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Spagna-Israele Parla la ministra spagnola Sira Rigo, colpita da sanzioni israeliane insieme a Yolanda Diaz

La ministra Sira Rego foto Ap La ministra Sira Rego – AP

Per la prima volta Israele sanziona esponenti di un governo dell’Ue. Le ministre spagnole Yolanda Díaz e Sira Rego – entrambe esponenti della coalizione di sinistra Sumar – sono state colpite da sanzioni personali e dichiarate persone non grate nel paese. Abbiamo raggiunto la ministra della Gioventù Sira Rego mentre è impegnata a rispondere a migliaia di attestati di solidarietà.

Le sanzioni contro di lei e Yolanda Diaz non sono evidentemente una questione tra la Spagna e Israele, riguardano anche Bruxelles. Cosa vi aspettate dalla Commissione europea?

La decisione presa da Israele è la reazione tipica di un governo genocida che da anni ignora la legalità internazionale. Il suo unico obiettivo è intimidire chiunque denunci le atrocità che sta commettendo nella Striscia di Gaza. Sono ormai quasi due anni che esigiamo che l’Unione Europea rompa con l’inazione che contraddistingue il suo atteggiamento. È insostenibile. Di fronte a un genocidio non è possibile restare in silenzio.

Il governo guidato da Pedro Sanchez ha scelto di procedere con delle sanzioni nei confronti di Israele. Sotto la spinta della società civile le azioni della Spagna potrebbero fare da apripista?

L’intenzione politica del governo spagnolo è chiara: dobbiamo garantire che neppure un metro quadrato del nostro territorio faccia parte, né per azione né per omissione, della collaborazione con il genocidio. Siamo consapevoli dei limiti di un singolo Paese nello scenario internazionale, ma penso che questo possa essere un punto di svolta. La Spagna già manteneva una posizione diversa rispetto a molti altri Paesi, ma questo salto qualitativo deciso ieri dal Consiglio dei ministri lo dobbiamo alla cittadinanza che si organizza e si mobilita. Mi auguro che altri governi seguano l’esempio della Spagna e, finalmente, rispondano alle richieste della collettività. È necessario rispondere a queste domande sociali facendo un passo ulteriore: rompere tutte le relazioni diplomatiche, economiche e commerciali con Israele.

In particolare il Governo Meloni si è distinto per essere un solido alleato di Netanyahu…

In Italia, come nel resto del mondo, la società civile organizzata sta dando lezioni di dignità. Ogni persona che scende in piazza contro la barbarie rappresenta una spinta indispensabile per porre fine al genocidio.I governi sono di fronte a una scelta: continuare a sostenere le azioni di Netanyahu o ascoltare la voce della propria società civile che chiede giustizia. Voltarsi dall’altra parte significa essere complici di chi sta sterminando un popolo, cancellando il diritto internazionale e la dignità umana.

Il conflitto a Gaza ha fatto cadere gli ultimi simulacri del diritto internazionale, la richiesta all’assemblea generale dell’Onu di riconoscere lo stato di Palestina senza azioni concrete contro Israele non rischia di essere una foglia di fico per l’Occidente per non fare nulla?

Il riconoscimento dello Stato palestinese è un passo importante. Ma se resta isolato, senza misure concrete per fermare il genocidio, porre fine all’occupazione e al regime di apartheid, è insufficiente. Chi oggi si limita a proclami senza azioni reali rafforza l’impunità. Il diritto internazionale è credibile solo se applicato senza doppi standard.

Ieri abbiamo visto l’attacco alla Sumud Flotilla, cosa devono fare i governi europei per garantire la sicurezza degli equipaggi?

