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L’appello di Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, per una coalizione civica popolare è una buona notizia nella notte profonda in cui la sinistra è precipitata, ormai da un tempo troppo lungo. Finora tutti i tentativi di aggregare un ampio fronte antiliberista e di rinnovamento politico, sono naufragati nella contraddizione tra principi enunciati e solite pratiche. Anche quando i risultati non sono stati particolarmente negativi, dando adito alla speranza, immediatamente dopo i diversi protagonisti hanno provveduto a spegnere ogni entusiasmo, perseguendo logiche contraddittorie, per lo più autoreferenziali per usare un eufemismo. Se il progetto avanzato da De Magistris, si concretizza in un movimento ben organizzato e non in un’armata Brancaleone, dipenderà innanzitutto da lui stesso e da coloro che coopereranno a costruire in primo luogo un programma politico credibile e un sistema di regole affidabile per garantire protagonismo collettivo e democrazia

(Sergio Caserta su il manifesto Bologna). 

Un fronte popolare vietato a fascisti e razzisti di Luigi De Magistris

Un appello pubblico, rivolto alla società civile, al mondo dei movimenti e delle associazioni: così il sindaco di Napoli Luigi de Magistris dà appuntamento a sabato 1 dicembre a Roma per il lancio di una nuova coalizione politica, che si propone di “aprire un campo più largo”, che sappia andare anche oltre le esperienze della vecchia sinistra. Ecco il testo integrale della lettera aperta:

È venuto il momento dell’unità delle forze che vogliono finalmente attuare in pieno la Costituzione e, quindi, è giunta l’ora della costruzione di un fronte popolare democratico. È il periodo storico giusto per realizzare un campo largo, senza confini politici predeterminati, senza recinti tradizionali. Non è un quarto polo, non si deve ricostruire il collage delle fotografie già viste e sconfitte. È il luogo questo in cui l’ingresso è vietato solo a mafiosi, corrotti, corruttori, fascisti e razzisti.
Per il resto è vietato vietare. È un luogo includente e pieno di passione politica, ma non è nemmeno, però, il minestrone della politica. È un campo d’azione in cui si devono ritrovare e connettere quelli che in questi anni con i fatti non hanno tradito e non certo quelli che sono la causa della venuta di un periodo così buio della nostra Repubblica.
Per passare dalla notte all’alba della democrazia si devono alleare e coalizzare quelli che difendono ed attuano la Costituzione, soprattutto facendolo dal basso. Persone che ogni giorno sono in lotta per i diritti, che lottano per la difesa dei

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Dl sicurezza. Il decreto è una summa di incostituzionalità che potrebbe essere portato ad esempio di ciò che non può essere fatto in materia di migrazioni
di Gaetano Azzariti
Il voto del Senato sul decreto sicurezza è uno sfregio alla Costituzione. Il governo, scegliendo di porre la fiducia, ha persino impedito al Parlamento di discutere delle palesi incostituzionalità delle norme che si dovranno obbligatoriamente votare nella versione imposta dal Consiglio dei ministri. Se neppure alla Camera verrà concesso di discutere modifiche al testo predisposto, sarà evidente la crisi del nostro sistema parlamentare. Che accadrà dopo la conversione in legge del decreto?
Spetterà prima al capo dello Stato, in sede di promulgazione, poi alla Consulta, in sede di sindacato incidentale, esprimersi sulla manifesta incostituzionalità delle norme. Non è detto dunque che la ferita inferta dal Senato alla costituzione non possa essere almeno in parte riassorbita, sempre che i garanti sappiano far sentire con coraggio e rigore la loro voce. Rimane in ogni caso il fatto inquietante che l’attuale maggioranza non sembra preoccuparsi minimamente dei limiti che la costituzione impone.
Eppure il decreto sicurezza è una summa di incostituzionalità che potrebbe essere portato ad esempio di ciò che non può essere fatto in materia di migrazioni. Anzitutto lo stesso strumento prescelto vìola la costituzione e la giurisprudenza costituzionale in materia. Illegittimo è infatti l’uso del decreto legge per regolare fenomeni – quali le migrazioni – di natura strutturale che non rivestono alcun carattere di straordinarietà ed urgenza. Né può farsi valere in questa materia un’interpretazione estensiva dei presupposti costituzionali, che altre volte ha portato ad abusare dello strumento del decreto legge, poiché i dati relativi al calo dell’80 % degli sbarchi, vanto dell’attuale governo, in caso dimostrano la cessazione dell’emergenza. Si deve anche dubitare che siano stati rispettati due altri caratteri ritenuti essenziali dalla Corte costituzionale e dalla legge 400 del 1988: l’omogeneità e l’immediata applicabilità di tutte le disposizioni del decreto.
Ma è nel merito del provvedimento che si riscontrano le più insidiose incostituzionalità. In materia di migrazioni la nostra

