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QUALITA' DELLA VITA DI BAMBINI, GIOVANI E ANZIANI.
Qualità della vita 2020: la classifica delle province italiane dove si vive  meglio. Bologna la migliore nell'anno del virus | Il Sole 24 ORE
 
“Il Sole24 ore” del 28 giugno, ha pubblicato i dati sulla qualità della vita dei bambini da 0 a10 anni, dei giovani tra i 18 e i 35 anni e degli anziani sopra i 65 anni. I ragazzi dagli 11 ai 17 anni non esistono.
 
Ravenna è prima nella classifica giovani, seconda in quella degli anziani e ottava in quella dei bambini. Il Sindaco di Ravenna, De Pascale, sulla base di quei risultati, esprime soddisfazione. Ovviamente io non contesto i numeri. Ci sono però altri numeri, confrontandosi coi quali, sorge un interrogativo. Nella classifica generale de “Il Sole24 Ore” del 14 dicembre scorso, la quale comprende tutta la popolazione, Ravenna è nella ventiduesima posizione. Nella classifica generale di “ItaliaOggi”, pubblicata il 30 novembre scorso, anch’essa comprendente tutta la popolazione, Ravenna è al cinquantasettesimo posto. Io ritengo più affidabile quest’ultima (vedi allegato), ma facciamo una media tra le due. Siamo intorno al quarantesimo posto. Ora la domanda: se bambini, giovani e anziani stanno molto bene, come stanno i cittadini dagli 11 ai 17 anni e quelli dai 35 anni ai 64? La mia risposta obbligata è: malissimo. In tal caso, meglio abbassare la cresta.
 
Vediamo ora i dati dai quali siamo partiti. Province 107.
 
Bambini.
 
A fronte del primo posto per disponibilità di asili nido, troviamo il cinquantacinquesimo per spazio abitativo, il settantaseiesimo per i delitti denunciati a danno di minori, l’ottantunesimo per la disponibilità di pediatri e il centoquattresimo per affollamento nelle classi delle nostre scuole, le cosiddette classi-pollaio.
 
Giovani.
 
La posizione migliore è la quarta: aree sportive all’aperto (sono compresi anche i beach volley-campi pallavolo in spiaggia ?). Ci sono però anche le seguenti posizioni. Laureati e altri titoli terziari: cinquantaduesima. Tasso di disoccupazione giovanile (18-29 anni): cinquantasettesima. Età media parto: ottantanovesima. Gap affitto tra centro e periferia: centotreesima. Tasso di imprenditorialità giovanile: centocinquesima.
 
Anziani.
 
Primo posto per dotazione infermieristica. Secondo posto per orti urbani. Vediamo le posizioni negative. Consumo farmaci per malattie croniche: quarantesima. Pensioni di basso importo: sessantacinquesima. Disponibilità geriatri: ottantunesima. Mortalità per demenze e malattie del sistema nervoso: ottantaquattresima. Spese per assistenza domiciliare: ottantacinquesima. Si sente la mancanza di almeno due indici: medici di base e situazione delle RSA. Per queste ultime, il covid ha evidenziato le loro gravi lacune e la necessità di un loro superamento, evitando le grinfie della speculazione privata, quale che sia la sua forma.
 
Sulle tre graduatorie, si può osservare che spesso gli indicatori positivi non compensano quelli negativi. Per esempio, la buona disponibilità di asili nido non compensa la carenza di pediatri e l’affollamento delle classi nelle scuole. Anche la graduatoria dei giovani, offre esempi significativi. Guardando la graduatoria degli anziani, ci si chiede: cosa se ne fanno del primo posto per la disponibilità di infermieri, gli anziani bisognosi dell’assistenza geriatrica e dell’assistenza domiciliare, visto che questi due indicatori sono molto negativi?
 
In conclusione. Diamoci una calmata e affrontiamo i molti punti critici.
 
 
 
ALLEGATO.
 
Dalla mia analisi del dicembre 2020. “Lunedì 30 novembre 2020, “ItaliaOggi” ha pubblicato la ventiduesima edizione della Classifica sulla qualità della vita in Italia. Come in tutte le altre edizioni, avrebbe dovuto presentarci la situazione dell’anno precedente, in questo caso, il 2019. Invece sono stati inseriti tre indicatori sul Covid-19, il quale, come è noto, si è sviluppato a partire dall’inizio del 2020. In conseguenza di questa scelta, la classifica generale sulla qualità della vita si presenta sconvolta profondamente, e non rappresenta correttamente la realtà del 2019.
 
