La prossima guerra del governo Trump è alla «minaccia comunista», il segretario di stato Marco Rubio invita 60 paesi a un summit che punta a fronteggiare la «rinascita del terrorismo di sinistra», equiparando il dissenso alle azioni dell’Isis. L’Italia c’è
Stati Uniti Neo-maccartismo contro la «minaccia comunista»: al raduno del 16 luglio sarebbero stati invitati 60 paesi, tra cui l’Italia
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Il segretario di stato statunitense Marco Rubio ha invitato ministri di 60 paesi a un summit dedicato alla «rinascita del terrorismo di estrema sinistra». Un vertice “anti-Antifa”, che sarebbe stato convocato per coordinare una risposta globale a un fenomeno che insiste soprattutto nei comunicati della Casa bianca di Donald Trump.
L’idea di un simile vertice avrebbe, secondo il Washington Post, «suscitato costernazione fra diplomatici americani, analisti indipendenti e alleati europei» che non sottoscrivono la narrazione Maga.
Quello della quinta colonna è un teorema cui il governo di Donald Trump lavora da tempo. Con i discorsi del 3 e 4 luglio, Trump ha elevato la «minaccia comunista» al paese a dispositivo retorico-politico principale in termini che si rifanno alla psicosi maccartista degli anni ’50.
Lo scorso 22 settembre il presidente aveva firmato un ordine esecutivo (NSPM-7) col quale “Antifa” era stata inserita nella lista dei gruppi «anti americani, anti cristiani e anti capitalisti». Malgrado non esista alcuna organizzazione formale con questo nome, la designazione come «organizzazione terrorista domestica» ha di fatto decretato l’antifascismo un «nemico interno».
CONTEMPORANEAMENTE le condanne di nove attivisti anti Ice in Texas a sentenze tra i 30 e 100 anni di reclusione e il rinvio a giudizio di quindici attivisti anti-remigrazione a Minneapolis segnalano una nuova operatività nella repressione del dissenso antifascista, in cui contestazione o atti di «vandalismo» come scritte sui muri sono equiparate a «terrorismo».
Inoltre militanti sono stati attenzionati non solo per azioni di protesta ma anche per dichiarazioni e opinioni postate sui social.
Dopo l’uccisione di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis un alto funzionario del ministero di Giustizia, Aakash Singh, aveva istruito i procuratori federali, spediti nelle “città santuario” a perseguire manifestanti e osservatori «con tutto quello che avete» e a «pubblicizzare al massimo» le condanne.
PROCESSI contro «terroristi antifa» sono stati istruiti a Los Angeles e San Diego e nel “teorema Antifa” il governo ha tentato di inserire anche l’uccisione di Charlie Kirk e l’attentato del banchetto dei corrispondenti di Washington, entrambi opera di individui senza evidenti affiliazioni.
Con la convocazione al summit, il Dipartimento di stato torna a segnalare che sulla “minaccia rossa” gli Stati uniti gradirebbero un allineamento degli alleati.
Il terreno era stato preparato a novembre con la designazione come «organizzazioni terroriste straniere» di due formazioni greche, Giustizia Proletaria Armata e Autodifesa di Classe Rivoluzionaria, nonché la cosiddetta Federazione anarchica informale in Italia e Antifa di Dresda, o hammerbande (il gruppo con cui è stata associata l’eurodeputata Ilaria Salis).
Quest’ultima designazione in particolare sarebbe stata caldeggiata de esponenti Afd con cui si è ripetutamente incontrata la sottosegretaria agli esteri Usa Sarah Rogers. A maggio una conferenza sul terrorismo di sinistra all’Aia è spostata nell’ambasciata americana, dopo che il governo olandese si è defilato.
Secondo fonti citate dal Washington Post, a giugno un cablogramma americano richiedeva informazioni su gruppi di estrema sinistra a più di 20 sedi diplomatiche fra cui quelle in Italia, Messico e Albania.