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Da "Vita.it"
Analisi del nuovo capitolato per la gestione dei Centri di accoglienza. Regalo al business e al malaffare
di Redazione
Analisi, voce per voce e cifra per cifra, del nuovo schema di Capitolato per la gestione dei centri di accoglienza presentato ieri dal Ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Un provvedimento che di nuovo porta soltanto tagli pesanti a tutti i servizi alla persona, a partire da quelli per l’integrazione che letteralmente spariscono

Dopo aver studiato nel dettaglio i bandi di gara pubblicati da tutte le Prefetture italiane per l’apertura e la gestione dei Centri di Accoglienza Straordinaria, “In Migrazione” analizza nel dettaglio il nuovo schema di Capitolato per la gestione dei centri di accoglienza presentato ieri dal Ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Un provvedimento che di nuovo porta soltanto tagli pesanti a tutti i servizi alla persona, a partire da quelli per l’integrazione che letteralmente spariscono. Una forte diminuzione delle prestazioni richieste al privato che si candiderà a gestire i Centri di Accoglienza anche sul supporto ai più vulnerabili (soprattutto casi psichiatrici e con problematiche psicologiche), al controllo e l’assistenza sanitaria e al presidio delle strutture. “Un provvedimento – spiega Simone Andreotti, presidente In Migrazione – che appare esclusivamente e ossessivamente incentrato sul tagliare i famosi 35 Euro, abdicando alla necessità di riformare il malandato sistema di prima accoglienza Italiano. Voci di costo tagliate che comportano un complessivo peggioramento della situazione, con possibili effetti gravi, tanto sui richiedenti asilo accolti, quanto sulla comunità ospitante”.

I tagli previsti dalle nuove linee guida riguardano infatti esclusivamente costi legati all’erogazione di servizi (integrazione, vulnerabilità, presidio della struttura, sanità) garantiti con l’impiego di risorse umane, ovvero di figure professionali specializzate. Un’occupazione principalmente giovanile che dal Sud al Nord del Paese era stimata in oltre 36.000 posti di lavoro qualificati. Con le nuove linee guida del Ministero dell’Interno e il taglio ai servizi e alle dotazioni minime di personale richieste, si arriva al rischio di perdere la metà di questi posti di lavoro, ovvero di generare almeno 18.000 nuovi disoccupati. “Il presunto risparmio (usato come copertura per la discussa Legge finanziaria – dichiara Simone Andreotti - viene di fatto semplicemente spostato dal Ministero dell’Interno al Ministero del Lavoro, che dovrà spendere fondi per le misure di sostegno al reddito e per la disoccupazione di coloro che perderanno il lavoro.

Ma alto sarà anche il prezzo per le Amministrazioni Comunali, che vedranno impennarsi i costi di servizi sociali e sicurezza per persone accolte nei C.A.S. senza alcun servizio per l’integrazione.

In presenza di nuovi bandi pubblici con pro die pro capite tagliati (con una forbice compresa tra i 19 e i 26 Euro a persona accolta al giorno) molti gestori privati che lavorano sulla qualità e su centri con piccoli numeri potrebbero non poter partecipare e chiudere. Tagli di queste dimensioni sono sostenibili solo per chi, in virtù delle economie di scala garantite dai grandi numeri, propone Centri di Accoglienza di grandi dimensioni. “Le vicende giudiziarie degli ultimi anni hanno dimostrato come sull’accoglienza il malaffare ha tratto profitti più sulle forniture di vitto e alloggio che sui servizi per l’integrazione – spiega Andreotti – i costi di personale impegnato vanno rendicontati con le buste paga ed è difficile lucrare su questa voce, che per i malintenzionati diventa soltanto una fatica in più, essendo soldi che entrano e subito escono. Tagliando questi costi si rischia di fare un favore al malaffare – conclude Andreotti - che può concentrarsi su servizi più redditizi, come il vitto e le forniture dei beni”.

Un sistema di accoglienza che quindi torna a declinarsi più al Business e alla speculazione che alla professionalità, alla specializzazione e alla qualità. Inoltre i soggetti privati in grado (e con la volontà di creare) strutture da 150, 300 o 600 utenti, non riusciranno a coprire il numero di posti necessari, obbligando quindi le Prefetture a procedere con proroghe tecniche delle vecchie convenzioni (a 35 Euro). Si creerà così di fatto una mancata diminuzione dei costi per lo Stato e, quindi, una mancata copertura attraverso questi “risparmi” (forse con troppa fretta pubblicizzati), alla Legge finanziaria.

 numeri dimostrano infatti come nel 2017 le Associazioni e le Cooperative che hanno partecipato a bandi per l’apertura di CAS con numeri fino a 50 posti (anche distribuiti in più piccoli Centri di accoglienza) sono 1.048 (il 57% del totale). Soggetti che, con i tagli previsti, probabilmente non parteciperanno ai prossimi bandi, determinando una carenza di posti rispetto alla necessità. Elemento che potrebbe far saltare i conti affrettati del Ministero dell’Interno e riaprire, ancora una volta, le porte ad un’emergenza profughi.

