Il caso L’uomo è indagato per istigazione a delinquere aggravata dal terrorismo
In un fermoimmagine di un video di ANSA-ALANEWS Youssef Siher intervistato dai giornalisti a margine della manifestazione dei Giovani Palestinesi a Milano contro il Comune il 12 luglio 2025 – Foto Ansa/Alanews
Ha l’aria del colpevole perfetto Youssuf Siher, 31 anni, origini marocchine, ex stagista all’Ispi, giornalista freelance per il Fatto (dove è stato anche stagista) e per il Foglio, per il quale ha scritto un articolo solo, nel 2022, sul Pakistan. A quanto si apprende, avrebbe fatto anche l’assistente in biblioteca all’Università statale di Milano e il rider per Glovo. Sarebbe lui, secondo gli inquirenti, il gestore della pagina di Instagram “Movimento 17 Ottobre”, la centrale dell’insurrezione che non c’è stata. È la sigla che per giorni e giorni ha occupato porzioni molto importanti di dibattito pubblico. Ieri da lì sarebbero dovute arrivare le indicazioni sulle piazze in cui convergere per la giornata di protesta «contro il carovita». Non è arrivato niente perché il gruppo è stato, come dire, decapitato dal fermo dell’uomo che gli stava dietro. La polizia l’ha preso in mattinata a Milano, in zona Corvetto, a casa della fidanzata, anche lei definita dalla questura «attivista pro pal», e l’ha portato negli uffici della postale da indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso di mezzo informatico. All’ora di cena, per lui, è stato disposto il fermo. Nel mentre è stato perquisita anche la sua abitazione di residenza, cioè la casa dei genitori a Mazzano, in provincia di Brescia.
A scorrere i suoi profili social e i suoi commenti, Siher è il ritratto perfetto dell’islamo-gauchisme, la presunta crasi ideologica tra estremismo politico e fanatismo religioso che per le destre di tutto il mondo è il nuovo nemico pubblico da combattere – anzi da abbattere – costi quel che costi. «Allahu Akbar», commentava il 7 ottobre del 2023 sotto al post con cui Antonio Tajani e Matteo Salvini esprimevano la loro solidarietà a Israele e condannavano l’attacco di Hamas. «Non smetteremo di combattere finché non recupereremo ogni centimetro della nostra terra e finché tutti non torneranno a casa e non ci saranno più persone dislocate che cercano un posto che chiamano casa», scriveva su Instagram dopo la manifestazione del 22 settembre 2025, quella finita con duri scontri alla stazione centrale, sempre a Milano. «Non ci arrendiamo, vinceremo o moriremo», scriveva ancora.
Nel 2023, sul canale di Youtube Medio Oriente e dintorni, Siher appare in un video in cui parla della sua storia. Si presenta come giornalista freelance e ricercatore. Racconta di come sia stato lui a organizzare il primo iftar pubblico (il pasto serale con cui si interrompe il digiuno del Ramadan) a Milano. Racconta anche del suo impegno nella comunità musulmana della Statale, con l’obiettivo di federare tutti i gruppi di questo tipo delle università italiane in modo da formare una sorta di movimento nazionale. L’esperimento però sarebbe fallito: «Il progetto è nato ma poi è morto», conclude Siher nel suo video.
Lo scorso settembre, su Facebook, Shier aveva parlato delle proteste della cosiddetta Generazione Z in Marocco. Per lui i problemi legati alla sanità e all’istruzione, cioè i motivi di quelle mobilitazioni, non erano «il vero problema» ma «sintomi di una malattia molto più profonda», ovvero «il sistema politico ed economico basato su una classe politica e i grandi capitali che agiscono come oligarchi». Idee come tante altre, non più pericolose di tante altre. Un percorso non particolarmente rilevante, peraltro, soprattutto nulla che si possa in alcun modo definire sospetto né quantomeno criminale. Del resto, nonostante dalla polizia dicano di avere «prove» contro di lui, non si capisce neanche bene cosa avrebbe istigato quest’uomo: la pagina di Instagram è nata infatti dopo i riot della settimana scorsa e nel frattempo non risulta essere avvenuto nulla di rilevante sul piano dell’ordine pubblico. Ma tant’è.
L’indagine che ha portato alla sua identificazione è stata svolta dalla polizia postale d’intesa con l’antiterrorismo. Fondamentale sarebbe stata la collaborazione giudiziaria con Meta, che avrebbe fornito l’indirizzo Ip collegato al profilo Instagram del Movimento 17 ottobre. Da lì la localizzazione del 31enne è stata facile, anche perché su di lui aveva aperto un dossier anche l’Aisi, i servizi segreti interni, ma non, si specifica, per i fatti relativi all’ultima settimana.
Adesso l’ultimo rovescio. Ma credere che lo sbocco di rabbia della settimana scorsa e il sommovimento che corre di chat in chat e si riversa di strada in strada abbia un unico responsabile è un tic investigativo e nulla più. Le agitazioni dell’ultima settimana non hanno mandanti. Al di là di chi ha provato (e proverà) a metterci il cappello sopra, magari non sempre con intenzioni limpide.
