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A mondo mio Il presidente Usa a Davos incontra Rutte e fa marcia indietro sui dazi: «Raggiunta una soluzione soddisfacente», senza specificare quale

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Il presidente Donald Trump sale sul palco durante la 56ª riunione annuale del World Economic Forum (WEF) a Davos, in Svizzera, mercoledì 21 gennaio 2026. (Gian Ehrenzeller/Keystone via AP) Il presidente Donald Trump a Davos

Niente più dazi: dopo il suo discorso fiume a Davos di un’ora e 12 minuti Donald Trump ha incontrato il segretario della Nato Mark Rutte e ha deliberato che era stato raggiunto un «quadro generale» sulla Groenlandia, «e per tutta la regione artica», soddisfacente per gli Usa. Che cosa preveda non è dato sapere. «Potete dire di sì – aveva detto poche ore prima il presidente dal palco del forum economico in Svizzera – e noi lo apprezzeremo molto.

O potete dire di no e noi ce ne ricorderemo». Una postura non molto distante dal contratto “su cui ci sarà la tua firma o il tuo cervello” di corleoniana memoria. Benché le testate più prestigiose , dal New York Times al Guardian, incentrassero i loro titoli su un’altra dichiarazione fatta da Trump: «Non userò la forza per prendere la Groenlandia. Non mi serve usare la forza. Non voglio usarla. Non userò la forza». Un esercizio, quello di guardare speranzosamente a questa affermazione o alla distensione proclamata dopo l’incontro con Rutte, che nella migliore delle ipotesi è di auto-illusione.

SE NON BASTASSE un anno di amministrazione Trump 2.0 (oltreché il suo primo governo) per indurre a prudenza nel prendere in parola il presidente Usa, basterebbe guardare a quanto aveva detto poco prima – «Probabilmente non otterremo nulla a meno che io non decida di mettere in campo una forza eccessiva, che francamente ci renderebbe inarrestabili» – o all’interezza del suo discorso a Davos.

Un tragico deja-vu che riporta alla conferenza stampa alla Casa bianca della notte precedente, ma anche al discorso di Trump all’assemblea generale delle Nazioni unite a settembre e a tutti i punti fissi dei suoi discorsi pubblici. Intessuti sul Green New Scam (la green new truffa), con le fabbriche a carbone che devono riaprire gloriose in tutto il mondo come già accaduto in Usa, a fronte di un’Europa «invasa» da nocive pale eoliche: «Sono ovunque». E poi sulle otto guerre «risolte», e quella in Ucraina «che non sarebbe mai scoppiata con me alla Casa bianca», «se le elezioni del 2020 non fossero state rubate». E ancora i «manicomi svuotati in territorio americano» dai paesi «peggiori» del mondo, «i peggiori criminali» entrati a milioni nel Paese in epoca Biden.

Quel problema, dice, ora lui lo ha risolto: «Il 2025 per la prima volta è stato l’anno della reverse migration», della migrazione al contrario, osserva a proposito delle sue squadracce di Ice che di recente abbiamo visto – tra le tante cose – trascinare un uomo anziano, in mutande, fuori da casa sua nei 25 gradi sotto zero del Minnesota. «Io sto provando a aiutare il Minnesota», ha detto Trump a Davos durante una delle sue abituali digressioni sulla politica interna: a ostacolarlo sono gli «stupidi leader» dello stato. Rappresentato alla Camera dalla deputata di origini somale Ilhan Omar a cui Trump dedica uno dei suoi passaggi più angoscianti: «Una finta parlamentare che viene da un paese fallito e vuole dirci come governare il nostro Paese. Ma questo non durerà a lungo».