Si è ancora una volta, come già avvenuto nel 2017 con lo schema dei bandi fatto dal Ministro Minniti, persa la grande occasione per archiviare definitivamente il binomio Accoglienza = Business – spiega Andreotti - per sostituirlo con Accoglienza = Mestiere, nel senso più nobile e specialistico del termine. Eppure sarebbe bastato guardare al territorio per trovare una soluzione efficace, a partire dalle Prefetture che già fanno bandi per la gestione dei CAS assolutamente virtuosi ed efficaci”.

L’analisi si è concentrata sugli effetti dei nuovi schemi di capitolati per i bandi dei Centri di Accoglienza Straordinaria attivati dalle Prefetture, che rappresentano quantitativamente oltre il 90% dell’accoglienza che l’Italia garantisce ai richiedenti di protezione internazionale. Nel dettaglio ecco i passaggi più negativi e pericolosi del nuovo schema di Capitolato presentato dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

L’INTEGRAZIONE STRALCIATA

Spariscono definitivamente tutti i servizi per l’integrazione dei richiedenti asilo. Il privato che deciderà di partecipare ai nuovi bandi indetti dalle Prefetture per gestire i Centri di accoglienza Straordinaria non dovrà più preoccuparsi di garantire l’insegnamento della lingua italiana, il supporto alla preparazione per l’audizione in Commissione Territoriale per la propria richiesta di asilo, la formazione professionale, la positiva gestione del tempo libero (attività di volontariato, di socializzazione con la comunità ospitante, attività sportive).
Agli ospiti dei Centri di Accoglienza Straordinaria sarà quindi proposto di non fare nulla, di passare i giorni ad aspettare i lunghi tempi della burocrazia ...

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Il dibattito che è in corso all’interno della Cgil si svolge nei modi e nei tempi, assai tradizionali, del congresso nazionale. Un processo lungo che, come necessario in un’organizzazione complessa, coinvolge la base degli iscritti a partire dalle assemblee sui territori e dalla struttura di base delle singole federazioni: insomma un procedimento attraverso il quale i documenti programmatici congressuali possono essere discussi, approfonditi ed emendati. Un processo democratico come si deve, che alla fine dovrebbe portare alla scelta del* nuov* segretari* nella persona di chi meglio può interpretare e realizzare quegli obiettivi e quella strategia.

Ma le cose non vanno esattamente in tale modo: dei due documenti congressuali il primo (largamente unitario di varie sensibilità interne al movimento sindacale) raccoglie la stragrande maggioranza delle adesioni dei quadri sindacali e degli iscritti ed il secondo di una piccola minoranza. Il dibattito perciò non avviene realmente su tesi contrapposte ma su sottolineature e sfumature che nelle discussioni di base ed anche nei congressi territoriali tendono a intersecarsi ed a confondersi. Ma soprattutto di quella benefica, larga partecipazione l’opinione pubblica tende quasi a non accorgersi. Complice certamente la non adeguata capacità di comunicazione esterna della Cgil (ferma nel linguaggio e nei modi di comunicare e di rapportarsi con la stampa a modelli novecenteschi), la grande stampa nazionale non si preoccupa affatto di informare né spesso nemmeno di capire.
Che per le elites dominanti il sindacato, se non è proprio servizievole o non è necessario per risolvere drammatiche situazioni di crisi, sia comunque un fastidio, è cosa nota; ma se scorrete i giornali nazionali ed anche quelli locali vi accorgete che di tutta la difficile partita che la Cgil sta affrontando in un quadro di crisi internazionale del sindacato e di contingenza economica e politica molto difficile quello che appare sulla stampa è un duello “rusticano” fra Maurizio Landini e Vincenzo Colla. Descritto il primo come “il tribuno” che vuole chattare con i 5stelle (per i quali vota una parte significativa dei suoi ex protetti, i metalmeccanici) e, il secondo "lo sconosciuto" (perché quasi nessun articolo si preoccupa di approfondirne la figura e la biografia sindacale) che sarebbe la “longa manus del Pd sul sindacato”. Landini “il movimentista” o Colla “il riformista”: un’altra versione dello stesso schema, in realtà molto semplicistico.

