano – (AP Photo/Rod Lamkey, Jr.)
In Libano il cessate il fuoco non è più un argine alla guerra ma è diventato una linea di separazione tra territori protetti dalla diplomazia e territori lasciati al fuoco. Da giorni Stati uniti e Israele, da una parte, e Iran e Hezbollah, dall’altra, negoziano una nuova tregua.
Ma solo sulla Grande Beirut, cioè la capitale libanese e la sua cintura meridionale, considerata roccaforte del movimento sciita. Altrove, nel sud, la guerra continua: raid israeliani, demolizioni, avanzata militare, paesi e cittadine svuotati o cancellati, morti che si accumulano nei bilanci quotidiani. Tra loro bambini, soccorritori, lavoratori migranti senza via di fuga. Numeri che ormai non riescono più nemmeno a restituire il contrasto tra la «tregua» annunciata e la guerra reale che continua.
È LA REALTÀ che emerge dagli ultimi negoziati tra Stati uniti, Israele e Libano svoltisi a Washington. Il linguaggio ufficiale, lo stesso adottato dal premier libanese Nawaf Salam, parla di «consolidamento della tregua», «stabilizzazione», «ritorno degli sfollati». Eppure sul terreno la tregua ha un altro significato: non protegge il Libano, protegge solo una sua parte. Beirut viene inserita nel perimetro negoziale, mentre il sud è consegnato alle scorribande terrestri e aeree israeliane. La capitale e la sua cintura urbana diventano così un limes tattico e negoziale. Non il confine tra guerra e pace.
In questo quadro, di fatto accettato dagli attori coinvolti nelle trattative, Iran e Hezbollah inclusi, emerge un’equazione brutale per la sua selettività e inquietante perché presentata come inevitabile: Beirut non viene colpita se Hezbollah non colpisce Israele. Una città vale un intero paese. E il sud resta fuori: la sua distruzione non interrompe il negoziato, anzi, ne diventa parte. Ogni avanzata israeliana, ogni villaggio colpito, ogni casa abbattuta serve ad alzare il prezzo della trattativa e a imprimere sul terreno la nuova geografia-del-fatto-compiuto.
È stato raccontato che, quando i militari israeliani hanno aumentato la pressione verso nord, prima conquistando il castello di Beaufort oltre il Litani, poi diffondendo ordini di sfollamento forzato fino al fiume Zahrani, a sud di Beirut, infine annunciando possibili nuovi raid sulla capitale, la Casa bianca è intervenuta «fermando» Netanyahu. Ma ancora una volta il cessate il fuoco ha riguardato Beirut, non il sud.
L’ANNUNCIO non cambia la dinamica in corso. Israele amplia la fascia di occupazione e pressione dentro il territorio libanese, mentre il Libano restringe sempre più la propria zona sicura attorno alla capitale e alle regioni costiere del nord. Non è solo una perdita militare o territoriale, ma una trasformazione sociale e politica dello spazio: il Paese si contrae, la popolazione si addensa ancora di più. Chi riesce a fuggire dal sud entra nella geografia protetta della tregua solo dopo aver lasciato, forse per sempre, la casa in cui è nato, i vicoli della sua cittadina, gli alberi che davano ombra e frutti, il negozio che faceva campare e dava un senso alla giornata.
IN UN PAESE già segnato da una densità altissima, dalla crisi economica, dalla fragilità istituzionale e dalla presenza di centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati, questa contrazione produce un effetto devastante. Meno territorio abitabile significa più popolazione concentrata in spazi sempre più stretti. Significa più pressione sociale, più competizione per case, lavoro, servizi, aiuti. Anche una nuova gerarchia tra persone e territori: chi si rifugia nella capitale entra nel perimetro del cessate il fuoco, ma spesso sopravvive ai margini; chi invece, per scelta o mancanza di alternative, rimane nel sud, resta dentro la guerra.
La dinamica non nasce oggi. Gli attacchi israeliani dell’8 aprile contro Beirut avevano già provocato una mobilitazione regionale e internazionale per evitare che la capitale venisse risucchiata nella guerra aperta. Poi era arrivata la tregua del 17 aprile. Da allora dire che la tregua non tiene è impreciso. Tiene dove deve tenere. Tiene sulla capitale. Non tiene nel sud, dove sono proseguite le operazioni israeliane, spesso con maggiore intensità. Non è la prima volta: già dal 1996 al ritiro israeliano del 2000 il sud venne trattato come uno spazio di attrito permanente, separato dal resto del Paese.
