Il tetto che scotta «Tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili». Così si apriva l’articolo 29 dello Statuto albertino del 1848. Che sia tornato in vigore?
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«Tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili». Così si apriva l’articolo 29 dello Statuto albertino del 1848. Che sia tornato in vigore? A giustificare la domanda sono i progetti della maggioranza di governo italiana volti ad agevolare l’esecuzione degli sfratti immobiliari, che verrebbero sottratti all’attuale procedimento giurisdizionale, con le garanzie che esso comporta.
E affidati a una più snella procedura amministrativa ad hoc, attivabile – previa segnalazione ai servizi sociali – anche in presenza di esigenze sociali ostative (disagio economico, presenza di minori, anziani, disabili, persone non autosufficienti).
Lo scopo della destra è assicurare alle esigenze proprietarie – riconducibili, in particolare, alle società commerciali d’investimento immobiliare – una prevalenza pressoché completa sulle esigenze abitative delle fasce economicamente più deboli della popolazione, in un Paese in cui, da tempo, non esistono politiche per la casa degne di tale nome.
Il contrasto con il metodo attraverso cui la scienza costituzionalistica prescrive di risolvere i conflitti di questo genere – il bilanciamento tra i diritti costituzionali – è lampante. Bilanciare significa che, in caso di contrasto tra esigenze tutte dotate di riconoscimento costituzionale, nessuna può pretendere di schiacciare le altre sino ad annichilirle. La discrezionalità politica consente al legislatore di scegliere quale esigenza favorire, ma con il vincolo di rispettare quantomeno il nucleo essenziale di tutte le altre. In caso contrario, la legge risulterà lesiva di un diritto costituzionale e spetterà al giudice delle leggi intervenire per sanare la violazione della Costituzione.
Il caso della proprietà fa parziale eccezione; ma a sfavore, non a favore, della proprietà. All’opposto dell’articolo 29 dello Statuto albertino, l’articolo 42 della Costituzione riconosce infatti la proprietà attraverso una formula che vale, già in partenza, a configurarla in forma depotenziata. Come si legge nel secondo comma di tale articolo, «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». Da diritto inviolabile senza eccezioni, qual era, la proprietà diviene così diritto limitato a fini di utilità e accessibilità sociale.
Mentre, dunque, i diritti costituzionali sono usualmente proclamati con forza piena, e risultano pertanto assoggettabili a bilanciamento solo ex post, la proprietà (così come la libertà d’iniziativa economica privata: articolo 41 della Costituzione) nasce già bilanciata ex ante: di conseguenza, non può aspirare a contrapporsi agli altri diritti costituzionali su posizione di parità. Nel momento in cui la proprietà entra in conflitto con esigenze costituzionali che le si contrappongono, l’ulteriore bilanciamento non potrà che avere un esito impari, a svantaggio della proprietà. L’esatto opposto di quel che intende fare la maggioranza.
Se ne deve concludere che la Costituzione italiana esprima una posizione ostile alla proprietà? Che essa sia una «Costituzione sovietica», come amava ripetere il ricchissimo imprenditore assurto a leader della destra italiana? Ovviamente, no. Per la Costituzione la proprietà non è cosa in sé negativa; al contrario, l’obiettivo è che tutti possano goderne divenendo proprietari. Le limitazioni alla proprietà sono ammissibili, e anzi necessarie, nella misura in cui consentono il godimento del diritto a quanti più cittadini possibile. Come al solito, i plutocrati confondono (o, meglio, fingono di confondere) il proprio interesse individuale con l’interesse collettivo.
Il punto è che i costituenti non avevano alcuna cieca fiducia nella capacità autoregolatoria del mercato. La loro convinzione era che, lasciata alla mera dinamica capitalista, la proprietà avrebbe finito per concentrarsi (o rimanere concentrata) in pochissime mani, mentre lo scopo perseguito era, all’opposto, che la proprietà fosse il più possibile diffusa. È questo che giustifica l’intervento limitatore dello Stato: l’esigenza di far sì che la società italiana sia davvero «fondata sul lavoro» di tutti, anziché, com’era nell’Ottocento, una società «fondata sulla proprietà» di pochi.
