Israele assalta la Flotilla, di nuovo in acque internazionali. L’abbordaggio dura un giorno intero. Ma le barche tentano di passare lo stesso e a terra si mobilitano le piazze. Il governo, anche stavolta, tace
La corrente di Gaza L’abbordaggio inizia alle 9 del mattino al largo di Cipro e dura un giorno intero. La Sumud, inseguita, tenta di andare avant
Leggi anche https://ilmanifesto.it/i-silenzi-del-governo-il-circolo-vizioso-del-crimine-e-dellimpunita
Una barca dell’esercito israeliano approccia un'imbarcazione della Flotilla a largo di Cipro – (Global Sumud Flotilla via AP)
La Global Sumud Flotilla si trova sotto attacco israeliano dalle nove di ieri mattina (ora italiana). Fino al momento di andare in stampa, gli incursori della marina di Tel Aviv erano riusciti a intercettare 42 imbarcazioni con oltre 150 persone a bordo (almeno 12 italiane). Un’azione molto simile a quella condotta lo scorso 29-30 aprile al largo di Creta, che portò all’abbordaggio di 22 barche e al sequestro di 181 attivisti.
ANCHE IERI, esattamente come venti giorni fa, l’esercito israeliano avrebbe messo in campo ben quattro fregate da guerra e una nave cargo militare, sulla quale verranno rinchiusi gli attivisti man mano che saranno arrestati a bordo delle loro imbarcazioni. Con una mezza dozzina di gommoni d’assalto, gli incursori della Shayetet 13 hanno preso il controllo dei vari mezzi della Sumud, manomettendone i comandi e catturandone l’equipaggio. In più occasioni, i militari hanno puntato contro gli attivisti disarmati i loro fucili da guerra, mentre alcune delle fregate si sono pericolosamente avvicinate ai velieri prima che questi venissero assaltati.
L’attacco è avvenuto ancora una volta in piene acque internazionali, a ben 250 miglia dalle coste di Gaza (la Flotilla era salpata dalla Turchia appena domenica mattina e solo da poche ore aveva abbandonato le acque territoriali di Ankara). Stavolta l’assalto è avvenuto durante il giorno: «Una circostanza – sottolineano i portavoce del movimento – che dimostra come Israele agisca ormai nella più totale impunità, e senza più mostrare alcuno scrupolo».
I 52 VELIERI che compongono la missione trasportavano oltre 400 persone provenienti da 45 paesi, tra cui diverse decine di italiani. Quale sarà il loro destino? La presenza della solita nave-prigione fa pensare che l’epilogo possa essere simile a quello dello scorso abbordaggio: se tre settimane fa – dopo un giorno e due notti di cattività – i sequestrati furono sbarcati sulla costa di Creta, questa volta potrebbe essere la volta di Cipro, le cui autorità, esattamente come quelle greche, godono di un rapporto privilegiato con Israele. Tuttavia, in un articolo pubblicato ieri mattina sul Jerusalem Post, si parlava della possibilità che i detenuti vengano «condotti ad Ashdod», ovvero che siano deportati in Israele. In tal caso, è probabile che rimangano nelle mani di Tel Aviv anche per diversi giorni. Sempre sul Jerusalem Post vengono poi riportate alcune dichiarazioni del ministro degli esteri Israel Katz, che definisce la Flotilla «una provocazione fatta per il solo gusto di provocare». Sulla stessa linea il premier Netanyahu, che ha pubblicamente elogiato i militari: «Penso che stiate facendo un lavoro eccezionale. Siete riusciti, oggi come ieri, a neutralizzare efficacemente il piano malvagio ideato per rompere l’isolamento che abbiamo imposto ai terroristi di Hamas a Gaza».
A OGNI MODO, durante tutta la durata dell’azione gli attivisti a bordo si sono sempre mostrati calmi e sereni. Alcune imbarcazioni hanno inizialmente cercato di deviare la rotta verso Cipro, nel tentativo di mettersi in salvo, ma poi gli scafi ancora liberi hanno continuato testardamente a dirigersi verso Gaza. «C’è tra noi un grande senso di determinazione e tranquillità – ha dichiarato al manifesto il sindacalista Dario Salvetti, della Gkn di Firenze, che viaggia a bordo della Don Juan – Sappiamo che oggi il compito di resistere è in mano unicamente alle persone comuni come noi, alle lavoratrici e ai lavoratori che fanno parte di questa missione. Mentre da lontano vediamo le navi militari che fronteggiano i velieri con a bordo i nostri compagni, ci rendiamo conto che forse è inevitabile che le cose vadano così e nonostante tutto decidiamo di andare avanti. Perché questa è la nostra unica forza».