La Flotilla porta cibo, medicine, dignità e speranza. Dobbiamo essere grati a tutte le persone che mettono i loro corpi e la loro energia al servizio della solidarietà con il popolo palestinese. Il governo spagnolo garantisce e continuerà a garantire protezione consolare e tutta la protezione diplomatica agli attivisti spagnoli imbarcati nella Flotilla. Ma questa straordinaria azione civile non deve farci dimenticare le responsabilità istituzionali: è urgente porre fine al blocco imposto da Israele e consentire l’ingresso di tutti gli aiuti necessari.

Da una parte il suprematismo occidentale che difende Israele a ogni costo, dall’altro un nuovo internazionalismo che sta crescendo, costruito da reti orizzontali di attivisti, associazioni, forze sociali e politiche. Possiamo sperare in una nuova internazionale?

Questa nuova internazionale esiste già: la vediamo crescere nelle strade, nelle università, nei porti, in tutti i collettivi che rifiutano la complicità. È questa forza collettiva che deve ispirarci e che dobbiamo nutrire per rompere il monopolio narrativo delle destre globali e aprire lo spazio a un’agenda di giustizia, pace e diritti.

L'annuncio Ieri in conferenza stampa alla Camera i leader rosso-verdi Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni

Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli alla conferenza stampa di ieri

Avs presenta una denuncia contro l’Italia alla Corte penale internazionale (Cpi) affinché indaghi su possibili complicità con i crimini israeliani a Gaza. L’annuncio è stato dato ieri in conferenza stampa alla Camera dai leader rosso-verdi Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Presente anche il docente di Diritto penale internazionale alla John Moores University di Liverpool Triestino Mariniello. Secondo il giurista «i singoli membri del governo (italiano, ndr) responsabili delle decisioni di continuare a trasferire le armi, potrebbero essere ritenuti penalmente responsabili, se si dimostra che erano consapevoli che la loro attività ha agevolato crimini internazionali».

Le forniture a Tel Aviv di materiale bellico e dual use sono continuate anche dopo che la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto il genocidio plausibile e la Cpi ha emesso i mandati d’arresto per crimini contro l’umanità e di guerra verso il premier Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. «A Gaza vediamo genocidio e pulizia etnica – ha detto Bonelli – Non vogliamo che il nostro paese sia complice». Per Fratoianni: «L’obiettivo è rimettere al centro il diritto internazionale. Senza di esso resta solo la legge del più forte».

 

2 agosto 1980 Il percorso giudiziario non è stato facile, al contrario è stato lunghissimo, accidentato, talvolta contraddittorio. Frutto dei depistaggi cominciati già il giorno dell'eccidio. Le intuizioni di Occorsio e di Amato sulle connessioni tra terroristi neri e apparati dello stato trovano conferma soprattutto nella storia politica del nostro paese

Bologna, 2 agosto 1980 Bologna, 2 agosto 1980

È una storia che non finisce mai quella della strage di Bologna. Anche se la vicenda giudiziaria è nella sostanza esaurita e non si vedono motivi per riscriverla, come qualcuno, soprattutto a destra, vorrebbe fare. Sono stati condannati in via definitiva gli esecutori (Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini e Paolo Bellini) e le ultime sentenze passate in giudicato hanno anche individuato chi ha ideato, organizzato e finanziato l’eccidio che la mattina del 2 agosto 1980 costò la vita a 85 persone e ne ferì altre 200: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Cioè la P2, i servizi segreti e i fascisti.

IL PERCORSO nei tribunali non è stato facile, anzi, al contrario, è stato lunghissimo, accidentato, talvolta contraddittorio. Frutto dei depistaggi che cominciarono il giorno stesso della strage e si sono stesi negli anni come una malattia autoimmune, perché dietro c’erano pezzi dello stato. L’ultima parola «nel nome del popolo italiano» è stata pronunciata dalla Cassazione lo scorso primo luglio quando è stato reso definitivo l’ergastolo per Bellini, ma è una conclusione che consola solo fino a un certo punto, perché, al momento del processo che alla fine ne ha individuato le responsabilità, i mandanti erano già tutti morti. È per questo che gli ultimi eredi del Msi attualmente al governo possono continuare a giocare con le parole (Meloni, un anno fa parlò di «strage che le sentenze attribuiscono a esponenti di organizzazioni di destra») quando non c’è mai stato dubbio alcuno sulla matrice fascista dell’attentato: le modalità parlano da sole e tutte le altre piste sono state smentite in maniera categorica, perché le prove non c’erano o erano state costruite a tavolino proprio con l’obiettivo di sviare le indagini.

