Mercati «Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali
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La Borsa di New York – (AP Photo/Seth Wenig)
«Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali.
Il gioco di moda tra gli speculatori, infatti, è la scommessa sulle conseguenze per i mercati dell’incendio della guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran.
L’azzardo che va per la maggiore riguarda la scelta del momento perfetto per realizzare le cosiddette vendite «allo scoperto». Queste operazioni consistono nel farsi prestare azioni, venderle quando i prezzi sono ancora relativamente alti, quindi attendere il crollo, ricomprarle a prezzi stracciati, restituirle ai prestatori e tenersi la differenza tra valore di vendita e di acquisto.
Dalla puntata di George Soros contro la sterlina fino alla scommessa di Bill Ackman sulla crisi pandemica, simili giochi «ribassisti» possono fruttare svariati miliardi in poche manciate di giorni.
L’aumento del prezzo del petrolio è una delle variabili chiave della partita. Per adesso il brent fa registrare incrementi fino al 50 percento. Già spaventano, eppure gli analisti li reputano ancora «moderati», per ragioni storiche: dalla prima guerra del Golfo del 1990 alla guerra in Ucraina del 2022, gli aumenti del greggio causati da conflitti militari sono stati spesso superiori.
La durata e l’estensione della guerra, da questo punto di vista, diventano cruciali. Il «geopolitical index», l’indice di rischio geopolitico più noto tra gli investitori, si era assestato negli ultimi tempi sopra i 100 punti. Ma gli sguardi sono ora focalizzati sul prossimo aggiornamento.
L’aggressione israelo-americana all’Iran potrebbe far schizzare l’indicatore ben oltre il picco di 167 punti successivo all’attacco russo all’Ucraina. Per gli operatori sui mercati, sarebbe un segnale rilevante per dare libero sfogo alle vendite.
Del resto, la voglia di scatenare le scommesse al ribasso monta da un pezzo, da ben prima che Stati uniti e Israele facessero fuoco sull’Iran.
Il motivo è presto detto. Come ammesso anche dal Fondo Monetario Internazionale, gli indici di Wall Street sono da tempo sopravvalutati. Il rapporto tra prezzi delle azioni e dividendi effettivi è ormai più che doppio rispetto alle medie storiche.
Una tale crescita dei prezzi azionari è dovuta al lungo periodo di euforia intorno alle magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale. Per anni, mandrie di investitori più o meno inconsapevoli hanno comprato azioni a prezzi favolosi, convinte che l’Ai avrebbe presto o tardi fatto esplodere anche i dividendi. Siamo così arrivati a prezzi azionari fino a ottanta volte più grandi dei dividendi effettivamente erogati. Col risultato che, al momento, una massa di azioni conferisce rendimenti percentuali persino inferiori ai titoli di stato.
Adesso, però, si diffonde il sospetto che il boom dei dividendi atteso dall’intelligenza artificiale si rivelerà molto inferiore a quello annunciato. In altre parole, fa proseliti una tesi revisionista: il mercato è gonfiato da una gigantesca «bolla» speculativa, che anche un piccolo spillo potrebbe far esplodere.
Ebbene, la guerra contro l’Iran è uno spillo enorme, specie se dura a lungo. Potrebbe esser l’occasione per sprigionare le energie represse degli speculatori al ribasso. E far crollare i valori di mercato.
Chiaramente, la presidenza Trump farà di tutto per scongiurare un crollo di borsa. Dopo avere attaccato la corte suprema e il congresso, tornerà alla carica contro la banca centrale per esigere credito facile e abbondante, per tutti i «rialzisti» di buona volontà che vorranno continuare a gonfiare la bolla dei prezzi azionari.
Nella crisi dell’impero, il gioco di scommesse da finanziario dunque si estende, diventa politico e poi addirittura costituzionale: mettere sul piatto tutto, anche i tradizionali contro-poteri della democrazia liberale, pur di perpetuare l’equilibrismo dell’America sul filo della storia, tra consenso interno ed egemonia esterna.
L’esito finale del feroce casinò non è ancora scritto. Ma lo spillone dell’aggressione all’Iran aumenta di giorno in giorno la probabilità di una nuova fiammata «stagflattiva», un ritorno perverso di disoccupazione e inflazione. Per vie dirette o traverse, il conto della guerra capitalista sarà a carico del lavoro.
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Una riflessione sull'attacco israeliano-statunitense all'Iran, che volentieri pubblichiamo
...il senso di impotenza e la rabbia provata da tutti noi, di fronte all’ennesimo crimine dell’asse imperialista e colonialista israeliano-statunitense.
