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Italia. Nella visione del governo la guerra è da tempo diventata «umanitaria» e l’accoglienza umanitaria è tout-court «criminale». Quando dovrebbe essere evidente che chi apre i porti ai mercanti di armi e li chiude al soccorso umanitario e all’accoglienza, distrugge la civiltà, cancella il futuro e prepara il campo aperto dell’odio

Se volete avere una rappresentazione tangibile e concreta della natura del governo in carica, quello del «contratto» tra sovranismo razzista della Lega e populismo giustizialista del M5S, guardate il Belpaese da nord a sud, nei suoi due porti di Genova e di Lampedusa.

Da una parte, nella capitale ligure, è attraccata la nave saudita Bahri Yanbu, tradizionalmente carica di armamenti; dall’altra nell’estrema isola siciliana rimaneva fino a 48 ore fa confinata al largo la Sea Watch, la nave di soccorso umanitario ai profughi. Porti aperti, per decisione del governo italiano, ai carichi di armi per un paese in guerra come l’Arabia saudita e per il conflitto sanguinoso in Yemen; porti chiusi, sempre per decisione del governo italiano e in particolare del ministro dell’odio Matteo Salvini, invece per i carichi di esseri umani disperati.

Ma per entrambi, ecco la novità, di fronte ai silenzi, alle ambiguità, alla tracotanza del governo che ora si rimpalla le responsabilità, in crisi con se stesso e con la coscienza della società civile italiana, sul fronte dei porti è scesa in campo la protesta. Di chi a Genova, attivisti e sindacalisti, non vuole più contribuire ad insanguinare il mondo con i traffici di armi e blocca una nave la Bahri Yanbu di fatto militare – appartiene infatti alla società saudita che gestisce il monopolio della logistica militare di Riyadh.

A Lampedusa è scesa in strada una lenzuolata di civiltà che vuole accogliere invece che respingere chi fugge disperato dalle troppe nostre guerre e dalla miseria prodotta dal nostro modello di rapina delle risorse energetiche, in Africa e non solo.

È una sintonia di avvenimenti con la quale irrompe nell’Italietta ripiegata

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Risultati immagini per immagini elezioni europee 2019

Lavorare per una cittadinanza sociale europea.

«Uno status di diritti che l’Unione garantisca a donne e uomini. Capace di abbattere ogni discriminazione, uniformare i livelli di servizi sociali tra i paesi e garantirne la piena esigibilità».

È il programma che una rete di associazioni ha presentato in vista delle elezioni europee.

«Noi puntiamo a un riconoscimento dei cittadini e delle cittadine europei/e che non passi attraverso la mediazione degli stati. Pretendiamo che la stessa Ue sia diretta responsabile dei diritti fondamentali (reddito, lavoro, salute, casa).

Non è sufficiente che l’Europa consenta all’Italia di fare più debito. Il bilancio comunitario deve pagare i servizi sociali, garantendo a tutti livelli uniformi», scrivono in un documento l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, il Centro per la riforma dello Stato e il Coordinamento per la democrazia costituzionale.

Hanno aderito anche il portavoce della Rete dei numeri pari Giuseppe De Marzo e Filippo Miraglia della presidenza Arci.

«Il documento non dà indicazioni di voto – ha spiegato Vincenzo Vita, presidente dell’Ars – ma i temi che vengono proposti, da quelli femministi a quelli sul digitale all’immigrazione, sono un contributo alla costruzione di una nuova prospettiva di sinistra».

 

“Europa come ti vorrei”. Il documento integrale presentato da ARS, CRS e CDC

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Guarda il VIDEO su Corriere TV

Palermo promuove la prof, «Torni subito in cattedra» - di Alfredo Marsala su "il Manifesto".

La buona scuola. Rivolta di piazza contro la sospensione della docente siciliana per il video degli alunni sulle leggi razziali.