MA L’AMERICA non è mai stata meglio: «È più forte e ricca di sempre». Come all’Onu, Trump dipinge piuttosto il ritratto di un European Carnage, una carneficina europea per

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Crisi Europa Usa Il presidente francese a Davos contro il «bullo», Von der Leyen dura ma cerca il dialogo

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L’intervento di Emmanuel Macron al World Economic Forum di Davos foto Ansa L’intervento di Emmanuel Macron al World Economic Forum di Davos

I toni dello scontro tra le due sponde dell’Atlantico sono sempre più alti. Groenlandia al centro, in attesa dell’arrivo di Trump oggi, al World Economic Forum di Davos è stata la giornata del presidente francese Macron e della presidente della Commissione Ue von der Leyen. Il primo in versione incendiaria, la seconda più cauta, dovendo tenere in conto il rischio di escalation commerciale con gli Usa e le conseguenze di un deterioramento dei rapporti con Washington sul fronte ucraino. Ma è comunque ferma sui principi a sostegno dell’integrità e sovranità dell’isola artica.

VERSIONE TOP GUN, con occhiali da sole blu riflettenti (indossati per un problema all’occhio destro), Macron va a testa bassa all’attacco di Trump, indicando la necessità del rispetto, nei rapporti internazionali, anziché del bullismo. «L’accumulo infinito di nuovi dazi», affonda Macron, è «fondamentalmente inaccettabile», soprattutto quando le tariffe vengono «usate come leva contro la sovranità territoriale». Mentre sull’altra sponda Trump lanciava la guerra allo champagne con tariffe del 200%, una ritorsione contro la Francia per la partecipazione con altri paesi europei all’operazione militare Arctic Endurance sul territorio groenlandese e per il rifiuto di Parigi di partecipare al Board of Peace per Gaza.

LA MATTINATA si era aperta con lo sgarbo del tycoon che sul social Truth aveva pubblicato lo screenshot di un messaggio privato di Macron, che inizia così: «Amico mio, siamo totalmente d’accordo sulla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran. Non capisco cosa stai facendo sulla Groenlandia», segue la proposta di organizzare una riunione G7 per domani pomeriggio a Parigi con invito esteso a ucraini e russi. Proposta poi rimangiata.

L’idea di Macron di reagire ai dazi Usa con lo Strumento anti-coercizione europeo (che richiede però dei mesi per entrare in vigore), sta registrano convergenze. Sul fronte interno, dove Macron è agli sgoccioli, arriva il sostegno dell’opposizione di estremadestra, con il lepenista Jordan Bardella. «La nostra sottomissione agli Usa sarebbe un errore storico», scandisce l’eurodeputato di Rn che punta all’Eliseo, poi invita l’Ue ad attivare subito il cosiddetto bazooka commerciale. Sul fronte europeo la Germania, capofila della linea prudente, non può fare finta di niente, lo chiedono gli imprenditori e si mugugna tra i parlamentari della Cdu, qualcuno è arrivato a proporre di boicottare i mondiali in America. Il governo Berlino non lo dice apertamente ma sarebbe in fase di attenta valutazione, secondo quanto emerge da un documento interno del governo di Berlino visualizzato dal settimanale Der Spiegel.

IN ATTESA di una decisione, se ne discuterà al Consiglio europeo straordinario di domani, alza la voce anche il Canada, alleato «americano» degli europei nella Nato. Da Davos, il primo ministro Mark Carney si schiera senza riserve dalla parte della Groenlandia, lanciando un appello alla resistenza rispetto alle superpotenze aggressive e criticando comunque la minaccia americana dei dazi. Si fa sentire soprattutto Von der Leyen. La presidente della Commissione ha annunciato le linee di una nuova strategia europea per l’estremo nord, di cui non ha specificato i dettagli. Alla base c’è la «piena solidarietà» con la Groenlandia e la Danimarca.

La strategia comprende un massiccio aumento di fondi per l’isola artica, ma il focus è tutto dedicato all’aumento della sicurezza della regione. Le parole usate nei confronti degli americani sono chiare. Von der Leyen li considera non solo alleati, ma anche amici, che invece di tener fede nelle relazioni commerciali, come promesso lo scorso luglio in Scozia, stanno facendo precipitare le relazioni transatlantiche in una spirale pericolosa. Le dà manforte il parlamento europeo da Strasburgo, dove i gruppi di maggioranza (Ppe-S&D-Renew) hanno formalizzato la decisione di non procedere al voto di ratifica proprio dell’accordo Ue-Usa sui dazi, siglato con una stretta di mano tra Von der Leyen e Trump in Scozia.

