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GREEN DEAL. C’è ormai un evidente blocco della transizione ecologica. Si chiamava NextGenerationUE il piano verde con cui il vecchio continente puntava entro il 2050 alla sua totale decarbonizzazione
Transizione negata e «maltempo»  di governo Ikon Images

Fra il 2023 e questi primi sette mesi del 2024 cittadine e cittadini e le loro attività, soprattutto quelle agricole, sono state colpite da temperature record che hanno determinato carenza di acqua e una diffusa siccità a cui sono seguite in rapida successione le tragiche alluvioni nelle Marche, Ischia, Emilia Romagna e Toscana; ora nel pieno delle agognate vacanze estive prima si allaga la Val d’Aosta poi tutto il settentrione, con Milano in testa, è colpito da temporali, grandinate e come al solito fiumi e fiumiciattoli superinquinati esondano e mandano sott’acqua gran parte del PIL del paese. Non sta meglio la parte centrale e meridionale colpita da settimane al da un’ondata di calore terribile.

Da tempo si sa che questo stato di cose prima o poi sarebbe arrivato. Le responsabilità dei governi per non avere contrastato la corsa del cambiamento climatico sono chiarissime, ma scarsamente percepite dall’opinione pubblica. Ora con un governo di destra, prevalentemente negazionista delle responsabilità dell’uomo del cambiamento climatico la situazione è destinata a peggiorare. Si è diffusa ad arte la falsa convinzione che non si poteva far nulla per prevenire queste tragedie annunciate.

La verità è un’altra. Dagli anni novanta del secolo scorso la comunità scientifica aveva avvertito, inascoltata, i decisori politici sull’urgenza di una riduzione drastica delle emissioni climalteranti, senza la quale il paese e l’intero pianeta sarebbe stati esposti al susseguirsi di eventi come scioglimento di ghiacciai, desertificazioni, migrazioni alluvioni, ondate di calore, bombe d’acqua.

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Sebbene tutto ciò non suscita nessuna indignazione che l’Italia non abbia ancora un piano di adattamento (fermo da due anni in parlamento) che protegga la popolazione e tantomeno politiche in grado di mitigare la corsa dei cambiamenti climatici, come ad esempio accelerare l’uscita dalle fonti fossili di energia a cui viene invece il governo Meloni contrappone un piano fossile intitolato furbescamente ad Enrico Mattei.

Pesanti sono le responsabilità dei media. Ad ogni evento catastrofico l’informazione omette nel raccontarlo che ciò che lo causa è il cambiamento climatico e parla genericamente di “maltempo”. Anzi per tranquillizzare la popolazione e coprire le evidenti inadempienze di chi sta governando alla parola maltempo viene aggiunto l’aggettivo “eccezionale” cioè imprevedibile e quindi non si poteva far nulla.

Il ritardo dell’Italia però si inserisce in un arretramento più generale dell’Europa. C’è ormai un evidente blocco della transizione ecologica. Si chiamava NextGenerationUE il piano verde con cui il vecchio continente puntava entro il 2050 alla sua totale decarbonizzazione, una scelta che con coraggio si finanziava mandando al diavolo le politiche di austerità che avevano dilatato disuguaglianze e aggravato la situazione ambientale.

Tutto ciò è stato cancellato dalla guerra in Ucraina. Il programma su cui è stata rieletta la Von der Leyen alla guida della commissione europea ha come priorità il riarmo e il conseguente abbandono del piano verde. Il governo Meloni al di là delle apparenti perdite di peso politico sarà invece fra i principali protagonisti di questa svolta politica bellicista col risultato che lascerà con la copertura dell’Europa un paese già fragile e in pieno dissesto idrogeologico in balia degli eventi estremi.

Compito delle forze progressiste in Italia come in Europa è smettere di sottovalutare la portata della svolta che l’Europa ha compiuto e che la probabile elezione di Trump completerà. Al tentativo di liquidare la transizione ecologica va contrapposta la richiesta di una sua accelerazione, non a parole, ma costruendo nel paese e nell’intera Europa le ragioni e le vertenze per dar corpo a questa accelerazione.