Nel fermo immagine del video diffuso dal Dipartimento della guerra Usa, il momento dell’attacco alla fregata iraniana Dena
Ho fissato per almeno un paio d’ore il documento bianco cercando di formulare, attraverso precise parole, i miei pensieri con chiarezza e alla fine ho capito che era un esercizio inutile, perché non sarei riuscito con le riformulazioni a comunicare quello che stiamo pensando tutti, non sarebbe servito a niente edulcorare la delusione, il senso di impotenza e la rabbia provata da tutti noi, di fronte all’ennesimo crimine dell’asse imperialista e colonialista israeliano-statunitense.
Rabbia e impotenza che scaturiscono direttamente dalla crisi dell’ordinamento internazionale e del suo diritto, ma sono amplificate dalla amara consapevolezza che questa guerra non era inaspettata e probabilmente non era evitabile.
Non era evitabile perché il problema non sono Netanyahu, Trump, non era nemmeno Khamenei o il regime di ayatollah, ma era e continua ad essere il nostro sistema sociale ed economico, cioè il neoliberismo, il capitalismo nella sua più spietata e sregolata versione.
Come può infatti, un sistema che non concepisce alcuna opposizione, che non conosce altro linguaggio se non quello della prevaricazione e del dominio evitare la guerra?
Impossibile, è nella sua natura, così come lo sono l’imperialismo americano e il colonialismo israeliano.
Il 28 febbraio del 2026 non è cominciata una “guerra di liberazione” o una operazione di “cambio di regime” né tantomeno una operazione “anti-terrorismo”, ma un’operazione illegale, criminale, fuori da una qualsiasi logica del diritto e da una qualsiasi logica di autodeterminazione dei popoli. La scusante, prontamente smentita proprio dall’AIEA e per assurdo anche dall’intelligence americana, è stata quella di impedire all’Iran di ottenere l’arma atomica e di aiutare la popolazione iraniana a liberarsi dalle grinfie di un orrido regime teocratico.
Un esplosione sui cieli di Teheran – Ap
Qualcosa non torna vero?
Esatto, non torna proprio niente nella narrazione di questo conflitto e di come esso viene presentato e con questo comunicato si vuole smentire punto per punto tutte le bugie che ci stanno venendo vendute come verità assolute e non contestabili.
Pur avendo già smentito (ci hanno pensato in realtà gli stessi americani) la narrativa dell’intervento preventivo per impedire l’acquisizione di un’arma atomica iraniana, occorre comunque sottolineare la falsità di tale giustificazione, limitandoci a far presente che Netanyahu ripete ininterrottamente dal 1982 che l’Iran è a settimane dall’ottenere un’arma atomica.
Arma che, ad oggi, non si è ancora vista, mentre sappiamo per certo che Israele possiede un arsenale nucleare, del quale nega con ostinazione l’esistenza.
Passiamo ora alla “guerra di liberazione” e al “regime change”.
Una guerra (noi italiani avremmo dovuto sforzarci di affrontare la nostra Liberazione con maggiore consapevolezza) può essere definita di “Liberazione” solo in due casistiche: quando il popolo oppresso insorge contro l’occupante, oppure, come nel caso italiano, attraverso una guerra civile.
In entrambi i casi si tratta quindi di un processo di autodeterminazione dei popoli, un principio cardine della millantata superiorità morale dell’Occidente.
Nella guerra in Medio Oriente invece, non c’è nulla di tutto questo, ma solo una aggressione militare, mascherata con codardia come un’operazione umanitaria e di polizia internazionale, analogamente a quanto successo con la guerra in Iraq.
Se si voleva veramente buttare giù il regime, bisognava dare gli strumenti al popolo iraniano per autodeterminarsi, che non significa abbandonarlo al proprio destino, ma sostenere insurrezioni e rivoluzioni senza avere logiche di dominio coloniale, bensì farlo solamente perché si crede nella libertà e nella giustizia, nella fratellanza tra popoli.
Ma Stati Uniti e Israele non potranno mai comprendere questi principi, sono mossi solamente dallo spirito capitalista, neoliberista, imperialista e colonialista dove la libertà è garantita solo se lo schiavo obbedisce al padrone.
Arriviamo infine alla “guerra al terrorismo”, dove l’ipocrisia occidentale tocca dei picchi ineguagliabili, perché l’unico terrorismo islamico esistente è quello sunnita, finanziato dall’Arabia Saudita in primis (qualche politico italiano dovrebbe quindi riconsiderare a chi stringere le mani).