QUANTO ALLA SICUREZZA militare, Londra ha appena annunciato il raddoppio nel giro di tre anni del contingente militare britannico nell’artico norvegese, da 1000 a 2000 marines. Ma la presidente della Commissione osserva che le minacce trumpiane sulle Groenlandia hanno l’effetto di distogliere dal vero nemico: la Russia. Resta quindi il sostegno all’Ucraina a indurre Bruxelles alla cautela, soprattutto rispetto alle forniture militari per Kiev.

Il Vecchio continente ha scelto una strada di parziale autonomia, alla quale tra l’altro è stata costretta dal disimpegno Usa in Ucraina. Ieri il parlamento europeo ha dato il via libera alla procedura accelerata per il prestito da 90 miliardi in due anni garantito dall’emissione di debito congiunto, così come stabilito dal Consiglio europeo di dicembre. Una parte dei fondi è destinato all’acquisto di armi ed equipaggiamento militare che arriva anche dagli Usa.

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Diritti Piantedosi getta acqua sul fuoco dell’allarme che la stessa maggioranza ha evocato. Ma Salvini continua a elencare nuovi reati

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Militari di pattuglia a Roma, foto Imagoeconomica Militari di pattuglia a Roma

Doveva essere un veloce summit, è durato quasi due ore. Al vertice di Palazzo Chigi sulla sicurezza che ha anticipato il consiglio dei ministri ci sono Giorgia Meloni, i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro della giustizia Carlo Nordio, i sottosegretari alla presidenza del consiglio Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano e il ministro della difesa Guido Crosetto.

ATTORNO AL TAVOLO, gli esponenti del governo valutano i pro e i contro della gestione della sicurezza. Se, come appare evidente, questo è il terreno privilegiato per ricercare il consenso e colpire il nemico di turno, emergono anche i rischi dell’operazione: spingere troppo sull’emergenza in sintesi, rischia di produrre incertezze sull’azione dell’esecutivo. Suona come una staffilata a Salvini, che più di tutti cavalca il tema e fa sentire la sua ombra sul Viminale. Il leader leghista comincia fin dal mattino, dalla periferia romana di Tor Bella Monaca dove è in visita istituzionale a un cantiere Pnrr, a suonare la grancassa securitaria. La pressione del governo sui sindaci sul tema deve ricordargli in qualche modo la guerra dichiarata da Trump alle città statunitensi, anche se nella periferia romana si trova accanto a Gualtieri che gli ricorda le promesse disattese su agenti e finanziamenti all’edilizia popolare.

IL LEADER LEGHISTA svicola ma si sente in dovere di avanzare una precisazione quando giura che all’Italia «non serve una forza di polizia simile all’Ice». Il motivo è che gli uomini in divisa qui avranno lo scudo legale: «Abbiamo le forze dell’ordine migliori d’Europa, mettiamole in condizioni di lavorare – prosegue Salvini – Nel decreto sicurezza c’è, ad esempio, la non iscrizione automatica nel registro degli indagati per gli agenti che, in servizio, si difendono e sparano». Quando si tratta di valuta le possibili eccezioni del Quirinale, l’atteggiamento si fa passivo aggressivo: «Non c’è ancora un decreto, quindi non capisco come si possa storcere il naso su qualcosa che non si conosce. Su cosa ci sarebbero perplessità? Sui migranti noi parliamo di illegalità: non penso che nessuno storca il naso se prendiamo provvedimenti nei confronti di chi non rispetta la legge».

