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ISRAELE/PALESTINA. L’attuale quadro di scontri sinora a bassa intensità con Teheran si collega al «grande gioco» globale per l’egemonia regionale in Medio Oriente

 La nave sequestrata nello Stretto di Hormuz

«Chiediamo all’Iran di non attaccare Israele», questo il mantra distopico che l’amministrazione Biden continua a recitare nella ben mediatizzata, spasmodica attesa d’una qualche risposta armata del governo dittatoriale degli ayatollah all’attacco israeliano contro il consolato iraniano a Damasco del primo aprile 2024.

L’ultimo e il più grave della serie di attacchi militari che negli ultimi mesi Israele ha compiuto contro la presenza militare dell’Iran (e dei suoi alleati dell’«Asse della resistenza») nei territori teoricamente sovrani di Siria, Libano, Iraq e Yemen. Dopo il massiccio e brutale attacco di Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele, l’Iran e Hezbollah, il suo principale alleato regionale, si sono presto preoccupati di dichiararsi ignari ed estranei all’attacco, per evitare di essere coinvolti in un scontro diretto e generalizzato con le forze armate israeliani e i presidi militari nella regione del loro alleato americano.

DA ALLORA IN POI e nei sei mesi seguenti si è sviluppato un conflitto a bassa intensità, in cui l’Iran e i movimenti sciiti suoi alleati in Iraq, Libano, Siria e Yemen hanno condotto attacchi contro Israele, gli Usa e i loro interessi in Medio Oriente. (Ricordiamo en passant che gli Houthi, che non sono dei “ribelli”, bensì un movimento politico sciita d’opposizione alla dittatura sorto negli anni ’90, che dal 2014 controlla la capitale e due terzi del territorio dello Yemen, nonostante una feroce campagna militare condotta contro di loro da una coalizione internazionale a guida saudita, tesa a restaurare gli interessi minati dalle rivolte della Primavera araba).

Questo attuale quadro di scontri sinora a bassa intensità con l’Iran si collega al «grande gioco» globale per l’egemonia regionale in Medio Oriente, che dallo scoppio della guerra civile in Siria nel 2011 ha visto il ritorno della presenza militare russa, il progressivo spostamento dell’asse degli interessi economici e strategici del paesi petroliferi del Golfo – Iran incluso – verso la Cina. Specie dopo il disimpegno della politica Usa dal Medio Oriente iniziato già con Obama. E non a caso è stata proprio la Cina a portare Iran e sauditi a firmare un accordo nel marzo 2023 che ha (per il momento) frenato la loro sfida per l’egemonia regionale (e non dimentichiamo che entrambi i paesi si stanno dotando di armi nucleari…).

DUNQUE, UNO DEGLI OBIETTIVI attuali della strategia Usa nella regione (sempre che ne esista davvero una) è quello di riconquistare i paesi del Golfo, riportandoli sotto il proprio «ombrello di sicurezza», di cui Israele è un pilastro nella regione e altrove.

Alla luce di tutto questo sembra chiaro quale sia l’intento dell’Israele genocidaria di Netanyahu: alzare il livello dello scontro con l’Iran per provocare una risposta militare iraniana che giustifichi gli Usa a non abbandonarne la difesa ad oltranza, nonostante la (relativa) disobbedienza nella condotta della sua guerra contro i palestinesi a Gaza e in tutti i Territori palestinesi occupati