Il safari Con l’ultimo via libera del Consiglio, entra in vigore il regolamento Ue per i rimpatri. Abolito di fatto il diritto di asilo, è prevista la deportazione dei migranti in un Paese terzo. Uganda e Ruanda sono i primi della lista: avviati i contatti, i diritti umani sono solo un ricordo
Il safari Tra i possibili paesi terzi dove spedire i migranti espulsi dall’Europa ci sono Uganda e Ruanda. Contatti già avviati
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Rifugiati espulsi dall’Eu – Foto Ap
Il via libera formale del Consiglio Ue al Regolamento rimpatri era l’ultimo passaggio prima della dell’entrata in vigore delle nuove norme. Ma nel testo adottato ieri alla riunione dei ministri degli Interni dei 27 in Lussemburgo emerge un elemento destinato ad avere un peso rilevante: la possibilità per gli stati europei di creare centri per i rimpatri in paesi terzi, i cosiddetti return hubs.
NELLE INTENZIONI dell’Ue, il regolamento rimpatri integra il Patto sulla migrazione e l’asilo, punta a rendere più efficaci i ritorni delle persone prive del diritto di soggiornare in Europa. Introduce anche un «ordine europeo di rimpatrio», per facilitare il riconoscimento delle decisioni tra gli stati Ue. Il meccanismo funzionerà su base volontaria, ma punta a rafforzare gli obblighi di collaborazione per chi deve lasciare il territorio europeo. Prevede anche misure specifiche per le persone considerate una minaccia per la sicurezza.
È SOPRATTUTTO la possibilità di delocalizzare i rimpatri fuori dall’Ue a suscitare le critiche delle organizzazioni per i diritti dei migranti. La rete di ong Picum considera il regolamento parte di una strategia di ulteriore intensificazione delle politiche punitive nei confronti delle persone migranti, definite «deportazioni».
CHIARA CATELLI, advocacy officer di Picum, accusa l’Ue di trattare le politiche migratorie attraverso pratiche di «detenzione e deportazione». Il nuovo regolamento, sostiene, «incoraggia una caccia alle streghe contro le persone prive di documenti» e dà agli stati membri «carta bianca per mandare le persone in luoghi che nemmeno conoscono». Il rischio, secondo Catelli, è che sempre più persone evitino di rivolgersi ai servizi pubblici o di chiedere protezione per paura di essere detenute o espulse. «Alla fine, questo regolamento creerà più irregolarità, non meno», conclude. Da parte sua, l’istituzione che riunisce i governi dei 27 rivendica invece l’obiettivo di rendere i rimpatri più efficaci. «Circa due persone su tre a cui è stato ordinato di lasciare l’Ue non se ne vanno effettivamente», ha ricordato ieri il ministro irlandese Jim O’Callaghan, presidente di turno del Consiglio. Le nuove norme, ha completato, serviranno ad «attuare in modo efficace i rimpatri rapidi».
Non c’è invece ancora chiarezza in merito a dove sorgeranno i centri di rimpatrio extra-Ue. O’Callaghan ha detto che sono in corso discussioni tra gli Stati membri, ma che non è stato fatto «alcun vero progresso» nell’individuazione di località specifiche. La Germania per prima però punta ad accelerare. Berlino è tra i cinque Paesi – insieme ad Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi – che spingono il progetto, e il ministro dell’interno tedesco Dobrindt ha detto volere a un accordo con un paese terzo «nel corso di quest’anno». Ha anche riferito di negoziati in preparazione e presenza di interlocutori, anche se non ha voluto specificare quali.
IN REALTÀ, È NOTO che tra i possibili paesi interessati al progetto ci sono Uganda e Ruanda. A verificare ci hanno pensati i Verdi europei, con una missione nei due stati africani. L’eurodeputata olandese Tineke Strik, ha confermato che entrambi i paesi sarebbero effettivamente aperti all’idea degli hub. I criteri di accoglienza, tuttavia, sembrerebbero selettivi. Il Ruanda, in particolare, accetterebbe solo migranti africani e non oppositori politici, anche provenienti dai paesi vicini. Sulle garanzie per le persone Lgbt, ha riferito Strik, la delegazione non ha ricevuto risposte. Ma soprattutto, l’eurodeputata ha indicato il rischio che le persone trasferite nei futuri centri restino «bloccate senza garanzie o protezioni legali», alimentando nuovamente il traffico verso l’Europa.
ALTRO DOSSIER delicato è quello aperto con la crisi di Ceuta: la possibilità di modificare le regole sull’asilo in caso di un afflusso considerato una forma di strumentalizzazione della migrazione. O in alternativa di un «attacco ibrido» (come era accaduto in passato al confine tra Bielorussia e Polonia). Mentre la Commissione lavora a un nuovo quadro europeo per le emergenze, è in particolare il Ppe a fare pressione per consentire di sospendere almeno temporaneamente l’accesso alla procedura d’asilo. Tutto il dossier dovrebbe tornare sul tavolo dei leader a metà ottobre, fa sapere il commissario all’immigrazione Magnus Brunner al termine della riunione dei ministri degli interni a Lussemburgo.
MENTRE nel Consiglio Ue si discuteva, arrivava infine una piccola tegola dalla Corte di giustizia Ue. In una sentenza che nasce da un caso senza legami con Ceuta – quello di un cittadino cinese di origine uigura a cui i Paesi Bassi avevano sospeso l’esame della domanda d’asilo perché beneficiario di protezione temporanea – la Corte ha stabilito che una sospensione generalizzata e automatica dell’esame delle domande di protezione internazionale viola il diritto dell’Unione. Un esempio dei vincoli giuridici entro cui Bruxelles dovrà muoversi, se vorrà avventurarsi sul terreno del meccanismo di sospensione dei diritto di asilo.
