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Di fronte alle drammatiche notizie che giungono da Venezia è amaro dover constatare che il grido dall'allarme lanciato per trent'anni da quanti di noi si opposero al Mose rimase inascoltato. E' indigna ancor di più constare che ancora nelle scorse settimane Brugnaro e Zaia peroravano la causa delle Grandi Navi e il relativo scavo di nuovi canali.
Non basta quindi esprimere la doverosa solidarietà ai veneziani alle prese con l'acqua alta che invade le loro abitazioni. Occorre prendere coscienza che il Mose è non solo un'opera fonte di corruzione ma anche dannosa per la laguna e la città di Venezia. Che altro deve accadere perché il Paese intero apra gli occhi?
Vi ripropongo un mio articolo apparso nel luglio del 2012 su Rassegna sindacale, purtroppo ancora parzialmente attuale ma soprattutto utile per ricordarci come il potere della propaganda (unito alla corruzione) può essere talmente pervasivo da travolgere una città e un'intero paese.
Di Oscar Mancini.
Gare d’appalto truccate. Fatture gonfiate. Consulenze fasulle. E arresti eccellenti. Ma l'inchiesta sul Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la realizzazione del MoSe, non è ancora conclusa. E rischia di arrivare a Roma. Lo scandalo è di grandi proporzioni. Sette arrestati fra cui l’ex presidente del monopolista Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati e preceduta dalla detenzione in carcere di Piergiorgio Baita, Presidente della società capofila Mantovani. Chissà se gli inquirenti saranno così bravi da individuare a chi - e perché - siano finiti i “fondi neri” creati in Austria con i soldi dei contribuenti? Nel frattempo emergono i beneficiari dei cospicui finanziamenti, sembra in chiaro, di fondazioni nazionali, associazioni, nonché delle campagne elettorali di esponenti eccellenti della maggioranza e dell’opposizione.
Quanto costa il monopolio per la realizzazione del gigantesco sistema delle paratie mobili contestato da molti veneziani, ma che nelle intenzioni di chi l’ha voluto dovrebbe salvare la città dall’acqua alta?
Secondo i piani ufficiali l’imponente struttura, la cui prima pietra fu posta la bellezza di 25 anni fa, doveva essere finalmente pronta nel 2014, slittati al 2016.
L’opera, contestata dalla associazioni ambientaliste e dalla CGIL fin dagli anni ottanta, finisce nel mirino della Corte dei Conti in anni recenti : a proposito degli appalti, dei costi lievitati, delle consulenze e dei collaudi, denuncia che essi sono affidati «con scarsa trasparenza e un rapporto sbilanciato a favore del concessionario».
Il costo della grande opera, scrivevano i giudici contabili, è passato da 2700 milioni di euro a 4271, adesso il «prezzo chiuso» è stato aggiornato a 4 miliardi e 700 milioni. Dei costi originari circa la metà (1200 milioni su 2700) se ne vanno in «oneri tecnici e per il concessionario, somme a disposizione e Iva».
«Ingenti appaiono gli oneri di concessione», scrivono ancora i giudici nella loro ordinanza. E aggiungono: «Alcune di tali risorse si sarebbero potute utilizzare per il rafforzamento dell’apparato amministrativo pubblico». Nel mirino dei giudici contabili finiscono i costi, che lievitano anche a causa della procedura della concessione unica, abolita dalle leggi europee e nazionali ma rimasta in essere per il Mose. «Sotto il profilo dell’economicità dell’agire amministrativo», scrivono nell’ordinanza, «suscita perplessità che la determinazione delle voci di costo e dell’elenco prezzi sia stata rimessa al concessionario».
Perché una denuncia così forte è stata largamente ignorata dai grandi media, dai partiti e dalle istituzioni? In che modo il Consorzio ha potuto esercitare la sua egemonia negli ultimi trent’anni?
Testimoni di quella ormai lontana, ma così attuale, stagione politica, siamo rimasti in pochi. E, con il trascorrere del tempo è facile perdere la memoria. Per fortuna le carte scritte rimangono, ma le ricerche richiedono tempo e fatica.
Come ha scritto anche Massimo Cacciari la procedura degli interventi in laguna era viziata all'origine con la nascita nel 1984 di quel mostro giuridico che è il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico, imposto – aggiungo io - da Gianni De Michelis in accordo con Bernini e confermato da tutti i governi successivi.
Molti si sono fatti affascinare dalla grande opera ingegneristica. Altri, come lo stesso sindaco Cacciari, pur essendo contrari, hanno pensato di poterla bloccare attraverso la tattica del rovesciamento delle priorità, pure saggiamente previste dalla legge: prima il ripristino morfologico della laguna poi altri cinque punti prioritari e solo alla fine “anche” gli interventi alle bocche di porto. Nel frattempo sono state elaborate alternative mai prese in considerazione nonostante l’autorevolezza dei proponenti. La storia ha dimostrato che la forza del Consorzio era così pervasiva che si è preferito partire da quell’”anche” invertendo così quanto prescritto dalla legge e dalla logica. Deleterio fu in questo senso il ruolo del Sindaco Costa succeduto a Cacciari su sua indicazione ma anche di tutti i governi. Purtroppo, nessuno escluso.
