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Voglia di plebiscito. Alla destra non basta una riforma costituzionale imposta senza modifiche. Sulla separazione delle carriere dei magistrati chiede per prima il referendum e lo vuole come una «conferma». Colpa di un’opposizione timida e indecisa: la campagna per il No parte male

Meloni e il ministro Nordio alla Camera dei deputati foto Roberto Monaldo/ LaPresse Meloni e il ministro Nordio alla Camera dei deputati

Ora il referendum c’è davvero. Non che ci fossero dubbi, la campagna referendaria già impazza. Però formalmente la certezza è arrivata solo ieri, quando tre deputati della maggioranza, Sara Kelany per FdI, Simonetta Matone per la Lega e Enrico Costa per Fi hanno depositato in Cassazione le necessarie 80 firme di deputati della maggioranza, pari a un quinto della Camera. Nel dare il lieto annuncio, il capogruppo tricolore Bignami ha definito il referendum «confermativo». È la definizione comunemente in uso dei referendum costituzionali ma non figura nell’art. 138 della Costituzione che parla invece di «referendum popolare». Dal momento che in questo caso sono gli stessi artefici della riforma ad appellarsi al popolo per confermare plebiscitariamente la loro scelta sarebbe stato quanto meno più elegante e certo più corretto glissare su quel «confermativo».

A MONTECITORIO LE FIRME sono arrivate di corsa. A palazzo Madama anche prima: la raccolta era iniziata alle 17.30 e dopo un’ora le sottoscrizioni erano già 59, molte più delle 41 necessarie. L’opposizione, con la sua raccolta di firme parallela, ne aveva raggiunte ieri sera 26. Stamattina alle 11.30 sarà però solo la delegazione della destra a recapitare in Cassazione il proprio quesito.
I testi delle due camere non sono identici. Più formale e quindi meno esplicativo quello di Montecitorio, «più semplice e più comprensibile per gli elettori» quello del Senato. Sforzo inutile. A decidere la formulazione del quesito referendario è la Cassazione, obbligata a essere rigorosamente neutrale e oggettiva. La formulazione di conseguenza è sempre stata la stessa. Si chiede agli elettori se approvano il testo della legge in questione, descritta col titolo apparso sulla Gazzetta Ufficiale.

La corsa della maggioranza influirà in realtà poco sui tempi del referendum. La Cassazione dovrebbe lasciare tre mesi di tempo per la raccolta delle firme. A quel punto il presidente della Repubblica avrà 60 giorni a disposizione per indire, «su deliberazione del cdm», la votazione, che dovrà tenersi tra il cinquantesimo e il settatesimo giorno dall’indizione. Più che affrettare i tempi, l’accelerazione della maggioranza si limita a garantire che la prova possa svolgersi entro metà aprile, come stabilito dal governo anche se la premier ha già indicato marzo come il mese dell’ordalia.

LA DECISIONE DELLA DESTRA di anticipare la raccolta di firme dell’opposizione appellandosi per prima al plebiscito popolare non è una novità. Lo aveva già fatto nel 2016 Matteo Renzi, che decise di sottoporre al giudizio degli elettori la sua abolizione del bicameralismo, a differenza di quanto avevano fatto il centrosinistra nel 2001 con il federalismo e il centrodestra con la devolution nel 2006. Nel 2020 a raccogliere le firme per sottoporre al voto popolare il taglio dei parlamentari voluto dal M5S fu un gruppo trasversale di senatori di diversi gruppi. Renzi mirava esplicitamente a trasformare il voto in pronunciamento su se stesso e fu una scelta suicida. La decisione di questo governo di seguire lo sfortunatissimo precedente risponde solo in parte alla stessa esigenza. Di certo la premier mira a dimostrare di avere il popolo dalla sua parte ma allo stesso tempo è decisa a evitare l’errore di Renzi trasformando il referendum in un giudizio su se stessa e sul proprio governo. «Se vincono i no il governo va avanti tranquillo», ha ribadito ieri il sottosegretario Mantovano, sottolineando l’importanza di spiegare agli italiani temi della riforma. Salvo poi affondare il colpo contro i magistrati un istante dopo: «Da due anni lo sviluppo urbanistico di Milano, e quindi lo sviluppo economico, è fermo sulla base di decisioni di un gruppo molto ristretto di pm». La decisione di invocare per prima un verdetto popolare che sapeva essere comunque inevitabile risponde in realtà soprattutto a un’esigenza di pura propaganda: dimostrare di non temere un voto che avrebbe in ogni caso dovuto affrontare.

IL TENTATIVO DI ACCELERARE, sia pure di poco, l’apertura delle urne deriva da altre considerazioni. La premier non ha ancora deciso se forzare sul premierato o rinviare alla prossima legislatura non solo il referendum, come è ormai inevitabile. Ma anche l’approvazione parlamentare. Se si chiedono lumi anche a chi le è vicino la risposta è uno sconsolato: «A saperlo!». In parte la scelta di Meloni dipenderà dall’esito di questa prova. La premier vuole tenersi aperta la porta prima che sia il calendario a decidere per lei.

Proprio il tentativo di spoliticizzare almeno sino alla chiusura delle urne una prova referendaria che è invece politica, e che come tale verrebbe sbandierata in caso di vittoria, spinge il partito della premier a tenersi fuori dai comitati referendari, opzione preferita anche dalla Lega. Non così Fi che scalpita invece per entrare direttamente in lizza. È la sua riforma di bandiera. Pensa di farcela. Vuole che sia la vittoria di Arcore e che si veda.