Assumere la difesa della popolazione dagli eventi estremi pretendendo da chi governa un piano di adattamento e lo sblocco dei progetti di installazione delle rinnovabili. Assumere questo impegno non significa indebolire l’agenda sociale del centro sinistra, ma rafforzarla. Con una accelerazione della transizione ecologica si danno più possibilità di successo agli obiettivi sociali. sia sul fronte occupazionale sia su quello della redistribuzione del reddito ed anche sulla difesa dello stato sociale. L’uscita dal fossile e la rigenerazione urbana sono due obiettivi attorno a cui far crescere anche una reindustrializzazione del paese. Sono solo i titoli di un possibile progetto alternativo il cui sviluppo e capacità di unire va verificata nel territorio

 
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PALESTINA OCCUPATA. Un atto d’accusa durissimo quello della Corte, ma anche un grido d’allarme nell’intercalare il monito «il prima possibile», vale a dire «prima che sia troppo tardi»

Fine del tabù, ora il mondo deve agire Ospedale Al Awda a Gaza distrutto dai bombardamenti - Ap

Stavolta dobbiamo riconoscerlo, il diritto internazionale ha fatto la sua parte e, nonostante sia stato devastato in questi ultimi trenta anni da tante, troppe guerre fuori da ogni diritto dell’Occidente proprio in Medio Oriente, esiste ancora e prova ad avere un ruolo “a caldo” mentre il massacro di Gaza continua e raggiunge la cifra di 39mila morti e decine e decine di migliaia di feriti, per la maggiora parte civili inermi, donne, bambini, anziani, con la devastazione di ogni struttura umanitaria e di ogni risorsa vitale.
Così abbiamo avuto la decisione del 26 gennaio scorso della Corte di giustizia internazionale delle Nazioni unite, la massima assise di giustizia al mondo, di incriminare lo Stato d’Israele per «plausibile genocidio».

Poi la decisione della Procura della Corte penale internazionale dell’Aja del 21 maggio di emettere un mandato di arresto per Netanyahu e per il ministro della difesa Gallant per «crimini di guerra e crimini contro l’umanità» – stesso mandato d’arresto per Yahya Sinwar e altri tre leader di Hamas. Ecco ora l’atto d’accusa senza se e senza ma della sentenza “consultiva” della Corte internazionale di giustizia delle Nazioni unite, richiesta dall’Assemblea generale dell’Onu nel dicembre 2022 in merito alla «presenza israeliana nei territori palestinesi»: «Lo Stato di Israele ha l’obbligo di porre fine alla sua presenza illegale nei Territori palestinesi occupati il più rapidamente possibile, di cessare immediatamente tutte le nuove attività di insediamento, di evacuare tutti i coloni e di risarcire i danni arrecati», sostiene la Corte.

Precisando stavolta che anche la Striscia di Gaza è da considerare territorio occupato perché confini – sarebbe meglio dire margini sotto chiave – , sicurezza ed economia sono nelle mani d’Israele. Una illegalità – ricordava Chiara Cruciati ieri sul manifesto – che dura da 57 anni che hanno cancellato tra l’altro due Risoluzioni storiche delle Nazioni unite che imponevano a Israele il ritiro dall’occupazione.

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Il ritiro non c’è stato ma in questi più di 50 anni sono andate in onda nuove violenze, l’annessione di fatto, l’istituzione di un regime di apartheid, la costruzione del Muro di separazione, nuove colonie con la cacciata dei palestinesi diventati profughi a casa loro o in altri paesi mediorientali, dove sono stati raggiunti da tante altre stragi come quella in Libano di Sabra e Shatila, accordi di pace subito azzerati da una parte sola con l’uccisione del premier israeliano Rabin nel 1995 ad opera di un integralista ebreo, furto delle risorse primarie, dall’acqua alle colture agricole della terra. Per questa verità, storica e politica, si sono spese migliaia di esistenze e generazioni di palestinesi che sopravvivono – divisi e abbandonati dai “grandi” del mondo e dalle leadership mediorientali – senza diritti sulla loro terra negata. Ma anche le Ong dei diritti umani, come tanti pacifisti nel mondo e in Israele stessa, oltre che la sinistra delle comunità ebraiche nel mondo.