Commenta (0 Commenti)Smania da negoziato Pur di prendere in contropiede gli europei, gli americani hanno raggiunto ieri un accordo con il capo della Bielorussia e alleato del Cremlino. Ma è solo l'inizio
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Da sinistra: von der Leyen, Starmer, Stubb, Zelensky, Trump, Macron, Meloni, Merz e Rutte, a Washington – (AP Photo/Alex Brandon)
È una presunzione del mondo moderno, scriveva Solženicyn, che la storia sia governata dalla ragione. La storia, sosteneva, è un albero contorto agitato da venti e tempeste improvvise. Né Zelensky né gli europei si aspettavano nel gennaio 2022 l’invasione russa.
E forse per evitare la guerra sarebbe bastata allora una dichiarazione di neutralità di Kiev. Ma dopo le delusioni dei negoziati di Minsk per risolvere il conflitto nel Donbass, stabilendo un cessate il fuoco, il ritiro delle armi pesanti e un percorso politico per le regioni russofone separatiste, nessuno sembrava volere intavolare un vera trattativa con Mosca.
Adesso invece siamo in piena smania da negoziato e come nel cerchio di un tragico girotondo diplomatico si riparte da Minsk. Pur di prendere in contropiede gli europei, gli americani hanno raggiunto ieri un accordo con il capo della Bielorussia e alleato del Cremlino: Trump ha tolto le sanzioni all’industria del potassio e sono stati liberati cambio oltre 140 detenuti (tra loro Ales Bialiatski, vincitore del Nobel per la pace 2022, e Maria Kolesnikova, una delle figure centrali dell’opposizione), la gran parte, nell’ambito di un’intesa con Kiev, trasferiti in Ucraina. Ma è solo l’inizio.
La diplomazia per Trump è anche una partita dove, insiste sempre il presidente americano, «devi avere le carte». E così Washington ieri ha calato l’asso, quello che secondo le non troppe velate intenzioni di Trump dovrebbe spingere Zelensky e gli europei a un accordo (quale non si sa ancora) con Putin. L’amministrazione Trump, secondo Axios, sarebbe pronta a fornire all’Ucraina garanzie di sicurezza giuridicamente vincolanti basate sull’articolo 5 del Trattato Nato sulla difesa collettiva degli stati membri: «Vogliamo offrire agli ucraini una garanzia di sicurezza che non sia un assegno in bianco da un lato, ma che sia sufficientemente solida dall’altro e siamo disposti a inviarla al Congresso per votarla», ha affermato un funzionario americano. In sintesi secondo questa proposta (se verrà confermata) la Nato continuerà ad «abbaiare», come diceva Papa Bergoglio, ai confini di Mosca, un’Alleanza atlantica che intanto ha inglobato due nuovi membri (Svezia e Finlandia) e che farebbe dell’Ucraina non uno stato membro della Nato ma certamente non neutrale. C’è da dubitare che a Mosca possa piacere ingoiare il rospo. Ma è anche vero che potrebbe essere una mossa tattica degli Stati uniti per smuovere le acque europee e atlantiche per negoziare qualche cosa d’altro.
L’Europa deve stare ben attenta perché Trump gioca molto sulle nostre paure e porta avanti con Putin una sorta di guerra di civiltà. Il presidente americano ci disprezza fortemente. Trump, spiegava l’altro ieri il New York Times, non si preoccupa della democrazia, delle alleanze o della Nato, vede Putin come un difensore del nazionalismo cristiano bianco e dei valori tradizionali rispetto alle nazioni dell’Unione europea che secondo lui non difendono «la razza bianca e la fede giudaico-cristiana». L’idea trumpiana e Maga è l’espulsione dei musulmani dall’Europa, il modello, già in atto, è quello dell’espulsione dei palestinesi dalla Palestina e dei migranti dagli Usa.