E SE LE INTUIZIONI prima di Vittorio Occorsio (ucciso dal «comandante militare» di Ordine Nuovo Pierluigi Concutelli nel 1976) e poi di Mario Amato (fatto fuori nel 1980 dai Nar) sulle connessioni tra terroristi neri e apparati dello Stato, uniti nell’abbraccio e costantemente sull’uscio delle porte delle sedi del Msi, trovano una conferma, questa non va cercata solo nelle sentenze, ma anche – soprattutto – nella storia politica del nostro paese. Era il settembre del 1990 quando in un’intervista all’Unità Giuseppe Di Lello, allora giudice per le indagini preliminari a Palermo, disse che «tutti i delitti e le stragi commessi dai neri sono rimasti impuniti. E la colpa non è certo dei magistrati di Bologna o di quelli di Firenze che non riescono a individuare esecutori e mandanti, ma dello stato che non vuole si scopra la verità. E questo perché i crimini dei neri sono stati realizzati con coperture, deviazioni dei servizi segreti. Credo che quest’ultimo ragionamento sia valido anche per i grossi delitti di mafia». Parole pronunciate prima delle recenti riscosse giudiziarie, ma che risuonano forti oggi che la pista nera rispunta per l’omicidio di Piersanti Mattarella e per le stragi e gli omicidi mafiosi d’inizio anni ’90. Non tanto per le indagini in corso, che ovviamente faranno il loro corso, ma per l’evidenza dei depistaggi, che discendono sempre dalla stessa fonte. Anche qui siamo in presenza di fatti storicamente accertati e politicamente indiscutibili: le trame atlantiche sono (state) una realtà.

«STRAGE DI STATO» è un’espressione che nasce nel 1970 dal titolo di un libro di controinchiesta su piazza Fontana, l’evento da cui discende la cosiddetta strategia della tensione, che non fu solo una sequenza di massacri, ma anche una costellazione di depistaggi. Già per i fatti del 12 dicembre 1969 le indagini cominciarono puntando dritte verso ambienti che non c’entravano niente – gli anarchici – dando il via a un caos giudiziario comune a tutte le stragi i cui effetti si avvertono ancora oggi. Perché per smentire una falsa pista spesso ci vogliono anni e imboccare quella giusta in ritardo vuol dire muoversi in un labirinto.

L’elenco di tutti i passaggi fatti nei tribunali per l’attentato di Bologna è eloquente. Il primo processo cominciò sette anni dopo lo scoppio della bomba, nel 1987, e la Cassazione si pronunciò solo nel 1995, peraltro assolvendo Sergio Picciafuoco (neofascista che quel 2 agosto di certo era alla stazione e rimase pure ferito). Un anno prima era arrivata la sentenza di ergastolo per Fioravanti e Mambro. Si è consumato tra il 2000 e il 2003 poi il processo per i depistaggi, terminato con le assoluzioni di Massimo Carminati e Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del Sismi di Firenze.  È durato dieci anni invece il processo a Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti, concluso con una condanna a trent’anni. Il terzo processo, quello che ha portato all’ergastolo per Cavallini, è andato in scena tra il 2017 e il 2020, anno in cui la procura di Bologna ha chiuso le indagine sui mandanti e i finanziatori, dalla quale è nato il processo a Bellini, chiuso il mese scorso.