L’orgoglio dei prof, molti con i capelli bianchi. E quello degli studenti. In centinaia sono scesi in piazza a Palermo per stringersi attorno a Rosaria Maria Dell’Aria, la professoressa di lettere sospesa per due settimane, con lo stipendio dimezzato, dall’istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III, perché colpevole, secondo l’ufficio scolastico provinciale, di non avere controllato l’elaborato di un gruppo di studenti che per la giornata della memoria: nel video, presentato poi in aula magna, i ragazzi hanno fatto un parallelismo tra le leggi razziali del ’38 e le misure del decreto sicurezza volute dal ministro Matteo Salvini, che hanno cancellato alcuni diritti acquisiti dai migranti, a cominciare dal permesso di soggiorno per motivi umanitari. 

Due i presidi in una giornata in cui molti docenti hanno aderito allo sciopero indetto da cobas-Anief, Confasi, Unicobas-Cub, Sur e Udir. Il primo sit-in davanti alla prefettura: qui si sono radunati gli studenti medi, lo Slai-Cobas, l’Usb, delegazioni del partito comunista. «Dalle scuole fuori la polizia», hanno urlato gli studenti, dietro allo striscione «No alla censura nelle scuole», per protesta contro il blitz della Digos al Vittorio Emanuele dopo la segnalazione fatta da qualcuno contro il video «incriminato».
«Le nostre scuole non sono caserme, la cultura non si arrende» hanno intonato i ragazzi; al loro fianco anche il sindaco Leoluca Orlando, che ha appoggiato la mobilitazione. Il gruppo si è poi spostato in via della Verdura, dove si è tenuto il secondo presidio, organizzato dai sindacati proprio davanti al Vittorio Emanuele III e al quale hanno aderito molti docenti prof provenienti da diversi istituti e licei della città, con delegazioni di esponenti della Sinistra e del Pd. Una manifestazione pacifica, con le bandiere di Cgil Cisl e Uil.
Il caso è diventato politico. Interrogazioni parlamentari sono state presentate dal Pd ma anche dal M5s, alleato della Lega, per chiedere al governo chiarezza sulla sospensione della docente, ritenuta scandalosa e spropositata.

Il sottosegretario alla Presidenza, Giancarlo Giorgetti, sostiene che il governo non c’entra nulla e che la decisione è stata presa «dalle autorità scolastiche». Stessa versione fornisce il ministro, Marco Bussetti. «Mi sono fatto mandare le carte per valutare la cosa, le ho chieste visto l’effetto che ha avuto questa decisione». Tenta di metterci una pezza il vice premier Salvini, la cui immagine compare nel video realizzato dagli studenti, rilanciato ieri mattina da Pietro Grasso, e che Leoluca Orlando ha fatto pubblicare nel sito istituzionale del comune.
Giovedì prossimo il ministro sarà a Palermo per la commemorazione della strage Falcone. «Sono sicuro, e ne sarei felice, – dice il vice premier – che ci sarà anche modo di incontrare la professoressa Rosa Maria Dell’Aria, che mi auguro possa tornare quanto prima al suo lavoro a scuola, e gli studenti di quella scuola per spiegare cosa sto facendo per la sicurezza del mio Paese e la distanza abissale tra le mie idee e progetti e le leggi razziali del periodo fascista».

Intanto gli avvocati Fabrizio La Rosa e Alessandro Luna, figlio tra l’altro della prof Rosa Maria Dell’Aria, stanno preparando il ricorso al giudice del lavoro di Palermo. «Stiamo valutando attentamente tutta la documentazione in nostro possesso – affermano i legali – entro dieci giorni depositeremo il ricorso con cui chiederemo l’illegittimità del provvedimento disciplinare». Tante le solidarietà arrivate alla prof. «Mi sento più confortata perché nonostante il dispiacere e l’amarezza che rimangono, ho sentito vicino l’affetto di amici, colleghi, studenti, i quali mi hanno manifestato la loro solidarietà come tante persone che nemmeno conosco».
La docente dice di sentirsi «frastornata dall’esplosione mediatica che mi ha messo a disagio, ma questo deriva dal mio modo di essere, dal mio carattere riservato». E sulle tante iniziative in suo favore aggiunge: «Ringrazio tutti, le manifestazioni di solidarietà non possono che farmi piacere perché sono il segno concreto di affetto e di sostegno».