L’Isis, Al-Qaeda, i talebani… sono tutti gruppi terroristici di matrice sunnita e sono gli unici responsabili degli attacchi terroristici islamici in Europa e nel mondo, eppure l’Occidente e il nostro governo marciano su questa propaganda, rifilando ai cittadini attraverso i media e le istituzioni una marea di bugie.
La nostra ipocrisia sul terrorismo è talmente patologica, che abbiamo accettato come presidente della Siria Al-Jolani, un ex terrorista dell’Isis!
È bastato il benestare di Donald Trump, una giacca con la cravatta per trasformare nella narrazione collettiva un terrorista in un fine statista.
Ma d’altronde non ci si può sottrarre alle richieste del padrone, bisogna essere veramente dei patrioti per farlo, a differenza nostra (vedasi la Spagna).
Il nostro governo dei millantanti sovranisti si è, come volevasi dimostrare, riconfermato ridicolo nella comunicazione con la popolazione e con gli “alleati” grazie a quello spettacolo vergognoso che è stato la il caso Crosetto, nell’assunzione delle proprie responsabilità attraverso l’assenza ingiustificabile di Giorgia Meloni durante l’informativa di Tajani e Crosetto, nella quale tra l’altro annunciavano l’ennesima violazione della Costituzione, informando che si sarebbero rispettati gli accordi bilaterali sull’utilizzo statunitense delle basi militari in Italia, in aperta violazione con l’articolo 11.
Non solo il governo ci ha comunicato di essere sottomesso al padrone, ma ce l’ha detto con disprezzo nei nostri confronti, attraverso le risate infantili di Tajani durante gli interventi delle opposizioni.
Ma quelle risate sprezzanti nascondono a malapena la realtà dei fatti: nell’incapacità di condannare apertamente l’aggressione statunitense e israeliana e nella obbedienza incondizionata al padrone, i castelli di carta della propaganda di destra crollano.
Con la complicità italiana, infatti, i “sovranisti” accettano il fatto che l’immigrazione clandestina aumenterà in maniera strutturale a causa di un Medio Oriente in fiamme, narrando una inesistente guerra al terrorismo che rischia di esporre la popolazione italiana ad un reale rischio di ritorsione.
Ma soprattutto, ed è questa la cosa intollerabile, si macchiano ancora una volta le mani di sangue innocente accettando di fare diventare l’Italia il megafono della propaganda imperialista e genocida e fedele scudiera degli Usa e di Israele, dimostrando così un doppiopesismo indecente tra la guerra russo-ucraina e il genocidio a Gaza e la guerra in Medio Oriente.
E noi, donne e uomini di sinistra questo non lo possiamo tollerare: non si può accettare che il governo sostenga che gli Stati Uniti e Israele stanno liberando l’Iran quando è palese che stiano puntando alle risorse energetiche e al collasso dell’unico attore regionale che ostacola il disegno di dominio regionale israeliano.
Quale liberatore uccide più di mille civili in sei giorni di bombardamenti e 165 bambine in una scuola!
La preparazione in terra delle fosse per le salme delle 165 bambine iraniane
Che liberatori possono essere un pedofilo narcisista con tendenze assolutistiche e un criminale a guida di uno Stato genocida e colonialista!
No, assolutamente no, nulla giustificherà un crimine del genere, non ci faremo vendere che la legge del più forte è la giustizia, non legittimeremo delle aggressioni mascherate da operazioni di polizia internazionale, non tollereremo nessun crimine contro l’umanità e nessuna violazione della nostra Costituzione!
Noi non saremo complici di due Stati terroristi!
Noi crediamo nella Costituzione italiana, nella fratellanza tra i popoli, nella giustizia sociale, nella libertà e nei diritti umani, nell’autodeterminazione dei popoli, nel ripudio di ogni ingiustizia di questo pianeta, nel ripudio del colonialismo, dell’imperialismo, del fanatismo neoliberista e religioso.
Ed è proprio per questo che non è stato necessario specificare una sola volta nel corso del comunicato che siamo contrari al regime iraniano, a differenza di certi esponenti delle opposizioni, proprio perché noi rifiutiamo ogni logica di dominio, di qualsiasi tipo!
E questo, significa essere patrioti, significa essere internazionalisti: significa essere di sinistra.