La CGIL di Venezia fu tra i pochi soggetti sociali a sollevare problemi. Fin dal convegno del’84 quando, scontrandoci con il Ministro De Michelis, contestammo l’idea “dell’inserimento di tre rubinetti alle bocche di porto” per affermare “la necessità di una visione unitaria e sistemica degli interventi” sulla base del principio della “flessibilità, gradualità, sperimentabilità”. Negli anni 80, in qualità di segretario generale aggiunto, intervenni ripetutamente controcorrente sulla stampa e in incontri istituzionali subendo gli strali del “partito del fare” contrapposto alla “laguna di chiacchere”, alla quale fummo immediatamente arruolati.
Tra gli appuntamenti più significativi ricordo:
1. Nel ventennale dell'alluvione,(1986) quando il presidente del consiglio Craxi pronunciò un discorso inedito, rimasto però senza alcuna conseguenza, intervenni criticamente a nome della CGIL di fronte al consiglio comunale e poi a alla Fondazione Giorgio Cini, in presenza del governo;
2. Il lungo colloquio che avemmo nel settembre dell’87 con il Presidente del Consiglio Giovanni Goria. In quell’occasione presentai, a nome di CGIL CISL UIL, un documento che esprimeva la netta contrarietà alla terza convenzione tra lo stato e il Consorzio Venezia Nuova e chiedeva nel contempo il rafforzamento del Magistrato alle acque (che già allora appariva ancella del Consorzio) il rispetto delle priorità in ordine al disinquinamento della laguna e il ripristino morfologico della stessa, gli interventi per il restauro della città e il suo ripopolamento. Questo incontro fu preceduto da una Conferenza stampa che suscitò l'ira scomposta di Maurizio Sacconi, allora braccio destro di De Michelis.
Se si volessero ricostruire le responsabilità politiche sarebbe utile sfogliare i giornali dell'epoca perché i gatti non sono tutti bigi! Non solo la CGIL, ma anche PRI e PCI e la minoranza del PSI, fino alla giunta Casellati, condussero significative battaglie. Gli arresti eccellenti di queste settimane, hanno riportato alla mia memoria alcune pubbliche denunce che formulai, a nome della CGIL, nel corso degli anni contro il meccanismo delle concessioni uniche e, successivamente, contro il perverso meccanismo del projet financing all'italiana (ospedale di Mestre, ospedale di Schio Thiene e delle autostrade). In un saggio pubblicato sul N°47, 1994 della Rivista "Oltre il Ponte" scrivevo :
" L'irresistibile tentazione delle Giunte Bernini prima e Cremonese poi di far ricorso ad un ennesimo consorzio privato, attraverso il meccanismo della concessione, con tutto quello che ne è conseguito sul terreno della lottizzazione e della questione morale, ha fatto si che il giro di boa non avvenisse ed anni preziosi fossero sprecati. La CGIL Regionale denunciò pubblicamente il perverso meccanismo che la Giunta stava approntando con la concessione unica al Consorzio Venezia Nuova e al progettato Consorzio Disinquinamento, di tutti gli interventi afferenti al bacino scolante".
Con una nota a piè di pagina raccontavo un episodio di cui fui testimone. Dopo ripetute denunce sulla stampa locale (in particolare ricordo un'intervista rilasciata a Renzo Mazzaro apparsa sulla Nuova, Mattino e Tribuna) il Presidente della Regione Cremonese convocò a Palazzo Balbi CGIL CISL UIL.
In quella occasione si lamentò dei mei attacchi ed ebbe la spudoratezza di chiedermi se la CGIL avesse avuto delle imprese da segnalargli!!! Come se la nostra avversione al meccanismo della concessione fosse motivata dal non aver partecipato alla lottizzazione del costituendo consorzio!!! Poi arrivò tangentopoli, seguirono le condanne ma, evidentemente gli italiani hanno la memoria corta e la storia si ripete.
Penso che il nostro compito oggi sia quello di sviluppare una forte iniziativa verso il governo affinché sia revocata la concessione “unica” al Consorzio Venezia Nuova per mettere finalmente mano a un progetto generale unitario sulla laguna, interdisciplinare, aperto a diverse evoluzioni e progressivo. Forse siamo ancora in tempo per fermare almeno in parte un progetto devastante anche alla luce del decreto che inibisce il passaggio delle grandi navi nel bacino di San Marco che rende possibile l’innalzamento dei fondali alla bocca di Lido.
Nel lontano 1973 lo storico americano F.C. Lane nel dare alle stampe la sua magistrale Storia di Venezia aggiungeva un’ultima notazione riferita alla prima legge speciale appena approvata, che suona come ammonimento: “L’efficacia della sua applicazione s’incaricherà di dimostrare se la Repubblica italiana è in grado di preservare la città creata dalla Repubblica di Venezia”.
Oggi, a quarant’anni di distanza, l’attuale governo autorizza al massimo pessimismo. Tengono accesa la speranza la nuova consapevolezza che cresce nella società italiana. Venezia è un bene comune dell’umanità e non può essere preda del partito degli affari.

