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Sinistra. Oggi il sistema politico italiano è articolato sostanzialmente su tre poli, Centro-Destra, Pd e M5S, con quest’ultimo in evidente declino e la domanda di cambiamento, in particolar modo tra i giovani e nel Mezzogiorno, si è riversata in gran parte nell’astensionismo

 

Perché il consenso alle forze di sinistra è stato sempre così modesto? È possibile ipotizzare una presenza di sinistra autonoma culturalmente e politicamente non subalterna al Pd e non minoritaria, di pura testimonianza? Il Pd è l’unico destino per la sinistra? Noi pensiamo di no. Il Pd è un ostacolo di natura politica, sociale e ideologica, per non dire geopolitica per la sua rinascita. Diremmo di più: il veicolo privilegiato per l’affermazione dell’ideologia neoliberale, della fedeltà stretta al ruolo aggressivo della Nato, a cui guarda l’establishment per garantire stabilità e continuità nell’attuazione delle politiche della Ue.

Loris Caruso sul manifesto del 28/10/21, così conclude il suo articolo: “Forse, sarebbe più efficace realizzare un progetto politico innovativo rivolto a una parte del vasto astensionismo popolare, all’elettorato deluso da Pd e M5S che in questo momento non ha casa”.
Un’altra casa. Ma quale? Il voto al Pd non rappresenta più il voto operaio e popolare, ma quello dei pensionati e del ceto medio urbano, relativamente benestante, moderato e in cerca di stabilità. L’errore delle formazioni neocomuniste è sempre stato, però, anche quello di puntare sull’identità ideologica, mettendo «al primo posto le proprie bandiere, le proprie ragioni, la propria identità» (Norma Rangeri).
Quale strategia politica, allora, che non sia né minoritaria, né subalterna al Pd?

Certamente non guardando strategicamente all’elettorato del Pd e non facendo del Pd l’asse intorno a cui ruotare, in chiave progressista, antifascista, antiberlusconiana. E servirebbe anche una severa disamina della crisi del sindacalismo confederale, ancorato da anni su una gestione difensiva e corporativa del conflitto sociale a protezione delle vecchie roccaforti, sempre più fragili, del suo passato insediamento fordista. Non sarà un caso che gli operai al nord votino in prevalenza la Lega e che i giovani precari, insieme alle partite Iva, siano stati tra i referenti sociali del consenso ai 5S.

Oggi il sistema politico italiano è articolato sostanzialmente su tre poli, Centro-Destra, Pd e M5S, con quest’ultimo in evidente declino e la domanda di cambiamento, in particolar modo tra i giovani e nel Mezzogiorno, si è riversata in gran parte nell’astensionismo.
Con la crisi del Conte2 e l’avvento del governo, il M5S si trova ora coinvolto in una alleanza di governo innaturale dove rischia il definitivo assorbimento in un’orbita moderata egemonizzata dal Pd.

Il Pd ha oggi una funzione di ‘equilibratore di sistema’ e intorno ad esso si provano a disegnare nuovi assetti di governo che tengano insieme il Pd con Forza Italia, con l’area centrista e magari con la parte governativa della Lega di Giorgetti.
Ma questa operazione potrà avere successo solo se sarà completata l’opera di distruzione/assorbimento del M5S nell’orbita neo-centrista del Pd. Oggi l’ingresso del M5S in questo progetto di governabilità sarebbe una iattura da scongiurare, e segnerebbe la fine anche di ogni ambizione di introdurre nel sistema politico italiano quelle istanze di cambiamento che avevano trovato rappresentanza nel M5S e non nella sinistra “radicale”, a differenza di quanto avvenuto in altri paesi europei.

Se la sinistra vuole rinascere, dovrebbe innanzitutto ostacolare tale progetto e assumere l’interlocuzione ravvicinata privilegiata con i 5S e l’area dei delusi del Movimento, fino ad ipotizzare con esso alleanze elettorali, valorizzando alcuni contenuti tradizionali di quel Movimento, che sono stati alla base del consenso ricevuto: come il salario minimo; reddito di cittadinanza ancorato a politiche pubbliche del lavoro; transizione ecologica; precariato giovanile e partite Iva; beni comuni; separare le banche d’affari da quelle d’investimento; una Banca pubblica per una politica di riconversione dell’economia.

