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Oleodotti in fiamme Dopo il cessate il fuoco tra Usa e Iran, il prezzo di Brent e Wti è calato di oltre il 10% in una sola sessione di trading: il balzo in negativo più consistente degli ultimi 10 mesi

Foto AP/Leo Correa Foto AP/Leo Correa – Foto AP/Leo Correa

Quanto può essere grande la distanza che separa la realtà fisica dei mercati dalla narrazione che di essi viene costruita? Alla luce del crollo dei prezzi del greggio, la questione interessa anche i non appassionati di ontologia. Dopo il cessate il fuoco tra Usa e Iran, il prezzo di Brent e Wti è calato di oltre il 10% in una sola sessione di trading: il balzo in negativo più consistente degli ultimi 10 mesi.

Un sospiro di sollievo per la Casa bianca, alle prese con un’inflazione al massimo da due anni, e alla ricerca di un accordo con Teheran che possa essere sbandierato come una vittoria di Washington.

Ma a 48 ore dall’annuncio del cessate il fuoco, un barile di greggio viene ancora scambiato tra i 96 e i 99 dollari. Normalmente questo prezzo desterebbe segnali di inequivocabile preoccupazione. Oggi, invece, viene passato da alcuni esecutivi europei come il segno che il peggio della crisi è alle spalle.

Dietro l’ambiguo scenario di un silenzio delle armi (Libano escluso) i droni hanno però continuato a colpire le infrastrutture chiave della regione sino a poche ore fa. La fiducia di una veloce ripresa dell’industria energetica del Golfo persico, anche se il cessate il fuoco dovesse perdurare per tutti i 14 giorni previsti, è quanto mai evanescente.

Con gli attacchi del 9 di aprile, a cessate il fuoco già iniziato, il conto delle infrastrutture energetiche colpite nella regione è salito a oltre 60. Nel mese di marzo del 2026, la produzione di greggio dell’alleanza Opec+ è calata a livelli record, oltre addirittura il negativo registrato durante la pandemia nel 2020.

Le infrastrutture che hanno subito danni tali da interrompere una parte o l’intero ciclo produttivo sono circa una cinquantina. Nella lista vi è il terminal petrolifero di Fujairah, negli Emirati arabi uniti. Qui, i maggiori trader petroliferi mondiali gestiscono infrastrutture per lo stoccaggio di petrolio: un fattore chiave per accaparrarsi i giganteschi differenziali di prezzo tra Europa e Asia che questa crisi ha generato. Fujairah, inoltre, rimane uno dei pochi terminal costruiti appositamente per evadere le limitazioni geografiche imposte dallo Stretto di Hormuz.

Nelle prime ore di giovedì, a cessate il fuoco già iniziato, è stato l’oleodotto East-West in Arabia saudita ad essere colpito. Un drone, la cui provenienza rimane ignota, ha deflagrato una sezione fondamentale della conduttura. Nelle ore successive, Saudi Aramco ha annunciato una perdita equivalente al 10% della quantità di greggio che l’Arabia saudita è riuscita a produrre nel mese di marzo.

L’oleodotto, costruito negli anni ’80 con l’obiettivo strategico di evadere un possibile blocco di Hormuz, mette in collegamento i giacimenti nell’Est del paese, adiacenti al Golfo, con il terminal di Yanbu sul Mar Rosso. Durante i circa quaranta giorni di conflitto, l’oleodotto ha consentito all’Arabia saudita di limitare i danni, comunque ingenti, mettendo un limite al rialzo globale dei prezzi del greggio.

Se la guerra tra Usa e Iran dovesse terminare con un’improbabile pace ad Islamabad, saranno comunque necessari mesi per ripristinare il pieno funzionamento delle infrastrutture energetiche nel Golfo. Nel più positivo degli scenari, un ritorno ai livelli produttivi precedenti il conflitto potrebbe arrivare soltanto nell’ultimo trimestre del 2026.

Uno scenario che, occorre sottolineare, verrebbe ancora ritardato nel caso in cui un drone di ignote origini provocasse ulteriori danni.