Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

IL LIMITE IGNOTO. Vladimir Putin: usando l’arma atomica gli Stati uniti hanno creato «un precedente»

La cupa festa dell’annessione ridisegna la Russia «per sempre» Mosca, Putin festeggia al Cremlino con i quattro leader delle regioni ucraine annesse alla Russia: Denis Pushilin, Leonid Pasechnik, Vladimir Saldo, Evgeny Balitsky - Getty Images

Per firmare i decreti con cui Lugansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson entreranno dopo il voto della Duma a far parte della Russia, Vladimir Putin ha convocato la sua élite nella sala di San Giorgio al Palazzo del Cremlino, la stessa in cui nel 2014 aveva deciso l’annessione di altre due province ucraine, la Crimea e Sebastopoli. Allora pareva di percepire una specie di euforia fra ministri, deputati, manager di stato, ufficiali dell’esercito ed esponenti religiosi. Ma ieri gli sguardi erano cupi. Molti avranno inteso che l’operazione speciale lanciata alla fine di febbraio per denazificare l’Ucraina, come il capo aveva detto nel suo messaggio alla nazione, nei fatti è terminata qui.

Che la conquista di queste quattro regioni fra il Donbass e le coste del Mar Nero rappresenta l’esito finale di uno sforzo andato avanti sette mesi. Che d’ora in avanti sarà necessario combattere per un obiettivo ben diverso, per difendere i nuovi confini che Putin e i suoi più stretti consiglieri hanno stabilito. Questo comporta una serie notevole di rischi. Anche perché lungo il fronte la presenza della Nato è sempre più evidente, e il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, ha confermato proprio ieri da Bruxelles il sostegno all’Ucraina nella «riconquista dei suoi territori».

«VOGLIO CHE MI SENTANO a Kiev e in tutto l’occidente», ha detto Putin nel discorso durato quaranta minuti e trasmesso alla tv pubblica: «I cittadini di Lugansk, di Donetsk, di Zaporizhzhia e Kherson hanno deciso. Saranno con noi per sempre». Il riferimento è al referendum farsa che il suo governo ha organizzato la scorsa settimana per legittimare l’annessione venuta dopo una terribile campagna militare il cui risultato è, peraltro, ancora incerto. Questo nuovo confine lungo un migliaio di chilometri Putin ha promesso di difenderlo «con ogni mezzo disponibile». Già nei giorni scorsi Putin aveva parlato in modo esplicito della possibilità di usare ogni risorsa del suo arsenale in caso di minacce alla sicurezza della Russia. Ieri si è rivolto agli Stati uniti, gli unici ad avere usato per due volte l’arma atomica, creando, così ha detto, «un precedente».

PROPRIO GLI STATI UNITI e gli altri paesi di quello che Putin chiama «occidente collettivo» sono stati a lungo al centro dell’intervento. Sinora Putin aveva criticato, usando toni alle volte aspri, la dottrina liberale e neoliberale. Ieri si è spinto ben oltre. «La repressione della libertà sta assumendo le sembianze di una religione al contrario, di un vero satanismo», le parole usate davanti alla sua cerchia, prima di paragonare la teoria del gender a una «negazione dell’umanità».

Di fronte all’occidente «coloniale», che «vuole depredare il mondo con i diktat del dollaro e con la rendita della sua egemonia», che «ha sempre cercato di indebolirci, ma è riuscito a mettere le mani sulle nostre ricchezze soltanto alla fine del Ventesimo Secolo», Putin cerca da tempo di costruire un nuovo modello politico, i cui contorni sono, però, vaghi e per alcuni versi logori. «L’Unione sovietica non c’è più e non tornerà, ma la Russia esisterà per sempre. Loro non ne hanno bisogno. Noi, sì».