E soprattutto si proponga come promotore di un “Partito del Sud”, portatore di una rinnovata visione unitaria neo-risorgimentale del paese, alternativo al “Partito trasversale del Nord”, egemonizzato dagli interessi antimeridionali e neo-coloniali del blocco industriale padano. Sono solo esempi. Importante è non lasciare isolato il M5S, impedire un suo riassorbimento moderato, fiancheggiarlo dialetticamente da sinistra rivitalizzando alcune loro battaglie in nome e insieme a quel popolo deluso di sinistra e del M5S, che spesso coincidono. Si può lavorare all’aggregazione di un “Polo di sinistra” che si proponga con ambizione un simile tentativo e obiettivo? Poi di alleanze, tattiche, col Pd, si potrà anche discutere.

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Energie fossili e fonti rinnovabili. Le accuse delle associazioni ambientaliste su quanto detto dal ministro Cingolani alle Commissioni di Camera e Senato rispetto alle misure di intervento per contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia non dovrebbero passare sotto silenzio

 

Le accuse delle associazioni ambientaliste su quanto detto dal ministro Cingolani alle Commissioni di Camera e Senato rispetto alle misure di intervento per contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia non dovrebbero passare sotto silenzio. Ma anzi dovrebbero essere considerate la base di una discussione aperta e trasparente prima di una eventuale presa di posizione del consiglio dei ministri.

Si parte da due considerazioni ormai largamente accettate come incontrovertibili. La prima fa riferimento alla diretta responsabilità del gas sulla lievitazione dei prezzi e, per contro, alla totale estraneità delle fonti rinnovabili. Anzi, è con un ricorso massiccio alle rinnovabili e all’efficienza energetica che assicureremmo un affrancamento da una dipendenza energetica dall’estero instabile e pericolosa ed ora non più sostenibile.

La seconda riguarda la necessità di accelerare lo sviluppo delle rinnovabili che presupporrebbe una piena e convinta adesione del nostro Paese ai nuovi target, molto sfidanti, comunitari. Logica quindi vorrebbe che tutte le azioni relative alla decarbonizzazione vengano supportate con convinzione e quelle che hanno anche solo lo scopo di rallentarla, siano eliminate o almeno penalizzate. Da qui, la ovvia sottrazione di fondi dal settore oil&gas a favore di rinnovabili ed efficienza energetica. Dalle parole del ministro, invece, appare tutto il contrario.

Non è pensabile infatti di risolvere il tema dell’aumento dei prezzi dovuti al gas con il ricorso proprio al gas, tanto meno alle poche ed antieconomiche riserve nazionali. Non è pensabile immaginare di ricavare denaro dagli ipotetici extraprofitti delle energie rinnovabili senza fare riferimento alle inesistenti royalties delle estrazioni di gas e petrolio in Italia e nel mondo, che di fatto rappresentano extra-profitti a tutti gli effetti. Viene anzi dichiarato un chirurgico accanimento sulle rinnovabile che, come ha bene spiegato in queste ore l’Ad di Erg, hanno già concordato costi del kWh per l’80% della produzione 2021 e 2022 su valori metà degli attuali prezzi di mercato e che gli extraprofitti ottenuti sono ampiamente compensati dalle diminuzioni progressive delle incentivazioni. Con queste azioni c’è il pericolo che gli operatori, già in difficoltà per colpa del permitting, trovino ulteriori criticità rispetto alle installazioni necessarie. Stupisce il fatto che non sia citato il biometano, che ha il vantaggio di essere rinnovabile e strutturale, biometano già azzoppato da una bozza di Dm che se fosse approvata impedirebbe la produzione di biometano da Forsu.

