La guerra grande L'ordine è di resistere a ogni costo: in gioco anche il ruolo politico nel paese. Il ministro Katz: il Libano pagherà alti costi finché il movimento sciita non sarà disarmato
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Carri armati israeliani nei pressi del confine con il Libano – EPA/ATEF SAFADI
Joseph Aoun per un paio di giorni non è riuscito a spiegarsi perché l’offerta di un negoziato diretto con Israele sia rimasta senza risposta. Il presidente libanese e il governo di Nawaf Salam propongono allo Stato ebraico un cessate il fuoco durante il quale dovrebbe avere inizio il piano per il monopolio statale sulle armi e il disarmo di Hezbollah. Il governo Netanyahu però tace. Poi, ieri mattina, Aoun ha compreso che la guerra è già entrata nella fase successiva in cui la sua capacità di manovra sarà minima. Una fase in cui il movimento sciita libanese non rinuncia a vendicare l’attacco subito dall’Iran e l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei mentre Israele punta ad occupare una parte del Libano del sud e a infliggere distruzioni senza precedenti al Paese dei cedri, «colpevole» di non aver impiegato la forza contro il movimento sciita.
Il programma israeliano è stato reso pubblico ieri mattina dal ministro della Difesa Israel Katz, subito dopo aver ordinato il bombardamento dello storico ponte di Zrarieh sul fiume Litani. «Il governo libanese dovrà sostenere costi crescenti a causa dei danni alle infrastrutture e della perdita di territorio» finché Hezbollah non sarà disarmato, ha detto Katz. «Questo è solo l’inizio», ha avvertito il ministro, lasciando immaginare la prossima distruzione di altre infrastrutture. L’aeroporto internazionale Rafik Hariri di Beirut è a rischio.
Se si osservano le mosse israeliane e la logica strategica che le accompagna, l’obiettivo di una guerra limitata finalizzata alla creazione di una zona cuscinetto dal confine fino al fiume Litani non è l’unico scenario. In ogni caso non sarebbe un’occupazione classica, bensì la creazione di un’area in larga parte devastata, non da ricostruire, in modo da impedire il ritorno della popolazione, come a Gaza. L’ostacolo a questo disegno è la presenza nel territorio di significative comunità cristiane che Israele non può sfollare con la forza senza suscitare le reazioni degli alleati occidentali.
L’altra opzione che il governo Netanyahu avrebbe in mente, ma che richiede il via libera della Casa Bianca, è avanzare fino a Beirut come fece nel 1982, facendo precipitare a tutti i livelli la situazione in Libano, nella speranza che il disastro porti alla sconfitta di Hezbollah per mano di altre fazioni libanesi o di attori regionali e internazionali. In questo contesto non sono passate inosservate le posizioni assunte dal presidente siriano Ahmad Sharaa, ex qaedista, che si è proclamato a favore del disarmo del movimento sciita libanese, suo nemico. Il rafforzamento in corso delle forze siriane sulla frontiera è visto da alcuni come il preparativo di una possibile operazione «di sicurezza» di Damasco nella Valle della Bekaa, dove Hezbollah ha basi e consensi.
A Tel Aviv considerano anche una de-escalation negoziata verso una nuova risoluzione internazionale, ma non è la soluzione preferita. Tuttavia, potrebbe diventare l’unica se Hezbollah, nonostante i pesanti bombardamenti aerei, continuerà a puntare sul nord di Israele missili e droni e a contrastare sul terreno l’avanzata dell’esercito occupante. L’intenzione del movimento sciita è chiara: uscire politicamente rafforzato in Libano presentandosi ancora una volta come la forza che ha resistito al potente esercito israeliano.
Mercoledì sera Hezbollah ha dato inizio alla sua operazione Al Asf Al Ma’koul («Paglia mangiata», dal Corano), lanciando 150 tra razzi e droni verso Israele. E ha ridefinito il proprio modo di combattere dopo le gravi perdite subite nel 2024 ai vertici dell’organizzazione, a partire dal leader Hassan Nasrallah, ucciso da Israele. L’unità d’élite Radwan, ritornata nel sud del Libano, e gli altri combattenti agiscono in formazioni più autonome dal comando centrale e lontano da sistemi di comunicazione intercettabili dal servizio segreto israeliano.
Con l’obiettivo di combattere per settimane, se non per mesi, Hezbollah usa con parsimonia i suoi missili più potenti e i nuovi razzi anticarro ricevuti dall’Iran, efficaci contro i mezzi corazzati. Sul terreno, per ogni comandante ci sono quattro vice in grado di dirigere le operazioni. Resistere a ogni costo è l’ordine, sulla base della convinzione che l’Iran emergerà, se non vincente, almeno non totalmente sconfitto dal conflitto voluto da Israele e Stati uniti e che alla fine si arriverà a una tregua regionale.
Per Hezbollah quello in corso è un conflitto decisivo per la sua stessa esistenza, in cui non dovrà solo opporsi a Israele. Il suo leader Naim Qassem, incurante delle scomuniche del premier Nawaf Salam, vuole regolare i conti con quelle parti libanesi che, sfruttando la guerra e le pressioni internazionali, puntano a disarmarlo e a renderlo marginale nella politica nazionale, dove per decenni ha giocato un ruolo di primo piano, talvolta dominante. Un possibile richiamo alla difesa dello sciismo minacciato in Libano potrebbe aiutarlo a recuperare consensi tra gli sciiti che non volevano la nuova guerra e rendere più unita l’intera comunità.
