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OPINIONE ferragostana
La nostra Repubblica è di nuovo parlamentare?

Chissà …
Chissà che, dopo lunghi anni di fastidio, anche trasversale a molte forze politiche, per il Parlamento e il suo ruolo, non  si scopra  - mi auguro che accada non solo per ragioni contingenti -  e si  prenda definitivamente atto che la nostra è una Repubblica che ha al centro il Parlamento. Eletto dal popolo. Naturalmente e per fortuna.
Un popolo che non è, come qualcuno pensa, o desidera,  a tinta unita.
Fino a poche settimane fa sembrava – abbiamo recentemente affrontato anche a Ravenna la questione insieme a Gaetano Azzariti –  che ogni cosa fosse in mano  a  pochi capi. E che si volesse mettere una pietra tombale sul Parlamento.
Ora che uno dei capi ha buttato per aria le carte, dando ordini - votare subito! - anche al Presidente della Repubblica, e chiedendo pieni poteri - parole che evocano  tinte molto nere - qualcosa si è mosso, dopo un tempo lungo in cui sembrava che, in alto, accadessero solo cose fuori o contro la Costituzione, e azioni che mettevano all’angolo il Parlamento.
Invece, la Costituzione ha posto al centro della nostra democrazia il Parlamento, dove i rappresentanti siedono per discutere, parlamentare – ossigeno della democrazia e non perdita di tempo - e poi formare governi, che non sono eletti direttamente dal popolo, come Salvini auspica, e che dal Parlamento riceveranno, o meno, la fiducia.
Pochi giorni fa Gianfranco Pasquino lo ha ricordato in modo chiaro. Sento l’immediato bisogno di affermare per l’ennesima volta che nelle democrazie parlamentari gli elettorati non eleggono mai il loro governo. Eleggono più o meno bene, grazie al tipo di legge elettorale, un Parlamento nel quale si formerà il governo, si potranno cambiare i ministri: rimpasto, non “roba da Prima Repubblica”, ma strumento che tutti i governi parlamentari, monopartitici e di coalizione usano per ridare slancio alla loro azione, per sostituire chi non ha fatto bene, per rimettersi in sintonia con il loro elettorato e con l’opinione pubblica.” Ed è in Parlamento, che ha il compito di decidere tempi e modi, che una crisi si apre. Non preparandola in stabilimenti balneari, o decretandola in comizi elettorali, peraltro permanenti.
Chissà che le pratiche salviniane, scandalose per chi, come noi, vede nella Costituzione una garanzia e un metodo democratico efficace, abbiano fatto aprire gli occhi a chi, da tempo, li teneva chiusi. Forse  il Presidente Mattarella non si trova del tutto solo

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Sarebbero morte almeno cento persone in quello che secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) è finora il più tragico naufragio del 2019. È avvenuto al largo di Al Khoms, una città 120 chilometri a est di Tripoli. Un centinaio di persone sono state soccorse e riportate indietro in Libia. Da: Internazionale.it
https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2019/07/26/il-naufragio-piu-tragico-del-2019?fbclid=IwAR1rj-CFdkybf0WudXCgf3T52NXVthQZ7GLkK-O9fguEu_BC7H5jKgnpxWk

Questo naufragio e i molti altri (pur sconosciuti) di questi giorni dovrebbero far capire a tutte le persone in buona fede che senza l'intervento delle organizzazioni umanitarie (le ONG che sono nel mirino del governo) non si ferma il flusso dei migranti, ma semplicemente si moltiplica il numero dei morti. Perché rimanere nei campi in Libia è come morire.
Contro ogni logica, visti i tempi, continuo a voler parlare alla razionalità delle persone: perché non è direttamente lo Stato italiano o, ancor meglio l'Unione Europea, (come è avvenuto per alcuni anni) a gestire insieme il pattugliamento del Mediterraneo e i salvataggi in mare? E se per disaccordi fra Stati (?!?!) o per mancanza di fondi (!?!?) non lo si riesce a fare, perché non si cerca di collaborare con le Organizzazioni umanitarie rispettandone il ruolo e cercando di coordinarne l'azione? Come ripetono spesso i comandanti dei pescherecci, salvare i naufraghi è, secondo la legge del mare, un dovere.
Invece anche in queste ore, come già nel caso della Diciotti, assistiamo all'assurdità di una nave militare italiana che non viene fatta attraccare in un porto italiano. Non posso credere che si tratti di un atto legale: e ricordo a tutti che il Ministro degli interni non è stato assolto per il suo comportamento nel caso Diciotti, ma soltanto che la sua maggioranza parlamentare (con eguale responsabilità per tutti i componenti) con l'aiuto della destra che aspira ad allearsi, per ragioni di opportunismo politico ha impedito alla magistratura di pronunciare una sentenza. L'atto rimane abnorme e ci saranno altre strade per dichiararlo. Si trova sempre un fanciullo che vede il re nudo.