Un altro aspetto sorprendentemente trascurato è quello delle misure strutturali a favore dell’efficienza energetica: la riduzione dei consumi è per definizione una misura contro il caro energia. La mancata attuazione dei provvedimenti di supporto previsti dal Dm 2021 incide pesantemente sul rilancio del meccanismo dei certificati bianchi, che invece aiuterebbero le imprese, messe a dura prova dalla crisi, a investire in efficienza energetica e a ridurre la loro esposizione sia al caro bollette, sia all’emission trading. Invece, l’accanimento è completato con asserzioni sul prelievo delle risorse Ets per calmierare prezzi dell’energia e del gas, quando tali risorse sarebbero destinate all’impulso delle energie verdi in termini di investimenti e di innovazione.

Ma c’è una cosa che in questo ragionamento logico pesa come un macigno. Nulla viene detto su un aspetto che risulterebbe decisivo per il contrasto al caro bollette: quello della eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi, visto che parliamo di circa venti miliardi di euro contro i dieci strombazzati in pompa magna con misure in gran parte inutili e confuse.

* Prorettore alla Sostenibilità,
Università La Sapienza di Roma

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Conflitti. Oggi l'Alleanza Atlantica a oriente si sovrappone pericolosamente su una linea ribollente della storia europea: il nodo è dove finisce il confine occidentale della Russia e dove comincia quello orientale dell’Europa. Da qualche secolo qui si combattono l’imperialismo russo e l’espansionismo delle potenze europee con i loro alleati

Durante un vertice dei leader dei paesi Nato

 

Durante un vertice dei leader dei paesi Nato  © Ap

Reduce insieme agli Stati uniti dal fallimento dell’Afghanistan, la Nato rischia un flop anche ai confini dell’Ucraina. A consigliare alla Nato di chiudere la porta verso Est è un articolo appena pubblicato su Foreign Affairs del professore di storia Michael Kimmage: «Non perché lo chiede Putin ma perché immergersi nel calderone nazionalistico ed etnico dell’Est Europa diventerà un problema per la stessa Alleanza Atlantica». Un’Alleanza che – ricorda Foreign Affairs – è prima di tutto difensiva, non offensiva.

Oggi la Nato a oriente si sovrappone pericolosamente su una linea ribollente della storia europea: il nodo è dove finisce il confine occidentale della Russia e dove comincia quello orientale dell’Europa. Da qualche secolo qui si combattono l’imperialismo russo e l’espansionismo delle potenze europee con i loro alleati.

Contrariamente a quanto affermano qui sui giornali, l’Ucraina è un po’ che ci prova entrare nella Nato e ha presentato domanda per l’adesione nel 2008. I piani furono accantonati in seguito alle elezioni del 2010 in cui il presidente Viktor Janukovich preferì mantenere il paese non allineato.

Con gli oscuri disordini dell’Euromaidan, caratterizzata oltre che da un ruolo dell’estrema destra da una forte connotazione contraria sia alla popolazione russa e russofona ucraina sia anti-russa, Janukovich fuggì dall’Ucraina e il governo ad interim di Kiev inizialmente dichiarò, con riferimento allo status non allineato del paese, che non aveva intenzione di aderire alla Nato. Ma in seguito alle operazioni militari russe e all’annessione della Crimea l’adesione è tornata prioritaria.

Forse qui non si è neppure capito che l’Ucraina si considera già dentro la Nato e l’Unione. Dal 2019, con un voto del Parlamento, l’obiettivo dell’adesione all’Unione europea e alla Nato è entrato nella stessa costituzione di Kiev, in poche parole quello che poteva sembrare soprattutto un traguardo geopolitico è diventato parte della stessa ragione d’esistere della nazione ucraina. È crollata da un pezzo l’idea che nel 2014 aveva Henry Kissinger di un’Ucraina che fosse un «ponte» e «non un avamposto di una parte contro l’altra».

Chi era cosciente della situazione era proprio la ex cancelliera Angela Merkel che infatti trattò gli accordi di Minsk dai quali è uscito evidente il consenso russo sul «non interesse e non ingerenza» nel Donbass la cui soluzione dovrebbe essere quella di una autonomia interna all’Ucraina.

Nessun leader occidentale ha parlato con Putin più di Merkel. I due non si amavano ma si capivano, ognuno parlava la lingua dell’altro, e comprendere il russo o il tedesco serve a intuire come pensa l’interlocutore. Merkel capiva perfettamente che per la Nato entrare in Ucraina significava per il suo interlocutore essere alle porte di Mosca.