MA ECCO che non appena la riunione finisce da Palazzo Chigi si affrettano a far trapelare che dal consesso governativo è emersa «piena condivisione e sintonia» sul nuovo pacchetto di provvedimenti, gli annunciati decreto e disegno di legge, messi appunto da Piantedosi. Le norme che prevedono una stretta sulle armi da taglio confluiranno nel decreto ma, si apprende, c’è ancora del lavoro da fare. Con ogni probabilità, dunque, non sarà il prossimo consiglio dei ministri a varare la nuova stretta, bensì il successivo. In contemporanea il ministro dell’interno consegna all’Agi la linea ufficiale. Che suona più o meno così: i reati sono in calo, è giusto prendere provvedimenti per risolvere i problemi ma non ci troviamo davanti a un’emergenza sicurezza. La polemica è rivolta all’apparenza contro le opposizioni, ma di fatto parla anche ai leghisti. «Anche allungando lo sguardo verso periodi più lontani nel tempo si può e si deve smentire l’idea di un paese fuori controllo – rimarca Piantedosi – Gli omicidi per accoltellamento sono stati 101 nel 2025, tanti e sicuramente troppi, ma un decennio fa eravamo a 130 mentre venti anni fa eravamo a 160 accoltellamenti mortali». Verrebbe da chiedersi per quale motivo allora il governo ricorra al decreto (il secondo) e magari perché in mezzo alle norme contro la microcriminalità si inseriscono quelle su dissenso. Ma non bisogna fare troppo affidamento su quello che in termini psicanalitici potrebbe definirsi insight, l’improvviso disvelamento di una situazione.

PIANTEDOSI si affretta a individuare il nemico, in questo paese che pure non conosce alcuna emergenza sicurezza. E quel nemico, dice Piantedosi, sono i migranti. «L’unica reale preoccupazione riguarda i reati commessi dai migranti irregolari, in proporzione enormemente superiori rispetto a quelli commessi da cittadini italiani o migranti regolari – spiega il ministro – Ebbene chi ha davvero a cuore il tema della sicurezza collabori all’aumento dei rimpatri, superando quelle resistenze ideologiche che ne impediscono la completa realizzazione». A Salvini non basta: fino a sera continua a esternare, elenca allarmi, propone reati, avanza inasprimenti.

 

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LA CURDA VERITA' Da terrorista ad alleato, Al-Sharaa è alle porte di Kobane, simbolo della rivoluzione e della lotta all’Isis. «Concede» quattro giorni alla Siria del nord-est per arrendersi e permette la fuga dalle carceri dei miliziani islamisti. Usa ed Europa approvano. I curdi, traditi, resistono

Siria La popolazione in armi per difendere l’autonomia dall’assedio. In serata la tregua a tempo. Miliziani Isis in fuga dalle carceri. Gli Stati uniti mollano la Siria del nord-est: unico alleato è al-Sharaa, il presidente qaedista

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Le tute dei prigionieri dell’Isis abbandonate prima della fuga dal carcere di Hasakah (foto Getty/Bakr Al Kasem) Le tute dei prigionieri dell’Isis abbandonate prima della fuga dal carcere di Hasakah – Getty/Bakr Al Kasem

«Rivolgiamo un appello ai nostri giovani, alle donne e agli uomini del Rojava e del Kurdistan, affinché abbattano i confini e si uniscano alla resistenza». Con queste parole, diffuse prima ancora che fosse noto l’esito dell’incontro tra il comandante delle Forze della Siria democratica, Mazloum Abdi e il presidente del governo di transizione siriano Ahmed al-Shaara, le Sdf annunciavano l’inizio di una resistenza a oltranza.

POCHE ORE DOPO, leader politici e militari comparivano uno dopo l’altro armati, accanto alla popolazione mobilitata di Jazeera e Kobane, due dei tre cantoni originari della rivoluzione del 2012. «La popolazione è organizzata ed è pronta a qualsiasi possibile attacco – ci racconta da Qamishlo Raman Bazo, insegnante curdo-ezida – Quasi il 90% delle persone è armato e partecipa attivamente alla difesa del territorio».