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Con questo intervento di Sergio Caserta tratto dal blog sul Fatto Quotidiano on line, iniziamo a seguire il dibattito suscitato dall'iniziativa di Elly Schlein e altri per un “progetto civico e politico: Regione futura, ecologista, progressista e innovativa”  leggi QUI e QUI.

In vista dell'appuntamento del 9 novembre vi invitiamo ad esprimere le vostre opinioni e a mandare i vostri contributi.
La redazione.

Regionali, e ora l’Emilia Romagna. Ecco perché qui si giocherà la battaglia finale

di Sergio Caserta

Non era difficile prevedere che le elezioni regionali sarebbero state una “via crucis” per le forze che si stanno contrapponendo all’invincibile armada del satrapo leghista. Ora c’è stato il bagno di sangue in Umbria, per cui la neonata alleanza Pd-M5S (il governo Conte bis è in carica da meno di due mesi) corre il rischio di essere soffocata nella culla e l’avventura giallo-rossa estinguersi per ritiro già al primo set.
I risultati in Umbria sono eclatanti, nel senso che si sapeva che avrebbe vinto la destra ma non che la differenza sarebbe stata di 20 punti, consacrata da un aumento dei votanti del 10% rispetto alle precedenti elezioni regionali. Perugia ora chiama Bologna e Reggio Calabria: nei prossimi due mesi, forse nella stessa data, si terranno le elezioni in Emilia Romagna ed in Calabria con esiti a questo punto tendenzialmente non molto diversi se non cambiano significativamente elementi del panorama politico nazionale e locale. Al di là del contesto nazionale per il quale non sappiamo se e come il governo andrà avanti, la situazione sul terreno avrà la sua importanza come hanno dimostrato i fatti in Umbria.

In Emilia Romagna si gioca la partita di gran lunga più importante per la rilevanza socio-economica e geopolitica della regione simbolo nell’immaginario nazionale del buon governo della sinistra, dei primati nell’efficienza della pubblica amministrazione e della coesione sociale quale valore distintivo e insuperato.
Una Stalingrado elettorale in cui i due eserciti si scontreranno sapendo che questa battaglia determinerà molto probabilmente l’esito della guerra: se la Lega uscirà vittoriosa, niente e nessuno potrà impedire a Salvini e alla destra l’ascesa definitiva a “tutto il potere” evocato dalle sabbie del Papetee; se invece la sinistra riformista e liberale, erede dell’antica tradizione comunista, riuscirà a contenere e battere le truppe salviniane, forse il corso dell’intera vicenda prenderà una piega diversa da quel che oggi appare un esito pressoché scontato.
Come si collocheranno i diversi attori di questo match? Sicuramente un ruolo determinante è nella responsabilità del Pd che però ha già perso il primo posto nel 2018 alle ultime elezioni europee (31,24%) superato dalla Lega (33,77%) se pur in misura contenuta. I cinquestelle in caduta libera detenevano ancora un più che dignitoso 12,9% che però oggi è virtualmente già perso; la destra, a parti rovesciate tra Fratelli d’Italia (4,66%) Forza Italia (5,87%), sarà in funzione ancillare alleata della Lega. Un ruolo diverso potrà giocarlo la variegata costellazione di partitini e movimenti alla sinistra del Pd che idealmente, ma purtroppo non concretamente finora, raggiungerebbe un potenziale 7/8% tanto da rappresentare un alleato decisivo per una possibile tenuta vittoriosa del centrosinistra. Ci sta lavorando Elly Schlein, ex parlamentare europea, apprezzata ambientalista, paladina

