Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Riforma costituzionale Le manovre del governo per aprire le urne entro metà aprile 2026

Seggio, foto imagoeconomica Seggio, foto imagoeconomica – foto Imagoeconomica

Il ministro Carlo Nordio ha già indicato una data: metà aprile. È quella in cui si dovrebbe celebrare il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della separazione delle carriere che oggi verrà approvata definitivamente dal Senato. Il governo ha in mano molte delle carte per decidere il momento per lui più opportuno per fissare il giorno della consultazione popolare, ma non tutte. La legge che norma i referendum, la numero 352 del 1972, detta tempi a fisarmonica così da contemplare tutta la casistica, a seconda di chi richiede il giudizio dei cittadini sulla riforma approvata dal Parlamento. Di certo Meloni ha fretta di svolgere il referendum nella prima parte della primavera lasciandosi il margine di un ulteriore ricorso alle urne a giugno assieme alle amministrative.

Dopo pochi giorni dalla sua approvazione, la riforma viene pubblicata in Gazzetta ufficiale. A quel punto scattano trenta giorni in cui può essere presentata in Cassazione la richiesta di un referendum con relativa raccolta di firme. A farlo possono essere almeno un quinto dei parlamentari di una delle due Camere, o 500mila cittadini o anche cinque Consigli regionali. E qui arriva il primo elemento che può incidere sui tempi. Se a fare la richiesta di referendum sono solo i parlamentari, come è avvenuto ad esempio nel 2020 sul taglio del numero degli eletti, la Cassazione procede in pochi giorni al controllo delle firme, non dovendo attendere lo spirare di tutti e tre i mesi prima di dare il via libera. Nel 2001, nel 2006 e nel 2016 i gruppi parlamentari raccolsero le firme in poche ore. In questo caso, se la riforma sarà pubblicata in Gazzetta ai primi di novembre, già attorno al 10 dello stesso mese la suprema corte potrebbe dare il via libera, comunicandolo – come prevede la legge – al governo e ai presidenti delle Camere. Tuttavia se verrà presentata la richiesta di referendum anche da un Comitato che intende raccogliere le firme di 500mila cittadini, la Cassazione dovrà attendere i tre mesi entro i quali il Comitato promotore ha tempo per raccogliere le adesioni. Abbiamo due precedenti. Nel 2016 Renzi, nella sua hybris, promosse un Comitato per il sì che raccolse le firme (alla fine oltre 600mila): una scelta per mobilitare l’elettorato, che è tuttavia fallita. Nel 2001, oltre alla richiesta presentata dai gruppi parlamentari (di centrodestra e di centrosinistra), vi fu quella della Lega per raccogliere il mezzo milione di firme di cittadini. Alla fine il tentativo fallì, ma la Cassazione dovette comunque attendere il 13 giugno, tre mesi dopo la promulgazione in Gazzetta della riforma del Titolo V. Quindi se oggi qualcuno volesse rompere le uova nel paniere del governo Meloni e si presentasse ai primi di novembre in Cassazione per chiedere un referendum sulla base della raccolta di firme dei cittadini, la Corte dovrebbe attendere i primi di febbraio.

Appena concluso il controllo delle firme la Cassazione comunica a governo e presidenti delle camere il via libera; a quel punto scattano i 60 giorni entro cui il governo può decidere la data del referendum (formalmente è il capo dello stato che lo convoca «su deliberazione del consiglio dei ministri») che a sua volta si deve svolgere in una domenica tra i 50 e i 70 giorni dopo l’emanazione del decreto di indizione. Qui la fisarmonica è massima, ma sappiamo che il governo Meloni ha fretta. Nel primo scenario, quello con la richiesta di quesito referendario dei soli parlamentari, il governo sarebbe effettivamente in grado di convocare le urne nella prima metà di marzo (fuori gioco la pasqua cattolica, che cade il 5 aprile, la pesach ebraica, il 2-9aprile, e la domenica delle palme il 29 marzo) o, appunto a metà aprile come ha preconizzato il guardasigilli. Nel secondo caso, quello della richiesta di referendum supportata da firme dei cittadini, si arriverebbe più avanti, ma comunque Meloni stringerebbe la fisarmonica dei tempi al massimo.

La fretta di Meloni dipende dal fatto che si lascia la possibilità andare ad elezioni politiche anticipate dopo il referendum, sia in caso di successo in questo che in caso di sconfitta. Una pistola posta sul tavolo non solo contro le opposizioni ancora impreparate, ma anche contro il suo alleato Matteo Salvini.