Secondo fonti curde, a Damasco non si sarebbe svolto alcun negoziato. A Mazloum Abdi sarebbe stata presentata un’offerta di resa in cambio di un incarico da viceministro della difesa. Persino l’accordo, già fortemente sbilanciato a favore del governo centrale e presentato il giorno precedente, sarebbe stato ritirato.

Anche l’inviato speciale statunitense Tom Barrack avrebbe fatto marcia indietro rispetto alla promessa di sostenere una qualche forma di autonomia per le aree a maggioranza curda. Alla proposta, Abdi avrebbe risposto con una dichiarazione di resistenza, accolta con favore dalla popolazione. «Tutti pattugliano insieme alle Asayish. Ognuno si assume il proprio ruolo», spiega Bazo.

Mentre la mobilitazione popolare cresceva, le Sdf respingevano i primi tentativi di infiltrazione nelle campagne meridionali di Heseke e Kobane, già stretta in un assedio. L’avvicinarsi degli scontri alle aree curde ha risvegliato un sostegno popolare diffuso, creando per le forze governative una situazione profondamente diversa da quella incontrata durante l’avanzata su Raqqa.
«Vogliono uccidere questa rivoluzione, questo spirito, e soprattutto colpire il popolo curdo – afferma Bazo – La minaccia è esistenziale: queste forze hanno una lunga storia di uccisioni, stupri, saccheggi».

NELLA NOTTE gli appelli si sono diffusi sui social, raggiungendo le comunità oltreconfine. Nel Kurdistan iracheno, a Erbil, una manifestazione spontanea ha circondato il consolato Usa per denunciare quello che viene percepito come l’ennesimo tradimento. A Dohuk, le insegne del consolato turco sono state divelte: gesto raro in una regione legata a doppio filo, politicamente ed economicamente, ad Ankara. «Abbiamo visto fratelli e sorelle curdi da ogni parte del Kurdistan rispondere all’appello – racconta Bazo – Molti si sono messi in cammino verso il Rojava, e diversi hanno già attraversato il confine».

Già nella notte, gruppi di giovani annunciavano di essere riusciti a oltrepassare la frontiera. Al mattino, una manifestazione sostenuta dal partito turco-curdo Dem ha raggiunto il valico tra Nusaybin e Qamishlo, abbattendone i cancelli sotto il fuoco dei soldati turchi, sopraffatti dalla folla. Un’immagine che richiama alla memoria l’abbattimento delle reti di confine con Kobane durante l’assedio del 2014.

NEL POMERIGGIO gli scontri hanno raggiunto il campo di al-Hol, da anni simbolo del fallimento occidentale nella gestione della questione Isis. Il campo, che ospita

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Storie L’azienda che fa capo a Pechino, Nuctech, ha vinto l’appalto per fornire scanner a sei scali italiani, un affare che non piace agli Usa. Ora revocare il bando non si può ma neppure irritare Trump

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Lo scalo merci del porto di Trieste foto Imagoeconomica Lo scalo merci del porto di Trieste

La contesa economica tra Stati uniti e Cina passa anche per i porti europei e le tecnologie per i controlli doganali. Lo scontro è arrivato a toccare l’Italia, con una richiesta di Washington che ha messo in difficoltà il governo Meloni. Ma la partita sta andando avanti da anni, tanto da avere portato la Commissione Ue ad aprire un’istruttoria e valutare l’adozione di una direttiva per contrastare il dominio di Pechino.