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La destra è in difficoltà, a partire da Salvini che ora ammette di avere fatto errori e sottovalutato le conseguenze della crisi di governo. La tenuta dell'alleanza di centrodestra è precaria e l'estremismo di Salvini, che arriva ad aprire le porte della manifestazione del 19 a casa pound, ha suscitato reazioni che confermano che la svolta verso una destra estremista egemonizzata dalla Lega non è apprezzata da una parte dello schieramento. Anche i toni iperpropagandistici e approssimativi sono indice di una difficoltà politica e anzichè rassicurare generano ansia che si aggiunge a quella che già esiste nel paese, ed è tanta.

Tuttavia se Atene piange Sparta non ride. La nuova alleanza M5Stelle, Pd, Leu fatica a trovare un orientamento convincente o almeno comprensibile. E' evidente la prevalenza del punto di vista dei suoi componenti su quella di coalizione.

La maggioranza che ha fatto tirare un sospiro di sollievo per avere impedito a Salvini di ottenere le elezioni anticipate ora è in difficoltà e per ora non trova il passo giusto per motivare la sua permanenza al governo. Ne sono la prova i ripetuti richiami, provenienti dall'interno della stessa coalizione, a non insistere su comportamenti più preoccupati di segnalare la propria posizione che di offrire la prova che la maggioranza e il governo hanno un futuro. Anche le rassicurazioni di Conte lasciano il tempo che trovano.

Questo avviene perchè il governo non ha ancora acquisito risultati in grado di rendere più conveniente spendere i dividendi dell'azione di governo che segnalare la propria posizione a dispetto della coalizione.

Appesantisce la situazione la formazione della nuova creatura di Renzi che

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Con l’addio di Renzi al partito democratico alcune cose si chiariscono (spero) per tutti.  Le foto con Marchionne (pace all’anima sua) e la contestuale ripulsa per il dialogo con i sindacati; il jobs act (con annessa la fraudolenta estensione ai licenziamenti collettivi) e, sempre a livello simbolico, l’insofferenza per l’intonazione di Bandiera rossa al festival dell’Unità.  Badate bene si trattava non di rialzare e sventolare bandiere; che cosa volete mai che possano sventolare i pallidi ed estenuati epigoni di Zingaretti e della sinistra (mi metto fra questi)?. Si trattava soltanto di riconoscere una delle origini del PD, una delle matrici di quel progetto, così come gli ex comunisti rendono omaggio all’intelligenza politica di Moro o, perfino, al profilo da statista di DeGasperi.
Ma Renzi no, come alcuni altri che ne condividono le origini e la formazione culturale, di quella tradizione e di quelle origini, volevano soltanto rapinarne i voti, diciamo pure sedurre gli elettori con la (mancata) promessa della vittoria sempre anelata e mai conquistata.

Ora diventa tutto chiaro: avevano ragione quelli che nell’OPA di Renzi hanno visto soltanto il tentativo di distruggere la sinistra in Italia, lo dimostra in modo lampante il fatto che il partito che Renzi aveva in testa ed ha cercato di costruire era un partito “non contendibile”. Prima ha fatto terra bruciata, soprattutto attraverso il dileggio e l’insulto quotidiano, dei vari Bersani Speranza Cuperlo ecc., poi attraverso l’uso estremo di uno statuto che affidava il potere nel partito ad una platea indistinta di esterni al partito stesso (le primarie nelle quali, a livello locale, votavano regolarmente tutti gli elettori delle varie formazioni di centro destra e anche di Forza Italia) e attraverso una torsione autoritaria delle cariche che gli ha consentito (pretesa davvero al limite del credibile) di mantenerne il controllo anche dopo la catastrofica sconfitta, anche personale, nel referendum costituzionale del 2016. Il disegno di Renzi, o forse sarebbe meglio dire l’impulso irrefrenabile di Renzi, consiste probabilmente nella mitizzazione del potere personale, e temo che alla fine questa sia la lettura da dare anche a quel progetto di riforma costituzionale, miserabile nei contenuti, rischiosissimo per le istituzioni in un periodo di destra populista ed estremista trionfante, che qualche costituzionalista “di servizio” ebbe il coraggio di appoggiare ma mai nessuno di condividere fino in fondo mettendoci la firma. Come ricordate “il merito” fu attribuito alla Boschi, che una laurea ce l’ha ma un curriculum da costituzionalista proprio no. La versione sinistra dei saggi di Lorenzago, per quelli che hanno un po’ di memoria.