In sostanza cosa chiede Mosca? Putin ha chiesto una garanzia agli Usa, ricordando la promessa di James Baker e di Bush padre fatta a Gorbaciov che accettava la riunificazione delle due Germanie in cambio del fatto che l’Alleanza Atlantica non si sarebbe allargata a Est.

Invece alla fine della guerra fredda, sotto la spinta americana e la scioglimento dell’Urss nel dicembre 1991, l’Alleanza si è allargata a una dozzina di Paesi (prima del Patto di Varsavia) e oggi è una coalizione di 30 stati, dal Nord America all’Europa occidentale, dai Paesi baltici alla Turchia. A questo bisogna poi aggiungere un corollario non indifferente: Israele, ovvero il maggiore alleato degli Usa, che sta facendo la «sua» Nato con i Patti d’Abramo stretti con i Paesi arabi.

Ora sarebbe interessante rispondere alla domanda: chi assedia chi? Merkel queste cose agli americani le aveva fatte notare. Quando Obama, nel 2014, chiese o volle imporre, che l’Ucraina entrasse nell’Unione europea (una alleanza militare non solo politica), Putin reagì prendendosi la Crimea, mise sotto scacco il presidente americano, e iniziò la guerra civile in Ucraina.

Obama espulse Putin dal G8, nonostante Merkel cercasse di fargli capire che per risolvere una crisi, che fosse la Siria o l’Ucraina, era necessario parlare con l’avversario. Che cosa ha fatto invece la Nato? Nel 2011 ha bombardato la Libia non tanto per salvare i ribelli di Bengasi ma per attuare un cambio di regime.

E dopo l’Iraq nel 2003 questo a Mosca appariva un po’ troppo. Così la Russia ha reagito in Crimea nel 2014 e soprattutto in Siria nel 2015, scendendo in campo a fianco del regime di Bashar Assad: era la prima volta dai tempi dell’Urss che Mosca si trasformava in un attore chiave di un conflitto non regionale o post-sovietico ma globale, al quale prendevano parte tutte le principali potenze mondiale schierate, in un modo o in un altro, contro Damasco. E chi ha vinto, almeno per ora, quella guerra? Mosca e Teheran.

Ora naturalmente della Siria non si parla più, della Libia il meno possibile, perché anche un orbo ha capito che con la presenza di truppe straniere si è avviata una spartizione di fatto in zone di influenza. Mentre l’Afghanistan è stato abbandonato al suo destino con la fuga da Kabul di agosto. Con alle spalle tutti questi “successi” l’Occidente e la Nato devono stare molto attenti.

L’Ucraina si difende meglio con la diplomazia che con le armi. Berlino per lo meno continua a crederci: a Mosca la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock, incontrando Lavrov, ha detto ieri che «non c’è alternativa ai buoni rapporti tra la Russia e la Germania», respingendo intanto la richiesta di Kiev di forniture di armi. Merkel approverebbe. E intanto arriva la notizia che le marine militari russa, cinese e iraniana terranno esercitazioni congiunte, secondo quanto ha annunciato la flotta russa del Pacifico, senza precisare le date previste.

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Il caso. Secondo l’ong Oxfam nei primi 21 mesi della pandemia i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i patrimoni da 700 a 1.500 miliardi di dollari. Ogni secondo hanno guadagnato 15 mila dollari, 1,3 miliardi di dollari ogni giorno. Nello stesso periodo 163 milioni di persone sono cadute in povertà a causa della pandemia. In Italia i 40 miliardari più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% dei più poveri: 18 milioni di persone adulte. Un milione di individui e 400 mila famiglie sono sprofondati nella povertà. E il mercato del lavoro resta profondamente disuguale e genera, in modo strutturale, povertà. Ogni 4 secondi una persona muore perchè mancano le cure e i vaccini anti-Covid. In occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos ecco il volto del coronacapitalismo: la secessione dei ricchi.

