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Magro bilancio Al Consiglio europeo la fronda all’attacco del sistema Ets e della decarbonizzazione

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8b03a348-b077-4cb0-8c5c-e0ee30852498 From left, European Union foreign policy chief Kaja Kallas, European Council President Antonio Costa, Slovenia’s Prime Minister Janez Jansa and European Commission President Ursula von der Leyen during a round table meeting at the EU summit in Brussels, Thursday, Oct. 15, 2026. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Non c’è accordo tra i leader dei 27 sul contrasto al caro energia. Dal primo giorno del Consiglio europeo a Bruxelles non arriva un’indicazione unitaria che solleciti provvedimenti da parte della Commissione. Bruxelles attende indicazioni dai governi su come intervenire contro la crisi di Hormuz, che ha infiammato i prezzi del carburante e dell’elettricità. Finora la risposta si è inserita nel quadro della decarbonizzazione e dell’autonomia energetica. La crisi si è però sovrapposta alla decisione di tagliare le forniture russe. E Trump, con il suo accordo sul diesel con Putin, non ha certo aiutato la strategia Ue.

AL TAVOLO DEL CONSIGLIO si saldano due gruppi che, insieme, formano una fronda. Il primo è il riavvicinato Visegrad: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, pur non condividendo più un’unica linea politica, concordano nell’attribuire l’alto costo dell’energia al prezzo europeo della Co2, ovvero al sistema Ets. Italia e Grecia hanno chiesto alla Commissione margini di flessibilità fiscale per tamponare gli aumenti in bolletta. Una flessibilità aggiuntiva rispetto a quella appena ottenuta da Roma per le spese legate a energia e difesa, comunque «all’interno delle regole europee», come indica Bruxelles. Ma gli altri governi sono rimasti freddi.

La Commissione fa sapere che non prevede a breve altre misure straordinarie di sostegno, oltre agli aiuti di Stato. Valuta invece margini aggiuntivi di flessibilità fiscale, con limiti legati alla situazione di bilancio di ciascun paese: un approccio uguale per tutti non sarebbe possibile e concedere più margine a chi è in disavanzo rischierebbe di mandare segnali sbagliati ai mercati.

La concessione non entrerà nelle conclusioni del vertice, perché troppo specifica.

Da qui la mossa del cavallo: Italia e Repubblica Ceca hanno fatto fronte comune per inserire nelle conclusioni la richiesta di un’analisi dell’impatto degli Ets2, la seconda gamba del sistema europeo di tassazione delle emissioni, dedicata a edifici e trasporti. Mentre chiudiamo questo pezzo, la discussione non è terminata, ma si profila l’ipotesi di un compromesso sugli Ets avanzato dalla Germania.

LA FORMULAZIONE sull’energia – sempre vaga, come si addice a un consesso che approva i documenti finali all’unanimità – richiama la necessità di misure a breve termine per contenere l’impatto dei picchi di prezzo. «Non si è arrivati a nessun punto concreto», precisava una fonte diplomatica al manifesto. Per i paesi nordici la transizione energetica non si discute; anche Spagna e Francia, dove le rinnovabili contribuiscono a contenere i costi, non vedono la necessità di misure tampone. Netta la frattura con Visegrad, Italia e Grecia. Il premier greco Mitsotakis entrando nel palazzo del Consiglio aveva avvertito: «Le conclusioni del Consiglio non riflettono l’urgenza della situazione».

L’altra grande partita è il bilancio Ue 2028-2034. Le distanze restano profonde, nonostante l’ottimismo del presidente del Consiglio europeo António Costa. Da una parte gli «amici della coesione», 17 paesi tra cui Italia, Spagna e Polonia, che vogliono salvaguardare i fondi per agricoltura e regioni. Dall’altra i «frugali» – Germania, Paesi Bassi e altri paesi nordici, cui ieri si è aggiunto il Belgio – contrari a un aumento della spesa comune.

Anche la proposta di nuove risorse proprie, cioè entrate dirette nelle casse di Bruxelles, divide i governi. Costa punta a un accordo entro la fine del 2026: arrivare troppo a ridosso del 2028 renderebbe difficile rendere disponibili i fondi dall’inizio del nuovo ciclo, anche per il passaggio ai piani nazionali.

LA PROPOSTA di compromesso della presidenza irlandese, che prevede tagli di circa l’8% ad alcune voci, comprese quelle della competitività care alla Germania, è stata respinta e sarà Costa a dover prendere in mano il dossier. Merz ha avvertito che sarà una trattativa molto difficile: «Potremmo mettere in valigia altre camicie», ha detto, evocando la possibilità di una maratona negoziale al Consiglio di dicembre.

Sul negoziato pesa anche la campagna per le presidenziali francesi del 2027. Marine Le Pen è arrivata a Bruxelles promettendo tagli profondi al bilancio europeo in caso di vittoria. Emmanuel Macron segue una linea propria e difende la «preferenza europea» per rilanciare l’industria del continente. Le Pen propone invece di tornare «a una Commissione europea come segretariato delle nazioni».

LA POSTA IN GIOCO va oltre i conti: quanto l’Europa raccoglie e spende insieme determina la sua capacità di agire. Un bilancio ridotto significherebbe meno strumenti comuni per sostenere industria, transizione energetica e difesa, e più potere alle capitali. È la prospettiva auspicata dai nazionalisti e dall’estrema destra.