Anche Hezbollah appare imprigionato in questa equazione. Ufficialmente rifiuta di separare il destino della periferia sud da quello del sud del Libano. Ma la formula che si sta imponendo nei fatti è un’altra: non si attacca il territorio israeliano finché Beirut non viene attaccata.
La stessa logica sembra orientare anche gli altri attori regionali. L’Iran ha fatto sapere che un attacco a Beirut comporterebbe un coinvolgimento diretto accanto a Hezbollah. Arabia saudita, Qatar ed Egitto si muovono per evitare l’allargamento del conflitto e preservare la «stabilità interna» libanese. Ma il baricentro della loro preoccupazione non è il sud in quanto tale. È il rischio che la guerra raggiunga Beirut e travolga l’intera architettura libanese, garanzia fragile dello status quo regionale.
IN QUESTA STORIA sembra saltare la validità della dottrina della sicurezza israeliana, secondo cui più presenza militare nel sud del Libano, più profondità difensiva, minore capacità di Hezbollah di minacciare il nord di Israele. In realtà, l’equazione negoziale emersa in questi giorni racconta l’opposto: più Israele si spinge verso nord, più espone le proprie truppe agli attacchi di Hezbollah; più si riduce la pressione su Beirut, più diminuisce la minaccia di Hezbollah contro Israele.
Commenta (0 Commenti)Ingiustizia fiscale Da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici
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Il miliardario Warren Buffett ha ragione, la lotta di classe esiste e la stanno vincendo loro. Una tendenza internazionale, tra le tante, lo comprova: da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici.
In questa corsa a far felici i proprietari maggiori, l’Italia indubbiamente ha spiccato. Il nostro paese non solo garantisce le consuete tassazioni agevolate per i redditi da capitale, ma in più attira i ricchi dall’estero con risibili tasse piatte, offre successioni ereditarie a costo quasi nullo per gli abbienti, garantisce aliquote straordinariamente vantaggiose sulle rendite immobiliari, asseconda l’uso del contante e le relative evasioni di piccoli e grandi capitali, e non lesina condoni a favore di chi abbia nascosto ricchezze oltreconfine. Belpaese «paradiso dei signori», verrebbe da dire.
Sostenere che questa politica abbia aiutato lo sviluppo del paese suonerebbe ironico. Il capitalismo italiano resta agli ultimi posti europei in termini di efficienza, produttività, capacità di creare ricchezza diffusa. Né vale la litania secondo cui avremmo bisogno di attrarre investimenti esteri.
Oggi l’Italia è esportatrice netta di capitali a causa soprattutto dell’austerità del decennio passato, che ha ulteriormente depresso la nostra crescita e le nostre importazioni rispetto agli altri Paesi. Come spesso accade, creare il «paradiso dei ricchi» significa assecondare un’economia arretrata.
In un tale scenario, di carnevale per i capitali e quaresima per il lavoro, c’è chi prova a cambiar passo. Da qualche tempo è tornata in auge l’idea di un’imposta sui patrimoni più elevati. A partire da alcuni studi, pubblicati dalla Scuola Sant’Anna e da altri, sono state avanzate proposte dalle forze della sinistra sindacale e politica.
Le ipotesi convergono verso un’imposta strutturale, da applicare ai contribuenti più ricchi: meno di 400mila soggetti dotati di patrimonio netto superiore a 2 milioni di euro. L’aliquota da applicare oscillerebbe intorno a una media dell’1,5 percento. Il gettito atteso è di un certo rilievo, intorno a 25 miliardi annui.
La proposta ha aizzato gli oppositori. Le destre di governo gridano che loro non «metteranno le mani nelle tasche degli italiani». Se precisassero «degli italiani del Billionaire» l’affermazione sarebbe tecnicamente corretta. Ma anche il Corriere della Sera e vari pezzi di mondo liberale lanciano allarmi contro la patrimoniale.
La prima critica è che si tratterebbe di una doppia imposizione, prima sul reddito risparmiato e poi sulla ricchezza accumulata. Questo appunto è obsoleto. La letteratura scientifica e le proposte avanzate, al G20 e in altre sedi internazionali, intendono la patrimoniale proprio come un rimedio ai guasti provocati dagli attuali regimi di prelievo «colabrodo» sui redditi da capitale. Si può discutere sull’adeguatezza del metodo, ma restare comodamente attendisti dinanzi al disastro di tali regimi è ormai inaccettabile.
