Eurostat affossa le speranze del governo. Per pochi punti percentuali nel rapporto tra deficit e Pil l’Italia resta sotto osservazione Ue. L’austerità che la pemier ha accettato la condanna a un mesto finale di legislatura. In arrivo altri tagli
Ultimi spiccioli Deficit troppo alto, dall’istituto europeo un colpo all’esecutivo: verso lo scostamento di bilancio
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti – Imagoeconomica
Dopo aver sottoscritto il nuovo Patto di stabilità con la Commissione Europea, e averlo applicato nella maniera più ortodossa e entusiasta, il governo Meloni ha mancato l’obiettivo di uscire dalla procedura di infrazione nel 2026 al quale ha legato la speranza di stanziare altri 15 miliardi di euro per le armi. Non è stato sufficiente spremere come un limone un paese in cui la produzione industriale è crollata praticando il taglio della spesa sociale per 12 miliardi di euro all’anno e la riduzione al contagocce degli investimenti pubblici, il definanziamento della sanità. Né è bastato fare cassa sulle pensioni o l’aumento record della pressione fiscale, praticata attraverso il drenaggio a carico di lavoratori e pensionati.
VITTIMA DI UN’AUSTERITÀ auto-inflitta, il governo ieri ha incassato un clamoroso fallimento certificato dall’Eurostat, l’istituto europeo di statistica. Il rapporto tra il deficit e il Pil del 2025 va arrotondato al 3,1%, dunque sopra al 3% richiesto dai parametri del patto di stabilità Ue. Il rapporto debito/Pil si attesta al 137,1 per cento, ben 0,7 punti percentuali in più rispetto a quanto previsto dalla Commissione europea nelle previsioni economiche di autunno dello scorso novembre (136,4 per cento).
NON SONO SOLO DATI TECNICI, ma politici. Implicano il rinvio, di un anno almeno, l’uscita dell’Italia dalla procedura Ue, forse nel 2027. Ma questi dati prospettano il peggioramento di un’economia in difficoltà. La rilevazione Eurostat riguarda il 2025, un anno in cui non era la guerra di Trump e di Netanyahu contro l’Iran non c’era. Il debito e il deficit rischiano seriamente di peggiorare, mentre la respirazione artificiale del Pnrr sta per esaurirsi a giugno. Il piano degli investimenti ha sostenuto il Pil, ma con gli effetti di lunga durata prodotti dal conflitto scatenato da Trump porteranno il paese sotto lo zero.
IL GOVERNO HA INIZIATO a prendere atto della realtà quando ieri ha varato il Documento di Finanza Pubblica (Dfp), l’atto iniziale che porterà all’ultima legge finanziaria di questa legislatura. È avvenuto pochi minuti dopo avere appreso il dato sul deficit al quale ha impiccato la sua politica economica nelle ultime settimane. Ma le stime potrebbero cambiare man mano che la crisi peggiorerà. Già oggi quelli sulla crescita del Pil sono sovrastimati: nel 2026 sarà al 0,6%, ma altre valutazioni dell’Ocse e di Bankitalia tra lo 0,4% e lo 0,5% l’hanno data più bassa. Sono brutti segnali per un governo che attende le previsioni della Commissione europea a metà maggio.
«FA ARRABBIARE – ha detto la presidente del consiglio Giorgia Meloni – constatare che saremmo stati comunque sotto il 3% di deficit se, anche nel 2025, sulle casse dello Stato non avesse gravato l’esborso di miliardi di euro per il superbonus». La più che discutibile misura del governo Conte II è stata considerata da Meloni «sciagurata» ed è usata come spauracchio per quattro anni. L’obbligo, imposto da Bruxelles, di portare rapidamente sotto il 3% il rapporto deficit/Pil dell’8,1% – creato per contenere gli effetti economici della pandemia – è stato usato dal governo per imporre una maxi-dose di austerità al paese. Ma non è per questo che Meloni si è detta «arrabbiata». La causa è la frustrazione per avere mancato l’obiettivo sventolato da mesi: rientrare anticipatamente dalle sanzioni di Bruxelles sarebbe stato il segno di una virtù.
NON È ESCLUSO che il governo, e la sua maggioranza, riprenderanno la strada del riarmo per tornare a riscuotere il riconoscimento delle lobby
armate e finanziarie. Continueranno a praticare il rigore e tagliare di più la spesa sociale. Questo resta lo scenario per i prossimi governi: dovranno portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Lo ha promesso Meloni a Trump. Uno scenario che il governo ha cercato di nascondere. Difficile immaginare, in queste condizioni, che destini le risorse al riarmo (+23 miliardi nel 2026-2028) alle emergenze più gravi create dalla crisi del Golfo.
LA CONFERENZA STAMPA del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti dopo il varo del Dfp ieri ha mostrato plasticamente la difficoltà in cui versa il governo. Stropicciato, lamentoso e isolato Giorgetti ha sfoggiata la scontata metafora calcistica: «Come diceva Boskov – ha detto – “rigore è quando l’arbitro fischia”, quindi l’arbitro [l’Eurostat, ndr.] ha deciso rigore, si può essere d’accordo o no, ma queste sono le regole del gioco». Per Giorgetti le «regole» che lui stesso ha sostenuto fino all’inizio della guerra in Iran il 28 febbraio scorso, ora giocano contro l’«interesse nazionale».
LA STRATEGIA è evitare di dire che l’(ex) alleato Donald Trump è la causa delle «circostanze eccezionali» in cui Giorgetti si trova a cercare soldi per ammortizzare il caro-prezzi. Bisogna inoltre trovare capri espiratori elettorali e scaricare la propria responsabilità politica sull’«arbitro»: la Commissione Europea. Lo si sente dal disco rotto di Salvini che chiede la sospensione del patto di stabilità «altrimenti faremo da soli». Si proverà lo «scostamento del bilancio» e si preparano mesi di conflitto con Bruxelles. Giorgetti, che della Lega sarebbe un ministro, ha parlato invece di «deroga» e di flessibilità. Una posizione diversa l’ha presa Meloni quando, alle Camere, ha parlato di «sospensione del patto di stabilità».
Le idee sono confuse perché la crisi politica è reale. Soprattutto perché la Commissione, a cominciare da Ursula von der Leyen, è un muro di gomma. Non ci saranno deroghe al patto. Fino a quando arriverà la recessione. Posizione assurda, ma che rientra nelle regole accettate dal governo. Le stesse che inizierà a scontare la prossima settimana quando dovrà affrontare il problema del taglio delle accise. Il melonismo oggi si trova nella posizione del cane che si morde la coda.