Le polemiche sono roventi. Nicola Fratoianni, della Sinistra, attacca il ministro Bussetti che «non dice un parola quando un liceo organizza una visita alla sede della massoneria, però difende quegli amministratori leghisti arrestati per corruzione, negando decisamente che siamo di fronte ad una nuova Tangentopoli». «Meno male che c’è una nuova generazione di ragazzi e ragazze che si sta ribellando alla cultura dell’odio», rincara il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, secondo cui la «professoressa siciliana non ha alcuna colpa se non quella di garantire il libero pensiero dei suoi studenti». E il sindaco Orlando chiosa: «L’amministrazione comunale e tutta la città sono grate agli studenti e a chi li accompagna nel percorso di crescita; un percorso di consapevolezza e cittadinanza attiva».
Per l’Usb scuola «la decisione degli ispettori del provveditorato di Palermo è esclusivamente di natura politica: dare un segnale di compiacenza al governo e al ministro di turno, a pochi giorni dalle elezioni europee, in un momento di vacanza del posto di direttore generale dell’Usr Sicilia».

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Salvini a Milano. Proprio di fronte al palco su cui sfilavano i campioni dell’onda nera, era srotolato un lungo striscione con su scritto «Restiamo umani». Sullo stesso balcone uno Zorro in perfetto costume disegnava nell’aria a colpi di fioretto. Era la sintesi dell’alternativa che c’è, e cresce nel Paese: umanità e ironia.

In Piazza Duomo a Milano ieri è andata in scena la rappresentazione fisica dell’«onda nera». All’insegna della peggior forma di comunicazione politica: la blasfemia e la menzogna. Blasfema è infatti l’immagine di Matteo Salvini con la corona del rosario in mano.

Che così si affida «al cuore immacolato di Maria che ci porterà alla vittoria»: una vittoria che, se ottenuta, significherebbe la chiusura dell’Europa al resto del genere umano sofferente e minacciato («Se fate di noi il primo partito europeo la nostra politica sui migranti la portiamo in tutta Europa e non entra più nessuno» ha detto testualmente).

Blasfema è la menzogna con cui ha risposto polemicamente a papa Francesco che ancora una volta invocava la «necessità di ridurre il numero dei morti nel Mediterraneo» e che si è sentito rispondere che questo è già stato fatto, da lui, «con spirito cristiano», con la chiusura dei porti, la persecuzione delle Ong che salvano e i patti scellerati con i tagliagole libici, come se eliminare i testimoni scomodi e lasciar crepare le persone nei lager di Tripoli e Bengasi significasse risparmiare vite umane. Blasfemo, infine, è il tentativo di sfidare il papa in carica (fischiato dalla piazza) con l’evocazione apologetica dei suoi predecessori, Ratzinger e Woytila, nel tentativo di allargare a colpi d’ascia la spaccatura della Chiesa.

Menzognera è, d’altra parte, l’immagine apparentemente rassicurante che nel contempo il Capitano ha voluto dare, negando che su quel palco sfilasse la «destra radicale» europea («qui non c’è l’ultradestra, c’è la politica del buonsenso») quando era del tutto evidente, dai nomi dei convenuti e dai toni dei loro discorsi, che così non era.

Che lì erano stati convocati i leader di un estremismo di destra del Terzo millennio che, ognuno a casa propria, lavorano per scardinare il sistema di valori che la modernità democratica aveva elaborato, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo alle Carte costituzionali dei principali paesi occidentali, per sostituirli con una visione del mondo egoista e feroce, suprematista e razzista, ostile ai principii di eguaglianza e solidarietà.

C’erano un po’ tutti i campioni di questo nuovo credo inumano, dalla Marine Le Pen («la nostra Europa non è quella nata sessanta anni fa») all’olandese Geert Wilders («Basta immigrazione, basta barconi», punto!), dai tedeschi di Alternative fur Deutschland (sempre più aperti alle frange neonaziste dopo la rottura con la precedente leader) a quelli dell’Ukip (con cui lo stesso Farage ha rotto a causa delle loro eccessive simpatie fascistoidi). Mancava l’austriaco Strache, è vero, ma solo perché travolto dallo scandalo che l’ha coinvolto direttamente. Peccato, perché sarebbe stato interessante sentire cosa aveva da dire sull’idea del suo collega italiano di sforare il limite del 3% del debito, vista la posizione ferocemente ostile appena espressa dal suo premier.

