Il pieno Mattei Si può tranquillamente credere che Eni abbia deciso spontaneamente di mettere un tetto al prezzo di benzina e gas e che il governo, stupito e piacevolmente sorpreso, abbia fatto i salti di gioia per l’imprevisto regalo
Giorgia Meloni (a destra) e Giancarlo Giorgetti alla Camera – (Ansa)
Si può tranquillamente credere che Eni abbia deciso spontaneamente di mettere un tetto al prezzo di benzina e gas e che il governo, stupito e piacevolmente sorpreso, abbia fatto i salti di gioia per l’imprevisto regalo.
Lo si può credere perché, almeno al momento, non c’è una legge che vieti di credere nelle favole.
Fuori dal mondo fatato, invece, appare piuttosto evidente che la decisione per la quale il governo ringrazia commosso l’Eni sia stata presa dal governo stesso, stanco di buttare miliardi in sconticini effimeri, risibili per i consumatori, esosi per le casse dello Stato, perfettamente inutili. È una mossa nella giusta direzione e lo è proprio perché cozza frontalmente con il dogma che ha sin qui ispirato ogni scelta della destra al potere: l’intangibile sacralità del mercato. Quella prescrizione dottrinaria Meloni e Giorgetti hanno dovuto incrinarla perché la realtà è più forte dell’ideologia.
Il governo che la premier spaccia per «pragmatico» è stato sin qui non solo ideologico ma fondamentalista ogni volta che sono entrati in ballo i precetti davvero sacri, il mercato e il profitto anche se extra. Si è rassegnato a questo mezzo passo indietro perché il mix tra impennata dei prezzi indotta dal costo del carburante e conseguente precipitazione dei consensi è più imperioso degli ottusi precetti da cui si è fatto sempre guidare.
Anche così, come d’obbligo in ogni culto che si rispetti, i governanti si sono industriati di nascondere il loro intervento su chi non poteva dir loro di no. Dogmi e feticci restano intatti ed è ciò che conta. La manfrina della «decisione spontanea e generosa» partorita senza spinte di sorta da Eni serve a questo e solo a questo: a ribadire la sacralità del mercato nel momento stesso in cui la si deve infrangere.
Il ministro officiante Antonio Tajani ieri si è sgolato per assicurare che la strada giusta consiste proprio nel lasciare che siano «istituzioni e grandi imprese nazionali» a decidere se, quando e come «assumersi responsabilità verso famiglie e imprese». Segue anatema scagliato contro l’idea balzana di «interventi dirigisti o nuove tassazioni costruite attorno al concetto degli extraprofitti». Vade retro! Non sia mai qualcuno dovesse convincersi che un prelievo su profitti mostruosi montati grazie alla disgrazia dei concittadini può rientrare nella grazia divina. O che altri fuorviati si convincessero che quando il lavoro salariato, già di per sé un fardello, degenera in neoschiavismo, un governo anche di destra ma degno del nome ha non il diritto ma il dovere di intervenire e correggere.
Quello di ieri è un passo giusto ma a metà proprio per l’obbligo di conciliare un intervento opportunamente “dirigista” con la denuncia dell’intervento statale come parto del demonio. Si può intervenire su Eni perché lì si può negare l’evidenza esortando la partecipata a «decidere da sola» quel che le si suggerisce. Procedere risolutamente su quella via con un tetto generale al prezzo del carburante sarebbe invece una bestemmia. Ma il piede in due staffe indurrà problemi e guai: con i concorrenti imbufaliti, con l’Europa aggirata e raggirata, in questo caso giustamente.
Aspettarsi maggior coraggio e pragmatica laicità da questo governo non è possibile. Non andrà oltre il poco che è riuscito a fare costretto e controvoglia ieri. Ma dall’opposizione che brancola in cerca di programmi è invece lecito attendersi che dica subito forte e chiaro che se vincerà le elezioni batterà proprio la strada che la destra considera proibita. Nel dettaglio, misura per misura, a partire da un impegno solenne sulla patrimoniale.