PROTAGONISTA è l’azienda statale cinese Nuctech, specializzata in macchinari per i controlli di sicurezza, che nell’ultimo decennio ha vinto oltre 160 bandi dal valore totale di 120 milioni per la fornitura di attrezzature in molti porti del vecchio continente. Si tratta soprattutto di grandi scanner per ispezionare i container, che acquisiscono immagini e dati sulle merci al fine di verificare la presenza di traffici illeciti. Gli Usa temono che le autorità della Repubblica popolare possano accedere a queste informazioni sensibili e perciò nel 2020 hanno inserito Nuctech nella entity list delle aziende considerate una minaccia per la sicurezza nazionale, dove figurano altri colossi cinesi come Huawei e Ymtc. Per boicottare la compagnia hanno anche iniziato a fare pressioni sugli alleati. Le più recenti hanno riguardato Palazzo Chigi che, secondo Bloomberg, avrebbe ricevuto una richiesta formale da Trump per annullare una gara vinta dall’azienda.

IL BANDO era stato pubblicato nel 2024 dall’Agenzia delle dogane e riguarda la fornitura di sei sistemi di scansione mobile per i porti di Trieste, Venezia, Livorno, Civitavecchia, Palermo e Siracusa, con consegna entro il prossimo 31 marzo insieme ad altri quattro scanner per gli uffici doganali. Il governo Meloni ha comunicato a Washington l’impossibilità di annullare retroattivamente un appalto in fase avanzata. Oltre al contenzioso legale e alla penale che lo Stato avrebbe dovuto pagare a Nuctech, il passo indietro avrebbe comportato un incidente diplomatico con Pechino, con cui Meloni sta cercando di riallacciare i rapporti dopo l’uscita dal progetto Nuova via della seta, avvenuta nel 2023 sempre per soddisfare gli Usa. Inoltre la fornitura era legata alla scadenza di un finanziamento europeo del Pnrr che altrimenti sarebbe andato perso. Da Roma sarebbe arrivato l’impegno a privilegiare le offerte di aziende con sede nei paesi Nato per i prossimi bandi, ma non è bastato a evitare l’irritazione della Casa bianca.

L’IMPORTO della gara era di circa 20 milioni e Nuctech lo ha vinto presentando un’offerta di 11,2 milioni attraverso la sua controllata polacca, Nuctech Warsaw, arrivata davanti alla concorrente Smiths Detection Italia per il punteggio tecnico ed economico. La capacità di fornire tecnologie innovative a prezzi più competitivi rispetto alle aziende occidentali è stata la chiave del successo di Nuctech, che è penetrata non solo negli scali marittimi di tutta Europa, ma anche negli aeroporti con gli scanner per il controllo dei bagagli e passeggeri. Questo primato ha generato sospetti nella Commissione Ue, che ad aprile 2024 ha effettuato ispezioni a sorpresa nelle sedi Nuctech in Polonia e Paesi Bassi e lo scorso 11 dicembre ha aperto una procedura d’indagine per verificare se l’azienda abbia beneficiato di sovvenzioni pubbliche attraverso il gruppo statale Tsinghua Tongfang che la controlla. Se così fosse, Nuctech rischierebbe una multa fino al 10% del suo fatturato in Ue (che nel 2024 ha superato i 64 milioni) poiché il regolamento Foreign Subsidies Regulation impedisce alle aziende private di beneficiare di sussidi esteri che potrebbero alterare la concorrenza nel mercato comunitario.

I RIFLETTORI su Nuctech si erano già accesi nel 2010, quando Bruxelles le ha imposto un dazio anti-dumping in seguito all’esposto della concorrente Smiths. Quattro anni dopo gli Usa l’hanno bandita dai loro aeroporti. Decisioni simili sono state prese in Canada, Belgio e Lituania. La tech-company ha perso il ricorso in Corte Ue con cui si era opposta agli accertamenti, si è difesa affermando che «tutti i dati generati dalle nostre apparecchiature di sicurezza appartengono ai nostri clienti, che ne mantengono il pieno controllo» nel rispetto delle norme europee su privacy e cybersicurezza. Riguardo al presunto sostegno statale cinese, sostiene di non avere «ricevuto sussidi illeciti né intrapreso pratiche che distorcono il mercato interno».

