Il pieno Mattei L’esecutivo non rinnova lo sconto fiscale da 6,1 centesimi: Eni alza i costi ai distributori. Il ministro dell'ambiente Pichetto Fratin: «È il libero mercato, le aziende fanno i loro interessi e devono vendere»
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni – LaPresse
Eni ha alzato il prezzo del diesel da 2,19 a 2,25 euro al litro perché il governo Meloni non ha rinnovato lo sconto fiscale da 6,1 centesimi. Questo significa che il tetto volontario sui prezzi, concesso dai grandi gruppi petroliferi su insistenza dell’esecutivo, non è riuscito a compensare il taglio delle accise che il governo ha scelto di non rinnovare. Doveva essere la soluzione al caro-carburanti, si è rivelato uno spot. L’unica soglia capace di reggere l’urto dei rincari sarebbe un tetto vincolante imposto dall’alto a tutti gli operatori. Una strada che l’esecutivo non intende percorrere.
PER LE FAMIGLIE e le imprese si parla di un aumento di circa tre euro per ogni pieno da 50 litri. Alla fine dell’anno ci saranno oltre duecento milioni di euro in più nelle casse dello Stato. Sui guadagni straordinari delle compagnie il fisco sta riempiendo i forzieri in questi mesi. Le associazioni dei consumatori, da Adusbef al Codacons fino all’Unione Nazionale Consumatori, chiedono di usare di nuovo queste entrate straordinarie per attenuare l’impatto dei prezzi. Il governo lo aveva lasciato credere, ma ieri non è arrivato il decreto interministeriale necessario a far scattare il meccanismo dell’extra-gettito dell’Iva. Non è escluso che occorrano altri giorni per quantificarlo sul periodo precedente e che alla fine un altro decreto spunterà. Risultato: per il momento il diesel ha ripreso la sua corsa verso l’alto, mentre la benzina non ha mai smesso di aumentare e all’Eni resta a 1,99 euro al litro.
IL MANCATO INTERVENTO del governo è la prova delle difficoltà in cui si dimena. Giorgetti e Meloni hanno considerato il taglio delle accise un costo insostenibile. In fondo hanno ragione: fino a ieri si sono buttati dalla finestra oltre 2,5 miliardi di euro, finiti direttamente nelle tasche delle compagnie. La crisi speculativa sui prezzi dei carburanti, innescata da Trump con la guerra contro l’Iran, continuerà a lungo e dissanguerà sia le tasche degli italiani con l’inflazione (oggi al +4,2%), sia le casse dello Stato che dovranno pagare in ogni modo le conseguenze della crisi.
«QUESTO È IL LIBERO mercato, Eni fa il suo interesse e deve vendere», ha commentato il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin. È la conferma che il governo ha rinunciato a qualsiasi forma di regia pubblica. La soluzione è temporeggiare. E restare immobili. La difesa d’ufficio è stata affidata a Giovanni Donzelli (Fratelli d’Italia), secondo il quale riattivare oggi le accise mobili non avrebbe senso proprio in virtù del tetto messo da Eni, Tamoil, Q8 e Ip. Ma l’aumento di 6,1 centesimi sul diesel dimostra l’opposto. Il tetto, che dura per ora solo un mese, non basta. E, in fondo, Eni fa i suoi interessi, perché glielo ha chiesto il governo. È il «libero mercato»: i guadagni sono privati, le perdite sono di chi fa un pieno e paga le bollette.
E POI CI SONO le «pompe bianche», i «distributori indipendenti». La scelta dei grandi player è stata considerata un’«operazione promozionale» da Lorenzo Reggiani, delegato di Faib Confesercenti a Reggio Emilia. Un esercente può acquistare il carburante a un determinato prezzo e ricevere solo in seguito l’indicazione di applicare lo sconto. In questo modo il gestore rischierebbe di perdere tra 5 e 7 mila euro sul prodotto già acquistato. Il problema riguarda soprattutto gli operatori indipendenti che non dispongono di attività di raffinazione e hanno margini di manovra più ridotti. Nel frattempo, in Toscana e a Reggio Emilia, diversi gestori Eni hanno segnalato l’esaurimento delle scorte o di dover affrontare ritardi e carenze nelle consegne. «Oltre il danno la beffa», sostiene Faib Toscana.
DA MARZO, quando il governo ha iniziato la rincorsa ai prezzi, il meccanismo resta lo stesso. Una mano finge di non poter toccare i profitti delle compagnie, mentre l’altra promette di redistribuire un tesoretto prelevato dalle tasche degli stessi automobilisti. Il tutto è stato presentato come un modello di efficienza. Impagabili.
L’EFFETTO PLACEBO delle «accise mobili» è un diversivo mentre arriva la valanga. «Il re è nudo – ha detto il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia- Da mesi insistiamo che l’unico meccanismo che può garantire un minimo di stabilità al prezzo dei carburanti è quello delle accise mobili. Il governo ha sempre detto di no. Nessuno sconto può sostituire una scelta politica del governo. È il fallimento di Giorgetti e Meloni». «Servono – ha aggiunto Angelo Bonelli (Avs) – un vero tetto ai prezzi dei carburanti, trasparenza sulle offerte energetiche e un intervento serio sugli extra-profitti». Giuseppe Conte ha ironizzato: «Il tetto al prezzo del gasolio è durato quanto un gatto in tangenziale».