La seconda obiezione è che una patrimoniale sarebbe inefficace, dato che provocherebbe fughe di capitali all’estero. Questo spauracchio è tanto in voga quanto pretestuoso. Le proposte avanzate tengono conto di una misura ampiamente adottata dagli esperti in tema, che si chiama «elasticità dell’imponibile». In pratica, significa che già tengono conto di eventuali riallocazioni di capitale conseguenti all’introduzione della misura. Naturalmente, si può discutere dell’eventualità che, in assenza di coordinamento internazionale, il gettito fiscale sia inferiore a quello previsto. Ma chi ritiene che il provvedimento darebbe meno di 10 miliardi al netto dell’Imu dovrebbe fornire prove empiriche, non parole in libertà.
L’ultima critica è di ordine politico. Viene contestato che i soggetti colpiti dall’imposta voterebbero contro un tale programma economico. Obiezione sensata quanto ovvia. La replica è agevole: si tratta di una minoranza potente, certo, ma esigua in termini elettorali.
La storia di questo paese è costellata di programmi che avrebbero dovuto soddisfare, tutti assieme appassionatamente, sia i maggiori proprietari che i lavoratori. L’esito è sotto i nostri occhi: ormai l’Italia compete coi paradisi fiscali per sedurre i grandi possessori di ricchezza.
E così asseconda la distruzione del welfare, dell’istruzione, della sanità, della ricerca pubblica.
Sarebbe ora di rimediare a questa immane, inefficiente, catastrofica elargizione di regalie pubbliche al capitale privato. Una patrimoniale sopra i due milioni di euro sarebbe un primo tentativo per avviare un’inversione di tendenza. A cui sarebbe utile aggiungere una revisione della massa di immotivate prebende statali a favore di padroni non sempre meritevoli. Programma minimo, per non dire minimale.
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Caporalato Bruciati vivi in quell’automobile sulla statale 106 c’erano quattro uomini, prima di allora esistenze invisibili a ogni presidio di legalità ma anche a ogni convivenza civile
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Vite invisibili nella Repubblica dello sfruttamento
Una volta morti, tornano persone. Umani, da fantasmi che erano. Le loro vite interessano quando sono finite, tanto più se la fine è così crudele. Bruciati vivi in quell’automobile sulla statale 106 c’erano quattro uomini, prima di allora esistenze invisibili a ogni presidio di legalità ma anche a ogni convivenza civile. Erano merce, proprietà dei loro sfruttatori, ammazzati perché chiedevano il minimo: essere pagati per aver lavorato. Le immagini della loro morte per rogo alla pompa di benzina producono orrore e pietà, restituiscono ai corpi carbonizzati la loro dimensione umana quando è tardi, quando non serve, quando non spaventa.
Non erano umani quando i caporali li vendevano alle aziende agricole per raccogliere fragole. Un essere umano ha dei diritti, loro no e nemmeno la paga. La legge per punire gli intermediari e i datori di lavoro c’è, da dieci anni, ma quelle vite sono sconosciute alla legge. Non esistono come esseri umani neanche quando arrivano, quando sbarcano magari a pochi chilometri da dove li hanno ammazzati. Afghani in fuga dai talebani rimessi al potere dalla guerra americana. Come erano afghani molti dei morti nel naufragio di Cutro, stessa costa ionica: c’è un processo in corso per i mancati soccorsi ma non interessa quanto quello di Garlasco.
I prossimi morti poi non li vedremo nemmeno, così vuole il blocco navale di Meloni. E i talebani verranno presto ricevuti a Bruxelles perché si convincano a riprendersi i migranti. Con l’Unione europea che decide di cancellare il diritto di asilo e consentire le retate in stile Trump andranno sicuramente d’accordo.
Eppure è da queste vite cancellate, da queste esistenze disumanizzate che è arrivato un esempio di dignità, di coraggio, di antimafia, di tutto quello che dovrebbe essere e non è la Repubblica che compie 80 anni. Quattro braccianti. La loro ribellione e il loro sacrificio sono stati il gesto più repubblicano e più costituzionale di tutta la festa del 2 giugno. Il presidente Mattarella avrebbe dovuto interrompe parate e cerimonie e chiedere a tutti di spostare lo sguardo verso sud, sull’ultimo lembo di Italia. Su quegli uomini che da vivi nessuno ha voluto vedere, forse per vergogna.
Commenta (0 Commenti)Lutto a sinistra Comunicavi un pensiero scientifico raffinato, ma appena terminavi di farlo partivi con tutte e tutti per bloccare il cantiere che stava costruendo la centrale nucleare di Montalto di Castro. In questa dimensione collettiva risiedeva la tua forza
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Gianni Mattioli – foto Imagoeconomica
Se n’è andato Gianni Mattioli. L’emozione che ho provato, quando l’ho saputo, mi ha come svuotato e per questo faccio una fatica immensa a scrivere un ricordo di lui.