Non solo. Con la guerra in Ucraina è riemersa in Europa la paura del nemico, anche in maniera incontrollata, e tutto questo fa il gioco di Trump. Noi vediamo in Putin una sorta di nemico perfetto perché è tutto quello che non vorremmo essere, un dittatore che vìola (come del resto Netanyahu) il diritto internazionale e qualunque regola umanitaria, e contro di lui siamo pronti a mettere in bilancio programmi di riarmo senza precedenti. L’Europa preda dei suoi timori fa sorridere Trump perché lui ci vende oltre il 60% dei nostri armamenti.
Quando si parla di affari Trump è ipersensibile. È stato assai contrariato dal congelamento a tempo indefinito degli asset russi in Europa votato dalla Ue per utilizzarli a sostegno dell’ Ucraina: secondo i suoi piani dovevano diventare un fondo di investimento comune fra Washington e Mosca destinato alle imprese americane. Lui intende massimizzare i profitti e senza rischi, per questo fa acquistare a noi le armi americane per l’Ucraina. In realtà l’Europa, chiamata in tribunale dalla Banca centrale russa per i fondi congelati, ha in mano alcune carte (oltre a una montagna di debito americano come faceva notare ieri sul manifesto Fabrizio Tonello) ma se vuole essere protagonista della ricostruzione dell’Ucraina deve prevedere anche il suo ingresso nell’Unione europea (nel 2027 secondo fonti di Bruxelles).
Di tutto questo avremo un saggio in queste ore a Berlino dove sta per arrivare l’inviato americano Steve Witkoff per incontrare i leader europei e Zelensky. La decisione della Casa bianca di mandare l’immobiliarista-negoziatore indica, secondo i media, un’accelerazione della spinta degli Stati uniti per un accordo di prima della fine dell’anno. La smania da negoziato sta diventando quasi febbrile: vedremo se la storia sarà governata questa volta dalla ragione o farà altri scherzi.
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Guerra e povertà Poco alla volta, nel volgere di un decennio o poco più, tanti che da sinistra avevano preso per buone le lusinghe del mercato hanno capito di essere finiti su una strada sbagliata
Giulio Ruffini, "Uomo sullo stop"
Provate a immaginare di essere alla guida di un’auto di notte, in una strada sconosciuta. Non avete dispositivi satellitari che vi guidino. Quando l’avete imboccata, il senso di orientamento vi diceva che la direzione fosse giusta, ma ora non ne siete tanto sicuri.
A un certo punto vi rendete conto di essere davanti a una curva molto ampia, la visuale è in parte ostruita, e non potete rallentare per spostarvi sul lato e sbirciare oltre l’ostacolo. Non siete in grado quindi di stabilire in anticipo se imboccando la curva andrete in un’altra direzione. Circostanze di questo tipo possono capitare nella vita di ciascuno. In casi del genere, non ci resta altra scelta che seguire la strada, sperando che ci porti nella direzione voluta.
La situazione di chi sta guidando in una curva di cui non riesce individuare la direzione finale assomiglia a quella in cui si trovano oggi i progressisti europei che avevano creduto alla promessa neoliberale. L’idea di partenza era che fosse possibile continuare a aumentare la crescita economica, in modo da avere un prodotto sociale sufficiente a remunerare i talentuosi, e a motivarli a produrre sostenendo anche i più svantaggiati, almeno quel tanto che ne garantisse la lealtà nei confronti del contratto sociale. In questo nuovo mondo, che sarebbe nato dopo la sconfitta del comunismo, tutti avrebbero ricevuto ciò che spetta loro, in proporzione al merito. Nella futura società meritocratica, il conflitto distributivo sarebbe stato l’ossessione solo di una minoranza motivata dal risentimento. Abbasso la lotta di classe, viva il capitalismo inclusivo!
A un certo punto, qualcuno dice dopo la crisi finanziaria, altri dopo il Covid, altri ancora dopo l’invasione dell’Ucraina, le certezze teoriche e normative che sorreggevano la promessa neoliberale, e la rendevano credibile anche per gli epigoni di un socialismo democratico in crisi di identità e in cerca di radicamento sociale, scricchiolano. Non tanto per via di confutazioni teoriche o di obiezioni normative (che non mancavano anche prima), ma piuttosto in seguito all’erosione sempre più evidente della base materiale che aveva portato tanti a prendere per buona la promessa neoliberale. Crescita asfittica, distribuzione iniqua del prodotto sociale, sistemi di regole disegnati su misura per il capitale, e sempre più punitivi per i lavoratori, e infine il tentativo sfacciato di colpevolizzare chi non riesce a prevalere nella competizione per un posto al tavolo dei «meritevoli».