Altri nostri contatti, invece, hanno fatto appena in tempo a lanciare l’allarme: «Ci sono delle navi militari in avvicinamento. Puntano dritto verso di noi, come se volessero speronarci», ci ha scritto uno dei passeggeri delle prime imbarcazioni intercettate. In questo momento, con ogni probabilità, si trova con gli altri suoi compagni a bordo della nave-prigione israeliana, a prendere cazzotti e dormire sul pavimento. Sempre, ovviamente, che qualcuno non faccia qualcosa.
È QUANTO CHIEDEVANO ieri le opposizioni parlando – dal Pd con Elly Schlein ad Avs con Nicola Fratoianni – di «atto di pirateria». E se la Spagna, in linea con la posizione finora tenuta verso la questione palestinese, convocava immediatamente la rappresentante diplomatica israeliana Dana Erlich per protestare contro «un’intercettazione illegale», il ministro degli esteri Tajani assumeva la stessa postura da diritto internazionale a metà: «Anche qualora dovessero essere fermati cittadini italiani, devono essere sempre trattati nel massimo rispetto della dignità della persona», aveva detto in mattinata, senza condannare il rapimento di decine di persone in acque internazionali.
In serata ha corretto il tiro e da Modena ha chiesto «il rilascio immediato» degli italiani detenuti. Tra gli attivisti fatti prigionieri c’è anche Margaret Connolly, sorella della presidente irlandese Catherine. Fino a ieri sera era ancora in viaggio l’unico parlamentare italiano a bordo, Dario Carotenuto: «Qui intorno ci sono le navi della marina israeliana che stanno cercando di braccarci», ha detto nel pomeriggio a RadioRai.
I 5STELLE, PD e Avs, hanno scritto alla presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen, perché attivi «tutti i canali diplomatici per garantire l’integrità fisica, la difesa legale e la piena protezione consolare» dei rapiti.
Commenta (0 Commenti)|
I guai del governo, il nodo di Taiwan, le contraddizioni dei campi scintillanti del tennis e il tramonto dell’auto italiana nel disinteresse generale. Un Lunedì Rosso che traccia una mappa precisa delle zone di confine e i punti di crisi del mondo capitalista in cui siamo immersi. Nella foto: Una bambina danza sotto una statua di Marx e Engels in un parco di Shanghai in Cina, foto Eugene Hoshiko /AP
Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
https://ilmanifesto.it/newsletters/lunedi-rosso/lunedi-rosso-del-18-maggio-2026
|
Israele firma il rinnovo del cessate il fuoco in Libano mentre continua a bombardarlo: solo ieri 18 uccisi. Netanyahu pianifica un’«offensiva elettorale» a Gaza, dove i raid non si sono mai fermati. Gli accordi restano sulla carta e Tel Aviv occupa altra terra
Sotto la tregua Tel Aviv e Beirut allungano di 45 giorni l’accordo, ma gli attacchi non si sono fermati nemmeno per un minuto. Solo ieri diciotto uccisi
LEGGI ANCHE La miglior difesa del Libano: uno Stato non settario
Soccorritori libanesi sul luogo di un raid israeliano contro Sidone
Altri 45 giorni di tregua tra Libano e Israele: è il resoconto della due giorni del terzo giro dei negoziati che si stanno tenendo a Washington sotto l’ombrello statunitense.
IL CESSATE IL FUOCO cominciato il 17 aprile non è però mai stato e continua a non essere rispettato. Israele ha portato avanti i suoi attacchi in Libano (cento negli ultimi giorni) e ha stabilito un’area di una decina di chilometri a ridosso del confine sud e sud-est, la Linea Gialla, che occupa militarmente e in cui non è consentito accedere. Tel Aviv si è riservata la possibilità di attaccare in qualunque luogo e momento lo ritenga necessario. Hezbollah, che nei primi giorni dopo la sigla del cessate il fuoco aveva posato le armi, le ha riprese e oggi combatte sul terreno e lancia missili sul nord di Israele.