E questo ci introduce a una seconda riflessione: la sostanziale fragilità di quel fronte andato in scena sul palco nero di Milano, in qualche modo direttamente proporzionale alla sua aggressività. Uniti nei confronti dei più deboli, quei muscolari esponenti dell’ultradestra continentale sono in intimo, inevitabile conflitto tra loro quando si tratta di ascoltare le ragioni l’uno dell’altro, sia che siano in gioco le dimensioni del debito (e il nostro è enorme) o la redistribuzione per quote dei migranti.

Ognuno, appunto, padrone a casa propria, e prima i rispettivi «nostri». È la maledizione che colpisce ogni populismo sovranista, per sua natura segnato da una forte carica di nazionalismo che gli rende impossibile ogni forma di reale cooperazione politica e finisce per riprodurre la logica amico/nemico verso chi dovrebbe essere un proprio alleato. Non è un fattore rassicurante, vorrei essere chiaro, perché storicamente questa maledizione ha portato alla guerra. Ma ci dice quanto velleitario ed effimero sia il fronte presentato a Milano in una giornata di pioggia.

Proprio di fronte al palco su cui sfilavano i campioni dell’onda nera, era srotolato un lungo striscione con su scritto «Restiamo umani». Sullo stesso balcone uno Zorro in perfetto costume disegnava nell’aria a colpi di fioretto. Era la sintesi dell’alternativa che c’è, e cresce nel Paese: umanità e ironia. Lo si è visto nella bella – colorata e viva – contro-manifestazione parallela che ha messo in campo una generazione antropologicamente refrattaria al cupo contagio nazional-populista.

Se un futuro c’è, è rappresentato da loro.

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Affacciati alla finestra. La rimozione forzata dello striscione di Brembate contro il ministro capo leghista provoca una reazione a catena in tutta Italia

Ormai quattro anni fa, i primi indizi che il grande consenso che si era coagulato attorno a Matteo Renzi stava sgretolandosi vennero dalle piazze. Quando ancora l’allora presidente del consiglio impazzava negli schermi televisivi e nei sondaggi, in giro per il paese cominciarono a contarsi e riconoscersi contestazioni. Dapprima episodiche, poi ricorrenti al punto che Renzi si trovò a dovere annullare apparizioni e comizi. Adesso, in uno scenario diverso e con protagonisti differenti, monta la contestazione che investe Matteo Salvini. Il quale già l’altro giorno ha improvvisamente cancellato il comizio napoletano di domani. Sabato 18 maggio la protesta lo inseguirà fino alla sua Milano. Ieri erano tantissimi gli striscioni che gli davano il polemico benvenuto a Campobasso. Nelle stesse ore si apprendeva degli accertamenti di polizia in corso nei confronti di un signore di 71 anni che il giorno prima a Carpi era salito su di un tetto per esprimere il suo dissenso nei confronti del leader leghista, mentre la piazza si riempiva di contestatori. È stato trattenuto per delle ore in questura, rischia una denuncia per «grida e manifestazioni sediziose».

A Firenze è comparso uno striscione con la scritta «Portatela lunga la scala, sono al quinto piano». La mappa delle città e delle piazze che hanno accolto Salvini con fischi e cori antirazzisti si infittisce di giorno in giorno, insieme alle polemiche sulla solerzia delle forze dell’ordine nel rimuovere i cartelli di critica al ministro dell’interno. Sono arrivate fino al question time della camera, per di più insinuandosi nelle tensioni interne alla maggioranza gialloverde visto che le deputate Veronica Giannone e Gloria Vizzini del Movimento 5 Stelle hanno chiesto al ministro se in casi come quelli delle rimozioni degli striscioni accadute a Salerno il 6 maggio e a Brembate il 13 maggio non sia «stato censurato il pensiero non violento di liberi cittadini».

