America oggi C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. E iniziano a interessarsi allo Stato e alla sua ala protettrice
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Un operaio passa accanto ai robot dell'azienda cinese Lens alla China International Supply Chain Expo a Pechino – (Foto AP/Ng Han Guan, archivio)
«Gli spiriti che ho evocato, non riesco più a liberarmene». C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. Monito tutt’altro che infondato, beninteso. Ma non occorre evocare l’estinzione del genere umano.
Per ammettere che l’AI sta già aumentando i rischi di attacchi informatici, manipolazioni delle masse, scontri militari incontrollati. Dario Amodei, capo di Anthropic, ha chiesto di rallentare la corsa. Sam Altman gli ha dato ragione. Elon Musk pure.
Osservandoci dai loro bunker dorati, può darsi che siano sinceramente preoccupati per noi. Tuttavia, quando gli allarmi vengono dalle segrete stanze del capitale, applicare la regola del sospetto non significa cadere in becero complottismo. Seguire il denaro, come sempre, aiuta a capire qualcosa di più.
Uno dei problemi è che le borse americane veleggiano da troppo tempo su valutazioni fuori scala. Gli indici di Shiller collocano il mercato Usa oltre il picco del 1929 e molto vicino ai massimi dalla «bolla speculativa» di internet scoppiata a inizio secolo. Sia pure con dati ancora limitati, la Bce ha stimato una «bolla» analoga nel settore specifico dell’intelligenza artificiale. Del resto, perché mai l’AI dovrebbe rappresentare un’oasi di sobrietà finanziaria dentro una delle maggiori sopravvalutazioni azionarie della storia?
«Bolla», nel gergo, significa che c’era troppo ottimismo sui profitti attesi dal boom tecnologico e che dunque i prezzi azionari sono ingiustificati, dovranno cadere. Sembra esattamente la radiografia dello stato di salute delle big tech americane. Uno dei limiti di profittabilità dell’AI statunitense viene dalla concorrenza. L’anno scorso, l’avvento della cinese DeepSeek mostrò che l’AI poteva essere sviluppata in modi più efficienti, di tipo più cooperativo che privatistico, con fabbisogni di calcolo inferiori a quelli dei modelli americani. Alla notizia, Nvidia perse in una sola seduta 600 miliardi di capitalizzazione.
Altri guai vengono dagli avvocati. Anthropic ha accettato di pagare un miliardo e mezzo per chiudere la causa sui libri piratati. OpenAI e Microsoft affrontano la causa del New York Times e di numerosi scrittori. È l’inizio di una serie di controversie legali che potrebbe limitare enormemente l’utilizzo gratuito dei materiali che oggi addestrano l’intelligenza artificiale.
Insomma, la massa di rischi contabili si ingrossa, mentre l’AI americana continua a divorare capitale. Chip, centrali, reti elettriche, data center. Affinché le magnifiche aspettative incorporate nelle quotazioni si trasformino in magnifici profitti, non è possibile fermare i magnifici investimenti.
Ecco perché, da qualche tempo, l’apprendista stregone inizia a interessarsi allo Stato. E alla sua ala protettrice.
OpenAI lo ha scritto senza giri di parole al Dipartimento dell’Energia americano. Servono «approcci innovativi per abbattere i rischi degli investimenti privati». Tra le proposte, si citano tariffe elettriche favorevoli, incentivi fiscali, infrastrutture, procedure autorizzative accelerate. E magari scudi legali. Il governo federale, scrive OpenAI, deve «agire e investire con urgenza».
Non basta. Da tempo i big dell’intelligenza artificiale chiedono una regolamentazione speciale dei modelli situati sulla frontiera tecnologica: standard, registrazione, obblighi di comunicazione, verifiche e meccanismi che assicurino il rispetto dei requisiti di sicurezza.