Al centro delle discussioni il disarmo di Hezbollah, più che mai isolato, soprattutto da quando ha perso l’alleanza storica e strategica di Bashar al-Assad, il presidente siriano deposto dal nuovo governo di Al-Shara’a, da cui si è recato in questi giorni il premier libanese Salam per confermare che il Libano ha «girato la pagina delle dispute con la Siria». «Il 14 e 15 maggio gli Stati uniti hanno facilitato due giorni di colloqui costruttivi tra lo Stato di Israele e la Repubblica del Libano. I due Paesi hanno concordato un quadro negoziale volto a progredire verso una pace duratura, il pieno riconoscimento reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale e la creazione di una reale sicurezza lungo il confine condiviso. Sono stati compiuti progressi significativi sull’agenda politica, che riprenderà il 2 e 3 giugno per proseguire i colloqui politici – si legge nella nota del Dipartimento di Stato Usa – Gli Stati uniti restano consapevoli delle sfide poste dai continui attacchi di Hezbollah contro Israele, condotti senza il consenso o l’approvazione del governo libanese, con l’obiettivo di far deragliare il processo di pace».
LA DELEGAZIONE libanese ha salutato i «progressi diplomatici tangibili in favore del Libano». Hezbollah ha invece denunciato il «complotto contro la patria, la sua sovranità e la sua resistenza» e la slealtà del presidente della repubblica Joseph Aoun che avrebbe «rinnegato i suoi accordi con Hezbollah e preferito quelli con gli americani, gli europei ed alcuni paesi arabi che sono sull’altro campo», quello del nemico. Ha inoltre invitato il governo libanese a rinunciare all’«illusione della pace». Hezbollah esprime in questo governo due ministri e nel parlamento un solido blocco, forte dell’alleanza con Amal, altro partito sciita il cui capo, Nabih Berri, è il presidente del parlamento.
IN LIBANO INTANTO i morti di questa nuova fase della guerra cominciata il 2 marzo sono arrivati quasi a 3mila e i feriti sono 9.112, secondo i dati del ministero della salute libanese. Proprio ieri, all’indomani dei negoziati, Israele ha intensificato i bombardamenti sulle aree di Nabatieh, Tiro e Sidone, fuori dalla Linea Gialla: almeno 18 uccisi e 124 feriti. L’aviazione israeliana bombarda senza sosta il sud e la valle della Beqa’a a est, dentro e fuori la Linea Gialla. Oltre 100 a oggi i soccorritori uccisi e circa 300 i feriti. Israele ha impedito e impedisce non solo l’accesso alle case – la maggior parte distrutte in una logica del tutto simile a quella usata a Gaza – ma anche ai campi, molti dei quali sono stati bruciati, impedendo le attività agricole, principale fonte di sussistenza: il 48% delle terre agricole è andato distrutto. Vengono sistematicamente bombardate infrastrutture civili, soprattutto quelle idriche, in modo da forzare le evacuazioni degli abitanti dei villaggi che non hanno voluto andarsene. Hezbollah rivendica attacchi quotidiani alle truppe di terra israeliane all’interno della Linea Gialla.
È IN CORSO un urbicidio e un ecocidio. Il ministro della difesa israeliana Israel Katz si rallegrava pochi giorni fa in occasione della commemorazione della guerra dei sei giorni, che «Aita el-Shaab (villaggio del sud del Libano, ndr) non esiste più». Stessa sorte per decine di altri villaggi. Organizzazioni come Amnesty International, ma anche Unifil e il governo libanese, hanno invece denunciato l’ecocidio, utilizzato da Israele come arma di guerra. È una pratica sistematica quella dell’uso di bombe al fosforo bianco, di glifosato, degli incendi di foreste, dell’inquinamento della falda acquifera.
CONTINUA ANCHE l’emergenza sfollati, circa un milione di persone distribuite negli oltre 600 centri di accoglienza. Unicef ha appena pubblicato uno studio che individua in Libano 770mila bambini «in stato di forte stress dovuto all’esposizione ripetuta alla violenza, alle perdite e agli spostamenti».