Vaccinazione a Kampala (Uganda) © Ap

Alla fine del primo anno pandemico, il 2020, il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre due terzi della ricchezza nazionale mentre il 60% più povero appena il 14,3%. In quella platea già ristretta spuntava un’avanguardia di capitalisti che possedeva oltre sei volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. C’era poi un’élite delle élite, il 5%, la cui ricchezza era pari a quanto posseduto dall’80% della fascia più povera della popolazione.

SONO alcuni dei dati contenuti nel rapporto «La pandemia della disuguaglianza», pubblicato da Oxfram, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, che quest’anno si terranno in forma virtuale. Un’occhiata alla lista Forbes è essere sufficiente per comprendere la natura classista delle politiche economiche e finanziarie varate nel corso dei 21 mesi appena trascorsi della pandemia del Covid. Tra marzo 2020 e novembre 2021 i miliardari nostrani sono aumentati da 36 a 49. A livello globale i 10 uomini più ricchi del mondo hanno raddoppiato, in termini reali, i loro patrimoni guadagnando 15 mila dollari al secondo, 1,3 miliardi di dollari al giorno. Solo Jeff Bezos, imperatore che regna nel mondo Amazon, ha ottenuto un surplus patrimoniale di +81,5 miliardi di dollari. Questi soldi basterebbero da soli per pagare la vaccinazione completa contro il Covid (due dosi e la terza «booster») all’intera popolazione mondiale. Bezos non perderebbe nulla del suo potere. In compenso potrebbe contribuire a finanziare anche la logistica mondiale, mettendo a disposizione la potenza della sua impresa (aerei compresi) per aiutare i paesi meno attrezzati a vaccinare la propria popolazione. Il problema riguarda anche il capitalismo farmaceutico. Pfizer, BioNTech e Moderna hanno realizzato utili miliardari, ma meno dell’1% dei loro vaccini ha raggiunto le persone nei Paesi a basso reddito, dove è stata vaccinata appena il 4,81% della popolazione. E pensare che per spendere le proprie fortune al ritmo di 1 milione di dollari al giorno ciascuno, Bezos e gli altri ultra-miliardari necessiterebbero di 414 anni. 414 anni di pena per tutto il resto del mondo. . Non sarebbe un esproprio. Sarebbe giustizia.

«LE BANCHE centrali hanno pompato miliardi di dollari nei mercati finanziari per salvare l’economia, ma gran parte di queste risorse sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario – sostiene Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International – I settori come quelli farmaceutici hanno beneficiato della crisi con conseguenze avverse per troppi ed è succube alla logica del profitto e restio alla sospensione temporanea dei brevetti e alla condivisione di know-how e tecnologie necessarie per aumentare la produzione di vaccini Covid e salvare vite anche nei contesti più vulnerabili del pianeta».

LE DONNE, insieme ai lavoratori giovani e stranieri, sono tra le più colpite dalla crisi. La quota di «working poor» (lavoratori con retribuzione annuale inferiore a 10.837 euro e mensile inferiore a 972 euro nel 2017) è aumentata dal 26% del 1990 al 32,4% nel 2017. Ciò che ha contribuito all’aumento della povertà lavorativa è stato il precariato, il part-time in prevalenza involontario la cui incidenza è quasi triplicata in questi anni.

OXFAM ha inoltre individuato la ragione di fondo che mina le politiche di bonus e incentivi con i quali i governi hanno illuso, facendo addirittura parlare di un fantomatico «ritorno dello Stato». I massicci trasferimenti hanno solo attenuato le disuguaglianze retributive e reddituali, ma le prospettive a breve restano incerte, data la temporaneità degli interventi e i rischi, tutt’altro che scongiurati, di un ritorno allo status quo pre-pandemico. Il desiderio di tornare al mondo di prima è stato coltivato anche dal governo Draghi è che il virus sia l’eccezione. E che il business as usual la regola. Gli effetti di questa decisione politica sono quelli indicati anche da Oxfam. E questo è solo il primo tempo della crisi.

