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Sforo italico La premier domani alle Camere in vista del Consiglio Ue: la partita degli Ets e misure anti inflazione i nodi. Cautela sul “caso” Zelensky

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48c119b0-eaf7-493c-a55c-c298dfc7e20e Bruxelles, la premier italiana Giorgia Meloni – Foto di Olivier Matthys/Epa

Il governo italiano si prepara a uno scontro diretto sull’energia al prossimo Consiglio europeo. A palazzo Chigi sono convinti che qualcosa otterranno. Da Milano, all’assemblea di Assolombarda, Meloni largheggia in toni bellicosi: «L’Italia non siede in Europa per dire sempre sì». Poi elenca i due fronti critici, il primo è l’Ets: «Serve un cambio di passo. Gonfia i prezzi, crea squilibri, danneggia le nostre imprese». Poi, naturalmente, la richiesta di flessibilità: «Quando abbiamo approvato i piani di bilancio l’inflazione era all’1,8%. Oggi è molto più alta. L’Europa non può non tenerne conto».

SU UN TERZO FRONTE, quello degli investimenti e degli intralci burocratici che li rallentano, Roma è in buona compagnia. Ieri Meloni, il tedesco Merz e il belga de Wever hanno scritto al presidente del Consiglio europeo Costa a nome degli 11 Paesi che fanno parte del gruppo “Amici della competitività”, riunitosi informalmente pochi giorni fa. Chiedono corsia preferenziale per gli investimenti su energia e digitalizzazione, freno sugli «oneri burocratici» e riduzione degli obblighi di rendicontazione sul rispetto degli obblighi europei soprattutto per le Pmi. La Ue ha già risposto assicurando che «terrà conto» delle richieste: un’apertura esplicita anche se bisognerà vedere in cosa si tradurrà.

NESSUNA APERTURA invece sul fronte dell’Ets. Il commissario al clima Hoekstra ha affermato che non ci saranno modifiche né nuovi rinvii per l’entrata in vigore di Ets2. L’ulteriore rinvio dopo quello di un anno, che sta per scadere, era una delle principali richieste italiane. L’Ets regola il tetto delle emissioni e il loro prezzo sul mercato per quanto riguarda aziende e centrali elettriche. L’Ets2 applicherebbe lo stesso meccanismo a benzina e gasolio, riscaldamento a gas e attività industriali minori. Il no al rinvio, nonostante la crisi, non lascia molto spazio a speranze di revisione dell’Ets già in vigore. Sulla flessibilità, poi, la Commissione ha già risposto picche due volte. Ma a Roma restano ottimisti, convinti che nella situazione attuale la Ue non possa fare muro contro Francia e Italia, decise a ottenere la flessibilità. Anche perché il principale ostacolo è il no della Germania e in questa fase il cancelliere Merz è particolarmente debole. L’Ets, pur non essendo esplicitamente citato, rientra poi nel campo preso di mira dalla lettera degli “Amici della competitività”. Dunque anche su quel fronte Meloni, determinata a ingaggiare se necessario un vero braccio di ferro, ritiene di poter strappare qualcosa a partire proprio dalla riunione del Consiglio europeo di giovedì prossimo. La partita dell’energia finirà senza dubbio per intrecciarsi con l’altro grande tema sul tavolo del Consiglio: la guerra in Ucraina dopo il voltafaccia di Trump.

In Parlamento domani la maggioranza presenterà una risoluzione che, stando all’ultima bozza in circolazione che la destra non intende modificare, è reticente sino al surreale. Si conferma la richiesta di indicare un mediatore europeo oppure, in alternativa, un gruppo di «Stati mediatori» dotati di «chiaro mandato da parte del Consiglio europeo». Immutato sostegno a Kiev ma senza mezza parola sulla fornitura di aiuti militari. È la formula anonima che permette alla maggioranza di votare tuta insieme un documento buono per tutti proprio perché non dice molto. Finge che negli ultimi giorni non sia successo niente. Ignora la sterzata anti Ucraina del presidente Usa, che a Salvini piace e a tutti gli altri per niente.

MELONI, naturalmente, nella sua informativa andrà oltre. Si schiererà contro la fine di ogni embargo sul gasolio russo, nonostante proprio questo abbia chiesto a Milano il presidente di Confindustria Orsini: «Sull’energia non può pesare l’ideologia». Niente da fare: rafforzerebbe la Russia. La tregua energetica verrà trattata come una chiacchiera in libertà, essendo già stata rifiutata da Mosca. Sulla sostituzione di Zelensky la premier dovrebbe essere più felpata: contraria naturalmente ma ricordando che lo stesso presidente ucraino si è detto pronto a convocare le elezioni in caso di vera tregua. L’Italia non aprirà varchi sulla fine dell’embargo e anzi approverà la linea opposta: intensificare ancora la pressione sulla Russia. Ma metterà sul tavolo il danno energetico che quella linea implica per reclamare concessioni sul piano della flessibilità. Magari senza chiamarla col nome odiato dai falchi del rigore e inventandosi una formula obliqua.