UN’ODISSEA. Gli atti ammontano ormai a diverse decine di migliaia di pagine e per muoversi negli archivi – è notizia degli ultimi giorni – ci si serve dell’intelligenza artificiale tanta e tale è la mole di informazioni, perizie, verbali e testimonianze accumulata nel tempo. Ma al termine di questa lunga notte della Repubblica una certezza esiste: a Bologna fu una strage di stato compiuta con manovalanza fascista.

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Gaza, l’ipocrisia uccide come la fame. Meloni sveglia.
Basta, non ne possiamo più.
Abbiamo occupato le finestre di Montecitorio.
Abbiamo “violato” il Palazzo del Potere, per raccogliere il grido di indignazione del popolo italiano e dei popoli del mondo.
Siamo consapevoli di aver compiuto un atto forte.

Ma sappiamo anche che il silenzio complice è un atto assai peggiore.
E se qualcuno si indigna per questo striscione e non per i bambini di Gaza, c’è un problema.

Se qualcuno pensa che questo sia uno sfregio alle istituzioni, sappia che noi pensiamo (e come noi il popolo italiano) che il silenzio e la complicità sono il vero sfregio alle istituzioni e all’onore del nostro paese.


Nicola Fratoianni - Angelo Bonelli
#AlleanzaVerdiSinistra #OcchiInPalestina

Nuove osservazioni al piano della Regione Emilia-Romagna per garantire la sicurezza di Faenza da nuove possibili alluvioni.

 

Anche il circolo Legambiente Lamone, di Faenza, assieme alla struttura regionale di Legambiente, ha voluto partecipare al percorso partecipato, sottolineando però che “un più vasto coinvolgimento di Enti locali, comitati, cittadini, agricoltori, imprenditori, e altre realtà associative, non può avvenire esclusivamente con questo strumento”.

Legambiente sottolinea come “Le strategie complessive da mettere in atto devono naturalmente partire dalla consapevolezza che i rischi, che si dovrà tentare di prevenire, derivano da eventi sempre più intensi e imprevedibili che i cambiamenti climatici in atto potranno rendere più frequenti”.

“Questa realtà, deve necessariamente comportare un approccio al territorio diverso dal passato, approccio che non tutti i soggetti in campo hanno ancora introiettato, vanno quindi opportunamente controbattute semplificazioni e narrazioni fuorvianti, a volte in buona fede, in altre strumentali, che continuano a circolare sulle cause di questi eventi estremi”.

Secondo Legambiente sarà necessario: rinatulizzare i corsi fluviali; dare più spazi ai corsi d’acqua; recuperare aree umide e aree allagabili programmate; abbassare aree golenali; regimentare il deflusso delle acque in collina; adattare costruzioni e spazi rurali a possibili esondazioni; rafforzare la preparazione della popolazione sui sistemi di protezione civile; laddove fosse necessario, non escludere, delocalizzazioni volontarie

“Se da un lato spetta alle autorità istituzionali, in questo caso Regione e Autorità di bacino, fornire il quadro generale di analisi dei dati, di strategie e di ipotesi di intervento, è necessario non solo divulgare corrette informazioni tecniche e scientifiche, ma anche cogliere il patrimonio di conoscenze e proposte da parte di comitati, tecnici, agricoltori, cittadini che, sulla base della loro esperienza pratica, possono contribuire ad affinare e anche modificare le proposte di interventi da realizzare.

Oltre agli interventi più diretti sui bacini fluviali, sono necessari anche interventi più spefici anche nei tessuti urbani con tecniche di drenaggio urbano sostenibile, adeguamento e manutenzione delle reti fognarie, desigillazione di aree asfaltate… Su queste problematiche sono in atto alcuni progetti e interventi, sui quali ci riserviamo di dare un contributo più approfondito”.

Naturalmente queste considerazioni valgono non solo per il bacino del Lamone e del Marzeno, ma anche per tutti gli altri bacini, a partire da quello del Senio e degli altri territori interessati.