OGNI INIZIATIVA si inserisce nel tentativo di arruolare i governi mondiali nella guerra globale che Trump ha dichiarato alla “sinistra radicale.” La lista di paesi invitati al
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Commenta (0 Commenti)Riaccende la guerra all’Iran e le speranze israeliane di “finire il lavoro”, vede Zelensky ma pensa a Putin, usa parole dolci per la Cina e sferza gli alleati europei come debitori insolventi. Un tempestoso Trump chiude il vertice Nato di Ankara
Sturm und Trump Teheran bersaglia tre navi fuori dalla rotta imposta, Washington ordina bombardamenti, Teheran colpisce gli alleati Usa nel Golfo
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Attacchi Usa a Bandar Abbas, nel sud dell’Iran foto X
«Penso che sia finito». Bastano queste parole del presidente americano, pronunciate a margine del vertice Nato ad Ankara, a certificare la fine del memorandum d’intesa firmato con l’Iran e la ripresa delle ostilità. Mentre scriviamo, secondo i media americani, gli Stati Uniti stanno decidendo la forma e la portata della prossima ondata di attacchi contro l’Iran. Ad Ankara la diplomazia lascia il posto alla retorica, mentre nel Golfo Persico la tregua si sgretola. Il punto di rottura è lo Stretto di Hormuz, dove passa circa un quinto del petrolio mondiale: nelle ultime 48 ore tre navi commerciali sono state colpite nelle acque territoriali dell’Oman, tra cui la petroliera qatariota al-Rakiyat, carica di gas naturale liquefatto, e la saudita Wedyan. Teheran nega responsabilità dirette, ipotizzando che le navi fossero entrate in aree dove erano in corso operazioni di sminamento, o che avessero ignorato le rotte “sicure” imposte dall’Iran per controllare il transito.
TRUMP NON SI ACCONTENTA di seppellire l’accordo. Alla leadership di Teheran riserva gli epiteti di «feccia», «gente malata», «person» malvagie, violente e viziose”. Poi suona la tamburo di guerra: «Stasera li colpiremo duramente». Il summit si trasforma in una piazza per i rancori: Trump rimprovera agli europei di non aver sostenuto gli Stati Uniti contro Teheran, che chiama «il primo sponsor statale del terrore». Arriva l’inevitabile apprezzamento del segretario generale della Nato, Mark Rutte: «La decisione del presidente americano di effettuare questi attacchi è la cosa assolutamente giusta da fare». Il presidente turco Erdogan, invece, come se non prendesse in considerazione ciò che ha detto Trump, esprime la speranza che il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran contribuisca a portare la pace nella regione.
Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema iraniana, accusa gli Stati Uniti della ripresa delle ostilità nella regione del Golfo. Velayati scrive che l’«ammissione verbale» di Trump di aver annullato il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran ha ancora una volta «spinto la regione verso il fuoco». Il consigliere ha inoltre affermato che l’Iran ha «il dito sul grilletto» e non resterà «in silenzio di fronte all’umiliazione e all’avventurismo».
LA CRONACA DEL CONFLITTO è il rituale “colpo su colpo”. Il Comando Centrale americano lancia oltre ottanta attacchi aerei contro il sud dell’Iran. Le bombe cadono sull’isola strategica di Qeshm, sulla città portuale di Bandar Abbas, su Sirik, dove i media locali parlano di moli commerciali distrutti e civili feriti. L’obiettivo dichiarato, come sempre, è degradare le capacità missilistiche iraniane e i radar costieri; nel bilancio, oltre sessanta piccole imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione affondate.
IL PRESIDENTE del parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf afferma che «l’era del bullismo e dell’estorsione è finita» e che tali metodi non porteranno a nulla. La rappresaglia di Teheran non si fa attendere: il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione rivendica ottantacinque attacchi contro basi statunitensi in Bahrain e Kuwait, con le sirene che suonano in tutta la regione. Il Bahrain dichiara di aver sventato gli attacchi, il Kuwait di aver intercettato missili balistici e droni senza danni né vittime – ma la tensione resta al parossismo. Il petrolio Brent schizza a poco meno di 80 dollari al barile, mentre circa seimila marittimi restano ancora intrappolati a bordo delle navi nello Stretto, impossibilitati a lasciare il Golfo in sicurezza.
