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Lo stretto indispensabile Sono i primi contatti diretti dalla rivoluzione islamica del 1979 Dopo due round, avanti nella notte. Ma restano le divergenze

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Un funzionario pakistano viene ripreso all'arrivo del vicepresidente statunitense JD Vance, giunto a Islamabad, in Pakistan, sabato 11 aprile 2026 per incontrare i funzionari iraniani Alla sede delle trattative tra Usa e Iran a Islamabad – foto Ap

Il conflitto tra Stati Uniti e Repubblica Islamica è entrato in una fase sospesa, appesa a due tavoli paralleli: quello militare, nello stretto di Hormuz, e quello diplomatico, nelle sale blindate del Serena Hotel di Islamabad, tra dichiarazioni contraddittorie, voci e messaggi sui social.

Sotto un dispositivo di sicurezza senza precedenti, si sono svolti ieri i colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran, i primi a questo livello dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979: un passaggio storico, reso possibile dalla mediazione del Pakistan e da una fragile tregua. Centocinquanta delegati si sono confrontati faccia a faccia su un’agenda densa e divisiva. La delegazione Usa è guidata dal vicepresidente JD Vance, affiancato dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner. Tra gli altri funzionari figurano Andrew Baker, vice consigliere per la sicurezza nazionale e consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente, e Michael Vance, consigliere speciale del vicepresidente per l’Asia.

Dall’altra parte, i rappresentanti iraniani, tra cui il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araqchi. La scelta di Qalibaf è strategica: le sue profonde radici sia nel sistema politico sia in quello militare gli consentono di fungere da ponte tra le diverse anime del potere in Iran, facilitando l’accettazione interna di un eventuale accordo.

Tra i delegati iraniani emergono alti profili tecnici chiamati a coprire l’intero spettro del negoziato: dal governatore della Banca centrale al vice ministro per gli affari legali, fino al segretario del Consiglio di Difesa. Nella delegazione compare anche un parlamentare noto per posizioni conservatrici e critiche verso Washington: un segnale della volontà di Teheran di coinvolgere anche le componenti più scettiche dell’establishment. La composizione della squadra suggerisce un approccio negoziale ampio, che coinvolge i principali centri decisionali del Paese.

A POCHE ORE dall’avvio dei colloqui, secondo l’agenzia Tasnim, le delegazioni sono entrate nelle discussioni tecniche e tematiche. Considerando il livello delle delegazioni e la rapidità di superare le dichiarazioni di principio, si può ipotizzare che una parte delle questioni preliminari fosse stata già definita nei contatti preparatori mediati dal Pakistan.

Teheran è arrivata al tavolo con condizioni precise: riconoscimento del proprio controllo sullo stretto di Hormuz, risarcimenti di guerra, sblocco degli asset finanziari e un cessate il fuoco esteso anche al Libano. Su quest’ultimo punto si gioca un altro fronte critico, ma dopo due round dei colloqui, come era largamente previsto, sembra che la questione dello stretto di Hormuz costituisca il nodo più duro da sciogliere.

Nel frattempo il Comando americano, Centcom, ha dichiarato di aver avviato operazioni nello Stretto per preparare la rimozione di mine e mettere in sicurezza la rotta marittima. Donald Trump ha scritto che Washington agirebbe «a beneficio del mondo», accusando gli alleati di non avere «il coraggio» di intervenire. Il portavoce del Quartier Generale Khatam-al-Anbiya ha fermamente smentito l’ingresso di imbarcazioni statunitensi nello Stretto di Hormuz.

LE DELEGAZIONI continuano a scambiare ancora messaggi a notte fonda di domenica. Una fonte vicina al team negoziale iraniano afferma che gli Stati Uniti hanno avanzato richieste eccessive, in particolare riguardo allo Stretto di Hormuz, e stanno cercando di ottenere al tavolo dei negoziati ciò che non sono riusciti a ottenere con settimane di guerra e pressioni. La leadership iraniana, segnata dalle perdite subite nelle ultime settimane, ha mantenuto una linea di cautela estrema.

La diplomazia è tornata, ma si muove su un terreno fragile. E mentre le delegazioni continuano i colloqui, il mondo resta in attesa di capire se lo Stretto di Hormuz tornerà a essere un passaggio sicuro o resterà il simbolo di un equilibrio sempre più precario.