Mentre stavo riflettendo su come procedere per articolare e approfondire l’analisi, il 14 dicembre è uscita la trentunesima edizione del Rapporto sulla qualità della vita in Italia, de “Il Sole24Ore”. Questo rapporto è ancora più proiettato sul 2020. Sessanta indicatori su novanta sono aggiornati al 2020. Di questi, venticinque misurano l’impatto dei Covid-19 su economia e società, per cui rappresenta la situazione del 2019 ancor meno del Rapporto di “ItaliaOggi”. Anche per questa ragione, per la mia analisi prendo come base quest’ultimo, senza escludere l’uso di indicatori dell’altro, se utili.
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Piccola evasione fiscale: è reato?
Il Dipartimento delle Finanze, il 27 maggio ha pubblicato i dati dei redditi soggetti all’IRPEF: dichiarazioni del 2020 relative ai redditi del 2019.
 
L’analisi di questi dati è importante, soprattutto in questa occasione, perché sono quelli dell’ultimo anno della lenta ripresa dopo la crisi del 2008, e prima della successiva nuova crisi, iniziata nel 2020, causa Covid.
 
I confronti li faccio con i redditi del 2017, perché lo scorso anno ho saltato il 2018. Eravamo tutti occupati in altri gravi pensieri.
 
In Italia.
 
Inizio brevemente da pochi dati nazionali, per poi scendere fin ai comuni della nostra provincia.
 
Il numero dei contribuenti è stato di 41,5 milioni. Più 300 mila rispetto all’anno di riferimento. Crescita scarsa. Il valore medio dichiarato è di 21.800 euro. E’ aumentato di 1.128 euro, pari al 5,6% i termini monetari. Detratta l’inflazione ufficiale, circa il 2% (di norma minore di quella reale), resta un aumento reale di circa il 3,5%. Si tenga conto però anche del fatto che “continuano, aggravandosi, le restrizioni delle varie componenti dello stato sociale, a seguito delle quali le famiglie devono farsi cari di spese aggiuntive” rispetto al passato.
 
I redditi da lavoro dipendente e da pensione, sono l’83% del totale. Uno per cento in meno.
 
L’incremento del reddito medio da lavoro dipendente, è stato del 2,4%, praticamente azzerato dai fattori sopracitati. Quello da pensione aumenta del 4,9%, soprattutto a seguito del ricambio delle pensioni vecchie con le nuove. Ovviamente, anche in questo caso, l’aumento è decurtato in parte dai fattori sopracitati, spesso più pesanti per gli anziani.
 
Ora vediamo i Comuni della nostra Provincia.
 
Variazione percentuale reddito medio per dichiarante reddito imponibile. In tutti i comuni è aumentato.
 
Sant’Agata, 5,7. Solarolo, 5,4. Cervia, 5,3. Bagnacavallo, Castel  Bolognese e Cotignola, 5,2. Brisighella, 4,9. Russi, 4,4. Faenza, 4,3. Bagnara, 4,2. Massa, 4,1. Lugo, 3,8. Alfonsine e Riolo, 3,7. Conselice, 3,2. Ravenna, 3,0. Fusignano, 2,7. Casola, 2,3. Ripeto che tutte le percentuali devono essere abbassate dei due punti dell’inflazione. Si deve tenere pure conto delle spese aggiuntive di cui sopra.
 
La classifica, in ordine decrescente, del livello medio per dichiarazione, che offre un quadro della distribuzione dei redditi IRPEF nei nostri comuni, è la seguente.
 
Saldamente in testa, due piccoli comuni di pianura: Bagnara e Sant’Agata. Seguono i tre capoluoghi di comprensorio: Ravenna, Lugo e Faenza, che sfiorano la media dei 22 mila euro. Poi Cotignola e Castel Bolognese, che superano i 21 mila euro. Conselice, Alfonsine e Riolo, sfiorano i 20 mila. Superano i 19 mila, Solarolo, Brisighella, Massa e Fusignano. Ultimo Casola, con 18.323 e penultimo Cervia, con 18.558. Il comune di Cervia, nonostante sia avanzato di una posizione, presenta numeri che suscitano interrogativi. E’ stato scritto, da qualche parte, che le basse cifre di Cervia, evidentemente sono dovute “… ad un’economia basata molto sugli impieghi stagionali. Le paghe dei dipendenti cervesi portano ad un abbassamento della media dell’intero comune  …  “. Ebbene, questo fattore indubbiamente esiste, ma probabilmente non spiega tutto.
 
La nostra Provincia.
 
La media della nostra Provincia è di 21.170 euro. Più 3,8%. In proposito restano valide le puntualizzazioni precedenti.
 
Nella nostra Regione.
 