Alessandro Messina

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  Greta Thunberg ha reso noto che salterà il prossimo anno scolastico per dedicarsi al compito che si è data: continuare a tenere all’erta la Terra, cioè noi, sui pericoli che incombono e l’urgenza di affrontarli. 

Questa decisione  è resa obbligata da due degli impegni che Greta si è presa: partecipare all’Assemblea generale dell’Onu del prossimo 23 settembre a New York, che prevede una discussione sul clima, e alla Conferenza delle Parti (COP 25) che si terrà in Cile a dicembre. Greta intende raggiungere entrambe queste destinazioni senza usare l’aereo. La cosa è complicata, perché alcune sue rotte non sono coperte da altri mezzi di trasporto; evitare l’aereo in quei viaggi è però incompatibile con la frequenza scolastica, anche quella interrotta dai periodici scioperi del venerdì.

A molti sembrava sbagliato che una studentessa interrompesse gli studi per addossarsi un compito così pesante. Ma a loro Greta ha già risposto: a che cosa serve che andiamo a scuola se state negando il futuro a tutta la mia generazione? Nessuno è stato in grado di replicare.

Ad altri può sembrare assurdo intestardirsi a non salire su un aereo anche quando i viaggi sono lunghi e complicati.  Se però le conferenze internazionali fossero sempre così difficili da raggiungere per tutti sarebbero forse di meno ma più costruttive. Quello che Greta cerca di spiegarci con i fatti e non a parole è che dobbiamo tutti abituarci, e presto, non solo a cambiare completamente le nostre abitudini (e certo non rientra tra le “abitudini” della maggior parte di noi andare a New York o in Cile), ma anche a ridurre la gamma delle possibilità su cui si è fatto conto finora.

Per ridurci tutti in povertà? Certamente non per arricchirci. Ma perché al posto del disastro che ci aspetta se non cambia tutto alla svelta, si possa ancora prospettare realisticamente un mondo migliore per tutti: quello a cui Alex Langer aveva alluso con il suo magistero:  un mondo che vive più lentamente (e Greta ci fa capire che cosa comporta), più dolcemente (nel gestire le nostre relazioni), più in profondità (recuperando una dimensione interiore che la vita odierna ci fa perdere). Con i suoi mezzi Greta spiega una cosa che non riesce ancora a entrarci in testa: non c’è tempo da perdere.

Quanti politici hanno reso omaggio a Greta! E poi? Quanti Comuni e Parlamenti hanno dichiarato l’emergenza climatica per poi continuare il loro trantran! Quanti continuano a comportarsi come sempre, anche se siamo sull’orlo di un baratro? E come spiegarcelo? Tre ipotesi:

Sono (e siamo) ignoranti. In effetti politici, media e scuola non hanno fatto molto, soprattutto in Italia, per illustrarci la minaccia climatica. Ma dopo la comparsa di Greta e del movimento Fridays for Future nessuno può più dire di non sapere: neanche quei giornalisti che continuano a trattarla, e a trattarci, come deficienti.

Sono (e siamo) cinici. Sta per arrivare qualcosa di terribile, ma pensiamo che non ci riguardi, che riguardi solo altri. Per questo i politici continuano a fare gli stessi discorsi, i giornalisti a scrivere gli stessi editoriali, gli economisti a ripetere la stessa tiritera (si parla sempre solo di “crescita”) e i prof a fare le stesse lezioni (ahi, il programma!).

Sono (e siamo) sclerotici. I governanti non sanno come affrontare il problema perché capiscono che dovrebbero cambiare tutto, a partire dai loro progetti politici e di vita.  Per questo sembra prevalere una “volontà di non sapere”: meglio nascondere la testa sotto la sabbia. Ma questa condizione non riguarda solo loro. Riguarda anche tutti noi. Chi di noi ha cominciato anche solo a pensare come si dovrebbe riorganizzare la propria vita in un mondo che non ci offrirà più molte delle soluzioni che conosciamo per mangiare, vestirci, spostarci, riscaldarci, collegarci? Quello che Greta cerca di insegnarci con i fatti è proprio questo.