Non abbasseremo mai il capo di fronte all’ingiustizia, non permetteremo che il mondo rimanga nelle mani degli assassini.
Ora e per sempre, Resistenza.
Donna vita libertà Oggi in piazza, nelle piazze, corpi indocili e non irregimentati ripeteranno l’ovvio e l’indicibile, perché i “mostri” che turbano il sonno vanno nominati e guardati in faccia alla luce del sole
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Manifestazione di "Non una di meno", 8 marzo 2025 – ANSA/ANGELO CARCONI
Chi oggi sarà in piazza a Roma, e in tante altre piazze, ripeterà allo sfinimento concetti che dovrebbero essere assodati. Come quello che il sesso senza consenso libero e attuale si chiama in un solo modo: stupro. Mentre su questo otto marzo un’altra guerra si abbatte, forsennata: più che illegale, criminale. Si esaltano i dominatori globali e a loro volta esaltano schiere di tifosi che sempre forsennatamente sui fondali degli studi tv aggiungono mappe a mappe.
E terre, confini, mari, geolocalizzazioni, arsenali, avanzamenti e arretramenti e ora altri missili che frullano impazziti. Che bello giocare ai soldatini e chiamarla «geopolitica» dandosi un tono e azzannando chiunque obietti, dubiti, azzardi alternative. «Sembra quasi un videogioco, solo così forse si può spiegare la mancanza di reazione a una guerra devastante», scriveva l’altro giorno Giuliana Sgrena.
I corpi morti, dilaniati, mutilati sono lasciati il più possibile fuori dall’inquadratura ma comunque considerati costi infinitamente inferiori ai benefici e anzi ormai non sono nemmeno più un costo, vengono contabilizzati nell’unico lato del foglio.
O asetticamente catalogati in milioni di files, corpi di donne, di bambine, disincarnati in un database alla voce “scandalo sessuale”, roba da gossip a luci rosse, non quell’abisso dell’umanità che iscrive il potere maschile nell’attrazione di un vortice mortifero, anche questo esaltante. Il potere di maschi potenti che si inebriano infierendo su corpi disarmati.
E poi studi e sondaggi si susseguono per spiegare l’aumento dell’ansia oppure della violenza tra ragazze e ragazzi: sarà colpa del Covid, del telefonino, del traffico? Nel dubbio, c’è sempre un decreto a portata di mano per tentare di renderle tutte e tutti inoffensivi, magari in galera.
Oggi in piazza, nelle piazze, corpi indocili e non irregimentati ripeteranno l’ovvio e l’indicibile, perché i “mostri” che turbano il sonno vanno nominati e guardati in faccia alla luce del sole. Anche per chi non li vuole guardare. Un po’ di pacifico “terrorismo” per non rassegnarsi all’abisso.
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Il prezzo del gas Costa moltissimo e inquina anche di più a causa della tecnica estrattiva (fracking), ma adesso è il protagonista del mercato mondiale degli idrocarburi. E l’Europa ci si è legata mani e piedi
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Una nave cisterna di Gpl statunitense in viaggio verso il porto di Anversa – foto Ap
Dietro le quinte della propaganda, il conflitto appare spesso più redditizio della pace: basta scavare sotto la superficie dei pretesti etici o religiosi per veder emergere una contabilità spietata, dove il tornaconto economico di pochi si nutre del sacrificio dei più poveri. In questo scacchiere di interessi, una parola chiave domina le analisi degli esperti e i mercati globali in questi giorni: il Gnl.
Ovvero il gas naturale liquefatto. È il comune gas metano che usiamo per cucinare, scaldarci e produrre energia elettrica, ma trasformato in liquido attraverso un processo di raffreddamento estremo a -162°C. Questa tecnologia permette di ridurne il volume di ben 600 volte, rendendolo trasportabile su enormi navi cisterna invece che attraverso i classici gasdotti. È una risorsa strategica che garantisce flessibilità ai paesi importatori, permettendo loro di cambiare fornitore con un semplice viaggio via mare, ma che richiede infrastrutture costose come i rigassificatori per tornare allo stato gassoso prima di entrare nelle reti di trasporto.
L’ATTUALE OFFENSIVA militare, che ha già colpito i vertici della Repubblica islamica e causato la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha fatto schizzare il prezzo di questa risorsa vitale. Il 2 marzo il prezzo dell’indice Ttf (acronimo di Title transfer facility – ovvero il mercato di riferimento per lo scambio del gas naturale in Europa. Sebbene si trovi fisicamente in Olanda, il suo prezzo determina quanto paghiamo il gas in bolletta anche in Italia) è salito quasi del 50% in poche ore dopo l’apertura del mercato. La chiusura delle infrastrutture produttive e il blocco delle rotte marittime non sono dunque solo danni collaterali, ma elementi di una partita economica globale dove la sicurezza energetica dell’Occidente e il controllo dei flussi di gas si intrecciano indissolubilmente con il fragore delle bombe.