Una «grande Russia storica», come l’ha definita ieri, riprendendo le discutibili tesi elaborate da pensatori di second’ordine come Iurii Krupnov, che negli anni Novanta invocava il ritorno alla madrepatria delle terre perdute con la fine dell’Impero, una nazione in grado di accogliere e di proteggere «quelli che vogliono tornare alla patria», la cui dottrina sarebbe nei testi del poeta Ivan Iliyn, citato nel bel mezzo del discorso: «Amo la Russia, il suo spirito è il mio spirito, la sua sorte è la mia sorte, le sue sofferenze sono il mio dolore, la sua fioritura è la mia gioia: alle nostre spalle c’è la Russia». Non è chiaro come questo possa aiutare Putin nella crisi militare che l’esercito affronta in Ucraina e in quella politica che cresce alle periferie del suo stesso potere.

AL «REGIME di Kiev» Putin ha chiesto di «cessare immediatamente tutte le azioni militari» e di «fare ritorno al tavolo dei negoziati». Le condizioni per trattare sono sempre più pesanti. Ora, per il capo del Cremlino, prevedono che l’occidente consideri russe le quattro regioni che la Duma integrerà fra qualche giorno, oltre alla Crimea. Né il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, né il capo della Casa Bianca, Joe Biden, né, tantomeno, i governi europei sono disposti ad accettare. A piedi del palazzo presidenziale, sulla Piazza Rossa, si sono radunate alcune migliaia di persone. Putin è salito sul palco in serata. Di fronte aveva decine di bandiere al vento. Ha detto che la Russia vincerà. Ma la guerra è ancora tutta da combattere, e là fuori non c’è più aria di festa

 

Commenta (0 Commenti)

SABOTAGGIO DEL NORD STREAM. Greenpeace stima che l’impatto sul clima potrebbe essere di 30 milioni di tonnellate di CO2 equivalente in 20 anni. Corrisponde alle emissioni annue di 20 milioni di veicoli.

La nube di metano incombe sull’Europa Mosca accusa gli Usa, Scholz tace Visuale della perdita di gas nel Baltico - Ap

Nubi sul Baltico. Dalla mega nuvola di metano comparsa nei cieli di Svezia, Danimarca e Norvegia diretta anche verso l’Italia al gigantesco fumo dell’information war combattuta all’ombra della carcassa del Nordstream-2 appena squarciato dai sabotatori.
Fra accuse reciproche, rimpalli a catena, prove di colpevolezza, e silenzi che dicono ben più delle parole.

Mosca accusa Washington e gli Usa chiedono di aspettare la fine dell’indagine «tecnica». Per l’Ucraina

Commenta (0 Commenti)

L’ex presidente firma un appello per la rifondazione: «Questa sconfitta viene da lontano»

 

OMA. «La sconfitta del centrosinistra ci accomuna tutti e viene dal lontano». Parte da questo assunto l’appello diffuso ieri da venti personalità del mondo cattolico, ex Pd, intellettuali considerati vicini al M5S, da Domenico De Masi a Tomaso Montanari. Un invito ad aprire «un nuovo cantiere», spiega una delle promotrici, la ex presidente del Pd Rosy Bindi, che ricostruisca la sinistra.

Per trasformare in opportunità, dite voi, una sconfitta comune che viene da lontano. Da dove, secondo lei?

«Non c’è stata condivisione di un progetto politico che unisse ai valori del nostro campo la cultura di governo. E che sapesse interpretare l’esigenza di un radicale cambiamento che la situazione impone».

 

Detta più semplicemente?

«Vede, da una parte il Pd ha preferito rimanere al governo anche in momenti in cui sarebbe stato meglio andare a votare…».

Per «malinteso senso di responsabilità quando non per brama di potere», scrivete.

«Io penso più spesso per senso di responsabilità. Ma questa scelta l’ha consegnato a un’afasia: così facendo, il Pd non si è mai dedicato a se stesso. Prendiamo la scalata renziana: mai è stata elaborata. C’è una classe dirigente che mi sono chiesta spesso perché stia insieme».

Poi ci sono i Cinque stelle, che si autodefiniscono il vero punto di riferimento dei progressisti…

«Questo potrebbe essere un rischio. Io sono contenta se sono approdati al campo progressista, e spero non sia solo una mossa tattica. Ma nessuno può vantarne il monopolio».