Ci piacerebbe dare qualche elemento di maggiore conoscenza ai lettori: cerchiamo di farlo partendo dalle posizioni dei due candidati alla segreteria, come emergono da un bell’articolo di Carmine Fotia apparso sull’Espresso del 16 ottobre, che vi consiglio di leggere per esteso qui

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2018/10/16/news/perche-il-congresso-della-cgil-riguarda-tutto-il-popolo-di-sinistra-1.327882

Sostiene Carmine Fotia che “Del vecchio paradigma fondato sul compromesso tra capitale e lavoro che ha plasmato il Novecento

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E' questa la qualità dello sviluppo che ci serve?

Riportiamo la notizia da "Ravennaedintorni.it"

 

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Apre un nuovo supermercato a Faenza: l’8 novembre inaugurerà Aldi

Sono 17 i dipendenti assunti nel punto vendita che aprirà in via Emilia Ponente, con un’area prevista di 950 metri quadri.
Apre un nuovo supermercato a Faenza. Aldi, multinazionale attiva nella Gdo, inaugurerà giovedì il suo quinto negozio in Emilia-Romagna. Sono stati assunti 17 dipendenti. Il nuovo punto vendita si trova in viale Emilia Ponente 15 e avrà un’area vendita di 950 metri quadri, con un parcheggio di 112 posti auto.
L’apertura del punto vendita di Faenza – si legge in una nota –  «rientra nel più ampio piano di sviluppo di ALDI per l’Italia che prevede l’apertura di più di 45 negozi nel Nord Italia entro il 2018. Oltre al negozio di Faenza, l’8 novembre inaugurerà anche il punto vendita di Bergamo. Con queste nuove aperture, Aldi raggiunge quota 43 punti vendita totali nel Nord Italia».
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Da Faenzanotizie.it

Nasce il comitato per la bonifica della Cava Zannona, formato da cittadini che, dopo l'incendio di agosto, vorrebbero il ritorno all'uso agricolo di quel suolo, sospendendo le concessioni per scopi estrattivi e/o di stoccaggio e lavorazione del legname.

"Un Comitato - si legge nella nota dei primi firmatari - le cui attività riguarderanno principalmente l’attivazione di tutte quelle iniziative necessarie per prendere visione di tutte le autorizzazioni in essere legate alla “Cava Zannona”, sia per attività estrattive che di stoccaggio e lavorazione del legname, la ricerca della presenza effettiva o meno di tutte le norme di sicurezza che dovevano o meno essere presenti al momento dell’accaduto e che devono essere rispettate nella quotidianità della lavorazione e raggiungere, se ve ne sono gli estremi, alla cessazione di ogni attività estrattiva e lavorativa con la conseguente bonifica del terreno e il suo ripristino ad attività agricola”.

Primo obiettivo sostenuto dal comitato è quello di “instaurare un costruttivo e duraturo rapporto tra i cittadini residenti e l’amministrazione Comunale, per questo a breve richiederemo un incontro”.

Entra poi nel merito la nota stampa del comitato: “Riteniamo che la presenza della Cava Zannona posta in essere vicino a delle abitazioni e in una zona che è classificata come zona di interesse paesaggistico, possa determinare un disagio per noi cittadini in ordine di rumorosità, polveri e non ultimo il rischio a cui siamo stati sottoposti con l’incendio del 3 agosto 2018 e successivi disagi tra fumo e aria maleodorante che viene a sprigionarsi a tutt’oggi dai depositi del materiale bruciato ancora in deposito all’interno della Cava Zannona”.

"Per noi cittadini l’emergenza più immediata - continua la nota - è infatti la sicurezza ambientale e igienico-sanitaria, l’incendio della Cava Zannona infatti ha comportato paura, disagi, difficoltà di vita quotidiana legate al fumo e all’aria maleodorante irritativa per le vie respiratorie. Non dimentichiamo inoltre tutto ciò che comunque prima dell’incendio la presenza della Cava ha comportato: pericolosità legata alla circolazione continua dei mezzi pesanti, rumorosità continua, aria sempre satura di polveri che con il vento si depositavano ovunque e aria maleodorante che si sprigionava dalle cataste di legname presenti".


“Non abbiamo sicurezza per il futuro - 
aggiunge il comunicato -, non sappiamo cosa accadrà da qui in avanti perché dalla zona in cui ci sono i depositi di materiale, si sprigiona ancora aria maleodorante e fastidiosa in diverse ore della giornata e a seconda del vento, quindi ci chiediamo cosa succederà quando queste cataste verranno rimosse o spostate. Inoltre anche le attività lavorative continuano e quindi anche la rumorosità e la presenza di polveri nell’aria.

Conclude il Comitato: “Per tutte queste motivazioni vogliamo sapere cosa l’Amministrazione Comunale e le Ditte deputate alla lavorazione all’interno della Cava abbiamo deciso di fare con il materiale bruciato e conoscere se verranno concesse ulteriori autorizzazioni per le lavorazioni future in quell’area".

 

 

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