Le regole del giogo La camera approva definitivamente la legge elettorale che Meloni si è scritta su misura. Punta al voto in primavera per i pieni poteri e vuole l’incoronazione con norme incostituzionali. Le sue sentinelle spiano i deputati nel voto segreto: mezzo parlamento è già in riga
Le regole del giogo La maggioranza tiene sul voto segreto: 227 Sì contro 164 No. FdI controlla a vista i deputati, i franchi tiratori sono una decina
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La protesta delle opposizioni durante il voto finale sul ddl legge elettorale alla Camera – Foto LaPresse
Chissà se farà «entrare l’Italia nella terza repubblica», come sostiene Giovanni Donzelli, intanto però è diventata legge. Alle 12.37 di ieri la Camera ha approvato definitivamente in terza lettura il Melonellum, la legge elettorale disegnata dalla maggioranza, che ora passerà al Quirinale per la firma e poi verrà pubblicata.
IL CENTRODESTRA ha tenuto alla prova del voto segreto e il provvedimento è stato approvato con 227 Sì contro 164 No. La scena, in ogni caso, è quella delle occasioni importanti: Montecitorio è gremita, le assenze si contano sulla dita di una mano e mezzo governo si ritrova schierato tra i banchi dell’Aula, tutti precettati per approvare la riforma. Assenti solo in quattro: Paolo Formentini e Antonio Angelucci della Lega (recordman di assenze in Parlamento), Manfred Schullian del gruppo delle autonomie e la 5S Susanna Cherchi. La maggior parte dei deputati di maggioranza si aggirava per il Transatlantico più rassegnata che tranquilla: un’aria placida, ma non per sicurezza. Il costo di un’imboscata come quella estiva, quando venne bocciato l’emendamento sulle preferenze, questa volta è troppo alto. Tra i Fratelli (e le «Sorelle» soprattutto, che in più di una si erano ribellate alla premier) la minaccia di Meloni è arrivata chiara: non solo voto anticipato e addio manovra, con le sue prebende (per quanto scarse) da distribuire, ma ai franchi tiratori, che con solerzia sarebbero stati scovati, nessun seggio garantito. Forzisti e leghisti, ingoiate le crocette sui candidati che non li riguarderanno, si sono abbandonati al destino.
DI DEFEZIONI alla fine se ne registrano quindi solo un pugno: tra le sei e le otto, tabulati alla mano. La maggioranza partiva da una soglia di 240 voti, a cui sottrarre gli assenti, Meloni e Giorgetti oltre a quelli già citati. Qualche ribelle, che sarebbe meglio chiamare kamikaze date le condizioni, c’è stato. Per essere sicuri i colonnelli di FdI hanno comunque sorvegliato con solerzia il voto segreto: una manciata di deputati fedelissimi della premier si sono appostati, come negli ultimi giorni, nelle file più alte dell’aula per osservare che le dita dei colleghi fossero ben posizionate a sinistra, sul Sì. Qualche forzista, per fugare i sospetti, si è adoperato per votare con dei fogli arrotolati nella buca della pulsantiera. Il presidente Fontana ha ripetuto tre volte di stare seduti prima di dare il via alle operazioni, dopo che negli ultimi giorni le vedette della fiamma si erano sporte per osservare i banchi. E anche nelle tribune, riservate a cronisti e visitatori, i commessi di Montecitorio hanno gestito il sold out tenendo a bada chiunque provasse a sporgersi per filmare.
«IL VOSTRO SLOGAN non è prima gli italiani, è prima le poltrone» ha attaccato la segretaria dem Elly Schelin in dichiarazione di voto, che ha invitato le deputate di destra a rivoltarsi vista la mancanza di quote di genere obbligatorie nella legge. «La verità è che avete paura di perdere perché voi siete divisi e noi uniti, ma vinceremo con qualsiasi legge elettorale». «Avete il pallino della capocrazia, dell’uomo solo al comando, c’è una sottile ma persistente nostalgia del ventennio che vi ispira tutt’ora» ha detto il presidente del M5S Giuseppe Conte. L’immagine dell’aula restituisce la freddezza di questi giorni nel campo largo: i due gruppi non si sono applauditi reciprocamente, mentre Conte ha osservato l’intervento di Schlein in piedi in fondo ai banchi.
AL DIBATTITO per la Lega è intervenuto Alberto Barabotti. Un intervento un po’ contorto che, a dimostrazione dello scarso interesse riservato dal Carroccio al Melonellum, nemmeno il capogruppo Riccardo Molinari ha seguito in aula, fermo nel corridoio dei fumatori con il suo toscano. Per Forza Italia è intervenuto Stefano Benigni, tra gli sherpa della legge, per ribadire che con questa legge «finiscono i giochi di palazzo e gli inciuci». Edoardo Ziello di Futuro Nazionale ha invitato il centrodestra all’alleanza: «Noi siamo pronti al dialogo, è arrivato il momento di un’interlocuzione seria, la priorità è tenere a casa la sinistra».
L’INTERVENTO finale di Donzelli ha tradito le intenzioni dei FdI. Dapprima quando parla dell’impianto supermaggioritario della legge, sostituendo il governo con la cultura del capo: «Il centrodestra vuole stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più degli italiani», e dai banchi delle opposizioni si sollevano proteste. Poi elenca le tre «rivoluzioni» della riforma elettorale, ma tra queste del premio di maggioranza non c’è traccia. Al primo posto c’è invece l’indicazione del candidato presidente del consiglio sul programma, una forma di premierato surrettizio, tra i passaggi più a rischio di censura in un eventuale giudizio costituzionale. Poi la reintroduzione delle preferenze, arrivate in realtà annacquate e contorte all’approvazione, e il voto fuorisede, che in ogni caso non avrebbe richiesto una riforma elettorale per essere introdotto, ma tant’è. Tutto ciò porterà il paese, bontà sua, nella «terza repubblica».
DUECENTOVENTIQUATTRO giorni dopo essere stata depositata in parlamento, il Melonellum è stato approvato. «Introduciamo regole pensate per favorire la stabilità e la coerenza parlamentare di qualunque governo» ha commentato Meloni sui social. «A chi sperava di vedere il centrodestra diviso, oggi rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati a portare avanti gli impegni presi con i cittadini.». Sulla data delle elezioni, che ieri Fazzolari ha indicato come ottimale a giugno, la premier continua a glissare: «Non partecipo a dibattiti surreali». La terza repubblica può attendere.