Tutto ha inizio nei primi anni 2000. Fino ad allora, gli Stati Uniti temevano una carenza di gas e stavano costruendo terminali per importare gas naturale liquido. Il vero punto di svolta è stato imparare a estrarre il gas intrappolato dentro rocce durissime. Gli americani hanno perfezionato una tecnica che permette alla trivella di curvare sottoterra e muoversi di lato per chilometri, seguendo lo strato di roccia. Una volta posizionata, viene iniettata acqua ad altissima pressione che spacca la pietra, creando piccole crepe da cui il gas può finalmente uscire e risalire in superficie. Questa innovazione, il fracking, ha trasformato gli Stati Uniti da acquirenti a primo produttore mondiale di gas naturale. In pochi anni, la produzione domestica è esplosa e i prezzi del gas negli Stati Uniti sono crollati. L’ascesa degli Stati Uniti da importatore a esportatore dominante del mercato globale del Gnl è uno dei cambiamenti più rapidi e radicali nella storia dell’energia.
A QUESTO PUNTO, con un surplus di gas immenso, l’industria americana ha preso una decisione storica: riconvertire i terminal di ricezione in impianti di liquefazione per l’esportazione. Il 24 febbraio 2016, il primo carico di Gnl americano ha lasciato il terminal di Sabine Pass in Louisiana. Tra il 2017 e il 2023, gli investimenti sono passati da pochi miliardi a centinaia di miliardi di dollari. Sono nati terminal enormi come il Corpus Christi, il Freeport e il Cameron Lng. Nel 2023, gli Stati Uniti hanno superato ufficialmente il Qatar e l’Australia, diventando il primo esportatore mondiale di Gnl.
PER DECENNI IL NORD STREAM è stato uno dei cordoni ombelicali tra Russia ed Europa. Attraverso questo gasdotto sottomarino, Mosca vendeva gas a basso costo aggirando Ucraina e Polonia, eliminando così tasse di transito e dispute politiche. Se per il Cremlino era una potente arma di influenza, per la Germania rappresentava la garanzia di energia a basso costo per le proprie industrie. Gli Stati Uniti, tuttavia, si sono sempre opposti all’opera, temendo che l’Europa finisse troppo saldamente nella sfera d’influenza russa.
LA ROTTURA DEI RAPPORTI commerciali per il gas tra Russia e Europa è cominciata con la guerra in Ucraina, ma la situazione è precipitata in particolare da settembre 2022, quando una serie di esplosioni subacquee ha squarciato le tubature, interrompendo per sempre il flusso di gas verso il Vecchio Continente. Sebbene i responsabili restino ufficialmente ignoti, l’effetto è stato immediato: l’Europa ha perso la sua fonte principale di energia, ritrovandosi obbligata a comprare il Gnl americano trasportato via nave a prezzi molto più alti.
In pochissimo tempo, gli Stati Uniti sono diventati il primo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto. Oggi, con le minacce dell’Iran allo Stretto di Hormuz, lo scenario è cambiato ulteriormente. L’America è ormai l’unico “porto sicuro” del gas naturale mondiale: con una produzione interna ai massimi storici, Washington offre una stabilità che né Mosca né Qatar possono più garantire.
Questo assetto sta arricchendo moltissimo l’economia americana. Le massicce esportazioni verso l’Europa hanno abbattuto il deficit commerciale statunitense e attirato miliardi di dollari in nuovi terminali nel Golfo del Messico. Il vantaggio competitivo è enorme: mentre le aziende europee affogano nei costi energetici, le fabbriche negli Stati Uniti pagano il gas pochissimo. Il risultato è una fuga di capitali, con molte imprese europee che scelgono di delocalizzare i propri impianti oltreoceano.
I CONFLITTI IN UCRAINA e in Iran hanno accelerato la metamorfosi, consacrando gli Stati Uniti come superpotenza energetica assoluta. Se da un lato questo garantisce l’indipendenza dai ricatti russi, dall’altro ha un costo salato: i consumatori europei pagano bollette record, mentre l’energia è diventata estremamente economica in Texas. Se è pur vero che il consolidamento dell’egemonia energetica statunitense non esaurisce le complesse ragioni del disordine mediorientale, resta innegabile che esso rappresenti un formidabile incentivo a preferire le logiche del conflitto a quelle della pace.