Poco alla volta, nel volgere di un decennio o poco più, tanti che «da sinistra» avevano preso per buona la promessa neoliberale hanno cominciato a sentirsi come ci si sente quando si imbocca una curva di cui non si può prevedere la direzione. L’incertezza, e il dubbio di essere finito su una strada che non porta in un posto piacevole, hanno cominciato a generare sfiducia, e dopo qualche tempo questa ha trovato voce come contestazione delle forme della democrazia politica. Non era in fondo anche questo parte della promessa neoliberale? Non solo saremmo stati sempre meglio, ma saremmo anche vissuti in società democratiche.
La suggestione generata da questa visione era così forte da far dimenticare qualche secolo di colonialismo, e a rivalutare la politica delle cannoniere e l’interventismo liberale per aiutare i recalcitranti a diventare a loro volta democratici.
L’ascesa della destra Trumpiana negli Stati uniti, e forse nel mondo, lo stallo della situazione in Ucraina, e l’incapacità dell’Europa a tener fede ai propri impegni normativi (resa evidente a Gaza) sembrano confermare che siamo effettivamente finiti su una strada che non porta dove pensavamo conducesse, e anzi sembra si stia inoltrando in un panorama sempre più inquietante.
L’ultima illusione che sta scricchiolando è forse quella che era più cara ai progressisti europei, ovvero che il progresso economico e sociale avrebbe definitivamente relegato la guerra nel passato, almeno per il nostro continente. Una fantasia egoista, sostenuta da vuoti di memoria e miopie geopolitiche, ma cruciale per sostenere la speranza nel futuro.
Prima dell’ascesa del nazismo, la società tedesca era entrata a tutta velocità in una curva di cui non si poteva individuare la direzione. Questo, secondo Max Horkheimer, avrebbe provocato una reazione: «Quanto più incerta è la sorte delle ideologie necessarie, tanto più orrendi sono i mezzi ai quali si è costretti a ricorrere per sostenerle. L’accanimento e il terrore con cui si difendono gli idoli vacillanti, rivelano quanto il crepuscolo è avanzato». Se la parola passa «al fabbricante di munizioni, al suo rappresentante politico e al suo generale» è il momento, scriveva Horkheimer, di ripensare il significato e il senso dell’idea di progresso.
Commenta (0 Commenti)Il destino dell'Europa Chi vede l’esito tragico della corsa guerrafondaia si riduce talvolta a sperare in Trump. Nella sua lungimiranza o nella sua clemenza, sbagliando in entrambi i casi
Oltre e persino più che del futuro dell’Ucraina, quello di cui si sta discutendo in questi giorni nelle maniere rudi imposte da Donal Trump e con l’improvvisazione di un’Unione europea sempre in ritardo, è il destino del nostro continente. Prima con i dazi, poi con il disimpegno militare, infine con il documento strategico sulla sicurezza e sempre accompagnando tutto con insulti, il presidente americano è stato netto nel tagliare i ponti con l’Europa. Noi molto meno nel prenderne coscienza. In una certa misura si può capire, visto che non si tratta di un passaggio politico ordinario ma di un’inversione di marcia della storia. Ma quando qualche risposta arriva, quando in uno dei suoi indecifrabili formati (che sono parte del problema) dal vecchio continente giunge qualche risposta al nuovo corso americano, va sempre nella direzione sbagliata.
Prendiamo Mark Rutte, il segretario generale olandese della Nato che considerava Trump il «paparino» dell’Europa e che ieri ha detto che i paesi dell’Alleanza atlantica sono «il prossimo obiettivo della Russia» e dunque «già in pericolo». Viste le armi in campo ha annunciato cioè niente altro che l’apocalisse atomica, avvertendo che «bisogna adottare una mentalità da tempo di guerra». Il guaio è che questa mentalità sta già guidando e da un po’ le scelte dei principali paesi europei e dei leader che non contenti di spingere la riconversione industriale bellica e scavare la voragine della spesa militare, propongono con insistenza commenti e previsioni che paiono rubati al sergente maggiore di Full Metal Jacket.