Commenta (0 Commenti)Trump riparte da Pechino con la convinzione di aver stretto «fantastici accordi». Ma non c’è sostanza: niente di fatto su Hormuz mentre Teheran non arretra, via libera alla Cina su Taiwan, poco business
Affari suoi La visita di Trump si conclude con la dichiarazione di Xi: «Maga e il grande rinnovamento della Cina possono andare di pari passo»
LEGGI ANCHE È tutta una questione di chip: la Rpc vuole autonomia ma ha bisogno di Nvidia
Donald Trump e Xi Jinping a Pechino – Ap
«Com’è andata da 1 a 10? 9,99». Donald Trump abbassa il punteggio del suo summit con Xi Jinping, rispetto al 12 che aveva enfaticamente assegnato all’incontro dello scorso ottobre a Busan, quando i due leader siglarono la tregua commerciale. Una tregua che regge, pur senza tramutarsi in un’intesa più profonda e strutturale. Il viaggio in Cina del presidente degli Stati uniti ha prodotto tanti complimenti e parole buone, ma dietro la patina di una forma più che cordiale la sostanza pare piuttosto scarna. E dire che Trump parla di «fantastici accordi» raggiunti con Xi, sui quali però emergono sin qui non molti dettagli.
LA SECONDA GIORNATA di colloqui si è aperta a Zhongnanhai, con una passeggiata nel giardino privato della residenza della leadership del Partito comunista. Qui, ha indicato i cosiddetti «cipressi intrecciati»: due alberi vecchi di secoli con tronchi e radici incrociati. Chissà, quasi a simboleggiare l’interdipendenza tra Washington e Pechino. Xi e Trump si sono poi fatti scattare una «foto dell’amicizia» e hanno tenuto un dialogo informale durante una cerimonia tradizionale del tè. Chiusura con un pranzo di lavoro a base di merluzzo tritato, polpette di aragosta, pollo Kung Pao e ravioli al vapore. Trump ha definito più volte un «onore» incontrare Xi, il quale ha ribadito che «Make America Great Again e il grande rinnovamento della nazione cinese possono andare di pari passo per lo sviluppo comune di America e Cina». Concetto ribadito dal ministero degli Esteri. Sembra un’adulazione della politica Maga, ma è anche un modo per sottolineare la parità raggiunta nei rapporti tra i due paesi.
PRIMA DI SALIRE sull’Air Force One, Trump ha parlato calorosamente col ministro degli esteri Wang Yi, appoggiandogli entrambe le mani sulle spalle. Una volta a bordo, si è lasciato andare a una serie di dichiarazioni, ribadendo in sostanza gli accordi anticipati la sera prima. La Cina si sarebbe impegnata a un aumento degli acquisti di carne bovina e soia «per decine di miliardi di dollari», ma anche di 200 jet della Boeing. Xi avrebbe «mostrato interesse» su petrolio e gas naturale liquefatto. In cambio, ci sarebbe un allentamento delle restrizioni all’export di chip di Nvidia e la creazione di un «consiglio del commercio» per facilitare gli investimenti cinesi negli Stati uniti, in settori non sensibili. Elon Musk, presente al vertice, potrebbe invece ottenere l’approvazione della guida autonoma completa di Tesla.
Non si sarebbe comunque parlato di un ulteriore taglio ai dazi, mentre tecnologia e terre rare sono destinati a restare motivo di tensione, due armi negoziali nessuno dei contendenti vuole smettere di impugnare. Il segretario di stato Marco Rubio ha dichiarato che è stata chiesta la liberazione di Jimmy Lai, il magnate dell’editoria di Hong Kong condannato a 20 anni di carcere. Il tempo dirà se ha funzionato.