È LA PRIMA VOLTA che Bruxelles avvia indagini approfondite per appurare eventuali distorsioni derivanti dal sostegno finanziario di altri paesi a imprese attive nel mercato europeo. Ma la questione supera le presunte irregolarità commerciali. Le norme sulle forniture di tecnologie nei porti e aeroporti finora hanno privilegiato solo il criterio del prezzo più conveniente, senza porre la questione della sicurezza. Gli scanner a raggi X sono oggi in grado di raccogliere dati riservati sugli spostamenti delle persone e delle merci. Nonostante si trovino in infrastrutture sensibili, non esistono regole in grado di limitare le forniture. Le tecnologie Nuctech hanno consolidato la presenza cinese nei porti europei, che riguarda soprattutto il controllo dei traffici. Attraverso la compagnia statale Cosco, Pechino ha investito 5,6 miliardi di euro negli ultimi dieci anni per acquisire importanti partecipazioni nelle società terminaliste di 11 grandi porti, tra cui Rotterdam, Valencia e Anversa.

IN ITALIA controlla il 40% dello scalo di Vado Ligure, il principale per lo sbarco della frutta nel continente. Inoltre Cosco possiede tutto il porto del Pireo, acquistato nel 2009 dalla Grecia in piena crisi economica e oggi diventato il principale hub di scambio tra Oriente e Occidente. Si tratta del 14simo porto più grande d’Europa nonché il primo caso in cui uno Stato Ue ha ceduto a un investitore estero statale il controllo di un’intera autorità portuale. La Cina ha semplicemente sfruttato le possibilità del libero mercato e solo da un paio d’anni l’Ue ha iniziato a studiare norme per arginarne l’espansione, che dovrebbero confluire nella nuova Strategia portuale europea attesa entro il 2026. Nel frattempo l’influenza già acquisita da Pechino contribuisce alle tensioni nei rapporti tra Usa e Ue.

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Palestina Il «Board of Peace» prende forma. C’è anche Putin, imbarazzo dei leader europei

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Palestinesi sfollati tra le macerie dei palazzi distrutti dagli attacchi israeliani a Gaza foto Omar Ashtawy/Ansa Palestinesi sfollati tra le macerie dei palazzi distrutti dagli attacchi israeliani a Gaza – foto Omar Ashtawy/Ansa

Dopo mesi di dichiarazioni, promesse e rinvii, il «Board of Peace» partorito dalla mente di Donald Trump sta prendendo forma. Il suo statuto, la cui accettazione è un passaggio obbligato per i leader mondiali che vorranno aderirvi, riproduce i tratti essenziali del feudalesimo: un potere personale al vertice, la selezione dei vassalli per concessione e un tributo obbligatorio come garanzia di lealtà. Un miliardo di dollari, nel modello trumpiano, è il prezzo dell’investitura.

Ed è forse proprio per sfuggire a queste analogie storiche che il progetto si traveste e viene presentato al mondo come un nuovo ordine: una plutocrazia illuminata dalla forza del denaro e degli interessi. Perché qui non si parla più – se mai lo si è fatto – del futuro di Gaza, della fine degli attacchi genocidari israeliani, della ricostruzione, di una delle più grandi tragedie umanitarie del nostro tempo. Si parla della gestione amministrativa ed economica di tutte le aree di conflitto mondiali, insieme a quelle che potrebbero diventarlo. E, data la velocità con cui Washington diffonde la sua «pace», la giurisdizione del Consiglio potrebbe potenzialmente essere illimitata.

ALL’INTERNO del nuovo ordine, nato con l’idea di sostituire l’Onu, Gran Bretagna, Francia e Russia (la Cina non è stata invitata) rinuncerebbero al diritto di veto oggi esercitato nel Consiglio di sicurezza. A conservarlo resteranno solo gli Stati Uniti, almeno finché Donald Trump siederà alla Casa Bianca. Fino ad allora, il tycoon concentrerà in sé un doppio ruolo: autocrate e rappresentante di Washington. Con la fine del mandato presidenziale non terminerà però il suo regno, che finirà solo con le dimissioni o l’«incapacità».