Lo sconforto è tale che chi vede chiaramente l’esito tragico di questa rincorsa guerrafondaia, di questi vaticini di pugna che regolarmente si auto avverano, si riduce talvolta a sperare in Trump. Non si capisce bene se nella lungimiranza o nella clemenza del presidente americano, ma sbagliando in entrambi i casi. Quale sia l’idea di pace di Trump – al quale Conte vuole «lasciar fare» – non è un indovinello ma qualcosa che i palestinesi provano sulla pelle. E per quanto il mondo si sia distratto da Gaza, non la si può spacciare in alcun modo per una soluzione e nemmeno per una vera tregua.
Non bastassero alcuni secoli di storia, a spiegare che la via dell’isolazionismo percorsa dalla Casa bianca non porta alla pace basterebbe vedere come viene declinata nella politica interna statunitense: per riassumere, in fascismo. L’annuncio poi di voler sostenere in Europa sovranisti e destre estreme è la carta che fa crollare il castello, siamo più dalle parti delle ingerenza americana (quella che noi italiani abbiamo conosciuto) che dello splendido isolamento.
Ma soprattutto quello che porge Trump non è un segno di pace ma un annuncio di guerra. Guerra commerciale, degli affari, della finanza, cioè le sue uniche possibilità di tenere in piedi l’economia squilibrata degli Stati uniti fin qui sorretta dal dominio militare. Non è la dismissione di una politica di potenza ma la sua prosecuzione con altri mezzi: la distruzione di ogni stanza di compensazione mondiale, di ogni multilateralismo, di quel che resta del diritto internazionale. La postura menefreghista non può nascondere l’intenzione aggressiva. Confondersi su questo può portare a sottovalutazioni gravi, come quella di non cogliere quanto ci sia di minaccioso per tutto il pianeta dietro le mosse della Casa bianca che si presentano come affari privati, a proposito di energia, ambiente, rapporti con paesi emergenti. Se le guerre preventive per esportare una democrazia (mai praticata fino in fondo in casa) hanno scavato il fossato nel quale siamo caduti, il riconoscimento degli autocrati (si chiamino Putin o Netanyahu) e l’imitazione dei regimi non ci tireranno fuori.
In fondo c’è una sola speranza alla quale guardare, che chiede più e non meno democrazia. Fa capo a chi da questa somma di decisioni che chiamano geopolitica si sente, e in buona parte in effetti è, regolarmente escluso. Sono le masse popolari che in tutti i paesi hanno ormai smesso persino di votare, favorendo anche così il successo percentuale delle destre estreme che sono bravissime a solleticare gli istinti. Trattandosi del loro, del nostro, destino, una ripresa di protagonismo di queste masse è quanto mai necessaria. In realtà le abbiamo viste nelle piazze fino a poco fa, nel movimento per Gaza e qui in Italia soprattutto nei giorni della Flotilla. Nessuno riuscirà mai a muoverle per una difesa acritica di questa Europa che è quella del riarmo, dei diritti negati e delle frontiere blindate. Ma il desiderio di pace e la radicata consapevolezza che questa si costruisce con il dialogo, il diritto e la democrazia e non con le armi sono diffusi e potenti. È il momento di portarli alla luce del sole. Oggi, tra le tante, c’è anche il no al riarmo tra le motivazioni dello sciopero generale – benvenuto – della Cgil. Non può essere un punto tra gli altri.
Commenta (0 Commenti)Diritti umani L’adozione di politiche sull’immigrazione sempre più restrittive, lesive dei diritti fondamentali che - nonostante tutto - garantiscono i migranti, procede spedita, anche a livello sovranazionale
La sede del Consiglio europeo a Bruxelles – (Getty)
L’adozione di politiche sull’immigrazione sempre più restrittive, lesive dei diritti fondamentali che – nonostante tutto – garantiscono i migranti, procede spedita, anche a livello sovranazionale. Prima, l’8 dicembre, il Consiglio europeo (organo dell’Unione europea) ha trovato l’accordo per allargare la definizione di Paesi sicuri.