Misure ragionevoli per evitare le annunciate catastrofi, certo. Ma che creano pure una golosa eterogenesi: più costoso diventa autorizzare un modello AI di frontiera, più difficile diventa sfidare chi è già dentro il mercato. Così, la sacra bandiera della sicurezza si trasforma in una profana barriera all’entrata di nuovi concorrenti. Specialmente cinesi.
In sostanza, i padroni dell’AI americana chiedono protezione all’America. Più i pericoli dell’AI vengono evocati, più i loro interessi sono salvaguardati. Trump, col bilancio pubblico in affanno, per adesso nicchia e cerca scuse. Ma sa bene che in qualche modo dovrà aiutare la formazione del grande monopolio.
Altman ha recentemente ammonito che «la concentrazione del potere è sempre stata una minaccia nella storia umana». E ha evocato con orrore «una singola azienda o persona o modello che abbia più potere di tutti gli altri insieme sulla Terra». Parlava di lui e dei suoi sodali?
Commenta (0 Commenti)Israele Il ministro della cultura: via la cittadinanza ai due registi «traditori». E l’esercito ordina azioni legali. È il trilemma di Israele: è impossibile essere a maggioranza ebraica, democratico ed esteso su tutta la Palestina storica. La sola identità ebraica e il colonialismo negano l’uguaglianza
Quando la denuncia di uno sterminio diventa il trionfo cinematografico di un’epoca, l’umanità è costretta a interrogarsi sulla vera natura della cultura contemporanea. Non è questo il tempo dell’arte per l’arte: il cinema si fa specchio inflessibile e megafono di una deriva collettiva. L’ovazione di venticinque minuti tributata a Venezia a Naza, il documentario che denuncia l’uso dell’intelligenza artificiale per selezionare i bersagli palestinesi da eliminare, costituisce la più cruda e urgente fotografia del nostro presente.
È l’incarnazione dell’immaginario che traspare dai racconti dei soldati intervistati: giovani seduti dietro una console come fosse un videogioco. Mira, spara. La versione moderna della battaglia navale dove prima si colpisce e poi, finalmente, si affonda l’avversario. Follemente divertente, dice l’intervistato. Solo che chi resta a terra è un essere umano in carne e ossa.
YUVAL ABRAHAM e Rachel Szor, i due giovani registi israeliani che lo hanno realizzato, sono pienamente coscienti della sfida del tempo e dello spazio che vivono. Il sistema difficilmente crollerà per una spinta proveniente esclusivamente dall’interno, né è possibile sperare in una svolta sostenuta solo nelle sale cinematografiche traboccanti di intellettuali raccolti nell’illusione di essere in tanti. Serve, insieme alle concrete pressioni internazionali attraverso le sanzioni, una progressiva presa di coscienza interna. Ed è per questo che Abraham ha ribadito l’intenzione di fare tutto il possibile per distribuire il film in Israele, sfidando l’ondata di sdegno e le minacce della destra al governo.
L’esito della Mostra del Cinema di Venezia ha del resto riacceso in modo violento il dibattito politico nelle istituzioni israeliane. Il ministro della cultura Miki Zohar ha attaccato pubblicamente i due cineasti su X, definendo l’opera abietta e un vero e proprio atto di tradimento e minacciando di avviare le procedure per revocare loro la cittadinanza.
Sulla stessa linea si è mosso l’apparato militare: dopo il portavoce dell’esercito, il generale di brigata Effie Defrin, che aveva respinto le accuse del film, definendole false, distorte e slegate dalla realtà, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha minacciato di usare «qualsiasi mezzo a disposizione» contro il film e annunciato «misure legali» contro i due registi. Il primo ministro Netanyahu ha usato la stessa accusa: «antisemitimo dall’interno».
QUESTA FRENETICA reazione istituzionale, divisa tra la furia della censura politica e la contromossa difensiva dei vertici dell’esercito, dimostra quanto la cultura possieda esattamente la forza che è giusto abbia. Se i governi e i corpi armati perdono la calma, minacciano ritorsioni e pretendono di replicare punto per punto a un’opera d’arte, significa che il cinema non è un esercizio astratto, ma un’arma di verità capace di scalfire la narrazione ufficiale e di fare paura al potere.