Un atto d’accusa durissimo quello della Corte, ma anche un grido d’allarme nell’intercalare, il monito «il prima possibile», vale a dire «prima che sia troppo tardi». Perché i messaggi che la sentenza invia, a chi vuole intendere, sono tragicamente chiari e illuminano insieme le zone d’ombra del quotidiano massacro sanguinoso in corso, a Gaza e in Cisgiordania.
In primo luogo, che persistendo l’occupazione illegale, fatta di massicci insediamenti militari e di altrettanti mega-nuovi insediamenti colonici, non è possibile alcuno Stato di Palestina: c’è un solo Stato, Israele, armato fino ai denti ed occupante dell’altro che non viene riconosciuto.

In secondo luogo che il 7 ottobre 2023 – l’attacco criminale e la strage di Hamas di civili inermi e di militari con la cattura di ostaggi – va, come fu per la dichiarazione del segretario dell’Onu Guterres, collocato nel contesto storico della decennale occupazione israeliana dei territori palestinesi. Va dunque non certo giustificato ma collocato (usiamo due verbi con due funzioni diverse se non opposte) infine, che in assenza di una risposta «il prima possibile» della comunità internazionale, degli Stati, dell’Unione europea, dei parlamenti per sanzioni politiche ed economiche contro il governo israeliano, ma anche delle iniziative dal basso di mobilitazione e boicottaggio, dei campi larghi o stretti che siano delle residue sinistre, dei media e del giornalismo (p. s. Il Corriere della Sera relegava ieri la notizia della Corte Onu a pagina 13 in taglio basso con 40 righe) – l’interminabile litania di vittime che scorre ogni giorno davanti ai nostri occhi e le privazioni a cui sono sottoposti gli esseri umani che resistono, dentro gli occhi dei bambini tra le macerie in cerca di acqua e cibo, occhi che non dimenticano, saranno foriere di nuovi 7 ottobre, perché lì non c’è pace ma una condizione di guerra e oppressione permanente di un intero popolo.

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Basta con i due pesi e due misure: se per i territori occupati dalla Russia nel Donbass ci si mobilita in Alleanza con l’invio di miliardi in armi rischiando la Terza guerra mondiale, com’è possibile ormai tacere o peggio cancellare l’infamia della illegalità dell’occupazione militare dei territori palestinesi?

Alla sentenza della Corte di giustizia internazionale dell’Onu così ha risposto il premier israeliano Benjamin Netanyahu: «Il popolo ebraico non è conquistatore nella propria terra, né nella nostra eterna capitale Gerusalemme, né nella terra dei nostri antenati in Giudea e Samaria. Nessuna falsa decisione dell’Aja – ha aggiunto – distorcerà questa verità storica, così come non si può contestare la legalità dell’insediamento israeliano in tutti i territori della nostra patria».

Mai parole così integraliste, razziste, degne del fascista suo ministro Ben Gvir, messianiche, lontane da una visione laica sono state pronunciate a nostra memoria da un premier dello Stato d’Israele: i palestinesi semplicemente non esistono. Eppure sarà il “colono” Netanyahu ad essere invitato tra pochi giorni, il 24 luglio, a parlare a camere riunite negli Stati uniti, su invito bipartisan, democratico e repubblicano – meglio dire ormai di Trump e del Maga – per enunciare la sua strategia politica e militare. Ancora una volta come “Bibi” ha sempre fatto nella sua storia, influirà non poco sul destino della campagna elettorale Usa già ampiamente compromessa dalle difficoltà di Biden, che pure su Gaza ha vacillato condannando la vendetta criminale israeliana ma inviando armi a Tel Aviv, e soprattutto da Santo Trump che annuncia appeasement con il neo-zar Putin sull’Ucraina, ma soffia già nuovi venti di guerra in Medio Oriente e in Asia

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UE. Addio al piano del 2019, ora «competitività e meno regole». È un compromesso con i potentati industriali e finanziari. Che fine fa la transizione ecologica? Tantopiù con un’Ue armata

green deal

 

Secondo tutte le maggiori testate giornalistiche Ursula von der Leyen, nel suo discorso programmatico al Parlamento Europeo, ha garantito il supporto al Green Deal, e il timore che il vento di destra che spira in Europa potesse ridimensionarlo è svanito.