Quindi la proposta qual è?

«Essere tutti pronti a mettersi a disposizione, fino allo scioglimento dell’esistente, per costruire un campo progressista coinvolgendo quelle realtà sociali che già interpretano il cambiamento e non trovano rappresentanza politica».

Sta pensando allo scioglimento del Pd?

«Sì. E ci risparmi la resa dei conti interna, perché la ritualità del congresso è ormai accanimento terapeutico».

Già ci sono nomi in campo.

«Ci evitino questo spettacolo».

Voi scrivete che è stato un errore andare divisi. Ma di chi è l’errore?

«Quando Letta divenne segretario, mi permisi di dargli un consiglio: il Pd sostenga con lealtà il governo Draghi, ma non si dica al Paese che questo è il nostro governo».

L’esatto contrario di quel che ha fatto Letta.

«Il Pd non doveva identificarsi con l’agenda Draghi, ammesso che sia mai esistita, perché si trattava di un governo di larghe intese. Bisognava garantire lealtà, sì, ma guardando al futuro. Come sulla guerra: non doveva esserci nessun dubbio da che parte stare, ma come starci forse sì, per esempio rivendicando l’autonomia dell’Europa nell’Alleanza atlantica. Se ti appiattisci sul governo Draghi, è naturale che non puoi fare alleanze con chi lo fa cadere».

Mi pare dia la responsabilità al Pd.

«Errori ne sono stati fatti un po’ da tutti, ma forse il partito principale ha qualche responsabilità in più… Dopodiché è vero anche che Conte e il M5S non erano portati a fare un accordo, perché troppo interessati alle sorti del proprio partito».

E il rapporto con Calenda?

«Nel nostro appello, Calenda non è un interlocutore. Anche se spero che tutti capiscano l’importanza di una opposizione unitaria: la maggioranza esiste anche nei Paesi non democratici, l’opposizione solo in democrazia».

Dà un giudizio severo del segretario Letta, o sbaglio?

«In realtà sono più severa con i suoi predecessori. Ho apprezzato lo stile con cui non ha abbandonato il campo, con un fax come Martinazzoli o a male parole come Zingaretti. Ma non apprezzo l’idea che sia sufficiente accompagnare il Pd a un congresso ordinario».

Intanto cosa si aspetta dal governo Meloni?

«Prima di tutto che si ricordino che non sono maggioranza nel Paese. Leggo che ritengono vecchia la Costituzione: mi piacerebbe chiedere loro se sanno quanti anni ha la Costituzione americana. Da questo governo mi aspetto un ancoraggio all’Europa, e parole chiare sulle intemperanze di una parte del loro mondo».

A cosa si riferisce?

«Non credo sia stato corretto in campagna elettorale sbandierare la paura dei fascisti, ma certe frange estremistiche spero siano tenute a bada. Io però non ho paura del passato, sono preoccupata del futuro: fisco, scuola, sanità».

Meloni sarà probabilmente la prima donna a Palazzo Chigi. Un tetto di cristallo rotto dalla destra, mentre nel Pd meno di un terzo degli eletti è donna…

«Mi rammarico che ancora una volta il Pd abbia usato in maniera cinica la legge elettorale per eleggere solo un terzo di donne. A Meloni riconosco di essersi fatta da sola, e di aver dimostrato che se le donne vogliono spazi, in politica, se li devono conquistare. Detto questo, però, a una donna al potere di cui non condivido le idee, preferisco sempre un uomo di cui condivido le idee».

Commenta (0 Commenti)

Il 15 settembre 2022, papa Francesco, nel corso del suo viaggio apostolico in Kazakistan, ha incontrato 19 gesuiti che operano nella cosiddetta «Regione russa» ,  di seguito uno stralcio della conversazione pubblicata integralmente sul sito de La Civiltà Cattolica

Nur-Sultan, pastorale e geopolitica nel colloquio del Papa ...

Come vede la situazione geopolitica che stiamo vivendo?