Alcune osservazioni generali sulla bozza di progetto

“Il titolo della bozza parla correttamente non solo della città di Faenza, ma anche della vallata, e proprio per questo rileviamo che sarebbe necessario ipotizzare anche quali altre ipotesi di intervento potrebbero essere necessarie, nei tempi opportuni, lungo tutto il bacino, dalla sorgente alla foce, secondo una strategia complessiva.


Questa visione complessiva, non è prevista nella stesura del testo in questione, dove paiono essere in primo piano solo interventi su 4 aree, su cui si ipotizzano casse di espansione (3 +1 già avviata) attorno alla città e molto meno altri interventi, che pure in parte vengono citati, ossia: le aree in prossimità di San Rufillo – Mulino del Rosso; quella dei laghetti del sole in località Santa Lucia; poi l’ipotesi, non meglio definita, di individuare un’area idonea a valle di Faenza per sperimentare una tracimazione controllata (su queste ipotesi torneremo un po’ più nel merito, più avanti).

Rileviamo soltanto che in questo modo si rischia di incentivare una visione frammentata e la tendenza da parte dei cittadini e di tutti gli altri soggetti coinvolti, a guardare solo l’ipotesi di progetto che li tocca più direttamente e non prendere coscienza dei necessari interventi nel loro complesso.


Ma per intervenire su tutto il bacino andrebbero verificati e ipotizzati altri possibili interventi, più o meno consistenti, ancora più a monte di Faenza per prevenire altri eventi locali (pensiamo ad esempio ai diversi allagamenti alle zone basse del Comune di Brisighella) ma anche per alleggerire il carico idrico più a valle.
Quindi con benefici per la zona di Faenza, ma anche oltre, pensiamo ad esempio al tratto del Lamone tra Traversara e Mezzano, che si presenta come un “collo di bottiglia”, per la sua portata idraulica ridotta da argini molto ristretti.


Nella mappa “Valutazione delle possibilità di laminazione delle piene del fiume Lamone a monte del tratto arginato” dello studio Brath del 2010, riportata nel testo, vi sono indicazioni sulle aree individuate come casse di espansione, su quelle cartografate ma non inserite, su possibili espansioni golenali da ribassare.


Sono indicazioni utili ma datate, che oggi dovrebbero essere aggiornate, in particolare alla luce degli eventi alluvionali succedutasi dal 2023.
Nella premessa alla bozza si fa cenno, per quanto riguarda il tratto a valle di Faenza, a consolidamento delle arginature e riprofilatura della sezione del fiume con abbassamento dei piani golenali, sarebbe necessario avere qualche ipotesi di intervento più dettagliata.

Sulla base di questi approfondimenti e delle “Attività in corso e analisi idraulica dello stato attuale” che l’Autorità di bacino sta svolgendo, è necessario conoscere, per i diversi scenari e tempi di ritorno, i dati precisi delle analisi idrauliche sulle portate limite attuali e quali benefici quantitativi potrebbero realizzarsi con la messa in atto dei diversi interventi ipotizzati, ed eventualmente altri che si ritiene necessario aggiungere.

A partire da questi dati sarà possibile costruire una ipotesi di intervento complessivo, che permetta poi di valutare costi/benefici, tempi di realizzazione , priorità, dei possibili interventi specifici, sui quali aprire confronti di merito con tutti i soggetti interessati.
Le decisioni operative su questi progetti non possono essere puri atti amministrativi, ma devono coinvolgere direttamente i cittadini e la società civile, a partire dai soggetti più direttamente esposti, con effettivi percorsi partecipativi che la Regione e, ancora più in specifico gli Enti Locali, devono attivare.

Non c’è dubbio che bisogna prendere decisioni in tempi relativamente brevi, ma considerando le tempistiche molto ristrette richieste, per fornire osservazioni alla bozza di progetto, auspichiamo che si tratti di una prima raccolta di valutazioni, che dovranno, in tempi utili, essere “rendicontate” ai soggetti interessati e alla cittadinanza, per dare seguito ad altri approfondimenti su documentazioni più ampie e dettagliate, avviando precisi percorsi di partecipazione.
Per parte nostra ci riserviamo di inviare in seguito ulteriori contributi”.