È proprio così? Certo, l’affermazione: «Nei primi 100 giorni proporrò un nuovo Clean Industrial Deal» non sembrerebbe lasciare adito a dubbi. Ma è ad altri passi del discorso della von der Leyen che bisogna guardare per essere invece a dir poco perplessi. Per esempio, quando dice che il Green Deal dovrà essere basato su «pragmatismo, neutralità tecnologica e innovazione», sembra di sentire Salvini o la Meloni. Pragmatismo inteso come depotenziare o non mettere in atto le azioni del Green Deal che disturbano potenti lobby industriali, come si è fatto col Nature Restoration Law, con la Direttiva sulle case Green, con il regolamento sugli imballaggi? Neutralità tecnologica e innovazione intese come porte aperte al fantomatico nucleare di IV generazione e alla cattura e stoccaggio sottoterra della CO2, per non disturbare troppo le multinazionali del fossile?

Il tutto in un contesto che sembra essere disegnato dal più acceso dei sostenitori del neoliberismo: competizione, competizione, competizione. Le sue parole sono chiare: «Chi resta fermo resterà indietro. Chi non è competitivo dipenderà dagli altri… La nostra competitività ha bisogno di un forte impulso». E la competitività si promuove con «meno burocrazia e più fiducia… autorizzazioni più rapide». In una parola, mercato assolutamente libero da lacci e lacciuoli delle istituzioni. Sembra sentire gli economisti della Scuola di Chicago. Di questo dovrà tenere conto il Green Deal.

Diversa era la filosofia dietro il Green Deal di cui la stessa von der Leyen aveva parlato nel suo discorso di cinque anni fa, quando fu eletta la prima volta. Il Green Deal originario non orientava l’industria verso le emissioni zero e contro la perdita di biodiversità lasciando il mercato libero e competitivo come solo arbitro, ma attraverso un sistema di regole sviluppate al fine di costruire un sistema economico, sociale e culturale capace di realizzare la transizione ecologica. Transizione che inevitabilmente impone che certe attività produttive, quelle inquinanti, siano abbandonate e altre nuove vengano create. Per questo la filosofia del Green Deal era quella di rendere la vita difficile o progressivamente proibire quelle attività non in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e di salvaguardia della biodiversità. Se, come dice ora von der Leyen, si deve andare verso un business «più facile e più veloce», con «meno burocrazia e più fiducia», ci saranno invece meno regole e la tanto decantata competitività non permetterebbe alle imprese inquinanti che andrebbero chiuse o riformate di soccombere, perché sono più forti di quelle più sostenibili non ancora consolidate che dovrebbero sostituirle. Si pensi, per esempio, alle aziende della produzione di beni di consumo che dovrebbero almeno in parte trasformarsi in aziende in grado di fare più riparazione e rigenerazione che produzione, per adeguarsi all’economia circolare, uno dei pilastri del Green Deal. Se non si mettono delle regole restrittive sulla produzione, come per esempio imponendo che i prodotti siano facilmente riparabili e che i pezzi di ricambio costino poco, il business delle riparazioni e rigenerazione non potrà mai decollare, o comunque competere con quello della produzione di beni progettati e realizzati per durare poco, di fatto impossibili da riparare. Per questo finora sono stati introdotti dei vincoli, delle regole restrittive.

Nel nuovo corso, invece delle regole, dei vincoli, si intravede il sussidio. Per rendere l’attività in linea con il Green Deal molto più lucrosa, più competitiva, di quella che in linea non è, si annuncia un contributo pubblico, attraverso il “nuovo Fondo europeo per la competitività”.

È il ribaltamento di paradigma: invece di costringere chi opera in danno della società a smettere di farlo, lo si induce al cambiamento a spese della stessa società che fino a quel momento ha subito il danno. Speriamo di sbagliarci.