Non voglio fare un elenco di fu, né un riassunto del suo ricco percorso politico. Altri lo faranno meglio di me. Mi sento più a mio agio a raccontarti usando il plurale, a parlare di quello che fummo, a narrare le esperienze ideali e di lotta che abbiamo fatto insieme e con noi tante altre persone, perché la ricchezza del tuo sapere e la tua intelligenza avevano un senso solo in una dimensione collettiva.
Comunicavi un pensiero scientifico raffinato, ma appena terminavi di farlo partivi con tutte e tutti per bloccare il cantiere che stava costruendo la centrale nucleare di Montalto di Castro. In questa dimensione collettiva risiedeva la tua forza. Insegnavi all’università, ma non sei mai stato solo un accademico e per questo sei stato tra i fondatori della Legambiente, tra gli ispiratori di quell’ambientalismo scientifico che ha indicato il pensare globalmente e agire localmente dell’associazione. Quanta passione riempì l’aula della Sapienza nel marzo del 1980 quando di fatto fu fondata la Legambiente e fra i più convinti c’eri tu che sentivi l’esigenza insieme a tutte e tutti noi di costruire un punto di riferimento nell’ambientalismo italiano. È questo il percorso che poi ti ha reso uno dei protagonisti del Partito Verde.
Mi ha sempre colpito la tua mitezza e allo stesso tempo la determinazione con cui pensavi ed agivi per convincere le persone. Soprattutto sei sempre stato una persona di parte. Il concetto di ambientalismo che praticavi non ha mai perso di vista i problemi sociali che inevitabilmente apriva, ma hai sempre cercato di tradurre questa tue attenzione per quei problemi in proposte, come quando tentasti di spingere la ristrutturazione dell’Alfa Romeo verso l’auto elettrica, proposta fatta negli anni ‘80 così innovativa che rimase inascoltata. Interprete insieme a Massimo Scalia e Marcello Cini di quello straordinario gruppo della facoltà di fisica dell’università di Roma, della cultura della non neutralità della scienza con cui denunciammo i crimini di ogni guerra e che tanto servirebbe oggi per rigenerare un pacifismo e lottare contro le guerre e il dilagare di un negazionismo folle rispetto al cambiamento climatico. Spesso i ricordi di un caro amico e compagno, con cui ho condiviso una parte fondamentale della vita, si concentrano su episodi del passato, sugli esiti che quei conflitti hanno avuto e Gianni da animatore ne ha vissuti tanti, ma ci si scorda del presente, dell’attualità che quella persona e il suo pensiero scientifico ancora oggi rappresentano.
L’ultima indignazione: il governo Meloni che rilancia l’energia nucleare
Non si può raccontare Gianni senza pensare alla sua ultima indignazione per il tentativo di Meloni e del suo governo di destra di rilanciare l’energia nucleare. Non si può non percepire il vuoto che lascia la sua scomparsa per fermare questa scelta demenziale a cui si vuole sottoporre il paese. C’è un grande silenzio su questa decisione e un’incredibile sequela di bugie che tu ci avresti aiutato a svelare, per dire di nuovo che in un mondo sempre più percorso dalle guerre il nucleare civile serve a quello militare.
Ci mancheranno i tuoi articoli scritti a quattro mani con Massimo Scalia per il manifesto, un giornale e un collettivo politico che ha saputo coinvolgerti. Ora sconsolato non posso che abbracciare te un’ultima volta e le compagne e i compagni che ti vogliono bene.
Un forte abbraccio alla moglie Nicoletta Marietti e al figlio Giuseppe dal collettivo redazionale de il manifesto.
Gianni non voleva camera ardente. La commemorazione senza spoglie si terrà nella sala della chiesa valdese a piazza Cavour martedì 9 giugno alle 17.Movimento
Commenta (0 Commenti)Trappola mortale La coazione a ripetere che induce condottieri tanto cinici quanto sprovveduti a esultare rimirando la bandiera con la stella di Davide issata sulla fortezza di Beaufort, luogo maledetto per chiunque vi sia rimasto assediato, è tipica di chi marcia dritto verso l’autodistruzione
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La bandiera israeliana sventola insieme a quella della Brigata Golani sul Castello di Beaufort – (Crediti immagine: © Marwan Naamani/ZUMA Press Wire)
Se gli israeliani sapessero quanto si assomigliano Beirut e Tel Aviv forse capirebbero perché il Libano resterà per loro una trappola mortale.