WASHINGTON REVOCA le esenzioni sulle sanzioni petrolifere accordate all’Iran nel
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Commenta (0 Commenti)Il vertice Nato in Turchia è un mercato delle armi. Per compiacere Trump e contenerne le sfuriate, gli alleati fanno a gara a chi ne compra di più. Il segretario generale Rutte esalta il «ruggito» dell’industria bellica, unica opzione politica. Non basta, il presidente Usa è «deluso» dall’Europa
Alla fiera dell'Est La presidente del Consiglio si presenta all’ultimo momento al summit atlantico, ma non può evitare di sedere a tavola con Trump. Per la stampa Usa all’origine della rottura c’è il rifiuto di Roma di aderire al Purl
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Stretta di mano tra Donald Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan
Se non è divieto di incontro ci va a un millimetro. La premier arriva in tailleur-pantalone nero al ricevimento-cena sociale dei leader, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, quasi all’ultimo momento, evitando così di incrociare il litigioso Trump. Mai ritardo fu più strategico e per nulla casuale. A cena, però, i due si ritrovano allo stesso tavolo, con l’ospite Erdogan, il presidente francese, il premier inglese e il cancelliere tedesco e rispettive consorti. Il turco li ha voluti tutti insieme per tentare di ricomporre i rapporti tra Washington e gli alleati. Trump, del resto, nel pomeriggio si era tutto sommato contenuto. Senza risparmiare frecciate rivolte a Meloni ma meno triviali e offensive del solito.
«MELONI È UNA BRAVA persona», dice il presidente americano al bilaterale con il molto elogiato Erdogan. Però il rapporto non è certo quello di prima: «È peggiorato perché lei ha rifiutato di aiutarci. Non ha voluto essere coinvolta nello stretto d Hormuz e credo che abbia commesso un errore». A palazzo Chigi si aspettavano di peggio. Almeno per il momento quasi tirano un sospiro di sollievo anche se quel passaggio sull’errore commesso dalla premier una qualche minaccia sembra proprio veicolarla.
L’attacco di Trump stavolta è a tutto campo. Prende di mira l’intera Europa e in fondo è proprio questo che spiega il sollievo del governo: temeva di finire da solo nel tritacarne. Invece The Donald ne ha per tutti: «Sull’Iran Francia, Germania e Gran Bretagna ci hanno voltato le spalle. L’Italia ci ha voltato le spalle. E va bene così. Ma noi spendiamo centinaia di miliardi e loro per noi non ci sono? Guardano da un’altra parte?».
L’IRRITAZIONE non è posticcia. L’americano è davvero imbufalito con l’Europa tutta per la mancata partecipazione alla sua guerra e con l’Italia ha anche un conto più specifico aperto. Secondo la stampa americana all’origine della rottura c’è il rifiuto italiano di aderire al Purl, il programma di acquisto di armi americane per l’Ucraina. Il presidente lo avrebbe visto anche come segnale politico. Di certo lo ha preso malissimo. Il botta e risposta con Meloni dopo Evian ha completato l’opera, rendendo la rottura personale difficilmente recuperabile.
Quanto all’amministrazione Usa nel complesso però le cose stanno diversamente. A Chigi e ai ministeri della Difesa e degli Esteri sono convinti che gli umori del sovrano non siano condivisi dai suoi alti ufficiali, che mirano invece a evitare lo strappo. È probabile che sia davvero così. Ieri Rubio e il ministro degli Esteri italiano Tajani si sono incontrati ad Ankara e hanno deliberatamente ostentato massima cordialità. Tra Hegseth, che pure è forse il ministro oggi più vicino al presidente, e l’omologo italiano, il ministro della Difesa Crosetto, si è creato un rapporto di fiducia che contrasta con il gelo della Casa Bianca. Roma conta su questo per almeno limitare il danno.