Infine, c’è il capitolo agricoltura. Con grande orgoglio la von der Leyen lancia il “Dialogo strategico sul futuro dell’agricoltura in Europa”, che riunisce agricoltori, gruppi ambientalisti ed esperti di tutta la catena alimentare”, per predisporre “una nuova strategia per la nostra agricoltura e il settore alimentare”. Ma non c’era già il programma “From Farm to Fork”, una ottima strategia già predisposta da tempo e mai messa in atto? Non è piaciuta alle lobby dell’agricoltura industriale e ora ne facciamo un’altra che le soddisfi?

Vero, allora, che la von der Leyen ha confermato l’impegno nel Green Deal, ma un altro, diverso da quello di prima, molto vicino all’Inflation Reduction Act di Biden, un compromesso con i potentati industriali e finanziari che rende più difficile la realizzazione degli obiettivi originari. Obiettivi più resi difficili da raggiungere dalla scelta di avere una Europa sempre più armata, che comporta risorse tolte al Green Deal e grandi quantità di gas serra che forze armate e guerra aggiungono

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USA. Mancano 111 giorni all’Election Day e la famosa election surprise che tante volte ha sconvolto la corsa presidenziale proprio nel tratto finale - tipicamente ai primi d’ottobre - sembra essersi prodotta adesso, per mano di un ventenne

Donald Trump ferito durante il comizio a Butler - Ap Donald Trump ferito durante il comizio a Butler - Ap

Per un tipo anfetaminico, vulcanico, come Trump la politica è scontro rabbioso, agli antipodi del golf che ama praticare nella sua tenuta di Mar-a-Lago, tiri meditati e mirati, pause, una mossa dopo l’altra. Nessuna fretta nel silenzio del verde.

Dopo l’attentato di sabato sembra che il tycoon vorrebbe unire i suoi due mondi e provare a giocare a golf con la politica, basta boxe, basta urla e insulti, è il momento della gravitas presidenziale. The Donald sente di avere già la vittoria in tasca e si muove di conseguenza.

Non per questo ha mollato né mollerà mai la sua base militante, che tanto lo seguirà con religiosa disciplina qualunque maschera indosserà, quella del sovversivo o quella del presidente in pectore. Ora si rivolge a tutto l’elettorato, facendo leva sulla grande emozione suscitata dal pericolo mortale scampato. Un Trump ecumenico, che esorta all’unità, un Trump sulla via di Damasco che fa sapere di aver cambiato e diluito il testo d’attacco del suo intervento alla convention repubblicana di Milwaukee, iniziata ieri.

Un “nuovo” Trump, insomma. Davvero? E quanto durerà? Forse neppure i giorni della convention, visto che, non appena arrivato a Milwaukee, ha ripreso a sbraitare contro i giudici, promettendo vendette, dopo la clamorosa decisione di Aileen Cannon, giudice di sua nomina, che ha archiviato il caso a suo carico dei documenti riservati a Mar-a-Lago e ha praticamente messo sul banco degli imputati il giudice newyorkese Smith. Un’archiviazione dalla tempistica perfetta che consente a Trump di tradurre a modo suo l’appello all’unità che intende rivolgere all’America divisa e in cui spiccano la cancellazione degli altri procedimenti a suo carico, la fine di «tutte le cacce alle streghe» e dell’«uso della giustizia come arma politica».

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La convention sarà una cassa di risonanza di queste e altre minacce, ci sarà una gara tra gli oratori per conquistare un posto nel cuore del candidato presidente, in vista della formazione del prossimo esecutivo, dato che per i delegati di Milwaukee è scontata la vittoria di Trump, addirittura una valanga in grado di trascinare con sé la conquista della maggioranza nei due rami del Congresso. Il Make America Great Again ha egemonizzato il Partito repubblicano – la convention è l’apoteosi del MAGA – e ora s’accinge a conquistare la Casa Bianca e il Campidoglio stavolta con il voto. Sul carro di The Donald sono saliti negli ultimi giorni superpotenze del denaro come Elon Musk e altri grandi donor un tempo sostenitori del Partito democratico. L’uomo più ricco del mondo, il re dell’auto elettrica, alla corte del nemico giurato dell’auto elettrica? È l’effetto bandwagon.