*** Maslennikov (Oxfam): «Con il governo Draghi sono difficili da adottare misure di giustizia sociale»

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Quirinale. Sull’anomalia rappresentata da un’eventuale ascesa al Colle del Cavaliere poco c’è da aggiungere al molto che a proposito del leader di Forza Italia è stato detto e scritto negli ultimi trent’anni

 

Sul tavolo delle trattative per l’elezione del Presidente della Repubblica risaltano due autocandidature (fatto di per sé inedito nella nostra storia repubblicana). La prima candidatura è quella esplicita di Silvio Berlusconi; la seconda è quella implicita, ma non per questo meno evidente, dell’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi. Qualunque sia l’esito di questa “guerra dei nonni” (per riprendere il fulminante titolo del manifesto), essa pone urticanti dinamiche istituzionali.

Le due autocandidature pongono il nostro Paese di fronte a torsioni che è utile riproporre davanti all’opinione pubblica in questo scorcio di “campagna elettorale” quirinalizia.
Sull’anomalia rappresentata da un’eventuale ascesa al Colle del Cavaliere poco c’è da aggiungere al molto che a proposito del leader di Forza Italia è stato detto e scritto negli ultimi trent’anni; rimane semmai da rinnovare il monito a non sottovalutare le capacità di manovra del personaggio, specialmente sul finire di una legislatura come questa, contraddistinta dall’auge di un personale politico non propriamente esemplare.

Più ovattate, ma non per questo meno minacciose, le ombre che si addensano attorno alla prassi repubblicana del Paese sulla scia dell’autocandidatura
di Draghi. Per due ordini di motivi. Il primo, per il ricatto implicito che essa pone al Parlamento. Considerato infatti il potere assunto dalla figura presidenziale nei cascami della crisi italiana (il famoso presidenzialismo di fatto, ormai una realtà più che una possibilità), la mancata accettazione da parte dei partiti di maggioranza dell’autocandidatura di Draghi comporterebbe una sua delegittimazione anche come primo ministro. Un corto circuito non previsto dalla nostra Carta costituzionale, ma nei fatti operante: per via dell’impotenza dei partiti, e di una campagna mediatica che ha fatto di un presidente del consiglio incaricato, se capace, di risolvere alcuni problemi del paese poco meno di un Re taumaturgo, ai cui desiderata risulta adesso complicato opporsi.

Più insidioso ancora il secondo motivo. In caso infatti di una sua elezione al Quirinale, Draghi sarebbe il primo Presidente ad essere eletto sulla scorta di un dettagliato programma politico. Un precedente potrebbe essere trovato a prima vista nell’elezione di Giovanni Gronchi nel 1955. Ma in quel caso il programma – far seguire il disgelo costituzionale al disgelo bipolare – non precludeva nessuna formula di governo specifica; nessuna potenziale “coabitazione forzata” avrebbe potuto insomma prodursi, per dirla in termini presidenzialisti. Anzi, l’elezione dell’esponente della sinistra Dc ampliava nei limiti del possibile lo spettro delle potenziali soluzioni parlamentari “legittime” in diversi campi (eventuale rottura del “centrismo” e ingresso dei socialisti in maggioranza; politica estera di distensione; attuazione della Costituzione).

Con Draghi invece al Quirinale traslocherebbe non solo una personalità, ma anche un programma politico rigido e poco suscettibile di essere scalfito nel caso in cui le urne producessero maggioranze politiche ad esso avverse: quello del “vincolo esterno”, col suo portato di svalorizzazione del lavoro e subordinazione alla disciplina del mercato dei servizi pubblici essenziali, senza limite alla concentrazione e alla volatilità dei capitali.
Cosa accadrebbe in caso si producesse una maggioranza parlamentare con programma politico di segno opposto a quello presidenziale? Quale dei due poteri ne uscirebbe delegittimato? Con quali conseguenze?

Male farebbe la sinistra a non considerare questi aspetti, crogiolandosi nella consapevolezza che al momento il draghismo al Quirinale porrebbe problemi soprattutto alla destra nazionalista: c’è da sperare che prima o poi, più prima che poi, una critica di massa alle politiche egemoni negli ultimi anni venga messa in campo anche da sinistra.
Ma più in generale tutti i partiti sono chiamati a considerare che, vigente ancora la Carta del ’48, l’unico programma politico affidato alla presidenza della Repubblica dovrebbe consistere nel suo rispetto e nella sua attuazione.