La graduatoria, in ordine decrescente è questa: Bologna; Parma; Modena; Piacenza; Reggio Emilia; Ferrara; Ravenna; Cesena; Forlì; Rimini. I quattro capoluoghi romagnoli sono distanziati dagli altri di alcune migliaia di euro. Per Rimini, vale lo stesso discorso fatto per Cervia. Sono convinto che questa differenza negativa non dipenda dalla Regione “matrigna”, ma prevalentemente dalla posizione geografica. Sia chiaro, personalmente, sono fortemente critico nei confronti della nostra Regione su altro, in particolare sui temi ambientali, sul consumo di terreno agricolo, sull’autonomia differenziata. In proposito voglio aggiungere una riflessione. L’Emilia-Romagna è parte della Valle Padana, la quale è una delle aree più industrializzate d’Europa, per le sue particolari caratteristiche. Ebbene, chi, tra i responsabili delle Istituzioni si vanta della solidità e dell’alto livello della nostra struttura produttiva, trascura il fatto che la nostra medaglia ha due facce diverse tra loro: una è quella di cui sopra, e l’altra è che la Valle Padana è una delle aree d’Europa con l’aria più inquinata. In certe giornate di sole, dalle nostre colline si vede la neve dei monti Lessini delle Alpi, mentre la pianura resta invisibile, coperta da una cappa inquinata.
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L'ex Ilva

I gorghi della giustizia penale e amministrativa si stanno ingoiando quel che resta del più grande impianto siderurgico d’Europa. Una tempesta perfetta, una sequenza che restituisce un clima. Una percezione del tempo degna della migliore filmografia: da “Il giorno della marmotta” al più recente “È già ieri”.

È come se un algoritmo, un’intelligenza artificiale, ci avesse catapultati in uno di quei videogiochi in cui all’inizio ti compare davanti un mostro alieno, lo abbatti, stai per rilassarti, ma ecco che ti compare davanti un altro terribile mostro, abbatti anche quello, ma non fai in tempo a gioire per la vittoria che ne arriva un terzo, ancora più terribile dei primi due.  E i “mostri” non hanno identità riconoscibili, così come rischiano di non averne più i protagonisti nella vita reale.

L’”inquinamento” e i “veleni” non si fermano alla bocca degli altoforni. Corruzione diffusa, accuse incrociate, magistrati coinvolti, arresti “eccellenti”. A Taranto non fonde solo l’acciaio: “Anche lo Stato si è liquefatto negli altoforni” ha scritto Gad Lerner.

E così assistiamo allo spettacolo di ministri, ex ministri, sottosegretari ed istituzioni locali che agitano i problemi invece di contribuire a risolverli; al proliferare di dichiarazioni che nella loro irresponsabilità vanno ad alimentare il vasto repertorio della comicità involontaria e inconsapevole. Com’è possibile che dopo il danno di “un’alternativa esistenziale inaccettabile” consumata tra salute e lavoro, tutto ciò che il Paese prospetta, non solo a Taranto ma a sé stesso, sia una beffa insopportabile?

Sì, una beffa e una “diserzione” irresponsabile. Oggi che dal punto di vista degli investimenti e delle convenienze di mercato (dal versante delle tecnologie è già tutto disponibile da tempo) è possibile rendere sostenibili quelle produzioni, si agita l’illusione della “liberazione dal mostro”. Perché convenienza di mercato? Perché gli obiettivi di decarbonizzazione in Europa e, soprattutto, le dinamiche di prezzo dei certificati ETS (emettere una tonnellata di CO2 costa oggi tra 43 e 45 euro) spingono in tutta Europa la transizione dalla produzione a ciclo integrale a quella da forno elettrico alimentato a preridotto.

Ma una transizione ha bisogno di tempo, non di illusioni. C’è una “questione siderurgica” che non può non essere parte di una strategia europea che guarda alle “next generation” e al dovere di indicare loro, non una scorciatoia, ma la faticosa strada di una riconciliazione tra diritti costituzionalmente tutelati come la salute e il lavoro.

C’è bisogno di una strumentazione di politiche attive del lavoro, di ammortizzatori sociali, a livello comunitario, paragonabile da quella che fu adottata dagli anni ’80 con il “Piano Davignon”.

Chi pensa alla “liberazione dal mostro” non sa, o fa finta di non sapere, di allevarsene in casa uno ancora peggiore: la deindustrializzazione e l’inquinamento permanente di quelle aree.

“Qui a Taranto nulla ha più senso…”: bisogna non arrendersi, bisogna dare a Taranto il senso di una transizione che non riguarda una terra desolata del Sud ma il “cuore” e le prospettive della moderna industria europea.