Il caso di Naza e la reazione repressiva delle istituzioni rappresentano la punta dell’iceberg di una frattura morale e sociale ben più profonda che attraversa la società israeliana. A fotografarla nel dettaglio è il saggio Scegliere di andarsene: storie di israeliani emigrati dopo il 7 ottobre di Avi Shahaf (edito da Resling), che raccoglie le testimonianze di sedici cittadini colti, della classe media e con un passato militare alle spalle, i quali hanno maturato la decisione irreversibile di abbandonare il paese.
A differenza delle precedenti ondate migratorie legate a motivi economici, questo nuovo esodo nasce da una profonda sofferenza morale, dal senso di abbandono istituzionale e dall’impossibilità di riconoscersi nella deriva autoritaria e militarista. L’espressione storica yerida, usata in passato con disprezzo per indicare chi abbandonava la terra d’Israele, assume oggi il significato di una fuga dolorosa di fronte a un abisso etico.
Sullo sfondo delle testimonianze raccolte e delle pressioni censorie emerge il nodo teorico che attanaglia Israele fin dalla sua fondazione: il cosiddetto trilemma israeliano, o principio del «due su tre».
QUESTO CONCETTO formula l’impossibilità strutturale per lo Stato di essere contemporaneamente a maggioranza ebraica, democratico con pari diritti per tutti ed esteso su tutto il territorio storico della Palestina. La logica impone una scelta binaria: privilegiare l’identità ebraica e democratica implica rinunciare al controllo permanente sui territori palestinesi; optare per una democrazia sul Grande Israele comporta l’integrazione di milioni di palestinesi con diritto di voto, facendo perdere la maggioranza ebraica; scegliere l’identità ebraica unita all’espansione territoriale si traduce nel mantenere la supremazia negando l’uguaglianza dei diritti.
Tutte queste tensioni convergeranno nelle prossime elezioni, passaggio cruciale che determinerà se lo Stato rimarrà una democrazia ebraica o scivolerà definitivamente verso un regime autocratico e nazionalista. La contesa vede contrapposti il blocco di governo guidato dal Likud di Benjamin Netanyahu, la destra messianica di Ben Gvir e Smotrich e i partiti ultra-ortodossi, di fronte a un’opposizione frammentata di centro e alle forze arabe che oscillano tra la ricerca di un ruolo strategico e i tentativi di esclusione istituzionale da parte della maggioranza.
Uno spettacolo macabro, che per essere guardato fino in fondo ha bisogno di due registi coraggiosi, ma soprattutto di un pubblico capace di sostenerne lo sguardo.
Dritti al bersaglio Credere a chi detiene il monopolio dell’uso legittimo della forza è un fatto di fiducia. O forse di fede. Quella del governo è cieca e priva di ragion d'essere
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Agenti in tenuta antisommossa – Foto Marco Alpozzi/Lapresse
Credere a chi detiene il monopolio dell’uso legittimo della forza è un fatto di fiducia. O forse di fede. Quella del governo, che ad ogni episodio di presunta malapolizia si schiera con gli agenti «senza se e senza ma», è cieca e priva di ragion d’essere. Lo dimostra il caso di Ramy Elgaml.
La nuova perizia mette fortemente in dubbio la versione fornita dai carabinieri protagonisti dell’inseguimento fatale del novembre 2024 a Milano. Ma prima bisogna ricordare che sei dei loro colleghi sono accusati di favoreggiamento, depistaggio e falso nel verbale d’arresto. In pratica avrebbero cercato di inquinare le indagini. Del resto i video di quella sera mostrano chiaramente due militari costringere un testimone a cancellare quello che aveva ripreso con il suo cellulare.
Le immagini non sono più state recuperate.
