Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Cambio di regime Le reazioni all’uccisione di Charlie Kirk potrebbe essere il punto di svolta della seconda amministrazione Trump

Una manifestazione per Charlie Kirk foto Ansa Una manifestazione per Charlie Kirk – Ansa

Le reazioni all’uccisione di Charlie Kirk potrebbe essere il punto di svolta della seconda amministrazione Trump. Lo dicono le reazioni del presidente, del suo vice, e di buona parte degli esponenti del movimento che ha preso il controllo del partito repubblicano.

Trasformandolo in una forza eversiva dell’ordine costituzionale repubblicano. Quelle reazioni evocano il modo in cui l’incendio del Reichstag nel 1933 fu utilizzato dal partito nazionalsocialista al potere in Germania per reprimere le opposizioni. Anche in quel caso, in cima alla lista dei perseguitati ci fu la sinistra. Un militante comunista di origine olandese, Martinus van der Rubbe, fu accusato di essere il responsabile dell’incendio, e ciò diede ai nazisti l’opportunità per adottare misure repressive contro il partito. Questo fu solo l’inizio, ovviamente, ben presto i sindacati e tutti i partiti di opposizione democratica furono schiacciati sotto il tallone del regime, aprendo la strada alla dittatura di Adolf Hitler nel 1934.

Per ragionare su questa analogia storica bisogna in primo luogo chiarire cosa si intende per un «punto di svolta». Le spiegazioni dei cambiamenti politici non sono deterministiche, e dipendono da una molteplicità di fattori che sono in buona parte da interpretare, un compito che i testimoni diretti degli eventi normalmente non sono in grado di portare a termine in modo soddisfacente. Prima a poi la parola passa agli storici, che non sempre riescono a trovare un consenso finale.

Un buon esempio è proprio la vicenda dell’incendio del Reichstag, che è ancora oggi, come ricorda Richard J. Evans, un grande storico del nazismo, oggetto di accese controversie. Proprio a Evans dobbiamo il suggerimento che l’incendio vada interpretato come un’occasione, l’opportunità che i nazisti colsero per portare a termine un disegno che probabilmente avrebbero tentato di attuare comunque. Sul piano politico, che è quello che ci interessa come contemporanei, non è privo di rilievo renderci conto che un fatto, in questo caso un episodio di violenza, possa diventare l’occasione per un cambiamento politico radicale, perché questo è un segnale della possibilità che si stia chiudendo la finestra di opportunità all’interno della quale l’opposizione costituzionale come la concepisce la teoria politica liberaldemocratica possa svolgere la propria funzione in maniera efficace. Quando questo accade, si prospetta un’alternativa, che è quella della resistenza, che pone problemi gravi, da non sottovalutare.

La natura del dilemma che si pone oggi all’opposizione democratica negli Stati uniti fu descritta in modo molto efficace da un pioniere degli studi sul nazismo, George L. Mosse, in un testo che vale la pena di rileggere: «Se non avevi resistito nei primi due anni, dopo diventava difficile, perché era ormai in azione il terrore, e opporsi significava il martirio. Ora, nei primi due anni Hitler apparve moderato, e l’entusiasmo fu generale, sicché quando arrivò l’appello alla resistenza era troppo tardi. Bisognava resistere subito; dopo il 1934 si trattava di mettere in gioco l’incolumità personale». Insomma, il punto cruciale per noi oggi è che, quando l’opposizione costituzionale sta per essere messa fuori gioco, è probabilmente troppo tardi perché una resistenza come fenomeno di massa prenda piede e si dispieghi in modo efficace.

Rimane uno spazio minimo per persone eccezionalmente motivate per «fare la cosa giusta», ma questo comporta un rischio altissimo per la libertà e per l’incolumità personale di chi mette il proprio corpo davanti alla forza degli apparati repressivi dello stato e delle formazioni di militanti che hanno mano libera per usare la violenza e l’intimidazione contro chi dissente.

Tutto questo, è sempre Mosse a ricordarlo, richiede un clima di opinione in cui si afferma la «glorificazione della brutalità sotto la specie della lotta». Al conflitto ordinato che dovrebbe essere l’elemento vitale della democrazia si sostituiscono la violenza e la sopraffazione. Questo prima o poi, può provocare una reazione violenta anche in chi si oppone, con il passaggio di alcuni a forme di resistenza che rinunciano alla non violenza.

Ricordare tutto questo è un modo per trarre dalla storia la lezione che essa può darci, che non è di metterci a disposizione ricette definite nei dettagli e di facile attuazione. L’analogia tra la Germania dei primi anni trenta del Novecento, e gli Stati uniti dei primi anni venti del duemila è appunto solo un’analogia, il punto di partenza per articolare un modello che ci aiuti a pensare. Mano a mano che lo spazio per l’opposizione costituzionale si chiude, si entra in una terra incognita, dove le minacce sono numerose, i compagni di viaggio pochi, e le risorse di fiducia e solidarietà che si hanno a disposizione tragicamente scarse.

Eccesso di pessimismo? Forse, e mai come in questo caso sarei felice di sbagliarmi. Nel giro di qualche mese sapremo probabilmente se quello che stiamo vivendo è stato un punto di svolta per la democrazia negli Stati uniti. Nel frattempo, la cosa migliore che possiamo fare per noi stessi e per le future generazioni è fare i conti con la realtà senza infingimenti.