Il miglior amico Il premier smentisce l’accordo di Trump: nessun ritiro israeliano, prima il disarmo pieno di Hamas. Il Board of Peace lo accontenta
LEGGI ANCHE Un’alleanza che non durerà in eterno
July 27, 2026, Gaza City, Gaza Strip, Palestinian Territory: Yellow concrete blocks are seen in the Shujaiya neighborhood east of Gaza City, Gaza Strip, on July 27, 2026, following an Israeli ground incursion into the area. Residents said Israeli forces placed the blocks to expand the area under their control along what is locally known as the ”Yellow Line,” as the military operation left widespread destruction in residential neighborhoods (Credit Image: © Bilal Osama/APA Images via ZUMA Press Wire)
Il pugno di ferro, l’arma di ogni campagna elettorale, per vincere le legislative del 27 ottobre e riconfermarsi primo ministro. Domenica Benyamin Netanyahu ha respinto seccamente l’intesa in 15 punti annunciata dal Board of Peace (Bop) per l’attuazione della seconda fase del cessate il fuoco a Gaza. «Israele respinge il documento in 15 punti. Le Forze israeliane non effettueranno alcun ritiro finché Hamas non sarà disarmato. E quando dico che Hamas deve essere disarmato, mi riferisco alle armi pesanti, alle armi leggere, a tutte le armi. Parlo di un disarmo autentico, non di uno fittizio», ha dichiarato il premier israeliano. «Gli Usa hanno delle idee; alcune sono accettabili per noi, altre no, e sappiamo come opporci a queste cose. Lo abbiamo dimostrato in passato e lo stiamo dimostrando anche oggi», ha aggiunto. Quindi è stato perentorio su un punto centrale: sino a quando lui sarà primo ministro, lo Stato di Palestina non vedrà la luce.
Con gli israeliani che considerano le questioni di sicurezza la priorità nella campagna per il voto del 27 ottobre, mostrarsi inamovibile anche nei confronti di Trump potrebbe rivelarsi vincente. I sondaggi cominciano a dargli ragione: il suo partito, il Likud, è tornato in testa, sia pure di poco, dopo aver inseguito per settimane il rivale Yashar del generale Gadi Eisenkot. E poi ci sono i leader stranieri amici a dargli una mano nel dimostrare agli israeliani che la sua linea della guerra infinita e della distruzione di Gaza, con oltre 73mila palestinesi uccisi, che ha attirato condanne internazionali, ha solo scalfito lo status globale di Israele.
Il nuovo governo colombiano ieri ha riconosciuto la «sovranità israeliana» sulle alture del Golan siriano occupate dallo Stato ebraico nel 1967. La decisione di Bogotà, annunciata a pochi giorni dall’insediamento del capo dello Stato di estrema destra Abelardo de la Espriella, si inserisce nel riallineamento della politica estera colombiana verso Israele dopo i conflitti con il presidente socialista Gustavo Petro. «Data la persistente instabilità in Medio Oriente e considerata l’importanza strategica delle alture del Golan per la sicurezza di Israele, il governo colombiano riconosce la sovranità israeliana su questo territorio, nonché il diritto di Israele a proteggersi dalle minacce esterne», ha comunicato il ministero degli Esteri colombiano. La scelta colombiana, che segue l’annuncio del trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, rompe con la posizione della comunità internazionale, così come quella analoga che nel 2019 adottò Donald Trump durante il suo primo mandato. Non è l’unico segnale proveniente dall’America Latina.
In Venezuela il rabbino capo Isaac Cohen ha consegnato una lettera alla presidente ad interim Delcy Rodríguez chiedendo il ripristino delle relazioni diplomatiche e consolari con Israele. Caracas ha interrotto i rapporti con Israele nel 2009, sotto il presidente Hugo Chávez, a sostegno dei diritti dei palestinesi.
In questo contesto internazionale più favorevole rispetto a qualche mese fa va collocato il contrasto (apparente) tra Israele e Usa sulla roadmap per Gaza. Il piano prevede un processo graduale nel quale il disarmo di Hamas e il ritiro israeliano procedono parallelamente, sotto un meccanismo di verifica internazionale. Il Board of Peace (Bop), guidato da Nickolay Mladenov, insiste sul principio della reciprocità. È questo meccanismo che Netanyahu respinge, raccogliendo l’approvazione di gran parte di Israele, anche se i leader dell’opposizione, come l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, lo accusano di nascondere un ritiro che in realtà avrebbe accettato.
Israele pretende che il ritiro del suo esercito da Gaza, dove già occupa oltre il 60% del territorio, cominci soltanto dopo il disarmo completo di Hamas e si oppone anche
all’ipotesi che le armi possano essere conservate sotto l’autorità del futuro Comitato tecnico palestinese. Netanyahu ha vinto subito la partita con Mladenov. «Nessuno è tenuto a fare nulla, e tanto meno Israele… se viene verificato il disarmo delle armi, se queste vengono sottratte alle fazioni, immagazzinate e infine rese inutilizzabili, allora Israele si ritira da Gaza», ha precisato poco dopo il rappresentante del Bop, aggiungendo: «Ciò che stiamo chiedendo è che l’esercito israeliano non dispieghi le proprie truppe più avanti rispetto alla Linea Gialla».
La posizione del Bop è quella degli Usa che, di conseguenza, accettano la linea di Netanyahu. La Casa Bianca avrebbe strappato al premier israeliano solo il contenimento degli attacchi aerei su Gaza e l’arretramento delle truppe dietro la Linea Gialla, che delimita il 53% del territorio occupato.
Gli americani, con Trump in testa, vedono il contesto dominato dalle elezioni israeliane e si mostrano ancora più flessibili con Tel Aviv. Netanyahu non può più permettersi di apparire come il leader che ha ceduto alle pressioni Usa accettando un ritiro senza il disarmo totale di Hamas. Senza dimenticare che nella maggioranza israeliana uscente cresce il sostegno all’occupazione definitiva della Striscia e alla ricostruzione delle colonie ebraiche evacuate nel 2005. Hamas, intanto, gioca la sua partita. Si dice fedele al piano in 15 punti, chiedendone la piena attuazione. Ma non accetterà mai il disarmo totale della sua ala militare (Ezzeddin al-Qassam) che pretende Netanyahu. E spera nelle pressioni di Trump su Israele