L’autore è Segretario naz. Fiom-Cgil

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Acqua bene comune. Esponenti storici e più recenti dell'ambientalismo, della sinistra non rassegnata, sindacalisti e esponenti dell'associazionismo più vario si unirono nella consapevolezza che non si poteva fare passare impunemente il capovolgimento della volontà popolare, anche se erano passati più di 2 decenni e non erano pochi quelli che avrebbero preferito abbozzare

 

La vittoria dei referendum del 2011 per l’acqua bene comune e contro il nucleare è importante sia perché le sfide vanno affrontate, sia perché ci fu una mobilitazione eccezionale. Che capovolse le previsioni nefaste basate sui referendum falliti nei 2 decenni precedenti, dopo la vittoria del 1987 contro il nucleare.

L’acqua bene comune aveva un radicamento e un lavoro di anni di preparazione. Il No al nucleare ha dovuto decidere con grande rapidità, perché fu il governo Berlusconi, insediato nel 2008 con un margine di maggioranza di quasi 100 deputati e 50 senatori, a tentare il colpaccio del ritorno al nucleare, malgrado il No all’80 % nel referendum del 1987 ne avesse decretato la fine.

Esponenti storici e più recenti dell’ambientalismo, della sinistra non rassegnata, sindacalisti e esponenti dell’associazionismo più vario si unirono nella consapevolezza che non si poteva fare passare impunemente il capovolgimento della volontà popolare, anche se erano passati più di 2 decenni e non erano pochi quelli che avrebbero preferito abbozzare. Quindi occorreva sfidare Berlusconi e Scaiola in un nuovo referendum contro il nucleare. Unico modo per fermare una macchina affaristica e politica che sembrava ormai inarrestabile.

Così fu. Si arrivò al referendum sul nucleare, visto all’inizio da alcuni come un disturbo a da altri perso in partenza. Di Pietro organizzò la raccolta delle firme necessarie, pur avendo concordato con le 5 associazioni ambientaliste dell’epoca di non fare fughe solitarie. Non era un estraneo, era l’alleato scelto da Veltroni nel 2008. Perfino il quesito fu concordato con la supervisione del mai abbastanza rimpianto Gianni Ferrara.etro capì rapidamente che un conto era raccogliere le firme, altro era vincere il referendum e convenne di lasciarsi alle spalle le polemiche per convergere nella campagna referendaria sul No al nucleare.

Il presidente di Lega Ambiente fu indicato dalle associazioni ambientaliste come riferimento per realizzare questa convergenza, per fare vincere il No. Il coinvolgimento di esponenti dell’ambientalismo fu enorme, esperti di vario tipo si mobilitarono (Giorgio Parisi grande fisico, Umberto Guidoni primo astronauta italiano) portando un contributo di argomenti e di idee formidabile. La mobilitazione crebbe in svariati ambienti. Anche in quelli che nel referendum dell’87 non si erano mobilitati.

Il contributo di una parte importante del sindacato fu la grande novità, non l’unica. La sinistra tentennò a lungo, non era convinta, non credeva fosse possibile vincere e comunque il rapporto con lo strumento referendum è sempre stato controverso. Eppure come dimenticare l’importanza civile, culturale e politica dei referendum sul divorzio, sull’aborto. Il referendum è uno strumento di cui non abusare, come hanno imparato i radicali, ma quando c’è occorre schierarsi.

Ad esempio sui 6 referendum sulla giustizia promossi dalla Lega e dai radicali non si può restare a guardare, occorre schierarsi per il No senza ambiguità perché al centro c’è l’autonomia della magistratura. Certo la magistratura è in crisi, riforme sono necessarie, ma se passano i referendum la sua autonomia sarà travolta e l’assetto democratico dell’Italia potrebbe entrare in affanno.

Le sinistre sbagliarono perché non entrarono con la necessaria decisione nella campagna referendaria del 2011, in cui l’imputato era il governo Berlusconi, e ancora di più perché non hanno risposto alle attese dopo la vittoria, lasciandosi influenzare da un lobbismo che punta, ne ha scritto Marco Bersani sulle pagine de il manifesto, a quotare in borsa l’acqua bene comune.  Ne ha approfittato chi del rapporto con i movimenti ha fatto la ragione della sua avanzata travolgente.

Il Movimento 5 Stelle ha avuto un risultato importante nelle elezioni del 2013 perché si è attribuito ruoli che altri non hanno saputo rivendicare, finendo con il lasciare orfana una mobilitazione di milioni di persone senza riferimenti adeguati a sinistra. Qui ha messo radici né di destra né di sinistra. Le sinistre debbono re-imparare a scegliere sulla base dei loro valori senza avere timori della mobilitazione di massa, che non è un pranzo di gala ma consente di premere per svolte o impedire sfondamenti.