Alcune osservazioni più di dettaglio

“Non intendiamo, in questa fase, fare approfondimenti e dare valutazioni più specifiche sulle ipotesi evidenziate.
Ci interessa però segnalare che riteniamo prioritari gli interventi sulle casse di espansione a monte, a partire da :
– le aree in prossimità di San Rufillo – Mulino del Rosso e quelle dei laghetti del sole in località Santa Lucia;


- così come ci sembra interessante l’individuazione di un’area a valle di Faenza per sperimentare una tracimazione controllata, per la quale andrebbe definita esattamente la collocazione in collaborazione con le proprietà e le attività esistenti, definendo precise modalità di funzionamento e manutenzione.


Sulle ipotesi delle 3 casse di espansione ipotizzate (diamo per acquisito, la quarta, l’intervento già progettato a livello esecutivo nell’area di via Cimatti ):


- quella che presenta meno problematicità è certamente quella di 27 ha, nell’area di confluenza Lamone-Marzeno (anche se non necessariamente l’intera area potrebbe essere occupata);


- l’area Orto Bertoni, di 25 ha, può presentare qualche controindicazione per la collocazione a valle del quartiere e a monte del cimitero (determinanti potrebbero essere la reale estensione, le opere di protezione delle zone costruite e soprattutto le modalità di attivazione e gestione, potrebbe essere, nei periodi di non utilizzo, un parco fluviale in fregio al quartiere?);


- l’area di via Don Giovanni Verità è indubbiamente quella più problematica, in particolare per la presenza di una zona discretamente abitata che, in questo caso, dovrebbe essere in tutto o in parte delocalizzata (non può essere pertanto in cima alle priorità).

Nella premessa della bozza in questione si accenna, senza ulteriori specificazioni, a proposito del sistema arginale esistente nel tratto urbano a eventuali locali interventi di rialzo, non riteniamo siano misure di per sé risolutive di tutti i rischi, ma considerato che le altezze sono diverse in diversi punti e lati del fiume, e questo crea qualche preoccupazione tra i cittadini, una loro risistemazione è certamente opportuna”.

Secondo la procura è un esempio di come funzionava il presunto «sistema» di favori e influenze tra sindaco, uffici e costruttori

Il “Pirellino”, via Gioia e sullo sfondo il grattacielo di Regione Lombardia (Claudio Furlan/LaPresse)

 

Nel nuovo filone di inchiesta sull’urbanistica a Milano, che è stato reso noto in questi giorni e in cui è indagato anche il sindaco Giuseppe Sala, una serie di accuse riguardano il progetto del cosiddetto “Pirellino”: un ex palazzo comunale in via Pirelli 39, comprato nel 2019 dalla società di sviluppo immobiliare Coima. Secondo la procura, il progetto di riqualificazione del Pirellino (mai avviato) sarebbe un caso emblematico di come agiva il presunto «sistema» di corruzione e favori messo in piedi da costruttori, funzionari comunali e progettisti per accelerare la concessione di permessi edilizi illeciti e fare speculazione attraverso grandi progetti immobiliari.

