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Divisioni militari In Europa la spesa per le armi è a un livello «senza precedenti». Ma la capacità di difesa comune mantiene «gravi lacune». La Commissione Ue se lo dice da sola: investiti 550 miliardi, ma due euro su tre sono acquisti nazionali senza coordinamento. E la Germania guida la corsa

Divisioni militari I conti dell’Agenzia difesa europea: 418 miliardi nel 2025, il 2,2% del pil, un record. Ma per due terzi servono a rifornire singoli stati

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70521599-263d-4611-952e-99d5d87d0b3c Soldati tedeschi e polacchi installano barriere tra la Polonia e l’exclave russa di Kaliningrad – foto Ap

La spesa militare esplode in Europa, ma la difesa comune non tiene il passo. Anzi, ogni paese fa soprattutto da sé. La Germania, ad esempio, con un piano nazionale che porta il bilancio della difesa a circa 163 miliardi di euro entro il 2029, è il caso più evidente di una corsa agli armamenti che procede soprattutto attraverso i bilanci nazionali.

FRAMMENTAZIONE e impreparazione a fronte di uno sforzo senza precedente negli investimenti bellici sono certificate nel primo rapporto annuale dell’Agenzia europea per la difesa (Eda) dedicato alla «Defence readiness» (prontezza della difesa), che mette nero su bianco la contraddizione a livello Ue. Gli investimenti crescono a livelli senza precedenti, eppure le capacità militari complessive restano insufficienti. Tutto questo mentre il Vecchio continente si confronta con una minaccia russa sempre più esplicita, per ora esercitata attraverso attacchi e operazioni ibride, e con l’incertezza sul futuro ruolo degli Stati Uniti nella sicurezza del continente.

IL RAPPORTO ha tutti i crismi dell’ufficialità. Preparato dall’Eda con il contributo della Commissione europea e del Servizio europeo per l’azione esterna, è stato discusso ieri dai rappresentanti diplomatici a Bruxelles e arriverà sul tavolo dei leader al Consiglio europeo del 15-16 ottobre. Un dato salta agli occhi: gli investimenti in difesa ammontavano a 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del Pil dell’Ue, in previsione si potrà arrivare a 547 miliardi nel 2029. I Ventisette, sottolinea l’Eda, hanno raggiunto livelli di investimenti «senza precedenti» negli ultimi trent’anni. Nel complesso, l’aumento della spesa si inserisce nella nuova traiettoria fissata dalla Nato al vertice dell’Aja del giugno 2025, quando gli alleati si sono impegnati a portare entro il 2035 gli investimenti legati alla difesa al 5% del Pil, sotto la forte pressione esercitata da Trump per un aumento del contributo europeo alla sicurezza dell’Alleanza. In effetti, l’impennata è impressionante.

Ma la montagna di denaro investito nello sforzo bellico da sola non basta, sottolinea l’Eda. L’aumento della spesa non si è ancora tradotto in forze sufficientemente operative e sostenibili e in grado di funzionare insieme. Infatti, evidenzia il rapporto, restano «gravi lacune» nelle capacità. Non siamo pronti a un conflitto convenzionale con la Russia, ormai evocato nelle capitali come a Bruxelles, come eventuale sviluppo degli attacchi ibridi sempre più frequenti. A fronte di quelli che vengono giudicati come avanzamenti, soprattutto nel campo dei droni e dei sistemi anti-drone, la necessità principale rimane quella di trasformare la spesa in capacità effettive come munizioni, scorte, logistica e addestramento.

IL PROBLEMA di fondo è quello della frammentazione. Secondo il rapporto, il 68% degli investimenti si ferma puramente al livello nazionale. È qui che la corsa al riarmo rischia di entrare in contraddizione con l’obiettivo di una maggiore capacità a livello Ue. Ventisette stati che acquistano separatamente possono spendere molto senza necessariamente ottenere le capacità comuni che servirebbero. Il rapporto invita a usare i fondi Ue per finanziare progetti comuni, non acquisti singoli. Indica anche i settori in cui avrebbe senso concentrare gli investimenti comuni: dal comando delle operazioni militari al rifornimento in volo, dalle infrastrutture spaziali a una rete europea sicura per gestire e condividere i dati militari.

LA CORSA AL RIARMO apre anche il problema di cosa si sacrifica per finanziarla. Il tema è stato rilanciato oggi da Pasquale Tridico, capodelegazione M5S nel gruppo The Left al Parlamento europeo, che cita uno studio commissionato dalla commissione Affari economici dell’Eurocamera. La ricerca segnala che, una volta esaurita la flessibilità prevista dalle regole di bilancio, la spesa aggiuntiva dovrà necessariamente essere finanziata con maggiori entrate o con tagli. La logica della difesa si estende poi anche al settore della ricerca e dell’università. I ministri della ricerca rappresentanti di otto Paesi Ue – tra cui Polonia, Svezia e Danimarca – hanno chiesto di rafforzare il dual use nel prossimo programma quadro per la ricerca e l’innovazione. Parliamo di tecnologie e progetti pensati per applicazioni civili, ma utilizzabili anche in campo militare.