«Nel caso di Brembate – ricostruiscono le due parlamentari grilline – il comandante dei vigili del fuoco di Bergamo, Calogero Turturici, ha spiegato in una nota che si è trattato di un ‘intervento tecnico’ eseguito ‘sulla base di una decisione della questura’. L’intervento è stato deciso utilizzando i vigili del fuoco e distogliendoli da altre operazioni di soccorso urgente che sarebbero potute accadere in concomitanza. Questori e prefetti non hanno il potere, se non per comprovate ragioni di ordine pubblico, di far rimuovere striscioni presenti in abitazioni private. E le balconate fanno anch’esse parte della proprietà privata». Salvini ha risposto cercando di alleviare la tensione e di rompere l’assedio simbolico che pare stringersi attorno ai suoi eventi elettorali: «Con tutto il rispetto per tutte le infrazioni al codice civile e al codice penale preferisco occuparmi di arresti di mafiosi e spacciatori che non di rimozione di striscioni -ha detto – Anzi, per quello che mi riguarda, più sono colorati e più sono simpatici, più divertenti sono gli striscioni meglio è. Sono disposto a offrire un bel caffè a chi fa lo striscione più ironico. Non tollero minacce di morte, insulti o inviti alla violenza».

Tra due giorni Salvini sarà in piazza Duomo in compagnia di Marine Le Pen. «Vediamo cosa succede – avverte il sindaco Beppe Sala – Se dovessero essere rimossi striscioni di critica politica mi farò sentire». Luca Paladini de I Sentinelli invita ad una protesta senza «una regia unica». «Non ci sarà una unica scritta sui lenzuoli che io spero molti milanesi vorranno appendere fuori dalle finestre, come gesto di protesta», spiega. Gli antirazzisti prevedono di incontrarsi dalle 14 alle 16 in piazza del Cannone, dove è previsto un happening artistico con cori per bambini. Da lì si muoveranno verso piazza Cairoli e comincerà la parata che farà un semicerchio attorno a Salvini. «Sarà un accerchiamento – spiega Elena di Non Una di Meno, che sta lavorando all’organizzazione dell’evento insieme ad altre sigle – Vorremmo segnare il confine tra noi e loro, tra la barbarie e il resto del mondo». È significativo che queste giornate di reazione al salvinismo finiscano proprio nella città che in questo primo anno di governo gialloverde ha dato forti segnali in controtendenza. «A Milano ormai da mesi si mobilitano decine di migliaia di persone: contro il razzismo, con il nuovo movimento delle donne, in difesa dell’ambiente minacciato dal cambiamento climatico – prosegue ancora Elena – Questa vivacità rispecchia un dato sociale molto concreto. Milano non ha il volto di chi rivendica di lasciare morire di fame le persone o vuole che un bambino resti affogato in mare. Il meticciato è un elemento reale, così come l’antisessimo e la capacità di sfidare i ruoli di genere ha a che fare con la sfida al mito della purezza dell’identità. Sabato tutto questo sarà evidente».

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Europee, il Pd e il fronte 'da Macron a Tsipras', la replica da Atene. Il segretario greco: serve un’alleanza anche con la socialdemocrazia, se fa una svolta. Scettici gli italiani. La lista «La Sinistra»: dai dem italiani solo parole, non sono in linea con i socialisti portoghesi e spagnoli

«Abbiamo bisogno di una grande alleanza di tutte le forze progressiste, quelle di sinistra, dell’ecologia, della socialdemocrazia liberata dal neoliberismo, perché non possiamo lasciare il destino dell’Europa alla barbarie. Le forze di centrodestra commettono un crimine contro la democrazia in Europa quando si alleano o tollerano l’estrema destra». A precisare la posizione di Syriza, il partito del premier greco Alexis Tsipras, è il suo segretario, l’ex ministro Panos Skourletis. Il «fronte da Macron a Tsipras» è ormai diventato lo slogan più usato dal Pd per recuperare voti a sinistra. Da quella parte Tsipras viene descritto come pronto all’alleanza con i Socialisti e democratici. Per questo dalla Grecia arriva la precisazione.