SULL’IRAN, TRUMP sostiene che Xi gli ha garantito che non invierà armi a Teheran e che è disponibile a «dare un aiuto». Vaghezza anche su Taiwan, tema che Trump ha menzionato solo una volta a bordo dell’Air Force One. «La nostra politica resta invariata», ha detto, confermando di aver parlato della vendita di armi a Taipei, su cui «prenderò presto una decisione». Poi i due passaggi più critici. «Non sto cercando di permettere a qualcuno di diventare indipendente e poi dover percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra», ha detto alla Fox. E infine: «Sulle armi dovrà parlare con la persona che guida Taiwan». Cioè Lai Ching-te, che Xi ritiene un «secessionista». Insomma, frasi contraddittorie che rischiano di allarmare sia Taipei sia Pechino.
La Cina ha confermato che Trump e Xi hanno raggiunto «una serie di nuovi consensi», ma non ha sin qui fornito maggiori specifiche. La retorica del leader e il racconto dei media confermano che per Pechino la priorità del summit era la dimostrazione dei nuovi rapporti di forza paritari con l’America.
IERI, Trump ha utilizzato nuovamente il termine G2 per definire i rapporti con Xi. Contribuiscono al messaggio anche una serie di video diventati virali sui social. Per esempio, Rubio che osserva ammirato il soffitto della Grande Sala del Popolo. Oppure Musk, che prima dichiara che il figlio sta studiando il mandarino e poi chiede un selfie col fondatore del colosso cinese degli smartphone Xiaomi. O ancora, il giornalista di Fox, Bret Baier, che gioca a ping pong con un anziano cinese in un parco. Il più citato è però Jensen Huang. L’amministratore delegato di Nvidia, colosso dei chip, è stato pizzicato mentre mangiava un piatto tipico di tagliatelle fritte in uno dei più celebri hutong di Pechino.
Se Trump ha ragione, potrebbero esserci addirittura altri tre incontri con Xi entro la fine dell’anno. Il presidente cinese è stato invitato alla Casa bianca a settembre, mentre potrebbero esserci le reciproche partecipazioni al summit Apec di Shenzhen e al G20 di Miami.
DI CERTO, già ieri Trump ha telefonato alla premier giapponese Sanae Takaichi per rassicurarla sull’alleanza tra Washington e Tokyo. Mercoledì prossimo, invece, Xi riceverà il presidente russo Vladimir Putin.
Commenta (0 Commenti)Accoglienza amichevole e cordiale per Trump in Cina. Ma Xi mette in chiaro che le due potenze, ormai su un piano di parità, «potrebbero entrare in conflitto» sul futuro di Taiwan. «Stabilità strategica costruttiva», è la nuova formula di Pechino. Agli Usa non resta che consolarsi con gli affari conclusi nel viaggio. Pochi
Il sorpasso Il presidente cinese ribadisce a un Trump prodigo di complimenti la linea di Pechino. E incassa il riconoscimento di un rapporto tra pari
LEGGI ANCHE Gestiamo insieme il caos. Ma Taiwan è la linea rossa
L’incontro tra Xi e Trump ieri a Pechino. E le bandiere di Usa e Cina su piazza Tienanmen – Ap
«Avremo un fantastico futuro insieme. È un onore essere qui con te, è un onore essere tuo amico. Le relazioni tra Cina e Stati uniti saranno le migliori di sempre», dice Donald Trump, subito prodigo di complimenti. «Il mondo è giunto a un nuovo bivio. Cina e Stati uniti riusciranno a superare la trappola di Tucidide e a creare un nuovo paradigma per le relazioni tra le grandi potenze?» si chiede invece Xi Jinping, riferendosi alla formula con cui gli analisti richiamano il rischio di un conflitto tra una potenza egemone e una potenza emergente.
I DUE ESORDI nei rispettivi discorsi di apertura all’attesissimo vertice della Grande sala del popolo dicono già molto dei nuovi equilibri tra i leader di Washington e Pechino. Il primo – accolto su piazza Tiananmen dalla guardia d’onore, 21 colpi di cannone e bambini con mazzi di fiori e bandierine – alla ricerca di un rapporto personale. Il secondo più composto, a interrogarsi su questioni strategiche di portata globale.
Xi ha auspicato che i due paesi possano essere «partner, non rivali», dicendo di aspettarsi una svolta positiva nei rapporti. Ma ha anche avvertito che Cina e Stati uniti «potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto», qualora la questione di Taiwan fosse «gestita male». Tradotto: se gli Stati uniti supportassero l’indipendenza di Taipei o continuassero ad accelerare sulla vendita di armi. Un messaggio molto esplicito e che pone proprio Taiwan al centro delle discussioni.