Un copione rivisto in scena in un successivo caso milanese, quello di Abderrahim Mansouri, ucciso da un proiettile sparato dalla pistola di un agente di polizia nel boschetto di Rogoredo, lo scorso gennaio. Anche qui abbiamo dei poliziotti accusati di aver tentato di sviare gli inquirenti. Che in ogni caso non ci hanno messo molto ad accorgersi dei tanti particolari che non quadravano e, di conseguenza, a iscrivere tutti nel registro degli indagati.
La procura di Milano, in quell’occasione, affidò le indagini proprio alla polizia. Una mossa all’apparenza controintuitiva, oltre che sconsigliabile (le linee guida della Cedu dicono in effetti che non bisognerebbe farlo), ma che in quell’occasione pare aver funzionato, anche nell’interesse della reputazione della polizia.
Avere fiducia in chi è deputato a mantenere l’ordine pubblico, del resto, non può essere un atto di fede. L’apertura di credito nei confronti dei soli che sono autorizzati a imbracciare le armi e a usarle in caso di necessità va guadagnata. E bisognerebbe riflettere sull’esistenza di un pezzo d’Italia che quando vede le luci blu della polizia non le confonde con gli addobbi natalizi e ne ha quantomeno paura.
Quando lo scorso luglio a Bologna, dopo la morte di Abderrahim Fakir al Pilastro, si verificarono violenti scontri davanti alla prefettura, la responsabilità non era dei «soliti noti». Non c’entravano i famigerati centri sociali. Non c’era una regia di violenti che volevano solo fare a botte. C’erano tante ragazze e tanti ragazzi, seconde e terze generazioni, scesi in strada per gridare la loro rabbia. E nessuno è riuscito a smuoverli. Anzi, le realtà organizzate a dirla tutta avevano addirittura provato a far partire un corteo, che sarebbe stato un eccellente modo per spostare la folla dal punto in cui poi effettivamente sono avvenuti i tafferugli.
La domanda sulla fiducia passa dunque per la capacità che hanno le forze dell’ordine di mettere in discussione se stesse. E sulla capacità di chi le controlla – il governo – di non utilizzare la polizia e i carabinieri come spauracchi da spedire dove i problemi sociali, i problemi culturali e, non ultimi, i problemi urbanistici delle città causano disagi e tensioni.
Se ogni complicazione viene affrontata a colpi di manganello (o peggio), non è lecito aspettarsi che chi lo impugna goda di fiducia illimitata.
Commenta (0 Commenti)Europa a destra Il successo dei partiti etnonazionalisti pare dipenda da elettori anziani, meno istruiti, a basso reddito, magari di provenienza operaia. Che votano contro i loro interessi. Sarà vero, ma è da sciocchi pensare lo facciano perché ignoranti
Manifestazione contro l’estremismo di destra ad Amburgo – Georg Wendt/AP
Adesso la colpa è del popolo. Il successo dei partiti etnonazionalisti d’estrema destra pare dipenda dagli elettori anziani, meno istruiti, a basso reddito, magari di provenienza operaia. Che votano contro i loro interessi. Sarà vero, ma è da sciocchi pensare lo facciano perché ignoranti.
Fino a ieri, nel caso della Sassonia-Anhalt, in gran parte votavano per partiti meno sulfurei dell’Afd.
Il voto a destra dei ceti popolari ha storia lunga. A fine anni ’60 in Europa la destra attirava quasi metà dell’elettorato operaio e popolare. Lo faceva perché le deferenze più tradizionali non si spezzano facilmente: vale anche per il voto. Per questo a inizio Novecento i conservatori hanno accettato il suffragio universale (maschile), preoccupandosi di curare simili deferenze. Si è a lungo usata la categoria di clientelismo. Promuoverlo ad amicizia è eccessivo, le gerarchie erano chiare. Ma la parte dominante sapeva apparire generosa ai dominati. Proteggevano pure le imprese. Offrivano alloggio, tutela sanitaria, asili, varie forme d’assistenza. In definitiva, erano rapporti di protezione, che i partiti popolari di destra e centrodestra hanno ereditato e sfruttato. La sinistra ha fatto concorrenza sullo stesso terreno con qualche variante: suscitando solidarietà orizzontali, stimolando rivendicazioni e resistenze collettive, allestendo meccanismi d’integrazione sociale. Anche dopo che tale compito è stato assunto dal welfare.