È in corso una guerra e credo sia un errore pensare che sia un film di cowboy dove ci sono buoni e cattivi. Ed è un errore anche pensare che questa è una guerra tra Russia e Ucraina e basta. No: questa è una guerra mondiale.

Ma, secondo lei, quali sono le cause di quello che stiamo vivendo?

Qui la vittima di questo conflitto è l’Ucraina. Io intendo ragionare sul perché questa guerra non sia stata evitata. E la guerra è come un matrimonio, in un certo senso. Per capire, bisogna indagare la dinamica che ha sviluppato il conflitto. Ci sono fattori internazionali che hanno contribuito a provocare la guerra. Ho già ricordato che un capo di Stato, a dicembre dello scorso anno, è venuto a dirmi di essere molto preoccupato perché la Nato era andata ad abbaiare alle porte della Russia senza capire che i russi sono imperiali e temono l’insicurezza ai confini. Lui ha espresso paura che ciò avrebbe provocato una guerra, e questa è scoppiata due mesi dopo. Dunque, non si può essere semplicisti nel ragionare sulle cause del conflitto. Io vedo imperialismi in conflitto. E, quando si sentono minacciati e in decadenza, gli imperialismi reagiscono pensando che la soluzione sia scatenare una guerra per rifarsi, e anche per vendere e provare le armi. Qualcuno dice, ad esempio, che la guerra civile spagnola è stata fatta per preparare la Seconda guerra mondiale. Non so se sia davvero così, ma potrebbe esserlo. Non dubito, però, che stiamo già vivendo la Terza guerra mondiale. In un secolo ne abbiamo viste tre: una tra il 1914 e il 1918, una tra il 1939 e il 1945, e adesso viviamo questa.

Leggi tutto sul sito de La Civiltà Cattolica

Commenta (0 Commenti)

MOVIMENTI. Il 18 ottobre consumatori mobilitati contro il caro bollette

Associazioni consumatori

Con tutta probabilità il 18 ottobre il governo di destra guidato da Fratelli d’Italia non avrà ancora ricevuto la fiducia delle camere, ma si troverà ad affrontare la prima mobilitazione di un autunno reso rovente dai costi dell’energia e dall’inflazione che «strozzano le famiglie e l’economia». Sono le associazioni che rappresentano i consumatori italiani ad aver convocato per quel giorno un’assemblea pubblica, aperta a tutte le forze sociali, dove condivideranno le iniziative di protesta e mobilitazione da attuare sul territorio e un pacchetto di misure da presentare al nuovo Governo.

L’iniziativa è unitaria e coinvolte Adiconsum, Adoc, Adusbef, Assoutenti, Casa del consumatore, Cittadinanzattiva, Codacons, Codici, Confconsumatori, Ctcu, Federconsumatori, Lega consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Movimento Consumatori, Udicon, Associazione Utenti Radiotelevisivi. Tutti insieme sono pronti a scendere in trincea contro carovita e bollette oramai insostenibili e chiamano ad unirsi alla battaglia anche i sindacati e le associazioni di categoria, per creare un fronte di lotta unitario verso un nemico comune.

IN UNA NOTA DIFFUSA PER PRESENTARE la mobilitazione, le 16 sigle che rappresentano i consumatori (la quasi totalità delle 20 riconosciute secondo i criteri stabiliti dal Codice del Consumo) spiegano che «le misure finora adottate si sono rivelate purtroppo insufficienti a fronteggiare una situazione che appare in peggioramento, mentre resta sullo sfondo il piano di emergenza energetica per il prossimo inverno con ipotesi di razionamento del gas. Nei prossimi mesi milioni di famiglie dovranno fare i conti con gli aumenti delle bollette di luce e gas e con i prezzi dei generi alimentari in continua ascesa, mentre moltissime piccole e medie imprese si trovano schiacciate da costi oramai insostenibili» che alimentano il rischio «chiusura per migliaia di attività e licenziamenti per centinaia di migliaia di lavoratori».