* Scrive romanzi, storie brevi, collabora con testate italiane e straniere, ha studiato diritto internazionale alla SOAS di Londra e si occupa di rifugiati da molti anni. E' nata apolide, da padre palestinese e una madre di origini ebraiche
Commenta (0 Commenti)Teheran La candidatura a Guida Suprema di Mojtaba, figlio di Alì Khamenei, è senza precedenti e anzi va anche contro i voleri dei fondatori, in primo luogo dell’imam Khomeini. La formula repubblicana era stata voluta dopo la caduta dello shah nel 1979 proprio per distinguersi dalla monarchia ereditaria dei Palhevi
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Le forze di sicurezza iraniane montano la guardia accanto all'enorme cartellone pubblicitario della Guida Suprema iraniana, l'Ayatollah Ali Khamenei, in piazza Valiasr a Teheran, Iran, 2 marzo 2026 – Epa
Mezzo turbante e mezza corona. Chi pensa a una prossima svolta “moderata” forse non conosce le dinamiche del potere iraniano e quelle che si instaurano in tempo di guerra: in genere portano a una resa dei conti tra i duri e puri, non a discussioni in guanti bianchi. La famiglia rivoluzionaria iraniana stringe i ranghi, si fa dinastia ma perde anche legittimità nel pieno di una guerra che potrebbe esserle fatale. Anche di questo si tiene conto quando il New York Times scrive di possibili trattative dietro le quinte tra Washington e Teheran oppure, al contrario, di destabilizzare il regime usando la minoranza curda.
La candidatura a Guida Suprema di Mojtaba, figlio di Alì Khamenei, è senza precedenti e anzi va anche contro i voleri dei fondatori, in primo luogo dell’imam Khomeini. La formula repubblicana era stata voluta dopo la caduta dello shah nel 1979 proprio per distinguersi dalla monarchia ereditaria dei Palhevi: se è vero che il turbante sostituiva la corona come simbolo del potere questo potere doveva distinguersi nettamente – in apparenza oltre che nella sostanza – da una dinastia che dal popolo e dalle istituzioni non traeva nessuna legittimità.
Ecco il motivo che quasi sempre sfugge quando si parla del regime iraniano: ogni carica di questa repubblica islamica sciita è elettiva.
Il Parlamento, la presidenza le varie assemblee, tra cui quella degli Esperti che elegge sua volta la Guida Suprema, sono il risultato di un voto “popolare”. Poi, naturalmente, le elezioni sono sempre state guidate e pilotate dall’alto, non esistono ufficialmente i partiti e i candidati sono scelti escludendo sistematicamente coloro che contestano il regime, gli oppositori e anche quelli che pure facendo parte del sistema lo vogliono cambiare o soltanto riformare.
Nell’eventuale elezione di Mojtaba l’unico elemento di continuità con la tradizione repubblicana del passato è il turbante nero della Guida, segno distintivo dei seyed, i discendenti dalla famiglia di Maometto. Mentre nel mondo sunnita la legittimità del potere viene dai califfi successori del Profeta, in quello sciita la legittimità deriva dalla famiglia del Profeta. Lo sciisma tra questi due rami dell’Islam si consuma con la battaglia di Kerbala (Iraq) del 680, quando il califfo di Damasco Yazid uccide e fa tagliare la testa a Hussein, figlio di Alì e nipote di Maometto.
Questa separazione tra la Shia (che vuol dire partito) e il sunnismo ha avuto e continua ad avere un grande peso nel mondo musulmano e di riflesso anche in Occidente. Con una considerazione fondamentale: nel mondo sciita iraniano i religiosi non avevano mai avuto il potere politico e lo conquistano soltanto con la rivoluzione khomeinista del 1979.
Uno dei più grandi esperti di sciismo, Henry Corbin, pochi mesi prima della caduta dello shah scrisse su Le Monde che in Iran i religiosi non sarebbero mai andati al potere perché avrebbe prevalso l’ala più “quietista”, ovvero un clero che si era sempre messo d’accordo con il potere laico. Eppure proprio questo clero era stato tra i protagonisti della rivoluzione costituzionale del 1905 e poi si era pronunciato in parte come ostile al presidente laico Mossadeq, defenestrato nel 1953 da un colpo di stato anglo-americano dal forte sentore di petrolio. Queste brevi notazioni per dire che fare previsioni sull’Iran è difficile, anche i più informati rischiano errori marchiani, un monito forse a chi pensa che caduto eventualmente questo regime la strada sia spianata al ritorno di Reza Palhevi o a qualche soluzione all’occidentale.
