Pianeta Libano Tel Aviv ordina di sfollare anche per il quartiere cristiano, dove la gente si era rifugiata. Ma le bombe cadono prima dell’avvertimento
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La parte antica di Tiro «non è semplicemente una zona residenziale, ma il cuore storico e umano» della città in cui vivono «migliaia di civili, un patrimonio culturale e religioso che risale a diversi secoli fa». Qualsiasi danno costituirebbe una «catastrofe umana e nazionale con conseguenze irreversibili». Invocano la mobilitazione politica e diplomatica i tre arcivescovi di Tiro, George Iskandar della chiesa greco-melchita ortodossa, Eliea Kfury di quella greco-ortodossa e Charbel Abdallah della chiesa maronita e chiedono alle autorità libanesi di far fronte alla «pericolosa escalation» e al rischio di distruzione di uno dei luoghi più importanti dell’umanità.
IERI MATTINA l’esercito israeliano ha emanato nuovi ordini di evacuazione per l’intera città di Tiro, incluso per la prima volta il quartiere cristiano, che coincide con l’area del porto antico, dove Hezbollah, secondo Tel Aviv, si starebbe nascondendo. Già la settimana scorsa l’esercito aveva chiesto ai «membri della comunità cristiana di Tiro di esigere l’espulsione degli elementi sabotatori». L’unica zona finora franca della città ha ospitato migliaia di sfollati interni provenienti dagli altri quartieri sotto assedio: anziani, disabili, bambini e tutti quelli che non erano riusciti a spostarsi a nord del fiume Zahrani, come imposto da Israele.
«Ci sono stati degli spostamenti, ma in tanti sono rimasti – dice Alice Frongia, coordinatrice medica per il Libano di Medici senza Frontiere – Gente che sta dormendo sul lungomare, nelle macchine e che non ha un altro posto dove andare o che semplicemente non può spostarsi. È la prima volta che Israele emette un ordine di evacuazione per il quartiere cristiano, dove in tantissimi si sono rifugiati in queste due settimane di bombardamenti». E poi aggiunge che «le tecniche che Israele sta usando in Libano sono le stesse usate a Gaza».
TIRO, FONDATA dai fenici nel 2750 a.C. secondo Erodoto, è una delle città simbolo della civiltà mediterranea, dichiarata patrimonio dell’umanità nel 1984. Di inestimabile valore l’ippodromo romano del secondo secolo dopo Cristo. E una delle città abitate in maniera continuativa da più tempo dalla storia, i cui abitanti «meritano la vita e la sicurezza, non la paura e la distruzione», affermano gli arcivescovi.
Sono andati avanti durante tutta la giornata di ieri, dopo quelli notturni, i bombardamenti israeliani sulle province del sud del Libano e sul sud della valle della Beqa’a, ad est del paese. L’assedio di Tiro non si ferma, dall’inizio dell’escalation sotto il fuoco israeliano. I bombardamenti, alcuni dei quali arrivati prima degli ordini di evacuazione forzata, hanno provocato solo in mattinata quattro morti e undici feriti. Altri quattro morti in un raid successivo nella zona agricola della città e altri quattro ancora nel campo palestinese a ridosso di Tiro di Al-Bass. Il numero totale dei feriti è salito nel pomeriggio a trentadue. Poi l’aviazione israeliana ha ripreso a colpire diversi quartieri della città in serata.
IL MINISTERO della salute libanese come ogni giorno ha reso noto il bilancio delle vittime: 3.666 morti e 11.321 feriti dal 2 marzo, di cui 29 morti e 133 feriti solo nelle 24 ore precedenti il bollettino.
Hezbollah ha affermato di aver respinto il tentativo di avanzata israeliano a Byut el-Siyyad, all’interno della Linae Gialla, la fascia di una decina di chilometri lungo il confine sud e sud-est libanese che Israele ha occupato e che ha dichiarato zona tampone. Scontri anche nella valle strategica tra Wadi Hujeir e Ghandurieh, nell’area centrale del Libano meridionale. Ieri in serata il partito ha rivendicato altri attacchi contro le postazioni israeliane a Maroun al-Ras, nel distretto di Bint Jbeil del governatorato di Nabatieh.
TEL AVIV HA FATTO sapere che «non attenderà alcuna approvazione politica» per bombardare Beirut, nel caso Hezbollah dovesse colpire il nord di Israele. Gli attacchi sulla capitale di domenica scorsa avevano causato lo scambio di missili tra Iran e Israele e l’ennesimo stop ai negoziati tra Washington e Teheran, oltre che l’ira del presidente statunitense Donald Trump, che non nasconde più il nervosismo per i continui sabotaggi dell’alleato Benjamin Netanyahu, che lo spinge a separare la questione iraniana da quella libanese.
L’Iran chiede infatti un cessate il fuoco vero – come quello cominciato il 17 aprile e che Israele non ha mai rispettato – e non fittizio in Libano, dove continua a sostenere l’alleato Hezbollah. Israele punta però all’annessione, come sostengono apertamente alcuni suoi ministri come Smotrich (finanze) e Cohen (energia), di almeno una parte del sud del Libano, zona ricca di acqua, a differenza del nord di Israele, e di gas naturale nel fondale marino di fronte alle coste meridionali.
I NEGOZIATI DIRETTI tra Libano e Israele ospitati alla Casa bianca non stanno portando a niente di concreto. Israele chiede una resa totale e incondizionata di Hezbollah, sapendo che il partito armato non accetterà mai le condizioni israeliane.
Ieri il presidente francese Macron, che prova da anni a ritagliarsi una posizione più rilevante di quella che ha adesso in Libano, ha riaffermato «il sostegno della Francia al Libano e al suo popolo». Ma finora chi ha il pallino in mano in Libano continua a essere Israele.