LA SITUAZIONE È DELICATISSIMA: i cittadini-consumatori impoveriti ridurranno necessariamente i propri consumi, andando ad incidere di conseguenza anche sulla domanda di beni e servizi alle piccole e medie imprese. Ecco perché le associazioni intendono coinvolgere nella mobilitazione anche i sindacati dei lavoratori, le organizzazioni dell’agricoltura, dell’industria, dell’artigianato, del commercio e altre forze sociali organizzate. Lo scopo è quello di «spingere il nuovo Governo ad adottare misure efficaci di contrasto all’inflazione e alle speculazioni che ne influenzano pesantemente il corso, per affrontare questa emergenza e per realizzare riforme strutturali in tema di tutele dei cittadini, lavoratori e consumatori e di controllo dei prezzi nel mercato energetico e dei generi di consumo».

«CREDIAMO CHE CONSUMATORI, artigiani, esercenti, agricoltori e tutte le altre categorie danneggiate dall’attuale emergenza debbano unirsi contro il caro-vita. Più che scioperi delle bollette e falò in piazza delle fatture energetiche, serve dare un segnale forte e coeso attraverso azioni di protesta che creino un vero «choc» della domanda, a partire da scioperi della spesa e autoriduzione dei consumi, in modo da contrastare le speculazioni che si registrano sui prezzi al dettaglio e sulle tariffe dell’energia» ha spiegato il presidente di Assoutenti, Furio Truzzi. E mentre affilano le armi della mobilitazione generale, le associazioni dei consumatori hanno elaborato un pacchetto di misure su prezzi ed energia da presentare in occasione dell’assemblea nazionale del 18 ottobre e portare all’attenzione del nuovo governo. Nello specifico gli utenti chiedono la sospensione dei distacchi di energia elettrica e gas, con un ampliamento dei bonus sociali e una normativa più chiara e rigorosa sul divieto alle modifiche unilaterali dei contratti di fornitura; il disallineamento dei prezzi di elettricità e gas fissando valori di riferimento per i regimi tutelati e una soglia massima di oscillazione dei prezzi sul mercato libero, unitamente a una riforma complessiva degli oneri generali di sistema che gravano in bolletta e all’innalzamento fino al 100% della tassazione sui super profitti delle aziende fornitrici di energia.

SUL FRONTE DEI PREZZI AL CONSUMO, invece, ritengono essenziale abolire l’Iva sulle accise sui carburanti e contingentare il carico fiscale di benzina e gasolio alla media europea, stabilendo una proroga – almeno fino a fine anno – del taglio delle accise. Le aliquote Iva vanno rimodulate anche sui generi alimentari e di largo consumo, riducendone sensibilmente il carico fino ad azzerarle per i prodotti considerati essenziali. Infine, prevedere la deducibilità integrale dei titoli di viaggio per lavoratori e studenti pendolari e agevolazioni fino alla gratuità per alcuni servizi e forniture come le mense e i libri di testo.

Commenta (0 Commenti)

IL CASO. I nuovi dati dell'Inps sul reddito di cittadinanza permettono di ragionare sugli effetti concreti degli annunci di Giorgia Meloni. Il prossimo governo potrebbe riconoscere il sussidio solo a over 60 privi di reddito, invalidi, famiglie con minori. Sarà tolto a chi ha tra i 18 e i 59 anni ed è in grado di lavorare. Più della metà degli attuai 2,3 milioni di beneficiari. E i fondi saranno indirizzati alle imprese

Salvini, Berlusconi, Meloni e Lupi alla chiusura della campagna elettorale a Roma, foto Valerio Ferraro /Getty Images Meloni, Salvini, Berlusconi, Lupi - Getty Images

I dati di agosto sul «reddito di cittadinanza» resi noti ieri dall’Inps sono utili per ragionare sulle conseguenze degli annunci fatti dall’estrema destra postfascista di Giorgia Meloni a proposito di un possibile taglio e di una drastica rimodulazione di questa misura. Una volta al governo, tra poco più di un mese, Meloni ha sostenuto di volere riconoscere il «reddito di cittadinanza» solo agli over 60 privi di reddito, agli invalidi, alle famiglie senza reddito che hanno figli minori a carico. Allo stesso tempo il «reddito» dovrebbe essere tolto a coloro che hanno tra i 18 e i 59 anni e sono in grado di lavorare, cioè la metà degli attuali percettori. Intento tutto da dimostrare dato che, sostiene sempre l’Inps, i «teoricamente occupabili» censiti dal sistema di Workfare approntato dal primo governo Conte (Lega+Cinque Stelle) sono poco meno del 60 per cento.