E qui veniamo al punto essenziale. La candidatura del figlio di Khamenei, la Guida Suprema uccisa sabato, è esattamente il contrario di quanto voluto dalla rivoluzione e dalla repubblica ma è pure assai lontana dalle ali più moderate del potere degli ayatollah. E quando parliamo di moderati in Iran sarebbe più corretto definirli “pragmatici”: la repubblica islamica non è mai stata governata da moderati o da quelli che noi chiamavano riformisti come l’ex presidente Mohammed Khatami, un religioso colto e poliglotta che andò anche in Vaticano da papa Wojtila. I riformisti nella nomenklatura erano comunque coloro che avevano fatto la rivoluzione (oltre che la guerra contro l’Iraq), una rivoluzione che aveva divorato sanguinosamente i suoi figli: dai liberal-nazionalisti al partito comunista Tudeh (un milione di iscritti e che era stato pure al governo con Khomeini), alle varie declinazioni della sinistra religiosa.
E forse saremmo qui a scrivere un storia molto diversa dell’Iran se Saddam Hussein non avesse attaccato, nel settembre 1980, la repubblica islamica. Fu questa guerra, durata otto anni con un milione di morti, a determinare la tenuta della rivoluzione sotto pressione del nemico esterno e a fare leva sul nazionalismo iraniano della popolazione tradizionalmente ostile agli arabi.
Mojtaba è anche il figlio di questa storia, assai vicino ai pasdaran e ai basiji, ovvero all’ala militare e allo stesso tempo ai seminari di Qom ultra conservatori dai quali sarebbe uscita la sua qualifica di ayatollah dalla dubbia solidità accademica. Non ci sono dubbi invece sulla sua immersione totale nei vertici attuali in gran parte in mano alle Guardie della Rivoluzione: quel potere che potrebbe essere più pragmatico del precedente ma forse non meno inflessibile, perché i padroni della repubblica sanno di essere al capitolo decisivo della loro lotta per la sopravvivenza.
Commenta (0 Commenti)Sarà lunga Dal Pakistan all’Africa, cento focolai di guerra si accendono e si possono saldare dopo l’inizio dei bombardamenti di Usa e Israele. Sempre i conflitti partono come «brevi»
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Musulmani sciiti appiaccano un fuoco al cancello del consolato americano a Lahore – Pakistan foto Ap
Appena esci dalla fiction televisiva della Situation room allestita in qualche club di Mar-a-Lago – con cartonato fatto di tende oscuranti, telefoni che squillano e una mappa appesa alle spalle del comandante della beautiful armada – diventa chiaro che l’aggressione di Stati uniti e Israele al regime iraniano sta collegando le fra loro diverse crisi e può far deflagrare più fronti di guerra. Fronti che si estenderanno nella misura in cui questa prima guerra dell’era del Board of peace sarà protratta.
Il ministro della guerra Usa Pete Hegseth parla di Epic fury come di un’operazione che pone fine a 47 anni di guerra contro gli Stati uniti, ma deve ammettere che la distruzione della capacità bellica iraniana non richiederà solo una notte.
Trump dichiara di non voler che la guerra duri troppo a lungo, ma lascia intendere che durerà. Precisa di aver sempre pensato che sarebbe durata quattro settimane, compiacendosi per come «li stiamo distruggendo» in anticipo sui tempi. Hegseth dichiara che non ci saranno truppe sul terreno, Trump non lo esclude. Sottolineano di aver ottenuto «la superiorità aerea», ma sanno bene che questo non ha mai portato al regime change.
Lungo queste spirali contraddittorie la guerra si è già espansa. E non solo a causa del coinvolgimento del Libano: il generale Usa Caine ha già parlato di truppe aggiuntive, di un «maggior impiego dell’aviazione tattica» nel teatro delle operazioni. Sul versante europeo, il Regno unito ha infine concesso le proprie basi agli Usa. Gli inglesi sono stati bersagliati a Cipro, mentre la Francia, colpita ad Abu Dhabi, si dichiara pronta a difendere i Paesi del Golfo. I monarchici iraniani e la leadership israeliana, per parte loro, non paiono interessati a una transizione negoziata a Teheran. L’ex primo ministro Naftali Bennett già definisce la Turchia come il «prossimo Iran», con tutte le implicazioni che derivano designare come nemico un membro della Nato.
