Stati uniti La prima afghana-statunitense eletta al Congresso nonostante la pesante campagna avversa guidata dalla lobby Aipac. Altro punto per i progressisti Usa. Da Mamdani a Nixon: premiata la sinistra radicata nel territorio e con le idee chiare
Aisha Wahab, senatrice statale californiana, è diventata la prima persona afghano-americana eletta al Congresso degli Stati uniti, vincendo il voto per il seggio alla Camera lasciato libero dalle dimissioni di Eric Swalwell, accusato di abusi sessuali e costretto alle dimissioni lo scorso aprile. Si tratta di elezioni suppletive, quelle che negli Stati uniti si tengono fuori calendario quando un seggio si libera prima della scadenza e che assegnano soltanto la parte residua del mandato.
Anche in California si è ripetuto uno scenario ormai costante: la progressista Wahab ha battuto la moderata Melissa Hernandez 53% a 47%, al termine di una delle campagne più costose mai viste per una consultazione parziale.
FINO A POCHE SETTIMANE FA la corsa sembrava già decisa: alle primarie di giugno Wahab aveva stravinto con il 43% dei consensi, un margine che nel sistema californiano a doppio turno equivale quasi a una designazione. Poi, in agosto, è arrivata l’ondata di denaro, e anche questo sta diventando un grande classico: l’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee, e i comitati collegati hanno riversato nella corsa oltre sei milioni di dollari per sostenere la sfidante.
Il braccio operativo è stato il Super Pac United Democracy Project, con circa 2,5 milioni, affiancato da Bold America Pac, alimentato in parte dagli stessi network, che ha speso tra i 2,4 e i 2,6 milioni tra spot d’attacco contro Wahab e pubblicità a favore di Hernandez. Per un singolo seggio della Camera è una cifra del tutto fuori scala.
Ma il dato politicamente più interessante è nel contenuto degli spot. Quasi nessuno ha mai nominato Israele, Gaza o la politica estera, i milioni sono serviti a costruire un profilo allarmistico di Wahab sulla sicurezza pubblica e la giustizia penale, per dipingerla come «troppo progressista» per il suo collegio.
In realtà la radice dello scontro sta altrove. Wahab appartiene all’ala democratica progressista, è stata la prima donna musulmana eletta al Senato della California e nel 2025 ha co-firmato una risoluzione parlamentare che definiva la situazione a Gaza una «catastrofe umanitaria». Ad aprile, alla domanda se ritenesse un genocidio l’operato israeliano nella Striscia ha risposto «sì», mentre Hernandez ha rifiutato di rispondere.
A sostenere Wahab sono scesi in campo sindacati, funzionari locali, il procuratore generale dello Stato della California, Rob Bonta, e Our Revolution, l’organizzazione politica nata dalla campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016.
PER APPOGGIARE WAHAB si sono mossi Super Pac progressisti nati per reggere l’urto, ma con fondi molto più ridotti: American Priorities, costituito per contrastare l’Aipac, ha investito 200mila dollari, un rapporto di forze di trenta a uno. Wahab ha reagito definendo la pioggia di denaro dell’Aipac un’«interferenza elettorale», un tentativo di miliardari esterni di «comprare il seggio» di una comunità operaia e in larga parte immigrata e ha annunciato un esposto alla Federal Election Commission sulla trasparenza di alcune campagne diffamatorie diffuse sui social.
La rimonta di Hernandez è stata reale e il voto è rimasto in bilico fino allo spoglio, ma il risultato ha confermato una tendenza che sta attraversando gli Stati uniti. Dopo la vittoria di Zohran Mamdani a New York e il successo di Angie Nixon in Florida, il denaro dell’establishment continua a non bastare contro candidature progressiste radicate nel territorio, sostenute da reti di volontari e da un messaggio economico esplicito. La parola socialismo, per la prima volta da generazioni, non funziona più come marchio d’infamia nelle primarie democratiche, anzi, funziona come programma.
«Mi batterò per questo distretto che mi ha cresciuta – è stato il commento a caldo, ieri, di Wahab – Dall’affido familiare al Congresso, questo percorso dimostra la possibilità del sogno americano».
La partita non si chiude qui: il 3 novembre, con le elezioni di medio termine, Wahab e Hernandez si sfideranno di nuovo per il mandato pieno di due anni, su una mappa distrettuale ridisegnata e con un elettorato molto più ampio.
