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La bella stagione In Europa c'è uno spirito che circola tra i giovani, e non solo, oltre gli identitarismi

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6cf76060-1e25-4a3c-bdd2-fde90a3909f2 Un momento dello sciopero generale a Torino – Foto LaPresse

«Questa è la fine dell’età contemporanea». È uno slogan nato nelle rivolte francesi dell’ultimo mese che restituisce uno spirito che circola in Europa, lo stesso che abbiamo sentito nelle manifestazioni contro il caro-vita e il riarmo in Italia.

Ma quale epoca nuova vuole il desiderio di abbandonare la nostra? Lo slogan mira a rivedere tutto e a reinventare l’esistente. Ma dopo avere detto «Abbasso tutto», resta qualcosa? Dalla poesia che si legge sui muri non è possibile pretendere maggiori spiegazioni. Se parliamo con gli studenti possiamo avere qualche indicazione in più.

Il loro presente, fatto di scuole a pezzi e povertà diffusa, non potrà respirare senza dare aria alla fetida realtà in cui sono condannati a vivere. Se quello visto in piazza venerdì è anche il popolo che ha battuto Meloni al referendum, bisogna essere conseguenti. Ci vuole tanta forza per far nascere una politica democratica nuova, all’altezza dei principi di uguaglianza e libertà affermati dalla Costituzione.

Negli anni Novanta ci hanno ripetuto la favola della fine della storia. La fine dell’epoca in cui viviamo significa tutt’altro: entrare in una diversa contemporaneità. Dove, ad esempio, si riesca a creare un movimento che non si riduca alla ripetizione di cortei stagionali. Abbiamo bisogno di una politica che maturi e sappia rispondere all’appello di ringiovanire il mondo. Lo chiedono i ragazzi che ieri hanno manifestato contro il ritorno della leva militare in Germania, mentre in Francia hanno chiesto di proteggere il potere di acquisto e di rifinanziare il Welfare senza gestirlo come un’azienda. I ragazzi non si sentono in guerra contro nessuno, vogliono invece riaprire il futuro e liberare i possibili negati a tutti.

Da questo punto di vista «fine dell’epoca contemporanea» significa abolire quattro decenni di putrefazione neoliberista. Precarietà garantita, salari da fame, nessuna prospettiva di avere una casa senza un’eredità o un patrimonio. Tutto questo è il risultato di scelte che risalgono a molto tempo fa. Ed è anche la politica che porterà in Italia a varare una legge di bilancio imbarazzante. Non solo darà via libera a un aumento delle spese militari da 14 miliardi in due anni, ma favorirà chi guadagna più di 80 mila euro con la partita Iva e chi supera i 50 mila euro l’anno. A tutti gli altri, la maggioranza della popolazione, non viene riconosciuto quasi nulla. Succede in un paese con i redditi da lavoro tra i più bassi e con l’inflazione più alta in Europa.

Lasciamo spazio all’utopia. «Fine del contemporaneo» è stato inteso in Francia come l’inizio di una nuova rivoluzione comunarda. Da un lato, ci sono i comunardi che autorganizzano la sicurezza, la produzione alimentare e la politica «dal basso». Dall’altro lato, c’è l’esigenza di difendersi dallo Stato, dalla sua polizia, dal suo esercito. L’immaginario della Comune non è solo francese. Circola negli scioperi e nelle assemblee mentre la vita è esausta.

Attualizzare la memoria storica in azioni concrete è accattivante. Per farlo dovremmo trovare gli strumenti per sconfiggere mezzo secolo di individualismo. Viviamo sotto una cappa che soffoca la capacità di immaginare, e praticare, nuove istituzioni. Più forti sono le sirene dell’internazionale nera: repressione, paura, razzismo, cupezza. Basta vedere i consensi di Meloni, di Marine Le Pen o dell’Afd in Germania, per capirlo. In più, per realizzare un progetto ambizioso, bisogna durare. E in Italia, come altrove, mancano i cicli di mobilitazione che si vedono in Francia. E non è detto che funzionino. Dall’altra parte delle Alpi sono più di trent’anni che si scontrano contro un muro.

In fondo abbandonare «l’epoca contemporanea» significa porre un problema, non consegnare una soluzione pronta all’uso. Quella la possiamo cercare insieme. Un punto di partenza c’è: la composizione di classe che abbiamo visto nei cortei per Gaza, la stessa osservata in quelli che hanno rilanciato lo sciopero dei sindacati di base (Usb, Adl, Cobas, Clap, Sial) in maniera iperbolica: studenti, giovani proletari di seconda generazione, lavoratori, inquieti di ogni ispirazione, i movimenti femministi, quelli antirazzisti, i sindacati e i liberi auto-convocati.

Bisogna superare i soliti identitarismi: questa è l’indicazione che viene dalle strade. Andiamo leggeri verso una vita che non aderisce ciecamente a un tempo catastrofico e vede il nuovo nelle tenebre che ci circondano.