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Il carro del vincitore è dunque partito da Milwaukee, guidato da Trump, con al fianco ora un suo vice, una carica che l’attentato di Butler fa capire come non sia solo decorativa. D’ora in poi è il ticket che peserà nei sondaggi, non solo Trump, conterà anche il numero due. L’accoppiata, se sbagliata, come spesso è accaduto nella storia dei presidenti americani, potrebbe rivelarsi un serio punto di vulnerabilità per il tycoon.

Mancano 111 giorni all’Election Day e la famosa election surprise che tante volte ha sconvolto la corsa presidenziale proprio nel tratto finale – tipicamente ai primi d’ottobre – sembra essersi prodotta adesso, per mano di un ventenne, un evento di cui si sa ancora molto poco.

Ce ne sarà un’altra, di sorpresa? Non potrebbe che essere il cambiamento del cavallo democratico, operazione resa più urgente ma al tempo stesso più complicata dal fallito attentato. Joe Biden si sente a maggior ragione il presidente in carica, nella situazione attuale. I sondaggi per ora non sono irrimediabili per il presidente/candidato ma se i prossimi rilevamenti indicheranno una forte spinta per Donald Trump prodotta dall’emozione del comizio di sangue, sarà inevitabile un intervento deciso dei big democratici per convincerlo a farsi da parte. Anche perché quello che avrebbe dovuto essere un referendum su Trump, il 5 novembre, è sempre più un referendum su Biden, peraltro prevalentemente interno al campo democratico.

La solidarietà al tycoon dopo l’attentato, l’appello dei due contendenti a smorzare i toni, all’unità, sono destinati a durare come il ghiaccio nel luglio infuocato di questi giorni, ma resta inquietante la domanda che sottende il moto ipocrita di sostegno del sovversivo: che sarebbe successo se il proiettile di Crooks avesse colpito il bersaglio? La guerra civile? Uno scenario da far impallidire quello del 6 gennaio 2021? Più probabilmente ci sarebbero state giornate drammatiche di scontri, ma un MAGA senza Trump non può essere più tale. Non può esserci una forza eversiva senza un capo carismatico. Trump è vivo e all’attacco e con lui il MAGA.

E, se vincerà il 5 novembre, saranno seri guai per la democrazia americana. Se perderà, e non accetterà la sconfitta, potrebbe essere ancora peggio. E allora sì, una guerra civile è da considerare uno scenario possibile. La foto/poster che immortala Trump ferito e combattivo a Butler annuncia questo

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Il presidente statunitense Joe Biden sul podio del summit Nato a Washington Il vetice di Washington per i 75 anni della Nato - Susan Walsh /Ap

Il 75° vertice Nato si è avviato alle conclusioni con l’ingombrante presenza del suo convitato di pietra, Donald Trump. L’ex presidente che ambisce a tornare alla Casa bianca si comporta, in spregio al barcollante Joe Biden, come se fosse già il commander in chief e ieri ha persino ricevuto a Mar-a-Lago l’ungherese Orbán che da presidente di turno dell’Ue aveva già sfidato tutti incontrando Putin e Xi Jinping. Il “Time” lo indica come una sorta di mediatore tra Putin e Trump.

Insomma la presidenza Trump è iniziata ancora prima di andare a votare a novembre.

Ed ecco allora che il summit di Washington è stata un’affannosa rincorsa a costruire una sorta di sbarramento di sicurezza intorno all’Ucraina di Zelensky ma senza trascurare due capitoli, la Cina e l’aumento delle spese militari, cavalli di battaglia anche di Trump.

Con l’aggiunta della nomina di un incaricato Nato per il “fianco Sud”, cioè il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa, che appare come una sorta di zuccherosa caramella per la politica estera italiana, sconquassata nel 2011 in Libia da disastroso intervento americano, francese e britannico contro Gheddafi con danni tali a noi e ai popoli della regione che dovremmo chiedere ai nostri alleati la metà degli aiuti dati a Kiev.