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Verità nascoste. La rubrica a cura di Sarantis Thanopulos

 

La scienza è inaffidabile quando si pretende che diventi norma, verità su cui riporre una fede religiosa. Come sanno tutti gli scienziati veri, appassionati delle loro ricerche e non della visibilità e del potere (nulla di più estraneo allo spirito scientifico), la scienza non produce certezze (esse fanno parte di sistemi dogmatici che si legittimano dalla capacità di conformazione che esercitano sulle masse).

Produce una conoscenza necessariamente approssimativa e discontinua della realtà e per farlo deve operare in campi diversi tra di loro, dialoganti per quanto è possibile, ma in nessun modo uniformabili a un pensiero unico che detta legge. L’essere umano è tale, vive e prospera nella buona e nella cattiva sorte, se non ambisce a possedere uno sguardo divino capace di vedere tutto nel suo insieme, in un’unica prospettiva. La scienza vede la realtà secondo prospettive diverse che restano asintotiche rispetto a una visuale totale che non è reale. Lo iato tra la visuale umana (multi-prospettica, asintotica rispetto a ogni verità assoluta) e un ipotetico sguardo divino, produce conoscenza e esperienza, ampliando all’infinito il loro spazio, ed è la condizione della permanenza del desiderio e della vita. Grazie a questo iato si respira.

Con tutte le difficoltà e le tante inefficienze del sistema sanitario mondiale, gli scienziati hanno prodotto dei vaccini che hanno un’efficacia innegabile, seppure relativa. Non si capisce perché avrebbero dovuto produrre miracoli, la scienza non li crea (men che mai a commando). Diversa, e molto più importante, è la questione di chi e come usa la scienza. Ci sono due interrogativi che sono ineludibili e il silenzio che li copre è scoraggiante. Si può continuare a affidare la ricerca scientifica quasi esclusivamente a investimenti privati (esenti da controlli e regolazioni da parte di organismi pubblici) che per definizione non tengono conto dell’interesse collettivo (se non in una sua interpretazione legata alle opportunità di speculazione)? Può in prospettiva produrre qualcosa di buono l’investimento di enormi fondi nella produzione privata di vaccini (comprati a prezzi scandalosi) che vengono sottratti dalla sanità pubblica (il grande malato, il nostro tendine d’Achille, di cui non prendiamo cura)? Lo smantellamento della libertà della scienza sfocia nella confusione tra verità scientifica e propaganda. Quando l’ad di Pfizer si indirizza direttamente all’opinione pubblica per dire che sarà necessaria, a breve, una quarta dose, è in chiaro conflitto di interesse. Queste valutazioni spettano a autorità di controllo indipendenti.

I vari esperti che parlano in tv dando comunicazioni contraddittorie, su un virus di cui non sono ricercatori, hanno disorientato il loro pubblico, stretto tra due opposte tendenze: il ritiro dalla vita è il diniego di un pericolo reale oggetto di disinformazione. La volontà ossessiva di ridurre l’essere umano alla biologia, denegando la sua natura relazionale, affettiva e erotica e la sua fondamentale necessità di dare senso alla sua esistenza (senza il quale perisce), è messa alle corde dal fatto evidente che i vaccini ci proteggono, ma dai pericoli (i virus e altre catastrofi che incombono) non usciamo senza una diversa cultura e politica di vita. L’ossessione in crisi si fa veleno: “la scienza non è democratica” dice un tecnocrate mediatico.

Fuori dalla Polis democratica la scienza non è indipendente ed è priva di verità e di etica. Essa prospera nel dibattito, si fonda sulla libertà di espressione delle idee e evolve secondo modalità di consenso fondate sul ragionamento e non sull’arbitrio. Opera nel rispetto rigoroso del principio della non contraddizione, pronta sempre a rivedere le sue visioni.
Vive, tuttavia, sulle contraddizioni: la sua specificità è di riconoscerle e metterle in tensione, creando verità, senza eliminarle necessariamente.

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