«L’EUROPA È AD UN BIVIO cruciale. Deve abbandonare le politiche neoliberiste che hanno applicato i governi di centro-destra, di centro-sinistra e tecnici, che alimentano la guerra tra poveri, il fascismo, il nazionalismo ed il razzismo, che hanno distrutto il tessuto sociale europeo», ragiona Skourletis. «Seguiamo con grande interesse gli sviluppi in Europa del Sud e il fatto che i socialisti in Portogallo e in Spagna hanno abbandonato le politiche neoliberiste e collaborano con la sinistra. Abbiamo visto con favore la nascita della lista ‘La Sinistra’ in Italia, che esprime le forze che si trovano insieme con Syriza nel Partito della sinistra europea e nel nostro gruppo nel parlamento europeo, il Gue». Tanto più, conclude, che «con Sinistra italiana abbiamo da sempre un rapporto particolare che ha portato nel 2014 alla lista ‘L’Altra Europa con Tsipras’. Oggi nella lista di Syriza è candidata Luciana Castellina», fondatrice del manifesto. icona della sinistra italiana e oggi dirigente di Si.

L’ALLEANZA CON IL PSE non è esclusa da Syriza, dunque, ma a patto che il Pse faccia una svolta. Sulla quale, va detto, i candidati italiani di «La sinistra» sono scettici. Basta chiedere a Eleonora Forenza, europarlamentare uscente e ricandidata, dirigente Prc, che ieri ha incassato il prestigioso endorsement di Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace: «Quella del ‘fronte da Macron a Tsipras’ è un’invenzione da campagna elettorale del Pd», attacca, «I fatti raccontano che nella scorsa legislatura nella stragrande maggioranza dei casi il Pd e i socialisti hanno fatto maggioranza con liberali e popolari. Lo stesso Timmermans (spitzenkandidat di S&D, ndr) è vice di Juncker. La sinistra in Italia e in Europa ha il compito di costruire un terzo spazio alternativo sia alla grande coalizione del neoliberismo che ha governato in Ue che all’onda nera che avanza e che ha nel governo italiano un punto di riferimento».

«LA PENSO ESATTAMENTE come il segretario di Syriza», risponde il segretario di Si Nicola Fratoianni, anche lui in corsa. «Serve ricostruire un quadro di forze progressiste che contrastino l’ondata sovranista e le politiche neoliberiste che l’hanno gonfiata. Anche io guardo con speranza a quello che succede in Spagna e in Portogallo». Il problema però è che in Italia le cose non vanno in quella direzione. «Magari ci fossero le condizioni anche da noi. Ma il Pd non è in linea con la sua stessa narrazione. E basta guardare il suo programma per dover prendere atto che l’alleanza fra progressisti europeisti che propone fin qui non ha basi di merito, anzi va in direzione opposta. Purtroppo, aggiungo».

«DA MACRON A TSIPRAS? Meglio da Tsipras a Lucano, Castellina e Krajewsk» (il cardinale elemosiniere di papa Francesco che ha riallacciato la corrente a un condominio occupato, ndr), scrive su facebook Argiris Panagopoulos, dirigente di Syriza e candidato nelle liste italiane di La Sinistra. «Molti sono gli ipocriti che oggi fanno riferimento a Tsipras, come coloro che hanno applicato l’austerità in Italia, hanno cancellato i diritti dei lavoratori, e hanno cercato di stravolgere una delle costituzioni più democratiche del mondo, hanno attaccato i sindacati e hanno cercato di denigrare i loro dirigenti». I «veri amici di Tsipras», prosegue, si sono battuti al suo fianco «contro il piano di Juncker» e «contro l’orchestra di Renzi, Grillo, Salvini e Berlusconi e dei mezzi di informazione di centrodestra e di centrosinistra che facevano il gioco della Germania sostenendo che il referendum era per il ritorno alla dracma».

NELL’ALA SINISTRA DELLE LISTE PD invece le parole di Skourletis sono una conferma. E di più «una buona notizia», spiega Massimiliano Smeriglio, «sia sul piano dell’indicazione politica che su quello del senso della responsabilità. A nessuno può sfuggire l’estrema pericolosità di questo passaggio elettorale, l’onda nazionalista rischia di travolgere la nostra convivenza civile. E in Italia, in queste ore, abbiamo purtroppo continui segnali di questo pericolo».

 

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