La guerra grande Non si può accettare l’idea che il diritto internazionale valga solo quando conviene. La sua forza sta proprio nel valere anche quando è scomodo, perché la sua funzione è ricordare che anche nelle relazioni tra Stati il potere incontra dei limiti. Senza il riconoscimento di questi limiti, l’ordine internazionale si trasforma in qualcosa di debole - nella legge del più forte
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Un cartellone a Teheran celebra le Guida supreme Ruhollah Khomeini, Ali Khamenei e il figlio Mojtaba – Epa/Abedin Taherkenareh
La domanda che oggi molti si pongono è se le gravi violazioni dei diritti umani da parte di un regime possano cambiare la valutazione giuridica di una guerra di aggressione. La risposta non può che essere ancorata nel diritto e non può che essere netta. Secondo la Carta delle Nazioni unite, il ricorso alla forza armata da parte di uno Stato contro un altro è legale solo in due casi: quando è autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu o quando costituisce un atto di autodifesa necessario e proporzionato a una minaccia imminente.
Nel caso dell’Iran nessuna di queste condizioni sembra essere soddisfatta. Le proteste che periodicamente attraversano il paese, brutalmente represse dal regime con arresti e uccisioni, testimoniano quanto sia profondo il desiderio di libertà della popolazione e la rivendicazione dei diritti fondamentali, anche a costo della vita.
Questa realtà tuttavia non può essere strumentalizzata per altri fini geopolitici. Il sostegno ai diritti degli iraniani non può trasformarsi in una giustificazione per azioni che violano a loro volta il diritto internazionale. Per questo molti osservatori parlano senza esitazioni di un’azione illegale, tecnicamente di un’aggressione.
EPPURE la frattura politica europea su questo punto è evidente. Come ha osservato la giurista Oona A. Hathaway, docente di diritto internazionale a Yale, la riluttanza di molti governi a riconoscere apertamente l’illegalità dell’attacco non è solo una scelta diplomatica prudente: rischia di trasformarsi in un precedente pericoloso. Se la violazione del divieto dell’uso della forza non viene chiamata con il suo nome, il messaggio è che la legge internazionale vincola alcuni Stati ma non altri. Il principio continua a esistere, ma la sua capacità di vincolare le grandi potenze appare sempre più incerta.
La storia dimostra inoltre che i cambiamenti di regime imposti dall’esterno attraverso bombardamenti o interventi militari “limitati”, spesso presentati come operazioni liberatrici, non producono né stato di diritto né istituzioni stabili. Gli interventi in Afghanistan nel 2001, in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011 continuano a pesare sul sistema internazionale e sulle popolazioni coinvolte. La devastazione di questi paesi mostra quanto sia facile distruggere dall’alto e quanto sia invece difficile, se non impossibile, imporre dall’esterno soluzioni stabili e democratiche.
Già queste considerazioni sarebbero sufficienti a prendere una posizione netta rispetto alla guerra scatenata con gli attacchi del 28 febbraio. Ma c’è di più: l’attacco all’Iran non appare motivato dalla tutela dei diritti della popolazione. Le dichiarazioni dei leader israeliani e statunitensi mostrano che gli obiettivi perseguiti hanno ben poco a che fare con i diritti delle donne iraniane o la libertà politica.
Nel frattempo le operazioni militari hanno già prodotto gravi conseguenze umanitarie. Tra gli episodi più allarmanti figurano l’uccisione di civili nei bombardamenti, tra cui le 165 giovani vittime della scuola di Minab, gli attacchi a infrastrutture energetiche con pesanti effetti ambientali e la distruzione di impianti essenziali come quelli di desalinizzazione dell’acqua. Dinamiche che ricordano tragicamente comportamenti già osservati a Gaza e in altri conflitti recenti in Medio Oriente.
IN QUESTO CONTESTO hanno suscitato particolare preoccupazione le parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui con gli strumenti del diritto internazionale «non si ottiene nulla». Una dichiarazione che fa il paio con quella del ministro degli esteri italiano Antonio Tajani (il diritto è importante, ma «fino a un certo punto») e che suona come un’ammissione di sfiducia proprio nei confronti di quei principi giuridici elaborati dopo la Seconda guerra mondiale e consacrati nei processi di Norimberga, che dovrebbero costituire il fondamento dell’ordine internazionale.
Il nodo centrale è questo: non si può accettare l’idea che il diritto internazionale valga solo quando conviene. La sua forza sta proprio nel valere anche quando è scomodo, perché la sua funzione è ricordare che anche nelle relazioni tra Stati il potere incontra dei limiti. Senza il riconoscimento di questi limiti, l’ordine internazionale si trasforma in qualcosa di debole – nella legge del più forte.
Non è solo la credibilità astratta del diritto internazionale a essere in gioco quando si parla di Iran, Ucraina, Palestina, Libano, Venezuela o, in un futuro non impensabile, di Groenlandia. È la capacità di un principio di limitare il potere e proteggere le persone – tutti noi – dalla forza bruta.
Esistono già strumenti giuridici per affrontare i crimini commessi dal regime iraniano, inquadrabili come crimini contro l’umanità. Piuttosto che appoggiare l’uso della forza letale che provoca nuove vittime civili, gli Stati dovrebbero rafforzare i meccanismi del diritto penale internazionale e avviare procedimenti contro i responsabili di quel regime.
NON MANCANO le denunce in tal senso, anche in paesi come la Germania, che potrebbero procedere sulla base del principio della giurisdizione universale.
Se i crimini del regime iraniano meritano di essere perseguiti, anche gli attacchi contro obiettivi civili – in Iran e altrove – devono essere documentati e sottoposti alla giustizia internazionale. Gaza ha già mostrato i tragici effetti della prolungata impunità concessa all’alleato dell’Occidente, Israele. Oggi la situazione appare ancora più critica: non solo per l’allargamento del conflitto, ma anche per la debolezza della risposta della comunità internazionale.