Un giorno tutto questo è cambiato. I partiti mainstream si sono riconvertiti alla politica mediatica, hanno smesso di proteggere e hanno avallato la spoliazione del welfare, consegnando il popolo a un mercato segnato dalla crisi della manifattura e dalla precarizzazione del lavoro. I partiti di destra e centrodestra hanno supplito con qualche dose di nazionalismo. Quelli di sinistra con la fiaba di una società più matura, stanca delle burocrazie del welfare, transitata dai valori materialisti a quelli postmaterialisti. Da allora è iniziato il loro generale declino. Mentre il maggior partito popolare è divenuto l’astensione.
Il quadro è schematico. I tempi sono stati diversi. Ma dai bacini minerari britannici, francesi, tedeschi, alle città industriali, grandi e piccole: si è aperto un territorio di caccia sterminato per le destre di ascendenza nazionalista e fascista. Che hanno elaborato una nuova offerta. Fatta non di protezione, ma di promesse di protezione dalle paure, reali o seminate tra le fasce sociali conquistate dalla crisi.
Le migrazioni sono sempre uno stress. A lungo temperato dalla crescita, quando c’era. Poi un filo nero si è intrecciato in mezzo secolo dal Front National di Le Pen padre alla Lega di Bossi, dal Belgio alla Scandinavia, dall’Ukip di Farage a Vox, a Fratelli d’Italia. Ultima Afd in Germania. Così si è dapprima radicalizzata parte degli elettori di destra e centrodestra e poi è iniziata l’erosione – più contenuta – degli elettori di sinistra. La nuova offerta di protezione è una promessa, fondata su un menù di odio: per gli immigrati e gli islamici, per la burocrazia, per le imposte, per le regole, per l’Europa, per le donne, per i diversi, per l’ambiente. Più ossessioni securitarie e negazionismo climatico. Nonché la caricatura dei valori tradizionali. Sono madre, sono cristiana, sono italiana, ha urlato Giorgia Meloni.
Ardua da capire è la reazione dei partiti mainstream. Prendono mazzate, ma insistono. Non solo le sinistre. I Tories hanno provato a riciclarsi da populisti. I socialdemocratici danesi fanno guerra ai migranti. Nessun ripensamento è avvenuto. La cura alla crisi della manifattura è il riarmo. Mirabile l’ostinazione del cancelliere Merz, che assiste sulla tolda all’affondamento della grande corazzata industriale d’Europa. Volkswagen ha promesso 100 mila licenziamenti e riconverte una fabbrica ai sistemi di difesa. E lui chiama i giovani alle armi.
In conclusione: il surrogato dell’azione protettiva dei partiti e del welfare sta nel riproporre il confine schmittiano tra amico e nemico. La Sassonia-Anhalt è un caso estremo, figlio dei maltrattamenti inflitti all’ex Ddr. Ma è solo un tassello di un mosaico di fabbriche dismesse, periferie e aree interne senza servizi, ex quartieri operai, ceto medio deportato dai centri storici, food maleolente insediato tra i monumenti. La società – diceva Polanyi – si difende dalle aggressioni del mercato. Lo fa come può. Dipende da chi l’aiuta. Tante, grazie al cielo, le forme di autodifesa virtuose. La speranza non è morta. Né è detto che chi vota a destra si sia convertito al razzismo e al nazismo. Ma un micidiale Covid delle coscienze l’ha comunque colpito e grida con tutte le sue forze. Prima di prendersela col popolo, si tratta di capirlo.