NEANCHE UNA EVENTUALE dipartita basterà a redistribuire il potere, perché il trono passerà al successore designato. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, composta da 193 Paesi, verrà qui sostituita dalle capitali in grado di pagare le tasse stabilite dal tycoon. Spetta a lui l’ultima parola su ogni proposta o decisione: può istituire e modificare agenzie collegate al Consiglio e decide persino simbolo e sigillo dell’ente.

I «meravigliosi e impegnati partner» invitati a prenderne parte otterranno una sedia per tre anni, dopo i quali conserverà il posto solo chi avrà versato un miliardo di euro nei primi dodici mesi di attività. L’agenda politica è affidata a un Consiglio esecutivo, senza palestinesi né donne, formato da imprenditori e figure politiche vicine a Trump, tra cui Witkoff, Kushner, Rubio, Tony Blair, il miliardario Marc Rowan e il presidente della Banca mondiale Ajay Banga (ex amministratore delegato di Mastercard). L’alto rappresentante, Nickolay Mladenov, ha funzioni di collegamento tra il Consiglio e l’amministrazione tecnocratica della Striscia.

A supporto agisce il Consiglio esecutivo di Gaza, composto da figure già citate e da rappresentanti regionali: il ministro turco Hakan Fidan, il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi, l’egiziano Hassan Rashad, la ministra degli Emirati Reem Al-Hashimy, l’ex inviata Onu Sigrid Kaag, l’imprenditore israeliano Yakir Gabay.

LA GESTIONE LOCALE è affidata al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag), l’organismo tecnocratico palestinese guidato da Nabil Ali Shaath. Quest’ultimo gestirà l’amministrazione ordinaria, secondo gli ordini del «Board of peace».

I principi sono stati dettati e gli inviti recapitati, eppure le pedine non sono ancora al loro posto. Molti capi di Stato si sono detti «disponibili», ma pochi hanno dichiarato in maniera inequivocabile che prenderanno parte al Consiglio mondiale trumpiano. Lo hanno fatto il premier ungherese Orbán, il presidente argentino Milei e quello del Kazakistan, Tokayev. Trump spera di poter raccogliere tutte le firme giovedì, durante il vertice economico di Davos, ma l’obiettivo è tutt’altro che scontato. Il suo statuto deve aver seminato qualche dubbio, non tanto sulla democraticità del processo quanto sul denaro richiesto e sull’applicabilità universale del modello, quantomeno in conflitto con le istituzioni delle Nazioni unite. E poi c’è l’invito al presidente russo Putin, che mette i leader europei in una posizione imbarazzante.

Ma anche se queste pedine trovassero tutte una propria collocazione, su Gaza continuerebbe ad aleggiare un’ombra di paura e incertezza. Gli alleati del premier Netanyahu sono sul piede di guerra: il ministro delle Finanze Smotrich ha dichiarato che si deve bombardare, che i palestinesi devono essere cacciati e sostituiti dagli israeliani. Per lui «Erdogan è Sinwar, il Qatar è Hamas». Il capo di stato maggiore Zamir intende mantenere l’occupazione. L’esercito si oppone persino all’edificazione di palazzi su più piani.

Tel Aviv sostiene inoltre che, nei primi sei mesi, la ricostruzione sarà limitata a un’area pari all’1% della Striscia e solo a tende e prefabbricati.

INTANTO, A GAZA i militari continuano a sparare. Ieri i cecchini hanno colpito e ucciso un 17enne a Khan Younis, dichiarando che si trovava nei pressi della linea gialla. Un altro ragazzo è stato ammazzato nello stesso modo in mattinata, mentre nel pomeriggio un drone ha colpito un gruppo di persone, uccidendo un uomo e ferendone altri. I militari hanno lanciato una grande operazione militare nell’area di Hebron, nella Cisgiordania occupata, che ha già causato il ferimento di diversi palestinesi e almeno 26 arresti. I raid potrebbero durare diversi giorni.

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