Ma se l’irritazione di Trump è reale, è anche vero che il mercante della Casa Bianca la usa ora come arma negoziale nel suq che più gli sta a cuore: quello delle spese per la Difesa. Gli europei, oggi, faranno a gara per compiacerlo a parole senza doversi impegnare troppo, cercando di ritardare se non di evitare un ritiro americano che tutti danno per certo. L’Italia su quel fronte aveva ricevuto garanzie tranquillizzanti dopo l’incontro fra Crosetto e Hegseth. Alla Difesa ritengono che le cose non siano cambiate dopo il prolungato duello fra il presidente e la premier.
LA NOTA DOLENTE restano i soldi. Su quel fronte l’Italia è in realtà completamente scoperta. Parteciperà certamente alla contributo di 140 miliardi in due anni per l’Ucraina, insistendo però perché in quella cifra venga compreso il contributo di 90 miliardi già deciso dalla Ue e soprattutto evitando l’acquisto secco di armi. Mira a sostenere Kiev sul piano delle infrastrutture e con mezzi bellici prodotti in Italia o coprodotti con altri paesi europei.
SUL FRONTE DEL 5% per la Nato entro il 2035 l’Italia prometterà e garantirà ma senza aprire davvero i cordoni della borsa. Perché la priorità per il governo sono le elezioni del 2027 e non le si può affrontare con l’accusa di buttare decine di miliardi in armi sul groppone.
Commenta (0 Commenti)Pagare e ancora pagare. Al vertice della Nato che si apre in Turchia, Trump darà le pagelle agli alleati sulla base di quanto stanno aumentando la spesa militare. Che va quasi tutta in armi americane, ma per il segretario generale Rutte è giusto così. Solo la Spagna dice no
Le regole del gioco La premier spiazzata dal meme con cui il presidente Usa torna ad attaccarla. E oggi al vertice Nato i due rischiano di incrociarsi
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Preparativi al Palazzo presidenziale, sede del vertice Nato ad Ankara, in Turchia – foto Kerem Uzel/Getty
La mazzata di Trump è stata tanto più dolorosa in quanto del tutto inattesa e imprevista. A confronto del meme con Meloni in adorazione e il ruvido commento «restraining order needed» (ordinanza restrittiva necessaria), come dire «levatemela di torno», la famigerata intervista del «mi ha fatto pena» è un buffetto.
A palazzo Chigi masticano amaro, ingoiano il rospo facendo finta di niente e si preparano a un vertice Nato ormai a massimo rischio.
NEI MINISTERI COMPETENTI, agli Esteri, alla Difesa, soprattutto a palazzo Chigi si sforzano di essere ottimisti. Ad Ankara tutto dovrebbe andare abbastanza bene, profetizzano, e poco male se la previsione sa tanto di wishful thinking. Ma alla fine tutti sono costretti ad ammettere sconsolati che «cosa succederà dipende però dal fattore Trump e quello si sa che è imprevedibile». Il viatico certo non è dei migliori. Forse, argomentano a Chigi, a far imbestialire il presidente è stato il tentativo della premier di spingere Erdogan a lasciare il meno spazio possibile agli show di Trump limitandosi alle questioni tecniche. Di certo nulla autorizza a credere che la questione sia finita qui.
ACCOLTA A PORTE CHIUSE con improperi ed epiteti poco ripetibili, la mazzata è rimasta però senza repliche ufficiali e non poteva essere diversamente. La premier si è cucita la bocca. Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto passare qualche ora prima di fare il signore: «Sono dichiarazioni che si commentano da sole ma le relazioni transatlantiche vanno ben oltre le dichiarazioni». Crosetto ostenta superiorità: «Le persone passano, i rapporti restano e bisogna mantenere i rapporti con un alleato storico come gli Usa». Solo che gli Usa, oggi, sono Donald Trump e di Trump, è a questo punto chiaro, non ci si potrà mai più fidare. Meloni parte per Ankara con animo tutt’altro che sereno.
NON SI PUÒ ESCLUDERE il rischio che Trump si abbandoni a qualche sgradevolissima sceneggiata, che probabilmente prenderebbe di mira proprio la premier italiana perché è lei che il furibondo si è scelta per bersaglio. A Evian Meloni aveva cercato in ogni modo di incrociare il presidente. Ad Ankara metterà lo stesso impegno nel cercare di evitarlo. Fortunatamente la disposizione dei posti, nella cena dei premier di stasera, dovrebbe darle una mano. Capita che i due siano seduti dalle parti opposte del tavolo ed è un sospiro di sollievo.