Il segretario Jens Stoltenberg (a ottobre sarà sostituito dall’olandese Rutte) ha parlato del «più vasto piano di difesa dalla Guerra Fredda»: un progetto elaborato da mesi anche in caso di un cambio di leadership alla Casa bianca. Ma il comunicato finale è un capolavoro di ambiguità: indica che il percorso dell’Ucraina nell’Alleanza è «irreversibile». Irreversibile e per il momento del tutto improbabile perché le regole Nato vietano l’ingresso di un Paese in guerra che potrebbe invocare a sua protezione l’articolo 5 con l’intervento degli alleati, al punto da scatenare la terza guerra mondiale.

Quindi Zelensky si deve accontentare di 40 miliardi di dollari di aiuti (quasi metà di una nostra finanziaria), della consegna (a rate) dei caccia F-16 e di nuovi sistemi di difesa anti-missile, dai Patriot Usa ai franco-italiani Samp T, una sorta di incoraggiamento all’Italia per aumentare le spese militari al 2% del Pil, a discapito ovviamente delle spese sociali.

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Ma la vera novità rispetto ai vertici precedenti dell’Alleanza è stato l’attacco alla Cina, che evoca in buon parte anche il comunicato finale del G-7 in Puglia. Il vertice di Washington ha accusato il governo cinese di aiutare in modo decisivo la guerra d’aggressione russa contro l’Ucraina.

La diplomazia cinese ha replicato che la Nato usa un linguaggio «provocatorio, pieno di bugie ispirate da mentalità da guerra fredda». Tutto questo mentre la difesa di Taipei ha seguito 66 aerei da guerra con la stella rossa intorno all’isola e ne ha individuati 56 oltre la Linea mediana dello Stretto di Taiwan.

Nel duro monito della Nato alla Cina – in quanto membro del Consiglio di sicurezza Onu – Pechino viene invitata a «porre fine a qualsiasi forma si sostegno politico e materiale» al Cremlino. Pechino è definita «un pericolo per l’Europa e la sicurezza», insieme alla Nord Corea e all’Iran.

Stoltenberg ha aggiunto che la Cina rischia di mettere in discussione «i normali rapporti» con la Nato entrando nel campo minato dei rapporti commerciali ed economici intrattenuti dagli stessi membri dell’Alleanza con Pechino.

E qui sta il punto, come scriveva ieri Sabato Angieri sul manifesto : c’è una parte di mondo, il più vasto, dalla Cina alla Russia all’India di Modi (che abbraccia Putin anche in questi giorni) al Brasile, a buona parte del continente africano, che non crede più alla funzione rivendicata dalla Nato, ovvero quella di garante dell’«equilibrio globale».

Ed è qui che come al solito – come sottolineava quattro giorni fa sempre sul manifesto Tommaso Di Francesco – che casca l’asino europeo, incapace di definire una propria politica estera e ancora un volta si affida, senza alcuno spirito critico, all’Alleanza atlantica e agli Stati uniti con la nomina dell’inviato in Medio Oriente e Africa. Ma è proprio qui, in questo “fianco Sud” che gli Usa e alcuni dei loro alleati hanno fatto danni di dimensioni epocali.

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L’ira atlantica di Pechino: «Non portate il caos in Asia»

Se non ci fosse stata l’invasione russa dell’Ucraina staremmo ancora a parlare del disastroso ritiro nel 2021 dall’Afghanistan dove gli Usa, umiliando proprio gli alleati della Nato, hanno riconsegnato il Paese all’oscurantismo dei talebani. Parliamo di quegli Stati Uniti che usando dozzine di basi nel Mediterraneo hanno attaccato l’Iraq nel 2003 mentendo spudoratamente sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e creando un vuoto di potere occupato prima da Al Qaida e poi dall’Isis.

Quelle stesse basi Usa e Nato sono servite per distruggere il regime di Gheddafi nel 2011 senza creare una valida alternativa: la Russia e la Cina si sono infilate sulle coste del Mediterraneo e in Africa grazie ai disastri creati dai membri dell’Alleanza atlantica.