L’ossessione del potere personale, come strumento duttile e potente per affrontare un periodo estremamente difficile per la democrazia è ben comprensibile e infatti attraversa molti paesi (gli USA in testa), ma ha fra gli alti prezzi da pagare quello della distruzione dei partiti, trasformati in partiti personali che con il loro capo salgono in vetta e precipitano nella polvere!

Oggi promuove una scissione da un partito sofferente, col rischio di provocarne la morte, allo scopo di mantenere un potere personale, sia pure ridotto, quasi solo di ricatto, ma se sarà bravo anche di proposta, nonostante la sua stessa iniziativa ponga in crisi il governo ed i suoi sostenitori. Un governo tuttavia che è l’unica ancora di salvezza per la sua Italia Viva che nasce assai gracile.

A parte Maria Elena Boschi e Teresa Bellanova, non seguono, apparentemente, Matteo Renzi nella nuova avventura tutti i maggiori esponenti della sua corrente o gruppo di fedeli: non lo segue Luca Lotti e neppure Lorenzo Guerini, mancano all’appello tutti i sindaci a lui legati a doppio filo, da quello di Firenze, Nardella, a quello di Bergamo, Gori, a Matteo Ricci (Pesaro) già responsabile Enti locali del Pd renziano, a quello di Bari il potente Decaro, neppure la presidente dell’Abruzzo Di Pasquale, non lo seguono nemmeno “i toscani” Simona Bonafè, eurodeputata, Marcucci, capogruppo Pd al Senato, e nemmeno il sen. Parrini, fino a far sorgere in numerosi commentatori l’indicibile sospetto che si tratti di scelte strumentali tese a ricattare il segretario PD Zingaretti dall’interno. A me appare un’ipotesi davvero incredibile, ma la dice lunga sul tipo di considerazione e fama che riscuote Renzi all’interno della stampa, compresi i giornalisti a lui più vicini. Ogni “machiavellismo” sembra credibile se si tratta di Matteo Renzi!
Ma forse bisognerebbe notare, e la grande stampa non lo fa, come la scissione di un leader che non riesce portarsi dietro nemmeno i fedelissimi (che al capo devono proprio tutto, spesso ben oltre i loro meriti) è una scissione fallita!

Basta guardare a livello locale: né il sen. Collina, né la consigliera regionale Rontini, pur in dichiarati strettissimi rapporti con Renzi fin dalle sue origini, lo seguiranno in questa avventura. Anche per loro si tratta di una scelta “tattica”? E’ difficile crederlo, anche perché è assai dubbio quale potrà essere la loro futura carriera in un Pd senza Renzi. Chi si fiderà di loro fin dalle prossime scadenze elettorali?

Dunque una scissione formalmente fallita; i parlamentari renziani erano stimati

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Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio. Tutto questo è così sbagliato. Non dovrei essere qui, dovrei essere a scuola, dall’altro lato dell’Oceano. Venite a chiedere la speranza a noi giovani? Come vi permettete?

Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote, ed io sono tra i più fortunati. Le persone stanno soffrendo, stanno morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E tutto ciò di cui parlate sono soldi e favole di eterna crescita economica? Come vi permettete?

Per più di 30 anni, la scienza è stata cristallina. Come osate continuare a distogliere lo sguardo e venire qui a dire che state facendo abbastanza, quando la politica e le soluzioni necessarie non sono ancora in vista.

Dite di ascoltare e di capire l'urgenza. Ma non importa quanto sia triste e arrabbiata, io mi rifiuto di crederci. Perché se voi davvero capiste la situazione e continuaste a non agire, allora sareste malvagi. E mi rifiuto di credere.

L'idea popolare di dimezzare le nostre emissioni in 10 anni ci dà solo il 50% di possibilità di rimanere al di sotto di 1,5 gradi [Celsius] e il rischio di innescare reazioni a catena irreversibili al di fuori del controllo umano.