LA VERA NOTA DOLENTE però va molto al di là delle baruffe tra il leader della destra americana e la controparte italiana. Anche senza quei «lievi dissapori» e persino se Meloni fosse
Leggi tutto: Silenzio e profilo basso, Meloni ad Ankara spera di evitare Trump - di Andrea Colombo
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Lunedì Rosso, il meglio della settimana scelto dalla redazione del manifesto. I conflitti in Palestina, Libano, Iran ma anche i fallimenti del nostro paese, incatenato dalla destra alle proprie drammatiche contraddizioni. Nella foto: manifestazione a Tel Aviv per i mille giorni dal 7 ottobre 2023, foto Ohad Zwigenberg /Ap Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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Da Lampedusa, «estremo lembo dell’Europa», papa Leone accusa il vecchio continente: «I morti in mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni mancate». Ma attacca anche l’America di Trump: «I migranti hanno fatto la storia del nostro Paese»
Parole al vento Leone si è sottratto all’invito di Trump scegliendo Lampedusa per l’Indipendence day. Al tycoon ricorda il dovere «dell’accoglienza»
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Lampedusa, papa Leone XIV alla Porta d’Europa – Ciro Fusco / Ansa
Dal Vaticano «all’estremo lembo d’Europa nel mar Mediterraneo», da dove «si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee». Così ha spiegato papa Leone XIV il senso del viaggio di ieri a Lampedusa, sulle orme del predecessore Francesco che per la sua prima trasferta dopo l’elezione scelse l’isola siciliana (8 luglio 2013), da dove denunciò la «globalizzazione dell’indifferenza».
PREVOST non è stato da meno, compiendo gesti e pronunciando parole che hanno evidenziato le responsabilità di un sistema economico iniquo, messo sul banco degli imputati trafficanti di esseri umani e scelte politiche di chi erige muri e respinge i migranti, rilanciato i comandamenti evangelici del soccorso e dell’accoglienza. Tutto in una giornata particolare, il 4 luglio, mentre al di là dell’Atlantico Trump celebrava a suo modo i 250 anni dall’indipendenza degli Stati Uniti, che anche il pontefice nato a Chicago ha voluto ricordare con una lettera a Washington: «La difesa della vita umana comprende anche l’accoglienza, la protezione e l’assistenza agli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e il cui contributo fanno parte della storia di questo Paese fin dai suoi inizi».
PAPA LEONE è atterrato alle 9 all’aeroporto dell’isola, dove gli è toccato salutare anche il sottosegretario Mantovano e il presidente della regione Sicilia Schifani. Prima tappa al “cimitero dei senza nome” per una preghiera e la deposizione di una corona di fiori sulle tombe dei migranti, contrassegnate da croci ricavate dal legno delle barche naufragate: «In questo luogo – si legge all’ingresso – riposano musulmani e cattolici, vecchi e giovani, neri e bianchi. Tutti migranti morti in mare in cerca della libertà». Poi alla Porta d’Europa, l’opera dell’artista Mimmo Paladino collocata sul punto più a sud dell’isola. Terza tappa al molo Favaloro, punto di approdo delle barche che riescono ad arrivare a Lampedusa: l’ultima la scorsa notte, con 17 persone a bordo soccorse dalla guardia costiera. Qui, dopo aver parlato con una ventina di migranti ospitati nell’hotspot, Prevost ha scoperto la targa che rinomina la struttura «molo papa Francesco. Luogo di approdo, speranza e umanità».
DOPO UN GIRO DELL’ISOLA sulla stessa papamobile utilizzata da Bergoglio nel 2013, la messa al campo sportivo con 4mila persone. Una donna africana con un cartello scritto a mano: «Pope Leo:
Leggi tutto: «Morti per scelte fatte e mancate». Il papa ammonisce l’Europa - di Luca Kocci
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