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Vinto Hegseth mette le mani avanti: bombe se l’Iran non si adegua. Non ne ha motivo. Ma ogni scusa è buona, a partire dal Libano. Gli oltranzisti non possono far saltare un’intesa benedetta da Khamenei. Può farlo la crisi economica

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Teheran, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian firma il memorandum d'intesa con gli Stati uniti (foto Ap) Teheran, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian firma il memorandum d'intesa con gli Stati uniti – Ap

Appena uscita la versione ufficiale del Memorandum d’intesa, era chiaro che l’accordo pendesse fortemente a favore della parte iraniana. Le molteplici ragioni sono segnalate da analisti e osservatori di tutto il mondo. Il fatto che oggi vengano descritti come «invidiosi o stupidi», per usare le parole di Trump, non cambia la sostanza delle cose.

ANCHE LE MINACCE dal segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth, secondo cui Washington potrebbe tornare a colpire militarmente l’Iran o ripristinare misure di pressione se Teheran non rispetterà gli impegni assunti, restano in questo momento più un avvertimento di facciata che una minaccia concreta. Parlando dei 60 giorni previsti per i negoziati definitivi, Trump ha lasciato intendere che la scadenza non è inderogabile, ma ha comunque ribadito che se l’Iran «non si comporta bene» gli Stati uniti sono pronti a «ricominciare con le bombe».

Dopo il sigillo del vincitore incassato da Teheran agli occhi di buona parte degli analisti politici internazionali, suonerebbe come una mossa poco saggia per l’Iran non mantenere i suoi impegni. Ma resta il fatto che gli Stati uniti, per ricominciare le ostilità, possono sempre trovare una scusa. Il problema di fondo è che gli Usa si sentono anche giudici della causa. Di certo non saranno Pakistan o Qatar, mediatori dell’intesa, a obbligare Washington rispettare gli impegni presi, né a impedire a Tel Aviv di continuare a colpire il sud del Libano.

Proprio ieri, mentre l’inchiostro della firma del memorandum era ancora fresco, nuovi raid israeliani nel sud libanese hanno ucciso almeno tre civili. Una conferma di come la tregua resti fragile nonostante il primo punto del memorandum preveda esplicitamente la cessazione delle operazioni militari «su tutti i fronti, compreso il Libano». Il ministero degli esteri iraniano ha avvertito che il mantenimento della presenza militare israeliana nel sud del Libano rischierebbe di vanificare l’intesa raggiunta con gli Usa.

NEMMENO LE FAZIONI ultraconservatrici interne, ora denominate «napazir» (coloro che non accettano), che criticano duramente il governo accusandolo di aver ceduto alle pressioni occidentali, sembrano avere oggi il potere sufficiente per far saltare gli accordi. La Guida suprema ha preso la sua decisione, destinata, secondo diversi osservatori, a prevalere sulle resistenze interne, nonostante testate conservatrici come Kayhan continuino a bollare il memorandum come una resa o una semplice pausa più che una vera pace.

Certo è che l’instabilità economica potrebbe finire per alimentare un malcontento popolare già ai massimi livelli. Il pericolo per Teheran, nel lungo periodo, è di non riuscire a gestire il calo dei proventi petroliferi. L’allentamento delle tensioni regionali potrebbe spingere il prezzo del greggio, oggi intorno a 75 dollari, verso 60 dollari al barile, proprio mentre l’Iran punta a normalizzare le proprie esportazioni di petrolio.

Per il momento l’intesa è stata accolta con favore dai mercati finanziari iraniani e le prime petroliere cariche di greggio iraniano hanno già ripreso a salpare dai porti del paese, segno tangibile di come Teheran stia già incassando i primi dividendi economici della distensione.

CRESCE INVECE lo scetticismo sui 300 miliardi di dollari destinati alla ricostruzione e allo sviluppo economico del Paese previsti dal memorandum. Le ragioni della diffidenza iraniana sono molteplici, di natura politica, terminologica e storica. Il primo nodo riguarda la scelta delle parole: Washington rifiuta categoricamente di usare il termine persiano che indica il risarcimento per i danni di guerra, preferendogli quello di «investimento».

Per gli Stati uniti accettare la parola «risarcimento» significherebbe ammettere una responsabilità legale e morale per i danni e secondo alcuni anche per i crimini causati dal conflitto. I critici iraniani vedono in questa scelta lessicale un escamotage diplomatico che, a differenza di un vero risarcimento, non garantirebbe né l’effettivo afflusso del denaro né la sua destinazione prioritaria alla ricostruzione delle infrastrutture distrutte.

IL FUTURO DELL’INTESA resta legato ai prossimi due mesi di trattative tecniche e politiche. Sebbene il memorandum rappresenti una «de-escalation gestita», la trasformazione in un accordo definitivo richiederà il superamento di sfide strutturali, tra cui la verifica degli impegni economici e la gestione delle ambizioni nucleari, che restano il principale punto di preoccupazione per la controparte americana. La leadership iraniana ha chiarito che non trasferirà l’uranio arricchito fuori dal paese e che la cooperazione continuerà solo sulla base dell’azione reciproca.

Il «successo della diplomazia» viene celebrato a Teheran come una vittoria nazionale. Lo stesso presidente Masoud Pezeshkian ha definito l’intesa il risultato della «fermezza nazionale, della razionalità politica e della diplomazia responsabile», sottolineando che la nazione non ha scambiato la propria dignità e la propria indipendenza in cambio di minacce o pressioni. Anche l’ex presidente Hassan Rouhani ha espresso il proprio sostegno all’accordo, evidenziando come i paesi vicini possano contribuire a garantirne la tenuta e a beneficiarne.

Ma come dice Rumi, poeta e mistico persiano, «la via della pace è un sentiero di spine che conduce a un giardino». Si spera che quel giardino sia davvero un luogo di pace