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Stresa-Mottarone © ANSA

Riferendomi ai soli ultimi episodi delle grandi disgrazie nel nostro paese, una rappresentanza politica di sinistra che volesse essere tale dovrebbe attaccare senza remore, senza riflettere, senza misura contro le privatizzazioni. L'abbiamo visto bene con il covid cosa ha voluto dire aver privatizzato la sanità in termini di riduzione del servizio di cura.

Il privato, l'imprenditore pensa solo ai suoi interessi, pensa solo a far soldi. Lo stato deve tutelare l'incolumità dei cittadini e non deve affidare ad un privato i servizi fondamentali. Una persona non può morire perché il privato che gestisce l'autostrada non fa manutenzione al ponte Morandi, ed a tanti altri ponti che sono crollati.

I pendolari che viaggiano in treno non possono morire per deragliamento perché non si è fatta manutenzione ai binari. I cittadini di Viareggio che dormivano in un quartiere vicino alla ferrovia non possono morire bruciati perché un privato che usa le linee ferroviarie per far girare vagoni pieni di gas usa vagoni con ruote che non girano.

14 persone non possono morire nella funivia di Mottarone perché vengono rimossi i sistemi di sicurezza per far viaggiare più persone possibili. Cioè per vendere più biglietti. Cioè per fare soldi. Anche in questo caso una linea di proprietà pubblica data in gestione ad un privato.

Il mio è un pensiero ideologico, non ho dubbi. Ma consentire di fare soldi sulla pelle delle persone cos'è? Per me un politico di sinistra, soprattutto se proviene dalla militanza nei partiti storici di sinistra non può firmare le privatizzazioni ma deve urlargli contro, nello stesso tempo non può firmare la cessazione del blocco dei licenziamenti indotti dal covid ma deve fare la guerra a chi vuole licenziare.

Aggiungo che il sig. Bonomi presidente degli industriali dovrebbe avere qualche problema nella sua attuale campagna per liberalizzare e licenziare, invece niente. Nessuno lo metterà in relazione come responsabilità di rappresentare persone che si definiscono imprenditori e che causano orrende disgrazie.

No questo non accade perché poi nei processi, come in quello di Viareggio un operaio che osasse di raccontare come non venivano fatte le manutenzioni ai carrelli, viene a sua volta condannato perché si era espresso contro l'azienda per cui lavorava. Ecco come siamo messi!

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I drammatici e sanguinosi avvenimenti in terra di Israele ci chiamano alla solidarietà verso i civili, palestinesi e israeliani.

Nel mondo occidentale, anche in Italia, ci si è schierati subito con lo Stato d’Israele, guidato da Netanyahu, inquisito per corruzione; corruzione che da anni ha delegittimato anche l’attuale gruppo dirigente palestinese guidato da Abu Mazen.

In uno Stato che giuridicamente contempla due diverse categorie di cittadini – gli Israeliani di religione ebraica e gli arabi israeliani , non pari davanti alla legge nei diritti e nei doveri; in uno Stato che nei confronti di Gaza e di quello che rimane un aborto di pseudo stato palestinese esercita, né più né meno, un neocolonialismo indiretto ed è sempre pronto ad intervenire con la forza armata, si è giunti, per compiacere gli estremisti religiosi di casa propria, ad espropriare famiglie che abitavano le loro case da oltre duecento anni senza soluzione di continuità, provocando così un’esplosione di violenza come da anni non si vedeva in quelle terre martoriate.

Ci giungono notizie di orribili di violenze inaccettabili: estremisti israeliani alla caccia di arabi, sinagoghe devastate, bambini uccisi, bombardamenti, razzi sparati a casaccio per uccidere e terrorizzare.

Schierarsi subito da una parte, senza riflettere, senza cercare di capire, non aiuta la causa della pace, non aiuta i più deboli: le popolazioni civili. Sarà perché tra i pensieri e le parole che mi hanno formato ci sono quelle di David Grossman e di Edward Said, ma trovo superata qualsiasi divisione manichea, utile solo ad estremismi e fanatismi simmetrici che si autoalimentano.

A Rabin, poco prima di essere assassinato da un’estremista israeliano, sono attribuite le seguenti parole: “La pace si fa con il nemico”. Questo dovrebbe essere l’orizzonte dell’Europa e della comunità internazionale: farsi carico con serietà, ostinazione e coraggio di iniziative diplomatiche di pace, tutto il resto è inutile retorica che sconta profondi e inconsci sensi di colpa.  

Martino Albonetti

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