IL COLLOQUIO è durato oltre due ore, più del precedente incontro di Busan con cui fu siglata la tregua commerciale. Entrambi i resoconti hanno toni positivi, ma le priorità sono diverse. La Cina insiste sul concetto di «stabilità strategica costruttiva», una nuova formula lanciata oggi da Xi per le relazioni tra i due paesi. Pechino vede la visita di Trump come il riconoscimento di un rapporto tra pari.
Gli Stati uniti si concentrano invece sui risultati economici. Nello specifico, la Cina avrebbe accettato di aumentare gli acquisti di prodotti agricoli americani, tra cui soia e carne bovina. Secondo la Casa bianca, Xi si sarebbe detto disposto a un aumento delle importazioni di energia, compresi petrolio e gas naturale liquefatto: uno dei punti chiave delle richieste di Washington. Pechino si sarebbe impegnata a comprare anche 200 jet civili della Boeing, meno della metà dei 500 di cui si parlava alla vigilia. Ci sarebbe anche un’intesa per rafforzare i controlli sui flussi di sostanze chimiche utili alla produzione dell’oppioide fentanyl, il che apre a un’estensione della tregua sui dazi e un parziale ritocco verso il basso delle tasse doganali.
SI DISCUTE anche della creazione di un consiglio per gli investimenti, che consentirebbe alle aziende cinesi di investire negli Stati uniti in settori non sensibili. Possibile anche l’annuncio di linee guida per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Nonostante la presenza di Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, non sembrano invece esserci svolte sui chip e nemmeno sulle terre rare, le rispettive principali armi negoziali. In tal senso, significativa l’assenza dal vertice di Ding Xuexiang, vicepremier con delega alle politiche tecnologiche, e di Wang Xiaohong, ministro della pubblica sicurezza, figura chiave delle discussioni sui metalli strategici.
SEGNO CHE PECHINO non
Commenta (0 Commenti)Meloni risponde in Senato alle interrogazioni della maggioranza e delle opposizioni e mostra di non avere idee per affrontare la crisi. «Pure io faccio la spesa, vedo tanto affetto», assicura. Ma anche la presa sulla coalizione si allenta e la strada per finire la legislatura è ancora lunga
Premier time Due ore di discussione in Senato. Persino Calenda le chiede misure straordinarie contro la crisi. E lei: «Le mie ricette funzionano. Il salario minimo non va, ho ridotto la precarietà, entro l'estate la legge sul nucleare». Boccia Pd: «E' disperata, vive in una bolla». Renzi: «Sembrate la famiglia Addams»
LEGGI ANCHE La debolezza di una ex premier “forte”
Giorgia Meloni in Senato – LaPresse
Quali novità ha in mente Giorgia Meloni per invertire la rotta in campo economico e sociale nell’ultimo anno di legislatura? Nessuna. O meglio: continuare con le ricette di questi 4 anni di governo, che lei considera efficaci anche se non risolutive. Perché i governi precedenti le hanno lasciato eredità pesanti, come il superbonus, «174 miliardi buttati che finiremo di pagare nel 2027, quando il nostro governo arriverà al termine del mandato».
QUESTA LA SINTESI di oltre due ore di premier time ieri al Senato: ore in cui Meloni si è mostrata meno aggressiva del solito, più consapevole della gravità dei problemi sul tavolo, naturalmente dovuti «al quadro economico internazionale e alle tensioni geopolitiche». Zero autocritica, zero correzioni di rotta. Sul Pnrr «ad oggi l’Italia ha incassato 153 miliardi, al 31 marzo 2026 la spesa certificata ammonta a 117 miliardi, pari al 76% del totale, direi che abbiamo fatto un buon lavoro». Lo stesso dicasi per l’occupazione, il potere d’acquisto delle famiglie, la lotta alla denatalità, persino il precariato che si vanta di aver drasticamente ridotto. Per non parlare del sud, che «con la Zes unica è tornato a crescere più della media nazionale». Una situazione così rosea da non richiedere misure d’emergenza. Anzi.