 
 Quest’ultimo filone fa parte di una ampia indagine giudiziaria che va avanti da due anni, sulle costruzioni di grossi palazzi fatte passare per ristrutturazioni, e sul modo opaco in cui sarebbero state approvate. In particolare si concentra sul sistema di pressioni e di favori che si sarebbe creato tra alcuni importanti architetti e costruttori, il comune di Milano e la commissione per il paesaggio, un organo comunale che si occupa di approvare i progetti urbanistici. Nei provvedimenti la procura scrive spesso giudizi, parla di «avidità», di «spregiudicatezza», di «asservimento sistemico» verso i costruttori. E ipotizza l’esistenza di «un vorticoso circuito di corruzioni tuttora in corso, che colpisce le istituzioni e ha disgregato ogni controllo pubblico sull’uso del territorio, svilito a merce da saccheggiare». Le accuse insomma sono pesanti, e per dimostrare che tutto questo sia un “sistema” ci vorranno prove consistenti.
 Tra gli indagati in questo nuovo filone di inchiesta, oltre a Sala, ci sono l’assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi; l’ex presidente della commissione paesaggio Giuseppe Marinoni; Manfredi Catella, presidente di Coima (che a Milano ha costruito moltissimi progetti e che sta lavorando alla costruzione del villaggio olimpico per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026): per loro la procura ha chiesto l’arresto. Tra gli indagati c’è poi il noto architetto Stefano Boeri, che ha progettato il Bosco Verticale. Sala, che è indagato per “false dichiarazioni su qualità personali proprie o di altre persone” e concorso in “induzione indebita a dare o promettere utilità”, ha rigettato tutte le accuse e si è difeso dicendo che i contatti tra commissione paesaggio e sindaco sono inesistenti.
– Leggi anche: Anche Beppe Sala è indagato nelle inchieste sull’urbanistica a Milano
 

Il palazzo chiamato Pirellino si trova vicino a piazza Gae Aulenti e alla fermata Gioia della metropolitana. È un palazzo costruito a metà degli anni Sessanta, di 25 piani più altri tre interrati, e comprende un’altra parte di tre piani a ponte che attraversa via Melchiorre Gioia e sotto alla quale passano le macchine. Fino al 2018 era di proprietà del comune, che qui aveva degli uffici. Nel 2019 fu messo a bando e nel giugno di quell’anno fu comprato da Coima per 193 milioni di euro. Il progetto vincitore era stato presentato da due studi di architettura: Diller Scofidio + Renfro (DS+R) e Stefano Boeri Architetti, ed era molto ambizioso.

Prevedeva infatti, oltre alla riqualificazione dell’edificio esistente, che sull’altra estremità del ponte fosse costruito un grattacielo residenziale progettato da Boeri, la “Torre botanica”, simile al Bosco Verticale, e che sul resto del ponte fosse creato uno spazio pubblico verde aperto a tutti.

  

Il Pirellino e la Torre botanica nel progetto di Stefano Boeri e DS+R (foto dal profilo Facebook di Stefano Boeri)

Il progetto non fu mai realizzato perché dal 2019 a oggi fu bloccato più volte per questioni burocratiche. Poco dopo che Coima aveva acquistato l’edificio entrò infatti in vigore il nuovo piano di governo del territorio (Pgt) secondo il quale per edifici residenziali superiori a una certa volumetria (come era la Torre botanica) era previsto che almeno il 20 per cento fosse riservato all’edilizia sociale. Coima fece ricorso al Tar, il tribunale amministrativo regionale, perché quando aveva acquisito l’edificio queste condizioni non erano ancora entrate in vigore. Perse il ricorso, nel senso che il Tar stabilì che il Comune poteva decidere di applicare comunque il vincolo, cosa che infatti fece. Dopo il Tar però, nel 2023, Coima fece ulteriore ricorso al Consiglio di Stato, che si espresse invece a favore: sostanzialmente disse al Comune che il vincolo non poteva essere applicato in modo reatroattivo e che quindi avrebbe potuto applicarlo solo motivandolo in modo circostanziato. La causa col Consiglio di Stato è ancora in corso: nel 2023 infatti il Pgt è cambiato nuovamente e Coima ha nuovamente ottenuto una sentenza favorevole, che ora il Comune ha 90 giorni (notizia di giovedì) per applicare.