Commenta (0 Commenti)Centro sinistra Se non si affrontano le ragioni profonde per cui la sinistra, non solo in Italia, ha progressivamente perduto consenso, identità e capacità di rappresentare le fratture della società, il rischio è quello di preparare soltanto una nuova ma effimera alternanza di governo
Dunque, prima il programma. Bene. Ma quale programma? Sarebbe un errore strategico pensare che la costruzione di un’alternativa possa esaurirsi nella predisposizione di un elenco di proposte contrapposte a quelle dell’attuale maggioranza. Una diversa agenda e una più efficace comunicazione politica sono necessarie, ma non sufficienti. Se non si affrontano le ragioni profonde per cui la sinistra, non solo in Italia, ha progressivamente perduto consenso, identità e capacità di rappresentare le fratture della società, il rischio è quello di preparare soltanto una nuova ma effimera alternanza di governo, non una vera alternativa politica e culturale, come la storia richiede.
NON OCCORRE ricominciare da capo, ma serve avere il coraggio di una radicale autocritica. La sinistra ha pagato a caro prezzo le proprie scelte. Per troppo tempo ha pensato che la propria credibilità dovesse essere conquistata occupando lo spazio politico dell’avversario, attenuando la propria diversità, assumendo come inevitabili molte delle compatibilità economiche, sociali e istituzionali imposte dal pensiero dominante. Si è cercato di governare la realtà adattandosi ad essa, sino a perdere progressivamente la capacità di trasformarla.
È accaduto così che, sull’immigrazione, si siano inseguite le politiche securitarie della destra; che sul terreno economico e sociale si siano accettate le privatizzazioni selvagge, la sacralità del profitto a scapito della precarizzazione del lavoro, la subordinazione dei servizi pubblici alle logiche aziendalistiche. Persino sul piano istituzionale sono state assecondate – anzi spesso promosse – le pulsioni maggioritarie, plebiscitarie e governiste, nella convinzione che la stabilità dell’esecutivo fosse il principale parametro della efficienza di una democrazia. La conseguenza è stata paradossale: nel tentativo di apparire moderata e responsabile, la sinistra ha finito per far venir meno le ragioni della propria esistenza.
Non si può aspettare ancora, è arrivato il momento di ribaltare i tavoli. Non per riproporre nostalgicamente un passato che non può tornare, né per votarsi ad una generica radicalità verbale, ma per rispondere ad una domanda politica fondamentale, l’unica che da senso all’essere “di sinistra”: come si costruisce una società nella quale l’eguaglianza sociale e le libertà fondamentali non siano solo promesse, ma il criterio effettivo dell’azione pubblica?
ED È QUI CHE la Costituzione può tornare a essere il punto di partenza. Non come repertorio di principi solenni da celebrare nelle occasioni ufficiali, ma come base per definire un programma politico radicale. Direi il più “rivoluzionario” che la sinistra possa assumere. Proprio perché non propone una trasformazione astratta della società, ma contiene in nuce un progetto di emancipazione che è ancora largamente incompiuto ed è rivolto al futuro.
L’articolo 3, con l’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza, dovrebbe tornare a essere il centro di una politica di trasformazione sociale. E lo stesso vale per l’articolo 2, con il riconoscimento dei diritti inviolabili e dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
ENTRO QUESTA prospettiva potrebbe essere ripensate l’intera azione politica, costruito un programma di radicale trasformazione sociale, una rinascita di civiltà, per superare la barbarie del presente. Rispondendo, da sinistra, alla rabbia e al distacco di un popolo sperduto e confuso; ormai preda di una destra che sta fagocitando il mondo, in mancanza di alternative di civiltà.
Così sarebbe per la questione dell’immigrazione. Alla paura del diverso e alla continua evocazione dell’ordine pubblico deve essere contrapposta una politica fondata sulla dignità della persona e sulla solidarietà. Ciò non significa negare la necessità di regolare i flussi migratori, ma semplicemente ricordare una verità: regolare non significa respingere. Una politica razionale dei flussi non può essere confusa con le politiche di chiusura e di esternalizzazione delle frontiere che, con diverse intensità, hanno caratterizzato i governi degli ultimi anni, compresi quelli di centrosinistra. La dignità non può essere sospesa davanti a una frontiera. La chiusura di strutture degradanti come i CPR non può essere intesa come misura estrema, ma condizione ineludibile e parte integrante di una diversa politica dell’accoglienza, capace di coniugare il governo dei fenomeni migratori con il rispetto incondizionato dei diritti fondamentali.