Il cinquanta percento può essere accettabile per voi. Ma quei numeri non includono i punti di non ritorno, la maggior parte dei circuiti di feedback, il riscaldamento aggiuntivo nascosto dall'inquinamento atmosferico tossico o gli aspetti dell'equità e della giustizia climatica. Senza considerare che io e la generazione di quelli che saranno i miei figli saremo costretti ad assorbire milioni di tonnellate di CO2 dall'aria con tecnologie che a malapena esistono.

Quindi un rischio del 50% è semplicemente inaccettabile per noi - noi che dobbiamo convivere con le conseguenze.

Per avere una probabilità del 67% di rimanere al di sotto di un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi - le migliori probabilità date dal IPCC [Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici] - il 1 ° gennaio 2018 restavano 420 gigatoni di CO2 da emettere. Quella cifra è già scesa a meno di 350 gigatoni.

Come osate fingere che ciò possa essere risolto solo con l’economia di sempre e con alcune soluzioni tecniche? Con i livelli di emissioni odierni, il bilancio residuo di CO2 sarà completamente eliminato entro meno di 8 anni e mezzo.

Non ci saranno soluzioni o piani presentati in linea con queste cifre qui oggi, perché questi numeri sono troppo scomodi. E non siete ancora abbastanza maturi per dire le cose come stanno.

Ci state deludendo, ma i giovani stanno iniziando a capire il vostro tradimento, gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi, e se sceglierete di fallire non vi perdoneremo mai.

Non vi lasceremo andare via proprio adesso. Proprio qui, proprio ora è dove tracciamo la linea. Il mondo si sta svegliando e il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no.

Grazie.

Greta Thunberg

(traduzione tratta dai sottotitoli del discorso in inglese, con alcune revisioni)

Qui il video del discorso all'Onu

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OPINIONE ferragostana
La nostra Repubblica è di nuovo parlamentare?

Chissà …
Chissà che, dopo lunghi anni di fastidio, anche trasversale a molte forze politiche, per il Parlamento e il suo ruolo, non  si scopra  - mi auguro che accada non solo per ragioni contingenti -  e si  prenda definitivamente atto che la nostra è una Repubblica che ha al centro il Parlamento. Eletto dal popolo. Naturalmente e per fortuna.
Un popolo che non è, come qualcuno pensa, o desidera,  a tinta unita.
Fino a poche settimane fa sembrava – abbiamo recentemente affrontato anche a Ravenna la questione insieme a Gaetano Azzariti –  che ogni cosa fosse in mano  a  pochi capi. E che si volesse mettere una pietra tombale sul Parlamento.
Ora che uno dei capi ha buttato per aria le carte, dando ordini - votare subito! - anche al Presidente della Repubblica, e chiedendo pieni poteri - parole che evocano  tinte molto nere - qualcosa si è mosso, dopo un tempo lungo in cui sembrava che, in alto, accadessero solo cose fuori o contro la Costituzione, e azioni che mettevano all’angolo il Parlamento.
Invece, la Costituzione ha posto al centro della nostra democrazia il Parlamento, dove i rappresentanti siedono per discutere, parlamentare – ossigeno della democrazia e non perdita di tempo - e poi formare governi, che non sono eletti direttamente dal popolo, come Salvini auspica, e che dal Parlamento riceveranno, o meno, la fiducia.
Pochi giorni fa Gianfranco Pasquino lo ha ricordato in modo chiaro. Sento l’immediato bisogno di affermare per l’ennesima volta che nelle democrazie parlamentari gli elettorati non eleggono mai il loro governo. Eleggono più o meno bene, grazie al tipo di legge elettorale, un Parlamento nel quale si formerà il governo, si potranno cambiare i ministri: rimpasto, non “roba da Prima Repubblica”, ma strumento che tutti i governi parlamentari, monopartitici e di coalizione usano per ridare slancio alla loro azione, per sostituire chi non ha fatto bene, per rimettersi in sintonia con il loro elettorato e con l’opinione pubblica.” Ed è in Parlamento, che ha il compito di decidere tempi e modi, che una crisi si apre. Non preparandola in stabilimenti balneari, o decretandola in comizi elettorali, peraltro permanenti.
Chissà che le pratiche salviniane, scandalose per chi, come noi, vede nella Costituzione una garanzia e un metodo democratico efficace, abbiano fatto aprire gli occhi a chi, da tempo, li teneva chiusi. Forse  il Presidente Mattarella non si trova del tutto solo

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