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Geografia del voto Il partito che oggi governa il paese, Fratelli d’Italia, ha una geografia diversa: nel 2022 il suo consenso più alto è proprio nell’Italia di Mezzo, non nell’Italia Interna o nelle periferie delle grandi città

5010b0ed-4aea-4487-bb61-1b684cbae565 Un seggio elettorale – Foto Imagoeconomica

Stefano Bonaccini, il 24 agosto ad Albenga, ha affermato che la destra raccoglie un consenso maggioritario tra chi ha livelli di istruzione più bassi, sta peggio economicamente e vive nelle aree interne o nelle periferie delle città. Giorgia Meloni ha reagito accusando la sinistra di disprezzo e paternalismo verso gli elettori di destra. Bonaccini ha insistito che esistono analisi e studi al riguardo, precisando che il suo era un monito alla sinistra e che «serve una sinistra più popolare».

Se Giorgia Meloni avesse risposto: «Certo, presidente, ora è la destra a rappresentare il popolo, mentre a voi rimane la borghesia istruita dei centri città», sarebbe stata una risposta che coglie una verità che nel centrosinistra si preferisce ignorare. Thomas Piketty ha dato un nome a questa trasformazione sociale ed elettorale, i «bramini di sinistra»: una sinistra il cui elettorato è diventato progressivamente più istruito. Ma il problema più importante sta nella seconda metà della frase di Bonaccini, passata in secondo piano: il voto di destra, ha detto il presidente del Pd, sarebbe il voto delle aree interne e delle periferie. È un luogo comune che fa presa, ma è anche una mezza verità che produce una diagnosi e una terapia politica sbagliate. Vediamo.

Insieme a Paolo Bottero e Giulia Urso del Gran Sasso Science Institute e ad Andrés Rodríguez-Pose della London School of Economics, in un lavoro di ricerca in corso su cinque elezioni politiche italiane dal 2006 al 2022, mettiamo alla prova questa narrazione. I risultati ci dicono che la contrapposizione tra aree interne/periferie vs poli urbani implicita nella lettura di Bonaccini non funziona per spiegare il comportamento di voto, mentre invece serve una geografia funzionale tripartita che tagli trasversalmente le vecchie classificazioni (rimando qui al lavoro fondativo del gruppo coordinato da Arturo Lanzani, L’Italia di mezzo, Donzelli 2024).

Da un lato l’Italia metropolitana in senso stretto, poi un’Italia di Mezzo di città medie e modelli insediativi tipici del continuum urbano-rurale diffuso in tutto il paese, infine un’Italia interna di comuni davvero periferici, segnati da spopolamento, desertificazione commerciale e ritiro dei servizi essenziali. Applicando questa griglia territoriale al voto per Lega e Fratelli d’Italia in ciascuna delle cinque elezioni politiche menzionate, emerge un mosaico molto più articolato.

Primo aspetto, Lega e Fdi non mostrano la medesima geografia. Nei nostri risultati, la Lega presenta effettivamente un profilo più periferico ed è più forte nell’Italia Interna che nell’Italia di Mezzo. Ma il partito che oggi governa il paese, Fratelli d’Italia, ha una geografia diversa: nel 2022 il suo consenso più alto è proprio nell’Italia di Mezzo, non nell’Italia Interna o nelle periferie delle grandi città. Quando era un partito marginale, cioè fino a prima delle politiche del 2022, Fratelli d’Italia non mostrava alcuna specificità territoriale. Questa è poi cresciuta radicandosi soprattutto nelle città medie e nei distretti produttivi in trasformazione, nel reticolo di paesi, campagne urbanizzate e paesaggi sempre più occupati dalla logistica, dagli impianti per le energie rinnovabili e dai grandi centri commerciali.

La differenza è politica, oltre che analitica. La rappresentazione proposta da Bonaccini presuppone l’esistenza di un unico blocco, poco istruito e povero, che vota Meloni e risiede nelle aree interne e nelle periferie urbane. I nostri dati suggeriscono piuttosto l’esistenza di due diverse forme di rivolta territoriale che convergono politicamente nel campo della destra. C’è oggi una rivolta produttiva, quella dell’Italia di Mezzo, tipicamente guidata da persone e famiglie che non sono marginali in senso assoluto sul piano economico, ma che negli ultimi anni hanno visto traiettorie di declino relativo rispetto al passato. E c’è una rivolta dell’abbandono, quella dell’Italia Interna, dove lo spopolamento e la desertificazione commerciale sono una realtà tanto quanto l’erosione dei servizi pubblici di cittadinanza.

Il principale partito della destra al governo, insomma, non vince soprattutto intercettando i poveri delle aree interne e delle periferie urbane. Vince, in buona parte, grazie al consenso di una parte della provincia italiana in transizione e sotto pressione. È una differenza enorme.

Bonaccini avrebbe dovuto dire che il problema del centrosinistra non è soltanto aver perso il voto di chi ha studiato poco, né può essere ricondotto semplicemente alle aree interne e alle periferie delle grandi città. È anche, e soprattutto dal punto di vista territoriale, aver smesso di parlare all’Italia di Mezzo, alla provincia che in molti territori è stata un pezzo della spina dorsale elettorale del centrosinistra.

Prima ancora di parlare di leadership e di alleanze progressiste – i temi su cui il dibattito nel centrosinistra continua a consumarsi, come lamenta Antonio Floridia su questo giornale – bisognerebbe chiedersi di quale politica industriale, sociale e infrastrutturale abbia bisogno l’Italia di Mezzo.

Continuare a trattare il voto a destra come un’unica onda nera è certamente comodo. Ma è anche il modo più sicuro per perdere, ancora una volta, il consenso di chi potrebbe fare la differenza.