PERSINO CARLO CALENDA, l’oppositore gentile, le fa notare che servirebbero misure eccezionali, che il governo dovrebbe darsi una mossa per la crescita, per una vera politica industriale. La premier gli risponde assicurandogli che «entro l’estate sarà approvata la legge delega per il ritorno al nucleare».
Quanto al prelievo sugli extraprofitti delle grandi società energetiche, «abbiamo già fatto», scandisce la premier, riferendosi ai miseri prelievi di uno dei tanti decreti per far fronte agli astronomici costi dell’energia. «Le mie porte sono sempre aperte per chi antepone alle polemiche l’interesse della nazione», dice al leader di Azione. «Ma le altre forze di opposizione non hanno mostrato questa disponibilità, anzi quando li abbiamo convocati per la guerra in Iran ci hanno accusato di fare passerelle».
Calenda le ricorda che l’unica volta che le opposizioni sono state convocate, sul salario minimo, nel 2023, «non è stata una passerella, ma un esercizio di democrazia». Peccato che il governo abbia cestinato la proposta, linea che ieri Meloni ha rivendicato: «Molto meglio puntare sulla contrattazione come abbiamo fatto noi col “salario giusto”. In Puglia hanno fatto il salario minimo e le condizioni per i lavoratori sono peggiorate».
RENZI, E POI ANCORA il capogruppo Pd Francesco Boccia, le fanno notare come sia cambiata in questi 4 anni. «Lei è sotto botta, è un’altra rispetto a 4 anni fa: di fronte alla crisi di Hormuz la vostra proposta è cambiare la legge elettorale. Invece di un governo sembrate la famiglia Addams, senza offesa per Morticia e Zio Fester», attacca il rottamatore. La premier è seccata: «Ogni giorno mi chiedete di venire qui e, invece di proposte, sento accuse e insulti».
Per fortuna, per lei, che si sono Micaela Biancofiore di Noi moderati, e poi il fedelissimo capogruppo di Fdi Lucio Malan, a dirle quanto è brava, quante «fake news» vengono raccontate sul suo lavoro, a partire dall’aumento delle tasse Al cattivo Stefano Patuanelli del M5s tocca ricordarle che l’ultima proroga del famigerato superbonus «è avvenuta nel 2023, con il governo Meloni». «È singolare continuare a usare come alibi una misura che hanno gestito loro stessi. Ma il punto vero è che non hanno una strategia economica e energetica. L’unica risposta che la presidente offre al Paese è la propaganda sul nucleare, che ha costi per megawattora 4-5 volte superiori alle rinnovabili. E questo governo non è stato nemmeno in grado di decidere dove realizzare il deposito nazionale per i rifiuti radioattivi che già oggi produciamo».
AL DEM BOCCIA, che le chiede se intende battersi per modificare i trattati Ue per superare il diritto di veto, replica: «Non è che se mi fa la domanda cento volte cambio la risposta. Superare il diritto di veto non sbloccherebbe la situazione. I governi trovano le sintesi, e poi c’è la burocrazia che decide di metterle in discussione».
«Palazzo Chigi è diventata una bolla che la protegge alla realtà, da quanto tempo non fa la spesa in un supermercato?», la domanda di Boccia. E lei: «L’ho fatta sabato scorso, non rinuncio a fare una vita normale e questo mi aiuta a capire come stanno le cose: dopo 4 anni attorno a questo governo c’è tanto affetto e questo qualcosa significherà». «Al referendum non ci siamo accorti che il paese stia con lei», replica beffardo Boccia, «lei si aggrappa ai numeri in modo disperato, la verità è che stata lasciando un paese più povero».
TRANCHANT NICOLA Fratoianni: «Evidentemente Palazzo Chigi e i ministeri sono stati trasferiti su un altro pianeta, perché solo così si possono spiegare le parole della premier: del paese immaginario che ha descritto non c’è nulla nella vita reale». Giuseppe Conte, di passaggio al Senato: «C’è un piano per recuperare l’inflazione? O per i 6 milioni di cittadini che sono in povertà assoluta? E per un lavoratore su 4 che prende meno di 1.000 euro al mese? Nulla, però va tutto bene: è il fantastico mondo di Meloni».
Commenta (0 Commenti)