Il nuovo incaricato per il Medio Oriente – dove la guerra di Gaza e il Libano non sono mai citati nel comunicato finale di ieri – dovrà chiedere alla Turchia, membro storico della Nato, e agli alleati arabi come mai non applicano sanzioni alla Russia. La risposta sarà un sorriso amaro e sprezzante riservato a chi contrabbanda come «ordine mondiale» un caos sanguinoso e senza rimedio

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UE. L’incontro tra la candidata von der Leyen e la delegazione dei Conservatori è stato fissato per martedì prossimo ma FdI ancora non ha deciso cosa farà il 18 luglio. Il […]

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la premier italiano Giorgia Meloni e il premier ungherese Viktor Orban durante la riunione del Consiglio europeo La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la premier italiano Giorgia Meloni e il premier ungherese Viktor Orban durante un Consiglio europeo - Ansa

L’incontro tra la candidata von der Leyen e la delegazione dei Conservatori è stato fissato per martedì prossimo ma FdI ancora non ha deciso cosa farà il 18 luglio.

Il voto diversificato da parte delle varie delegazioni di Ecr non sarebbe un problema: 5 anni fa il Pis polacco votò per Ursula e FdI contro.

Il problema è che il programma concordato con la vecchia maggioranza Ursula non lascerà molti spazi di manovra ai Fratelli. «Al momento non ci sono le condizioni per votare von der Leyen», ammette il capogruppo di FdI a Strasburgo.

Anche la formula per cui si vota la presidente salvo poi riprendere le distanze è diventata una via d’uscita molto stretta dopo i veti ostentati da Socialisti e Liberali e dopo l’irrigidimento sul versante opposto dei neonati Patrioti. Meloni, insomma, non sa che fare.

Vorrebbe votare per l’amica e alleata, come stabilito da mesi. Non è detto che riesca a farlo senza perdere troppo la faccia.

Ma il vero problema, per lei, è che si trova di fronte a un bivio di quelli in cui la strada giusta non c’è. Dopo aver passato due anni a dimostrarsi affidabile in Europa, a tessere relazioni strategiche con il Ppe, a vantarsi in ogni dove del ritrovato protagonismo dell’Italia votare contro la sua principale alleata, o astenersi che in sostanza è la stessa cosa, finendo fianco a fianco con i reprobi antieuropei degli altri due gruppi di destra equivarrebbe a una ammissione di fallimento.

È probabile, ma non certo, che von der Leyen le lascerà aperta una via per il rientro. I Popolari devono tener conto del condizionamento degli alleati essenziali, Socialisti, Liberali e appena in subordine i Verdi. Ma, se appena possibile, non intendono chiudere tutte le porte a destra e in ogni caso il peso specifico dell’Italia è tale da consigliare l’uso della diplomazia. In questo caso, però, la leader di Ecr e del governo italiano salverebbe in parte l’immagine ma nulla della sostanza.

La sua scommessa, quella nella quale ha investito di più nel primo anno e mezzo a palazzo Chigi, era spostare drasticamente a destra l’asse di Bruxelles, se non con un cambio di maggioranza che si profilava sin dall’inizio impossibile almeno con un sostegno esterno tanto necessario quanto condizionante.

Se il disegno si fosse realizzato, la premier italiana avrebbe svolto il ruolo di perno degli equilibri europei, senza entrare in quella formula poco significativa che è «la maggioranza europea» ma ponendosi a metà strada tra il Ppe e la destra, ruolo già dimostratosi prezioso quando si era trattato di convincere Orbán a far passare gli aiuti per Kiev.

Quello spostamento a destra non c’è stato e non ci sarà. Il ruolo di canale di comunicazione tra Popolari e destra è reso impossibile dalla nascita dei Patrioti.

A ritrovarsi fortemente sbilanciata verso il centro in compenso è proprio Meloni. Non era questo il quadro che aveva in mente appena due mesi fa. Si avvicinava di più all’opposto

 

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