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Il voto in Lazio e in Lombardia rappresenta l’ora zero della sinistra. Ha un senso politico generale, e non può essere derubricato a voto amministrativo. L’astensionismo massiccio, più acuto nell’elettorato di sinistra, e molto marcato nel mondo giovanile, consegna il bollettino di una malattia molto grave della democrazia italiana.

Dopo la sconfitta storica dello scorso 25 settembre, rimossa nelle sue dimensioni, il lunghissimo dibattito interno al Pd, il calcolo a breve di Giuseppe Conte e, d’altra parte, di Carlo Calenda nel pensare di fare razzia nell’elettorato del principale partito di centrosinistra, l’irrilevanza di tutti i piccoli soggetti alla sinistra del Pd, consegnano un quadro drammatico. D’altra parte, pur in un contesto di astensionismo che non risparmia nessuno, la vittoria di Fratelli d’Italia è chiara e netta, malgrado gli errori gravi fatti dal governo nelle settimane passate.

A questo dato elettorale, si accompagnano la passività e la sfiducia dei movimenti -compreso quello sindacale, impegnato in una sua parte, la Cgil, nella campagna congressuale- e delle reazioni della società civile a fronte dell’azione del governo, o dei rischi alle porte di bavagli all’informazione.
Occorre nominare questa situazione, analizzarla e capirne le cause, per riuscire a prendere un’iniziativa forte, persino radicale, che inverta questa tendenza.

A questi fatti generali, si aggiunge una considerazione ulteriore.
Stupisce la forte differenza di risultato tra Milano, e altre città lombarde, e Roma. A Milano la candidatura forte di Pierfrancesco Majorino porta a casa una vittoria significativa, testimonianza di un giudizio sulla qualità amministrativa nella città e sul profilo culturale che il candidato dem ha espresso. Maiorino vince in quasi tutti i capoluoghi lombardi.

A Roma città, invece, D’Amato perde con quasi cinquantamila voti di scarto, e per la prima volta anche nelle zone centrali (così come in tutte le altre città della Regione). E’ palese l’assenza di credibilità fra gli elettori e le elettrici dell’operato del governo regionale uscente, e una forte disaffezione rispetto all’andamento del governo della capitale. Roberto Gualtieri, che è un uomo intelligente, deve prenderne atto ora, prima che sia tardi.

Il Pd romano, che era stato a lungo nel cuore del governo del Pd nazionale in questi anni, che aveva ispirato, con la lucidità di Goffredo Bettini, l’alleanza strategica con il M5S, salvo poi farsi dettare al momento delle scelte la linea da Calenda, ed esprimere un candidato tutto interno alla guida della Regione, esce con le ossa rotte.
La lontananza dal popolo, dai suoi sentimenti e dalle sue necessità materiali si è fatta, per la nomenclatura di tutto il centrosinistra frammentato e dell’opposizione, incolmabile.

Non voglio infierire sul rito congressuale del Pd -che rimane l’unica realtà strutturata in questo campo-. Sarebbero stati necessari un grande confronto di idee e di proposte nuove, e un progetto di rifondazione della politica nella società, e non la stanca riproposizione di primarie che corrispondono ad una fase diversa della società italiana e della politica.

Ma questo è il momento di un colpo d’ala. Chi vincerà le primarie del 26 febbraio dovrà, obtorto collo, aprire il cantiere per federare tutte le aree culturali e sociali che si riconoscono nei valori della Costituzione, a partire da un diffuso tessuto di associazionismo locale, in una nuova forza popolare, che riparta dalla vita e dai sentimenti delle persone, di ispirazione socialista e verde, casa plurale dei cristiani che seguono il messaggio di Francesco, di una cultura antifascista, della proposizione di un conflitto democratico capace di conquistare coloro che non votano, di capirne rabbia e risentimento per trasformarli in lotta e presa di coscienza. Di aprire nuove case del popolo, o della democrazia, di aderire, come si diceva un tempo, alle pieghe della società.

Capi-bastone, correnti, centri di potere, tutto il sistema che ha portato fin qui, devono essere con coraggio messi da parte, per restituire il diritto alla politica ai lavoratori, alle donne, ai giovani. Il lavoro nelle istituzioni è importante, ma quello nella società, totalmente trascurato in questi anni, lo è almeno altrettanto. Non si può dedicarsi alla costruzione di un partito sociale se si è impegnati nel governo di una città, o di una regione.

Il tempo è poco, e il momento per cambiare strada è questo.

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