Consentendo così agli Stati membri di considerare inammissibile la domanda di asilo anche quando il richiedente potrebbe ricevere protezione in un Paese terzo (con il quale non è più necessario abbia alcun legame). Ieri i ministri del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale diversa dall’Unione europea, alla quale aderiscono molti Stati europei) hanno discusso un modello di accordo relativo al rimpatrio dei richiedenti asilo la cui domanda sia stata respinta e, come si può leggere dai comunicati dell’Ansa, «all’esternalizzazione della gestione migratoria». Si tratti di Unione europea oppure di Consiglio d’Europa poco cambia: l’indirizzo politico sembra tracciato e il destino dei diritti fondamentali dei migranti segnato.
Soprattutto dietro il vertice di Strasburgo, c’è l’insofferenza di alcuni esecutivi nazionali per le garanzie offerte ai migranti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), così come interpretata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte Edu). L’accusa è semplice: la tutela dei diritti fondamentali dei migranti rischia di intralciare le politiche migratorie sempre più restrittive che taluni governi vorrebbero realizzare. La preoccupazione non è di oggi. Nel maggio di quest’anno, il governo italiano e quello danese diffusero una lettera aperta per «stimolare» un dibattito sull’opportunità di un’interpretazione restrittiva delle convenzioni internazionali (in particolare, proprio della Cedu) per quanto concerne la materia dell’immigrazione.
La lettera aveva un destinatario preciso: la Corte Edu, accusata di un’indebita ingerenza nel campo del diritto d’asilo e di orientamenti giurisprudenziali eccessivamente sensibili alle ragioni dei migranti. Preoccupazione ripresa alla vigilia del vertice di Strasburgo dal primo ministro inglese e dalla premier danese – in un articolo pubblicato sul Guardian – che hanno esortato gli omologhi europei a scegliere interpretazioni svalutative del diritto di asilo, adeguate alla realtà odierna che renderebbe quello strumento addirittura obsoleto e superato (pensato per un’altra epoca).
Insomma, e al di là delle dichiarazioni di facciata, l’ambizione di predisporre politiche migratorie dentro la cornice di principi sanciti dalle convenzioni internazionali che tutelano i diritti umani e (il diritto di asilo in particolare) sembra definitivamente naufragata. Una prospettiva escludente camuffata spesso da scelta politica obbligata, necessaria per fronteggiare i populismi e gli estremismi che vorrebbero politiche migratorie ancora più escludenti e discriminatorie. Dinnanzi a questo scenario è forse utile ricordare il posto della Cedu nel nostro ordinamento.
Con due sentenze, 348 e 349 del 2007, la nostra Corte costituzionale ha chiarito la natura delle norme della Cedu: «Proprio perché si tratta di norme che integrano il parametro costituzionale, ma rimangono pur sempre ad un livello sub-costituzionale, è necessario che esse siano conformi a Costituzione». Insomma, la Cedu non potrà mai abbassare il livello di protezione dei diritti già garantito dalla nostra Costituzione, anche nei confronti dei migranti. E se questa ipotesi dovesse mai verificarsi – non importa se per una modifica al ribasso del testo della Convenzione, oppure per il consolidarsi di orientamenti della Corte Edu sempre meno favorevoli ai migranti – la Corte costituzionale dovrebbe dichiarare l’incapacità della norma convenzionale a integrare il nostro parametro costituzionale, «provvedendo, nei modi rituali, a espungerla dall’ordinamento giuridico italiano». Si potrà dunque anche svilire la Cedu, ma rimane pur sempre la Costituzione e la necessità di rispettarla.
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Deriva destra Se Trump e il suo entourage attaccano specificamente l’Unione europea (che da tempo non è più un modello di accoglienza) sulla politica migratoria, non è una scelta casuale. Né si […]
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Se Trump e il suo entourage attaccano specificamente l’Unione europea (che da tempo non è più un modello di accoglienza) sulla politica migratoria, non è una scelta casuale. Né si tratta solo delle trite corbellerie ideologiche sul declino della «civiltà occidentale». Insidiata e inquinata da influenze aliene pronte a sostituirla.