È ovvio che da soli, ciascuno per conto suo, non si  realizzerà niente di significativo. Occorre il confronto, l’azione collettiva, la politica, la traduzione della conversione ecologica in progetti concreti, in rivendicazioni e soprattutto in partecipazione. A partire dalle scuole - perché il movimento è nato e per ora vive soprattutto nelle scuole e nelle Università - che da settembre dovrebbero trasformarsi in centri di informazione, discussione, educazione, ma anche di progettazione e soprattutto di coinvolgimento, sui temi fondamentali della conversione ecologica, aprendo al quartiere e al territorio. Perché - è l’obiettivo che ci indica Greta - il prossimo sciopero mondiale, il 27 settembre, deve coinvolgere anche gli “adulti”, cioè i lavoratori e i territori. Che cosa ne pensano sindacati e associazioni?

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Dirsi “di sinistra” non fornisce più da tempo una rendita elettorale di posizione a chi si dichiara tale. Lo sapevano già coloro che negli anni passati avevano costruito prima Alba, poi Cambiaresipuò e poi ancora L’Altra Europa, escludendo la parola sinistra dal loro logo: non che fossero di destra o di centro, o che rinnegassero i valori storici – quali? – della sinistra, cercavano solo di costruire consenso su altre basi, mettendosi in gioco con proposte e impegni più o meno concreti.

Se ne sono però dimenticati i promotori della lista La sinistra: una lista abborracciata all’ultimo momento dopo molti incomprensibili litigi, andirivieni e veri e propri linciaggi dei propri esponenti.

Ma non fornisce più una rendita di posizione nemmeno chiamarsi Verdi: altra lista abborracciata all’ultimo momento, con pochi agganci con le molte battaglie per l’ambiente (alcune in corso da decenni!) e le recenti mobilitazioni per il clima in campo anche in Italia (esclusi i volantinaggi dell’ultima ora).

L’avanzata dei Verdi in diversi paesi europei non è un riflesso passivo della battaglia ingaggiata da Greta Thunberg; è in larga parte il frutto di un impegno intenso e capillare, per lo meno sul piano informativo e didattico, che in Italia è mancato o è stato del tutto insufficiente e per questo ignorato. Certo, anche grazie al fatto che in nessun altro paese stampa e media sono stati altrettanto compatti contro le tante lotte – anch’esse di valenza generale - per la salvaguardia o la valorizzazione dei territori, come quelle NoTav e NoTap; o altrettanto sordi e ciechi di fronte alle

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Il Consiglio comunale di Milano ha approvato un ordine del giorno che dichiara l’emergenza climatica e ambientale, come hanno già fatto molte municipalità nel Regno Unito, negli Stati uniti, in Australia e Spagna.

Foto stock a tema Extinction Rebellion protest at London Fashion Week, UK - 17 Feb 2019

 

E’ una importante vittoria del movimento Fridays for future che da tempo si batte per imporre questo passo. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo il mare. Ovunque. Per questo è opportuno sottoporre quella dichiarazione alla prova delle regole fissate da Extinction Rebellion, il movimento che ha imposto l’emergenza climatica e ambientale al Parlamento britannico.

Sono solo tre frasi: Dite la verità (Tell the truth), Agite subito (Act now), Convocate le assemblee (Call assemblies). 

Dite la verità: cioè dite che abbiamo solo più dodici anni per arrestare, con il concorso di tutti, una catastrofe planetaria e i danni prodotti in due secoli; danni che riguardano sia il cielo (quello che succede al clima) che la Terra (il suo avvelenamento e la scomparsa di un milione di specie, vitali per la rigenerazione degli ecosistemi). E’ una verità che la politica, il mondo imprenditoriale e manageriale e gran parte di quello accademico hanno nascosto o ignorato per anni. Ma che ora dovrebbe obbligare quei signori a far le valigie e lasciare i loro posti a chi da anni, o da mesi, o anche solo da settimane, lo grida in tutti i modi. Non lo faranno; ma cominceranno, almeno, a riportare l’attenzione sull’imminenza di quel collasso, passando ai fatti?

