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Intervista Gli attivisti di "Stand up Alaska": «Siamo indignati per quello che accade in Ucraina e per l’invito a Putin, ma anche per quello che Trump sta facendo alla democrazia»

Protesta contro il vertice Trump-Putin a Anchorage, in Alaska Protesta contro il vertice Trump-Putin a Anchorage, in Alaska

Susan Soule vive ad Anchorage, dove oggi nella base militare di Elmendorf-Richardson si incontreranno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e quello russo Vladimir Putin. Doule è parte di Stand Up Alaska, movimento che si batte per la giustizia sociale e ambientale nello Stato più remoto d’America. Alla notizia del vertice hanno indetto una manifestazione per oggi, in concomitanza con il summit: «Vogliamo mostrare il nostro supporto all’Ucraina e condannare i comportamenti criminali di Putin» spiega.

Come avete reagito alla notizia che l’incontro si sarebbe tenuto in Alaska?
Siamo indignati: Trump ha invitato un ricercato dalla Corte penale internazionale, un criminale di guerra, in visita negli Usa e nel nostro Stato. E dalle dichiarazioni che arrivano da Washington è chiaro che non c’è l’intenzione di risolvere alcunché: è come se Trump volesse farsi un’idea di ciò che pensa Putin, saranno ad Anchorage solo per qualche ora. Noi abbiamo organizzato manifestazioni non solo qui, ma in tutta l’Alaska: oltre ad Anchorage, dove ci aspettiamo 4mila persone, saremo in altri otto città. A Fairbanks ci sarà un migliaio di persone, altre comunità sono piuttosto piccole: a Petersburg abbiamo 50 persone, ma 50 persone saranno in strada. Sfortunatamente ultimamente abbiamo eletto repubblicani, ma ci sono forti elementi di progressismo anche qui: durante l’ultima ondata di manifestazioni, «No Kings», 15mila persone hanno manifestato in Alaska, 4mila solo ad Anchorage.

Trump sembra andare piuttosto d’accordo con un altro ricercato dalla Corte penale internazionale, il premier israeliano Netanyahu.
Di certo Trump non sta in alcun modo risolvendo nemmeno la guerra in Medio Oriente, e le persone qui sono molto arrabbiate per il suo supporto al governo israeliano. In questi giorni il nostro impegno comunque sarà sull’Ucraina, ora ad Anchorage non trovi una sola bandiera ucraina o un girasole nei negozi, sono state vendute tutte.

Avete scritto che volete dimostrare che in Alaska non c’è spazio per l’autoritarismo. Vale anche per quanto accade negli Usa?
La nostra rabbia è per quello che accade in Ucraina, ma anche per quello che Trump sta facendo alla democrazia americana. Sta cancellando la separazione dei poteri, intimorendo i parlamentari del Congresso per fare esclusivamente ciò che vuole. Non temiamo però che le proteste di questi giorni vengano represse, qui la polizia ha partecipato anche al Pride. In Alaska poi le politiche di Trump colpiscono in maniera particolare, dal momento che siamo una comunità isolata. Il «Big beautiful bill» ha ridotto ulteriormente i fondi per il Medicaid, da cui qui in Alaska dipendono molte persone e anche molti ospedali. Significa che rischiamo che le comunità più piccole, raggiungibili solo via aerea, perdano i loro ospedali.

Le mire di Trump sull’Alaska riguardano soprattutto le risorse. Che impatto avranno le politiche estrattive sul territorio?
Ci sono diverse comunità di indigeni che già vulnerabili alle alluvioni a causa delle tempeste. Inoltre il ghiaccio marino, che faceva come da scudo, si sta progressivamente sciogliendo mettendo più a rischio questi villaggi, che rischiano di essere sfollati perché perdono terreno. Tutto ciò è frutto del riscaldamento globale, cui Trump sembra non credere, anzi: la nuova enfasi che viene data alle fonti fossili significa ancora più trivellazioni nel Nord dell’Alaska, che danneggeranno gli ecosistemi e aggraveranno la crisi climatica.