La coazione a ripetere che induce condottieri tanto cinici quanto sprovveduti a esultare rimirando la bandiera con la stella di Davide issata sulla fortezza di Beaufort, luogo maledetto per chiunque vi sia rimasto assediato, è tipica di chi marcia dritto verso l’autodistruzione. Ora muovono di nuovo su Beirut, considerata la più debole delle capitali arabe nemiche, e non si accorgono che invece quel microcosmo – mosaico di civiltà sopravvissute a guerra civile, scorrerie, bombardamenti, eserciti occupanti – rappresenta non il passato ma il futuro del Medio oriente.
Israele sta costruendosi il nemico perfetto. Quando Netanyahu suggerisce all’orecchio di un Trump sempre più scettico «non mollare proprio adesso, la debolezza militare di Hezbollah ci consente di sferrargli un colpo definitivo che manderà al tappeto anche l’Iran», si rivela più credulone del protagonista di un romanzo premiato col National book award 2025, appena tradotto in italiano da La nave di Teseo. Lo ha scritto il libanese Rabih Alameddine e s’intitola, per l’appunto: La vera storia di Raja il Credulone e di sua madre. Quanto si somiglino nella loro modernità cosmopolita due città mediterranee limitrofe come Beirut e Tel Aviv ben si deduce dall’avventurosa storia del professore di filosofia Raja, omosessuale circondato da prepotenti d’ogni risma capace però di rigenerarsi nella barbarie circostante da autocompiaciuto, parole sue, «figlio di puttana».
I musulmani sciiti residenti nel Libano meridionale, non dimentichiamolo, erano una delle popolazioni più pacifiche del Medio oriente, capace di tenersi alla larga dalla guerra civile che nel resto del paese dei cedri contrapponeva cristiani maroniti, musulmani sunniti e drusi. La più paziente anche nel convivere con i profughi palestinesi che l’establishment di Beirut ostracizzava. Furono l’invasione israeliana del 1982 – e i diciotto anni di occupazione militare che ne seguirono – a sospingere gli sciiti a militarizzarsi Partito di Dio, Hezbollah, trovando negli ayatollah di Teheran il proprio referente.
Ora nessuno sa quanti siano veramente gli sciiti libanesi (vietato a Beirut fare censimenti) ma è verosimile che si tratti di un terzo della popolazione, all’incirca due milioni, un’alta percentuale dei quali concentrati a sud, cioè al confine con Israele. Per quanto oppressivo sia il controllo sociale esercitato da Hezbollah nelle zone sciite, chiunque le abbia visitate sa bene quanto vi sia potente il grado di identificazione fra gente comune e miliziani: una sofferta ma inestricabile comunità di destino – ciò che non vale fra i palestinesi di Gaza e Hamas – tale da rendere velleitario immaginarne lo scioglimento. Con la forza, poi…
Difatti la guerra scatenata in Libano da Netanyahu il giorno stesso dell’attacco all’Iran è del tutto priva di un piano razionale dichiarabile. Non gli può bastare la demolizione sistematica dei centri abitati prossimi al confine con Israele. Ogni ordine di evacuazione diffuso prima del bombardamento di zone abitate da civili – il più sozzo degli alibi morali mascherato ipocritamente da scrupolo umanitario, poi chi ci resta sotto l’avevamo avvertito, sono fatti suoi – equivale a un attestato operativo di pulizia etnica: andatevene da Tiro, da Sidone, da Nabatiye. Ieri l’ordine di evacuazione è stato rivolto spudoratamente al vasto conglomerato urbano di Dahyie, l’insieme dei quartieri sud-occidentali di Beirut, centinaia di migliaia di abitanti.
Quanto odio può reggere Israele da parte dei suoi vicini di casa? Quale potenza militare, quale forza nucleare potrà mai scongiurare che tale odio si riversi catastroficamente sulle prossime generazioni dei sette milioni di ebrei che vivono in terra d’Israele e sugli altri dispersi per il mondo?
La reconquista del castello di Beaufort, lungi dal galvanizzare gli israeliani, ricorderà a molte loro famiglie lo stillicidio di soldati caduti per difenderlo prima che se ne riconoscesse l’inutilità strategica; e prima di ritirarsi dal Libano nel 2000. Estirpare due milioni di sciiti dal Libano è altrettanto impossibile che estirpare due milioni di palestinesi da Gaza e tre milioni di palestinesi dalla Cisgiordania. Né ci si illuda di trovare nella civilissima Beirut una società pronta a compiacersi di un tale crimine, per quanto la grande maggioranza dei suoi giovani non ne possa più di Hezbollah.
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