DALLA FURIOSA battaglia ideologica dell’estrema destra si desume comunque la possibilità per cui una buona metà delle attuali 2,38 milioni persone perderà il sussidio (580 euro medi), dunque almeno un milione di persone. Queste persone vivono in 1,06 milioni di famiglie che percepiscono il «reddito di cittadinanza», mentre 119 mila sono assegnatarie della «pensione di cittadinanza», ovvero 134 mila persone. Non sappiamo, al momento, se queste ultime saranno risparmiate dal taglio delle risorse progettato da chi, come Meloni, ha definito questo malconcepito sistema nei termini di «metadone di Stato». Il totale dei percettori del «reddito», va ricordato, è soggetto a notevoli variazioni. Per esempio è diminuito rispetto ai primi tre mesi del 2022. Allora c’erano 1.473.045 nuclei percettori di almeno una mensilità di sussidio, cioè 3.267.007 di persone. In otto mesi le revoche hanno riguardato oltre 42mila nuclei e le decadenze sono state 221mila, ha confermato l’Inps. Ciò avviene a causa dei «paletti» fiscali e patrimoniali imposti ai «poveri assoluti» che rendono il «reddito» tutt’altro che una misura sociale garantista.

FINO AD AGOSTO 2022, ha aggiunto l’Inps, sono stati stanziati 5,37 miliardi di euro per il «reddito», 649,7 milioni di euro per la «pensione di cittadinanza». Qualcuno, tra i Fratelli d’Italia, ha sostenuto nel corso della campagna elettorale questa tesi: se sottratte al «reddito», le risorse sarebbero dirottate parzialmente verso le imprese sotto la forma di incentivo alle assunzioni, una delle politiche usate dalle destre e dalle sinistre neoliberali per garantire l’assistenzialismo di Stato agli imprenditori. Giuseppe Conte ha rivendicato che il suo primo governo ha ugualmente pensato di premiare le imprese che assumono i «percettori». Se lo avessero fatto entro i 18 mesi della durata della misura, in linea teorica, avrebbero incassato anche i mesi restanti del sussidio. La norma non ha avuto seguito. L’odio delle destre per il Welfare spezzerà l’ambiguità tra la politica sociale e quella di mercato stabilita dai Cinque Stelle e dirottare le risorse pubbliche verso il privato. Due versioni opposte dello stesso paradigma.

MELONI & CO. rischiano di colpire anche una parte di quasi 368 mila minori presenti nelle famiglie che percepiscono un «reddito» medio mensile di 679 euro. Si tratterà di vedere se, in questi nuclei, c’è qualcuno che lavora. Se così fosse, il sussidio sarebbe tagliato. Il 20% dei percettori infatti conduce un’attività lavorativa ma non guadagna abbastanza per garantirsi un reddito decoroso. Tra questi il 60 per cento ha un contratto a tempo determinato, e molte sono le donne che vivono così.

NON È NEMMENO escluso che Meloni non riuscirà a rimediare a un altro pasticcio creato dai Cinque Stelle, e mai corretto dai governi ai quali hanno partecipato: la «scala di equivalenza». L’Inps conferma che il 46,8% delle famiglie (553.380 su 1.182.308) ha un solo componente, cioè è single. Quelle più numerose, dunque più bisognose, sono penalizzate. Una famiglia di 5 componenti deve dividersi 733 euro medi, al single ne vanno 453 medi. Cortocircuiti delle politiche di Workfare presentate come misure giuste per i poveri

 

Commenta (0 Commenti)