LO STESSO rovesciamento di prospettiva dovrebbe investire istruzione, lavoro e sanità. Per troppo tempo abbiamo guardato alle strutture prima che alle persone: la scuola e l’università come aziende da rendere efficienti, l’ospedale come organizzazione da razionalizzare, l’impresa come macchina produttiva da rendere competitiva. Ma la Costituzione impone un’altra gerarchia. Al centro devono tornare gli studenti, i lavoratori, i malati, le persone concrete. L’efficienza delle strutture è un mezzo; la garanzia dei diritti fondamentali è il fine.
Anche la contrapposizione artificiale tra diritti sociali e diritti civili deve essere definitivamente superata. La polemica contro la “follia” del “woke”, quando viene utilizzata per contrapporre gli eccessi etici o puramente simbolici nel campo dei diritti civili a scapito dei diritti sociali e la centralità dell’agenda sociale, finisce per riprodurre una falsa alternativa. La Costituzione richiede la massima espansione e la reciproca integrazione di entrambi. Una politica costituzionale consapevole deve tenere insieme diritti civili e sociali.
INFINE, OCCORRE avere il coraggio di rimettere in discussione anche il paradigma istituzionale dominante degli ultimi trent’anni. La sinistra ha spesso inseguito l’idea che una democrazia moderna dovesse essere necessariamente una democrazia maggioritaria, nella quale tutto ruota intorno alla stabilità del governo e alla personalizzazione della leadership. Ma la democrazia costituzionale italiana nasce da un’altra idea: quella che si fonda sulla rappresentanza e celebra il pluralismo; che legittima ed esalta il conflitto sociale per poi trovare in Parlamento la sua composizione.
È dunque tempo di riscoprire il Parlamento come luogo nel quale la pluralità sociale diventa pluralità politica e nel quale la ricerca del compromesso non costituisce una patologia della democrazia, ma una sua virtù. Da qui la necessità di tornare a discutere seriamente di una legge elettorale proporzionale, capace di restituire rappresentanza alle diverse articolazioni della società e di sottrarre la politica alla semplificazione artificiale prodotta dal maggioritario.
LA VERA SFIDA dell’opposizione, dunque, è quella di ricostruire un’idea di società e di democrazia. Per farlo occorre anche riconoscere che una parte della crisi attuale nasce da una sinistra che ha smesso di interrogarsi sulla propria ragione d’essere. Oggi, per ritrovare la strada perduta può essere utile provare a cercarla proprio là dove troppo spesso si è smesso di guardare: nella Costituzione. Non per creare un altro mito (la Costituzione come mito è di quanto più odioso si possa immaginare), ma per tornare ai suoi principi dimenticati: all’eguaglianza, alla solidarietà, alla dignità, al lavoro, alla rappresentanza e al pluralismo. Significa, soprattutto, tornare a pensare che la politica non debba limitarsi ad amministrare il possibile, ma possa ancora trasformare la realtà.
Commenta (0 Commenti)Ex Ilva Respingendo la richiesta di sospensiva avanzata dal governo, la Corte di appello di Milano ha confermato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo entro fine ottobre. La fabbrica, che non si è mai fermata dal novembre 1964, si prepara ad esalare il suo ultimo respiro
Un momento del blocco degli operai dell'Ilva – Foto Ansa/Luca Zennaro
«Tutto è compiuto» dicono i tarantini al termine dei riti della Settimana Santa, quando i «misteri» della passione di Cristo rientrano dopo una notte di incedere barcollante. Tutto è compiuto (o così sembra) anche per il siderurgico ex Ilva, dopo una via crucis che dura dall’estate 2012.
