America oggi Due vittorie in Minnesota, nel conservatore Wisconsin sconfitta per un soffio: il Partito democratico si sposta sempre più a sinistra
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Supporters cheer during an election night event for Minnesota Lt. Gov. Peggy Flanagan, a Democratic candidate for U.S. Senate, on Tuesday, Aug. 11, 2026, in Minneapolis. (AP Photo/Ellen Schmidt)
In una competizione testa a testa che ha messo in luce la lotta interna al Partito democratico tra l’ala di sinistra e quella di centro, in Wisconsin la vittoria di misura del candidato moderato David Crowley sulla sfidante socialista Francesca Hong non sembra aver risolto la battaglia interna tra l’establishment e il movimento di sinistra che si sta facendo strada. La corsa fra Crowley e Hong è stata così serrata che nessuna delle due parti ha potuto rivendicare una vittoria decisiva durante la notte e lo scarto finale, inferiore a un punto percentuale, ha messo ancora più in luce il dibattito interno al partito.
ANCHE NEGLI ALTRI STATI che hanno votato martedì alle primarie democratiche si è vista l’avanzata progressista: in Minnesota la vice-governatrice Peggy Flanagan ha battuto nettamente la deputata moderata Angie Craig nella primaria per il Senato, 58,8% contro 39,7. Nello stesso Stato la deputata progressista Ilhan Omar, parte della squad originaria, ha respinto la sfida del moderato Don Samuels con l’80,7% dei voti, un margine più che raddoppiato rispetto a due anni fa.
Questa serie di vittorie è cominciata già l’anno scorso, quando l’attuale sindaco (apertamente socialista) di New York, Zohran Mamdani, partito con l’uno per cento nei sondaggi, ha conquistato il posto di primo cittadino. Il suo modello si è ripetuto altrove: a giugno la consigliera comunale socialista Janeese Lewis George ha vinto la primaria per sindaco di Washington DC ed è destinata a diventare sindaca della capitale a novembre, mentre a Seattle Katie Wilson, attivista e socialista democratica, è già stata eletta con una piattaforma centrata su lavoro, casa e tasse ai grandi patrimoni.
STESSI TEMI CHE HANNO portato il socialista Abdul El Sayed a imporsi nella primaria del Michigan per il Senato, mentre il socialista Donavan McKinney ha prevalso sul deputato uscente nella corsa per la Camera nello stesso Stato. In Colorado la socialista 29enne Melat Kiros si è imposta su Diana DeGette, deputata moderata in carica dal 1997. Nessuno è un episodio isolato, sono la punta di un movimento che si organizza da un decennio, cresciuto a partire dalla campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016. L’anno precedente gli iscritti al Democratic Socialists of America (Dsa) erano meno di 6mila in tutto il Paese. Il 4 luglio scorso l’organizzazione ha superato quota 120mila iscritti, diventando la più grande organizzazione socialista nella storia degli Stati uniti, oltre il record del 1912 del Partito socialista d’America guidato da Eugene Debs, fermo a 113mila.
Negli Stati dove i socialisti non provano nemmeno a vincere cariche elettive si vede ancora meglio la strategia di allargamento di quest’area del partito democratico: investono energie
enormi con una prospettiva di lungo periodo che va oltre la singola tornata elettorale. L’Ohio è uno dei casi più interessanti, essendo uno stato che può diventare in bilico alle prossime elezioni di midterm. Le sezioni locali del Dsa lavorano da tempo sui quesiti referendari cittadini, a partire dal sostegno alla tutela costituzionale del diritto all’aborto nello Stato, approvata nel 2023 dopo una campagna a cui l’organizzazione ha contribuito capillarmente. A Columbus, la capitale, la sezione cittadina ha fatto campagna per la «Issue 5», il quesito che ha riformato il sistema di risposta alle emergenze creando squadre di operatori sanitari e sociali non armati per le chiamate al 911 che non riguardano situazioni violente, in alternativa all’intervento della polizia. La misura è passata a maggio con il 77% dei consensi.
OLTRE A QUESTO IL DSA sta promuovendo la nascita dei sindacati in modo massiccio e strutturato: i vari capitoli regionali del Dsa promuovono veri e propri corsi di formazione per l’organizzazione interna ai posti di lavoro, i labor skills training, sostenendo in modo pragmatico i processi di sindacalizzazione delle aziende locali.
EPPURE BUONA PARTE dei media Usa ha raccontato la corsa di Hong non come il primo caso di un candidato apertamente socialista arrivato a un soffio dal governatorato in uno Stato non tradizionalmente democratico, ma come la prova che la spinta socialista si sarebbe fermata. Questo si inserisce in una narrazione che va avanti da mesi, in cui i media centristi cercano costantemente di demonizzare e marginalizzare il socialismo Usa. Dopo il risultato di Hong, Politico ha titolato «La sinistra radicale sbatte contro un muro». Pochi giorni prima il Washington Post aveva pubblicato un editoriale del columnist George Will dal titolo «L’infantilismo del socialismo di oggi», derubricando l’entusiasmo dei giovani americani per il socialismo a un «desiderio in cerca di una definizione».