Certo, queste colorite narrazioni mandano in sollucchero il suprematismo bianco Maga, soddisfano gli appetiti dei nazionalismi, rimpinguano tradizioni inventate e consolano frustrazioni popolari alimentate da studiati allarmismi. Tuttavia chi agita simili spettri è ben consapevole di operare sul terreno sul quale l’Unione europea può essere più agevolmente scardinata.
La contrapposizione tra natalità (da incrementare) e immigrazione (da impedire) è la cifra classica di ogni patriottismo fascista. Che i tedeschi del terzo Reich riassumevano nella nota formula del Blut und Boden, sangue e suolo, stirpe e nazione, posti a fondamento di una concezione chiusa, aggressiva, desolatamente omogenea, gerarchica e oppressiva della società. Questa contrapposizione resta ancora oggi la bandiera e la principale offerta dell’estrema destra in tutta Europa. Conclamata senza alcun pudore come la prospettiva più normale del mondo. Fin qui l’ideologia.
C’è però poi la sostanza. La strategia trumpiana che mira dichiaratamente allo smantellamento dell’Unione europea, o almeno a stravolgerne completamente la natura sovranazionale, non ignora che nella questione dei richiedenti asilo sono incistate le contraddizioni più aspre e molte reciproche recriminazioni tra i diversi paesi del Vecchio continente. A cominciare dal controverso regolamento di Dublino nelle sue varie successive formulazioni.
Le dispute sugli obblighi di accoglienza, sulle quote di redistribuzione dei rifugiati, sull’esame delle domande d’asilo, sulle risorse da stanziare sono state e sono all’origine di continui scontri, soprattutto con i paesi dell’est europeo guidati dall’Ungheria.
C’è di che lavorare sulle divisioni. Ma quel che soprattutto conta è la convergenza sempre più accentuata tra le forze centriste e l’estrema destra sul tema dei rimpatri e della deportazione dei richiedenti asilo in paesi terzi scelti arbitrariamente e del tutto estranei alla storia e ai bisogni dei rifugiati in questione. Non siamo poi così lontani da quell’idea di «remigrazione» e dalle pratiche persecutorie che dominano il pensiero neofascista contemporaneo.
I voti della destra radicale sono sempre disponibili per facilitare l’adozione di queste politiche contro rifugiati e migranti e nell’accelerare il loro corso legislativo, come è accaduto la settimana scorsa alla Commissione Libe del Parlamento europeo.
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Il primo passo, decisivo, per arrestare e rimettere in questione il processo di integrazione europeo senza darlo troppo a vedere non può che essere la costruzione di una maggioranza, prima occasionale poi stabile, tra i popolari e le formazioni della destra. Ed è proprio sul tema delle migrazioni che le posizioni del Ppe e quelle dei gruppi di destra radicale si rincorrono e si assomigliano sempre di più. In fondo la chiave di ogni sovranismo è prima di tutto la modalità di relazione con lo straniero. La dottrina trumpiana, che auspica il ritorno pieno e integrale allo stato nazione in Europa (per ragioni fra l’altro assai poco ideologiche), sa bene che battere su questo tasto pagherà, incontrando fra l’altro debole resistenza da parte delle fiaccate socialdemocrazie. Ne sia esempio l’accodamento a destra dei socialdemocratici danesi sullo smantellamento del diritto d’asilo, poi rimasti impassibili di fronte alla reazione di disgusto degli elettori che gli hanno voltato in massa le spalle.
Che l’interesse nazionale abbia preso il sopravvento su qualsiasi principio di solidarietà lo dimostra l’indecente chiusura della Germania al flusso di rifugiati provenienti dall’Ucraina. La libera circolazione resta riservata ad armi e denari. L’Europa voluta da Trump si sta già trasformando da sola. E non saranno scatti d’orgoglio, peraltro radi e imbarazzati, a fermare questa degenerazione. È il soggetto politico che a questa trasformazione sta lavorando dall’interno, l’estrema destra europea, che deve essere combattuto senza alcun cedimento.
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