Respingendo la richiesta di sospensiva avanzata dal governo, la Corte di appello di Milano ha confermato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo entro fine ottobre. La fabbrica, che non si è mai fermata dal novembre 1964, si prepara ad esalare il suo ultimo respiro.
Tale esito non è però il frutto di un qualche destino. Basta srotolare la pellicola degli ultimi quindici anni per fare il bilancio delle responsabilità. Il «peccato originale» è forse il rilascio della prima Autorizzazione integrata ambientale (Aia) all’Ilva dei Riva da parte del governo Berlusconi, nel 2011: un compromesso al ribasso che lascia in piedi una situazione critica sul piano ambientale, delude il movimento ambientalista e presto finisce nel calderone dell’inchiesta per disastro ambientale avviata dai magistrati di Taranto. Questi però mettono nel mirino non solo l’inadeguatezza tecnica dell’Aia, ma soprattutto l’impatto sanitario dell’inquinamento. I tentativi dell’azienda di agitare il ricatto occupazionale non vanno a segno e, nel luglio 2012, arriva il sequestro dell’intera area a caldo e l’incriminazione dei vertici aziendali e di molti quadri intermedi.
Da questo momento la crisi si avvita e diventa drammatica soprattutto per il venir meno del soggetto imprenditoriale. Con il commissariamento del 2013 (governo Letta) e, ancor più, con la messa in amministrazione straordinaria nel 2015, i Riva – che intanto continuano a operare nel settore con discreti successi – vengono estromessi. Lo Stato di fatto assume il controllo degli asset, ma si comporta da amministratore provvisorio: rimanda le decisioni strategiche in attesa di una soluzione definitiva al problema della proprietà. Ma intorno a questo punto si registrano ripetute incertezze e cambi di passo. Il mancato scioglimento di quel nodo vanifica un’opportunità di innovazione tecnologica: quella prospettata dal Piano ambientale stilato fra 2013 e 2014 dai commissari Enrico Bondi ed Edo Ronchi, che prefigurava sviluppi che ora stanno prendendo piede su scala globale.
Il nuovo governo Renzi dà invece priorità alla ricerca di un acquirente; si arriva così alla gara internazionale di vendita. È una partita che l’esecutivo perde nonostante fosse al contempo arbitro e uno dei concorrenti – avendo schierato Cassa depositi e prestiti a sostegno della cordata composta anche dall’indiana Jindal e dall’italiana Arvedi. L’insufficiente impegno finanziario di questa compagine finisce col far prevalere l’offerta di ArcelorMittal, allora il più grande produttore mondiale d’acciaio. Ma la gestione della multinazionale franco-indiana si rivela catastrofica, confermando i timori chi aveva ipotizzato un’acquisizione finalizzata alla cannibalizzazione di un concorrente. Il governo rientra in campo dopo una lunga trattativa che concede robuste compensazioni ad ArcelorMittal, ma continua a mancare un progetto. Nell’estate 2025 il ministro Urso prospetta un piano ambiziosissimo che immagina un cambio di paradigma tecnologico, ma tutto si incaglia ancora una volta per l’assenza di un soggetto imprenditoriale credibile – il solo che si era palesato, la piccola Baku Steel, si tira indietro dopo essersi vista bocciare dalle istituzioni locali l’installazione di una nave rigassificatrice.
Queste vicende hanno visto alternarsi sette governi, a cui hanno dato sostegno tutte le forze politiche dell’attuale arco parlamentare. Riconoscere che la catastrofe di Taranto costituisca il fallimento di un’intera classe dirigente non è del tutto esagerato. Anche perché, nel mentre, altri grandi interventi pubblici, come le bonifiche, l’adeguamento del porto, il contratto istituzionale di sviluppo hanno prodotto risultati deludenti. E questo getta un’ombra inquietante sul futuro di una comunità che, proprio a causa della mancata risoluzione della crisi dell’ex Ilva, si è profondamente lacerata e ora rischia un salto nel buio.
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