 – Leggi anche: Cosa c’è nelle inchieste sull’urbanistica a Milano

L’inchiesta della procura ricostruisce come nel 2023, nel giro di pochi mesi tra marzo e ottobre, la commissione paesaggio abbia espresso quattro pareri sul progetto iniziale: due negativi, motivati con l’eccessivo impatto del palazzo, uno  “favorevole condizionato” e uno, finale, favorevole. Nonostante questo però nel 2024 – quando erano già state rese note le prime inchieste sull’urbanistica – Coima decise di modificare il progetto ed eliminò il ponte-serra aperto a tutti e la Torre Botanica. Del progetto iniziale rimase quindi solo il Pirellino, che doveva essere riqualificato in modo conservativo, così come il ponte. I lavori comunque non sono mai iniziati.

Secondo la procura, per arrivare al parere favorevole della commissione nel 2023, furono decisive le pressioni delle società interessate sulla commissione, anche «mediate» dal sindaco Sala. Nella richiesta di misure cautelari sono riportati diversi messaggi scambiati in quel periodo tra Boeri e Catella (l’imprenditore presidente di Coima), Boeri e Marinoni (l’allora presidente della commissione paesaggio) e tra Marinoni e Tancredi (l’assessore alla Rigenerazione urbana) in cui si aggiornavano sull’avanzamento della pratica, sui vari pareri espressi sull’edificio e sulle motivazioni relative ai pareri negativi. Ma anche molti altri scambiati tra Boeri e alcuni membri della commissione paesaggio.

 Si legge che, dopo i primi due pareri negativi, Boeri scrisse a Marinoni chiedendogli se avessero «problemi con lui o con le architetture verdi». Nei giorni successivi l’architetto aveva poi chiesto a più persone della commissione paesaggio e a Catella di incontrarsi per discutere della Torre botanica, spiegare il progetto e trovare una soluzione. A metà aprile Catella scrisse a Boeri dicendogli di aver parlato con Tancredi e che questo si era dimostrato finalmente disponibile a discutere della questione. Il progetto però venne bocciato di nuovo, e Marinoni motivò la cosa dicendo che si trattava di una «barriera» troppo alta e ingombrante. Catella a quel punto si era lamentato di come questa situazione mettesse in difficoltà la sua società e l’architetto.

I pm sottolineano come, il giorno prima che la commissione desse infine parere favorevole al progetto, Boeri avesse detto in un messaggio vocale a Catella che fosse necessario «far intervenire Sala su Marinoni», ovvero chiedere al sindaco di convincere il presidente della commissione paesaggio a esprimere un parere positivo. Boeri poi aveva mandato un messaggio a Sala nel quale gli diceva che Marinoni sbagliava a esprimere un parere negativo sul suo progetto e lo avvisava che, nel caso in cui il la situazione non fosse cambiata, Catella avrebbe fatto ricorso al Tar. Nell’inchiesta e sui giornali è stata in particolare estrapolata una frase di Boeri, «prendilo come warning», che proverebbe un tono di comando nei confronti del sindaco ma che si inserisce in un messaggio nel complesso ben poco impositivo. Sala a quel punto aveva risposto che non era solo il presidente a essere contrario e che si fidava del parere di Tancredi.

La commissione paesaggio poi espresse un parere favorevole, e nei messaggi scambiati tra i commissari e il presidente emerge come alcuni sospettassero che Boeri avesse fatto pressioni su alcuni di loro per votare a favore, e come uno di questi poi gli avesse chiesto un favore (di intercedere con un personaggio noto) per il figlio. Alcuni commissari scrivevano anche di essersi pentiti di non aver insistito di più sulla richiesta di ridurre le volumetrie della torre, che alla fine erano cambiate pochissimo.

I pm sottolineano anche come Tancredi avesse già chiesto a Marinoni di approvare il progetto, e che i pareri positivi della commissione fossero «irragionevolmente motivati» e indicativi del fatto che fossero stati scritti solo per aiutare gli interventi di coloro ai quali «non è possibile o non conviene dire di no».