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Campo largo Dire no alla menzogna del "motore di crescita" è una scelta strategica: tiene insieme giustizia sociale e sicurezza e può diventare il primo mattone di un posizionamento nuovo

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Le cronache ci raccontano che negli ultimi giorni il cosiddetto “Campo largo” del centrosinistra sia stato in grado di prendere in Parlamento posizioni comuni e chiare contro il riarmo e contro l’aumento delle spese militari.

Un passaggio la cui rilevanza, a mio parere, è stata sottostimata perché fatta diluire nei commenti diffusi più concentrati su ciò che ancora divide le formazioni politiche che lo compongono, in particolare il tema dell’invio di armi all’Ucraina. Comprensibile che i “litigi” facciano più notizia di un “normale” accordo ed è vero che ci sono differenze reali, ma a guardare solo quell’aspetto si perde la notizia: su un tema che in passato lacerava anche i singoli partiti oggi le forze del “Campo largo” convergono. Non era scontato, e vale la pena dirlo con chiarezza.

Per anni il dogma è stato uno: se il riarmo e l’aumento delle spese militari lo chiede la Nato, allo è giusto e va messo in pratica senza fiatare. Gli obiettivi di spesa venivano accolti come leggi di natura, senza chiedersi chi li avesse decisi, con quale analisi, per ottenere cosa. Metterli in discussione, pur senza paventare strappi idealistici con Alleanza Atlantica o UE, significa già scrollarsi di dosso un tabù. Perché ci si può collocare nell’alveo del blocco internazionale tradizionale dell’Italia senza seguire automaticamente ogni deriva militarista.

RITENGO che queste convergenze, pur se embrionali e ancora da inserire poi in un vero e proprio programma di coalizione, evidenziano una consapevolezza nuova: il nesso problematico e negativo tra spese militari e spese sociali. Ogni euro in più per le armi è un euro sottratto a sanità, scuola, transizione ecologica, oppure è una tassa in più. Non solo lo diciamo da tempo (e con analisi economiche a supporto) noi pacifisti: ora lo confermano anche il Fondo monetario internazionale e gli stessi Uffici parlamentari di bilancio. Cade così anche la favola del riarmo come motore di crescita: gli studi, anche recenti, mostrano che la spesa militare produce meno occupazione e meno sviluppo di altri investimenti pubblici.

Presentarla come azione economica è propaganda, non proposta politica concreta e strutturata; in generale va notato come i sostenitori del riarmo non entrino mai nel merito del “perché” sarebbe giustificato o quali risultati concreti possa ottenere, preferendo rimanere in un dibattito astratto e banalizzante. C’è poi una questione di coerenza. Non si può ipotizzare un percorso di diplomazia (di qualsiasi tipo) investendo tutto nello strumento militare: un Paese che si arma sempre più rinuncia a costruire prevenzione, mediazione, cooperazione. Il riarmo non ha risolto un solo conflitto, ne ha alimentati molti e ha ipotecato il futuro di chi lo ha scelto. Dai posizionamenti convergenti recenti si può pensare di costruire una nuova prospettiva politica di Pace. Lo dimostra la nostra proposta di legge “Un’altra difesa è possibile”, che punta a dare spazio e risorse alla difesa civile non armata e nonviolenta, sottoscritta e rilanciata dalle leadership dei tre principali partiti.

È UN PERCORSO aperto, non un approdo: ci sono contenuti, strumenti e risorse da definire. Ma questa ulteriore convergenza indica un terreno comune per ragionare di sicurezza (condivisa, e per le persone non per gli interessi di pochi) senza fermarsi alla scelta tra più armi e nessuna difesa, e mette sul tavolo idee nuove.

E l’Ucraina? La prospettiva ristretta del “sì o no alle armi” porta a un dibattito forzato e poco sensato. Chi vuole inviarne di più, difensive o meno, non spiega mai come questo porterebbe alla fine della guerra, tanto meno alla sua vittoria. Non c’è una strategia, c’è un feticcio. La distinzione sui sistemi d’arma diventa un segnale di posizionamento più che una proposta per uscire dal conflitto, che è molto più complesso: servono negoziato, pressione diplomatica, garanzie di sicurezza, sostegno alla popolazione, ricostruzione anche dissuasione (da non confondersi con deterrenza). Tante cose insieme, non una risposta binaria.

PER QUESTO conviene spostare il fuoco dell’attenzione: invece di logorarsi su ciò che divide, il centrosinistra dovrebbe partire da ciò che lo unisce, e il rifiuto di un folle e perpetuo riarmo è il tema giusto, non solo per la Pace ma per tutto il resto. Ogni proposta alternativa di governo che voglia intervenire seriamente su salari, sanità, scuola e clima dovrà fare i conti con un bilancio già ipotecato dagli impegni militari. Chi li accetta senza discutere rinuncia in partenza a una fetta del proprio programma. Il no al riarmo non è un tema identitario da relegare nel capitolo “politica estera”. È una scelta strategica che tiene insieme giustizia sociale e sicurezza e può diventare il primo mattone di un posizionamento nuovo. Sta ai partiti decidere se farne una bandiera di facciata o l’inizio di un lavoro vero. Noi, dalla società civile, faremo la nostra parte, a cominciare dal pretendere coerenza.