Agite subito: cioè indicate ora le cose da fare al più presto e soprattutto le cose da non fare più. Mettere in cantiere nuovi progetti richiede tempo (anche se la rapida mobilitazione dell’apparato industriale degli Stati uniti per far fronte alla Seconda guerra mondiale è un buon precedente); ma stoppare progetti e programmi devastanti si può fare subito, affrontando poi con calma e rigore le conseguenze legali e occupazionali e le esigenze di servizi sostitutivi. Quindi, vanno bloccati subito progetti come Tap e Tempa Rossa (perché aggiungere altro gas e petrolio a quello che dovremo eliminare tra poco?), gli inutili Tav Torino-Lione e Terzo valico e le nuove autostrade, i nuovi aeroporti, le nuove costruzioni su suoli agricoli (e, ovviamente, le armi). Qualcosa in contrario? Inseriteli nello scenario dei prossimi trent’anni, cosa che nessuna analisi costi-benefici ha mai nemmeno provato a fare… Se non si ritiene necessario bloccare quei progetti è ipocrita fingere di condividere le parole di Greta. Poi, per quanto riguarda Milano, la città che ha dichiarato l’emergenza, vanno abbandonati progetti come Olimpiadi, riapertura dei Navigli, nuovo stadio, cementificazione dell’ippodromo e degli scali (destinandoli a verde e orti urbani); e occorre realizzate nel giro di pochi anni “bazzecole” come la chiusura di tutte le centrali termoelettriche che alimentano la città e il divieto di accesso a tutte le auto non condivise e non di servizio, sia convenzionali che elettriche. Solo a dirle, fanno tremare le vene ai polsi; ma non siamo forse in guerra contro un “sistema” che altrimenti ci porta al collasso? Quanto a ciò che una città dovrebbe mettere in cantiere, eccone un breve e provvisorio elenco: solarizzazione termica e fotovoltaica di tutti i tetti esposti, coibentazione di tutti gli edifici e installazione generalizzata di pompe di calore in tutta la città; istituzione rapida di team misti di tecnici per check-up, progettazione e individuazione – gratuite - dei costi e delle soluzioni finanziarie. Trasporto urbano di linea potenziato e gratuito (la capacità dei mezzi esistenti e futuri raddoppia, e i costi diminuiscono, se si liberano le strade da traffico e parcheggio delle auto private) e istituzione di servizi a chiamata di trasporto condiviso di passeggeri e merci; promozione della conversione a colture ecologiche del territorio periurbano e campagne a sostegno di diete ecocompatibili; disincentivazione di vacanze e trasferte in aereo. Sono solo esempi per dare l’idea della dimensione delle cose da fare. Fondi e credito necessari dovranno essere rivendicati, a livello nazionale ed europeo, proprio in nome dell’emergenza; ben sapendo che in progetti come questi ci sarà lavoro per tutti, nativi e migranti, a tutti i livelli di specializzazione. Riusciranno i nostri eroi a realizzare in tempi stretti tutte (o quasi) queste misure? 

Convocate le assemblee: la conversione ecologica non può farsi senza coinvolgere la popolazione, sia come lavoratori che come utenti e contribuenti. Spetta a noi garantire che la giustizia ambientale sia anche giustizia sociale. Le assemblee locali e settoriali convocate dalle autorità in carica - Comuni, Municipi, Città metropolitane, Governi nazionali Unione europea - avranno una partecipazione tanto più larga, continua e articolata quanto più ampi saranno i temi sottoposti a consultazione e deliberazione. Ma esse promuoveranno anche una conflittualità con i poteri costituiti tanto più intensa quanto più le scelte da effettuare ne minano gli interessi o richiedono misure onerose; il cui costo non deve ricadere sulla generalità dei cittadini o su chi dovrà cambiare lavoro. Sarà comunque il rapido peggioramento del clima a spingere alla partecipazione e al conflitto sempre più persone; se sapremo raccogliere le loro preoccupazioni. Quelle assemblee dovranno essere un embrione di democrazia partecipata – da affiancare, e non da contrapporre, a quella rappresentativa – ma anche uno strumento di autoformazione: nessuno di noi, per ora, sa esattamente quello che bisogna fare o non fare più nel quartiere, nella scuola, nel condominio, nell’azienda in cui vive o lavora. Non se ne è mai parlato. Ma per non subire passivamente le catastrofi in cui rischiamo di incorrere quelle domande devono diventare l’oggetto di un reciproco e continuo interrogarsi: è la base di una cultura adeguata ai tempi, di una società più democratica, di un confronto alla pari che restituisca senso e autostima alla vita di tutti.

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