A fronte di stock missilistici americani e israeliani che presenterebbero criticità in caso di guerra protratta, gli iraniani sembrano aver imparato qualche lezione nella «guerra dei 12 giorni» dello scorso giugno. Oggi, Russia e Cina sono maggiormente coinvolte rispetto al passato nella fornitura di aiuti, intelligence e dotazioni militari all’Iran.
Il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha esortato gli Stati uniti e Israele a cessare immediatamente le operazioni militari per impedire che il conflitto si estenda all’intera regione mediorientale. Sotto il fuoco della reazione iraniana, i paesi del Golfo si chiedono se gli Usa non abbiano calcolato male, lasciandoli così esposti al fuoco per dare priorità alla protezione delle proprie basi e di Israele. Sono sistematicamente colpiti i più grandi porti, aeroporti e infrastrutture estrattive, con un impatto profondo sull’economia globale.
Ma c’è di più: si stanno delineando possibili saldature con due ampi teatri di crisi: la regione del Mar Rosso/Corno d’Africa e quella afghano-pakistana, dove si combatte già nel bel mezzo del Ramadan. Da giorni, l’esercito di Islamabad colpisce in profondità, da Kandahar fino a Kabul, e i morti si contano a dozzine. I tentativi di Arabia saudita, Qatar e Turchia di allentare le tensioni non hanno prodotto risultati, circostanza che segnala l’assenza di un meccanismo di sicurezza regionale in grado di gestire le crisi. Storicamente vicino alla Cina nella rivalità con l’India, il Pakistan affronta un quadro poco stabile: un’economia debole e un’arena politica polarizzata, come dimostrano i 22 morti negli assalti ai consolati Usa dell’altro ieri.
Nella regione del Mar rosso, la federazione etiope si trova sull’orlo di una guerra civile su più fronti, di tipo jugoslavo. Mentre riceveva il presidente turco Erdogan, il Nobel per la pace Abiy Ahmed ha rilanciato il vecchio tema del nazionalismo etiope: l’uscita dalla «prigione geopolitica» tramite la conquista di un accesso al mare. Ieri Abiy non si è presentato al 130esimo anniversario della «gloriosa vittoria» di Adua contro l’invasore italiano, lasciando il posto al presidente Taye Atske Selassie che ha ribadito la linea espansionista. I centinaia di migliaia di morti, con corollario di stupri, torture e carestia, nella recente guerra contro i separatisti del Tigray potrebbero rivelarsi solo un intermezzo.
Dai giorni della recente visita della premier Meloni, si assiste infatti all’ammassamento di truppe e mezzi pesanti, con proclamazione di allerta generale. Il Fronte di liberazione popolare del Tigray ha condannato questa mobilitazione come una violazione dell’accordo di pace. Anche il movimento Amhara (Fano) e il Fronte di liberazione Oromo si sono mobilitati. Una nuova guerra in etiopia si intreccerebbe con ogni probabilità con la guerra civile sudanese, dove gli Emirati, godendo proprio di appoggi etiopi, sostengono le Rsf. Si riaccenderebbe anche un conflitto diretto tra Etiopia ed Eritrea, e questo potrebbe portare al coinvolgimento più o meno diretto di Egitto, Emirati, Arabia saudita e Israele. La Somalia, che ospita gli F16 turchi, contesta le aspirazioni secessioniste del Somaliland. Quest’ultimo ha ottenuto il riconoscimento della propria indipendenza da parte di Israele. Alla parata militare tenutasi al Cairo a metà febbraio era presente il presidente somalo Hassan Sheikh.
Se si allarga lo sguardo, si vede come prenda forma un allineamento di fatto tra i paesi che puntano alla messa in discussione dello status quo, a partire dai firmatari degli Accordi di Abramo, Israele ed Emirati arabi uniti, e con l’Etiopia revionista in appoggio. Dall’altro lato, si profila un asse sunnita fra i paesi più estesi e popolosi della macroregione, che sono maggiormente interessati allo status quo: Turchia, Pakistan, Arabia Saudita ed Egitto.
Sullo sfondo, c’è la grande questione sciita, dall’Africa all’Afghanistan, che storicamente ha trovato un punto di riferimento nell’Iran degli ayatollah. Quasi tutte le guerre iniziano con l’aspettativa di un successo militare rapido.
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