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Il Governo Renzi, rimangiandosi la parola sull'abolizione del reato di clandestinità, ha mandato un messaggio a metà strada tra la pavidità e l'opportunismo politico. Tanta è stata la paura di perdere consenso tra alleati ed elettori che ha prevalso l'idea di un dietro front, anche sull'onda dei fatti (ancora tutti da chiarire, tra l'altro) di Colonia.

Ma vediamo perché era giusto procedere con l'eliminazione del reato di clandestinità e qual'è il reale apporto che danno i cittadini di origine straniera al nostro Paese.

Innanzitutto, occorre ricordare che la penalizzazione della condizione di irregolarità era stata prevista nel 2008 all'interno del cosiddetto"pacchetto sicurezza" ideato dall'allora ministro degli Interni, Roberto Maroni, con l'illusoria speranza di poter fermare i flussi migratori che ancora in quegli anni erano piuttosto intensi. Si è dimostrata pura propaganda, perchè i flussi sono continuati ad aumentare per alcuni anni, ovvero fino a quando l'Italia è diventata una meta non più appetibile. Poi è successo che anche i migranti, quelli cosiddetti economici, si sono resi conto del declino del nostro Paese ed hanno preferito emigrare da altre parti. In poche parole: come deterrente ha funzionato di più la crisi.

Inoltre non bisogna prescindere dal fatto che le migrazioni ci sono da quando esiste l'uomo e nessun leghista di turno può fermare la storia con cavilli da azzeccagarbugli, perché di questo si tratta. Oggi la situazione, con buona pace degli irriducibili nazionalisti, ci racconta di un saldo migratorio che vede l'Italia tornata una terra da cui si emigra e questo ci deve fare riflettere e preoccupare.

Era giusto procedere nel senso indicato in un primo momento anche per una ragione squisitamente giuridica. E' un'anomalia tutta italiana (o quasi) quella che punisce penalmente una persona non per un reato commesso, bensì per una condizione personale di cui non ha colpa. Come è un'anomalia del tutto italiana la paralisi che l'istituzione di questo reato ha determinato nei tribunali, aumentando tempi di attesa e costi della giustizia.

Infine, per chi si ritiene progressista, non può essere accettabile il principio squisitamente liberista per cui merci e beni si possono spostare liberamente, mentre alle persone il diritto di movimento è negato.

Insomma, l'immigrazione è un fenomeno complesso, impossibile da impedire e che si deve cercare di governare con giuste analisi e corrispondenti programmazioni: proprio quello che è mancato in Italia (ed in Europa) da più di vent'anni a questa parte. Già, perché da unattenta analisi di alcuni dei dati più macroscopici sull'immigrazione, si nota che il fenomeno, se ben studiato e gestito, può aiutarci a risolvere alcuni dei problemi che affliggono la società italiana.

A cosa mi riferisco?

Innanzitutto al contributo che i circa 2,3 milioni di lavoratori migranti regolari danno all'economia italiana.

Sono tanti? Sono troppi? Sembrerebbe di no, anzi. Abbiamo bisogno di lavoratori migranti. L'Europa, ed in particolare Germania ed Italia, sono Paesi che stanno invecchiando velocemente.

La Germania, tra mille difficoltà, ha preso coscienza di questa situazione e sta cercando di gestire il fenomemo, attraverso l'accoglienza dei profughi. Al contrario l'Italia sembra, come al solito, subire passivamente le trasformazioni sociali e demografiche che l'attraversano.

Si pensi in primo luogo al nostro sistema previdenziale. Nonostante abbia già conosciuto le iniquità ed ingiustizie della riforma Fornero, è a rischio sostenibilità. Un recente rapporto elaborato dalla Fondazione Leone Moressa stima che nel 2050 ci saranno 20 milioni di pensionati che riceveranno il loro assegno dall'Inps, finanziato dai contributi di meno di 38 milioni di lavoratori. E' una proporzione che non regge da un punto di vista economico finanziario, occorre aumentare la quota di lavoratori e ci sono due modi per farlo: fare figli o accogliere e governare i flussi migratori. Difficile invertire un trend che vede l'Italia da numerosi decenni come una delle nazioni in cui si procrea di meno. Già oggi, infatti, ben 620.000 pensionati ricevono il loro assegno di previdenza sociale finanziato dagli oltre 2.300.000 lavoratori di origine straniera.

E ancora, si pensi che il 72% del totale della popolazione proveniente da Nord Africa ed Asia risulta essere occupato, una percentuale superiore rispetto a quella italiana che corrisponde al 67%. Sono posti di lavoro tolti agli italiani? Anche in questo caso parrebbe di no, poichè i dati in mano all'Ocse ci dicono che gli immigrati tendono ad occupare i posti di lavoro che gli italiani preferiscono abbandonare e a parità di qualifica percepiscono una retribuzione mediamente più bassa del 23%.

Se poi vogliamo misurare precisamente il rapporto costi benefici – sempre aiutati dai dati della Fondazione Moressa – scopriamo che le tasse pagate dagli stranieri superano di gran lunga i benefici che gli stessi traggono dal sistema di welfare nazionale, il saldo è positivo di ben quattro miliardi di euro. Questo significa che non è vero che agli immigrati viene offerto gratutitamente il nostro sistema di welfare, al contrario lo finanziano in maniera superiore rispetto a quanto lo utlizzino. Due dati su tutti che riguardano il fisco: nel 2014 l'Irpef incassata dai cittadini stranieri ammonta a quasi sette miliardi di euro, per non parlare poi del fatto che un cittadino straniero che risiede in Lombardia, paga mediamente più tasse di un cittadino italiano residente in Calabria.

I dati economici sopra esposti segnalano che la presenza di cittadini e cittadine di origine straniera non solo è una componente stabile, ma è un fattore che garantisce sostenibilità al nostro sistema socio economico. I dati riportati, segnalano anche la necessità che questa presenza aumenti con il tempo, in caso contrario subiremo un ulteriore impoverimento. Insomma, per riportare un felice titolo di un articolo apparso recentemente su Repubblica, gli immigrati sono la soluzione, non il problema.

Andrea Mingozzi