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Piccoli passi I leader del centrosinistra tornano insieme sul palco del manifesto. E assicurano: «Programma in due settimane». Poi il valzer delle primarie: nessuno le vuole ma si faranno. Restano distanze sulle armi a Kiev: «Chiudiamoci in una stanza e troviamo un accordo»

Piccoli passi I leader alla festa del manifesto, sull’Ucraina sintesi faticosa. «Ma non ci divideremo»

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5f42724f-02e3-4fb3-bb00-f0479d22eca9 Roma, alla Manifestival – foto di Sara Nicomedi

Il programma? «Ce la faremo a chiudere entro qualche settimana», dice Giuseppe Conte. La platea del teatro Palladium di Roma urla «Nooooo», «Lo vogliamo prima», il leader 5 stelle prova a calmarli: «Fateci lavorare, serve un confronto serio», Elly Schlein, seduta di fianco a lui, sorride. Poi Conte rilancia: «Un paio di settimane e chiudiamo». Applausi.

ISTANTANEE DALL’INCONTRO tra i leader del centrosinistra («Campo largo è una denominazione da abolire», chiede Bonelli) alla festa del manifesto, dal titolo «C’è alternativa», ieri pomeriggio a Garbatella. Ci sono tutti, compreso Riccardo Magi di +Europa, al suo debutto in un dibattito nel formato a 5. Il direttore Andrea Fabozzi li incalza sulle due questioni fondamentali che li dividono, l’Ucraina e le primarie. E sui gazebo scatta la seconda “insurrezione” delle tante persone in sala: «Non le vogliamoooo». A sentire i leader, almeno ieri, non le vorrebbero neppure loro. Eppure «si faranno», assicura Conte, «in modo non divisivo e non come cedimentio alla “capocrazia”». «Colpa della legge elettorale voluta dalla destra che impone di indicare il candidato premier», concorda con Schlein. Come dire: siamo obbligati. L’ex premier ribadisce, per la prima volta di fronte alla segretaria del Pd, di averle proposto un terzo nome, ma che ormai la questione è archiviata. Lei spiega il suo no: «Hanno provato a cacciarmi dal giorno in cui sono stata eletta segretaria. Non siamo arrivati fino qui per farci raccontare dai soliti che si vince al centro e forse sarebbe meglio un qualche leader più rassicurante per certi interessi o disponibile alle larghe intese. In questi vent’anni ci hanno fatto perdere sempre così, quindi è ora di cambiare».

TUTTI CONCORDANO sul rischio che indicare il leader prima del voto sia una sorta di accettazione del premierato voluto da Meloni. Eppure sono consapevoli che indicare uno di loro metterebbe a rischio la tenuta della coalizione. «Io ho fatto il premier due volte, la terza non mi aggiungerebbe nulla», dice Conte ostentando distacco. «Ma la mia comunità ha fatto una netta scelta di campo, ci abbiamo lavorato tanto, ora non possiamo fare una scelta aprioristica sul leader se vogliamo portare a votare il maggior numero di persone possibili». Tradotto: se concedo la guida a Schlein senza combattere perdo troppi voti. Lei incassa: «È la prima volta che siamo alleati alle politiche, se le primarie sono utili a tenere insieme la coalizione io sono disponibile».

È UN DIFFICILE GIOCO di equilibri, che alla fine va bene anche a Bonelli, Fratoianni e Magi, desiderosi di uscire da questo dibattito infinito e di concentrarsi, dicono, «su quello che vogliamo fare per la cambiare la vota delle persone». «Io ho fatto il fioretto di non parlare più della leadership finché la questione non sarà risolta. Ma prima vengono l’unità e il programma, per il resto si faccia quello che si può. Ricordando che chi vince le primarie non comanda, semmai guida e coordina una squadra», avverte Fratoianni.

ALLA RICHIESTA di assicurare che non ci saranno divisioni alle politiche, tutti sono d’accordo. Anche Conte, considerato il primo sospettato per una eventuale rottura: «C’è l’impegno di tutti a lavorare insieme, non consentiremo a Meloni di stare al governo altri 5 anni». Gli altri applaudono e tirano un sospiro di sollievo. Soprattutto Schlein, che per tutto il pomeriggio ha ripetuto il suo mantra delle «4850 cose che abbiamo in comune», ribadendo la citazione di Daniele Silvestri che ormai l’accompagna da mesi. «Il programma abbiamo iniziato a scriverlo nell’agosto del 2023 con il salario minimo, c’è già una visione condivisa, ora dobbiamo affinare e trovare una sintesi alta su quello su cui non siamo d’accordo». «Dobbiamo fare presto», ammette Schlein, che finora aveva frenato aspettando che i centristi trovassero una sintesi al loro interno. Ma ormai consapevole che, come dice Fratoianni, «non c’è più tempo da perdere, la gente è stufa di aspettare». «Io sono pronto a scriverlo anche oggi, restiamo qui al Palladium», scherza dal palco. La platea lo incoraggia.

IL NODO UCRAINA è il primo ad essere affrontato, partendo dalla discussione lanciata sul manifesto da Francesco Strazzari. «Siamo in condizione di trovare un accordo pur nella diversità delle nostre posizioni. Restiamo chiusi in una stanza anche una notte intera, e facciamo presto, l’importante è che usciamo da lì uniti», dice Schlein, che insieme a Magi, ribadisce la necessità di un negoziatore europeo e di continuare a sostenere Kiev anche con le armi. «Non possiamo abbandonare gli ucraini», dice il segretario di +Europa, e nessuno protesta in sala. Fratoianni e Bonelli si interrogano sul fallimento della strategia seguita fin qui, quella del sostegno militare. «Non si può alimentare la guerra all’infinito, e se i vertici della Ue parlano solo di prepararsi alla guerra con la Russia è complicato immaginare una soluzione diplomatica». Che potrebbe passare, dice il leader di Si, da un congelamento del fronte, modulando le sanzioni alla Russia in base alla disponibilità a fare passi avanti verso la tregua. Conte resta sulle sue posizioni. Auspica un coinvolgimento della Cina e dei Brics per una tregua. Invita a «cercare di capire quali sono gli interessi in gioco, anche della controparte». Ribadisce la presenza di popolazioni «russofile» in Ucraina, «in Europa prevale la linea di proseguire la guerra in modo inerziale per giustificare i piani di riarmo. Dobbiamo cambiare passo». Se c’è un punto che accomuna tutti i leader è la necessità, una volta al governo, di cambiare completamente postura sulla vicenda palestinese: dunque sanzioni a Israele e difesa della Corte penale internazionale da gli attacchi di Trump.

LE TENSIONI MAGGIORI sono al centro. Con Magi che ha tuonato contro Renzi, accusandolo di non aver combattuto contro la norma sulle firme prevista del Melonellum per «avere una posizione dominante sugli altri». «Come Conte anche io voglio delle garanzie da Renzi». La platea urla «noooo» all’ipotesi di imbarcare l’ex rottamatore. Bonelli mima il gesto del direttore d’orchestra. «Una foto con lui? Non la farei, lui è abituato a farle con Obama». Si chiude il sipario, Schlein sembra soddisfatta: «Ho apprezzato la partecipazione del pubblico, del resto qui siamo al manifesto».