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Elezioni in Serbia Il movimento apartitico e acefalo ottiene la maggioranza assoluta e archivia Vučić. A scrivere la storia è stata l’affluenza, che ha sfiorato il 70%: non si vedeva da trent'anni

e4583db9-7361-464d-af68-41810e394921 Festeggiamenti davanti all'Assemblea Nazionale, nel centro di Belgrado, in seguito alla sconfitta elettorale ammessa da Aleksandar Vučić, ex presidente della Serbia – Foto di Andrej Ivanov/ Getty Images

Forse è stata l’ultima corsa per quel tram, ma è stata una corsa memorabile. Le sue vecchie carrozze, acquistate negli anni settanta dalla Cecoslovacchia, hanno resistito per ore ai salti e ai balli della marea di studenti che si sono impossessati di piazza Slavija e dei mezzi lì parcheggiati. Il veicolo di trasporto pubblico più antico – e il più lento – di Belgrado, rifugio nelle giornate invernali di tanti passanti infreddoliti, è finito dentro una pagina di storia che pochi avevano previsto.

Due giorni dopo le elezioni – in cui la Lista degli studenti ha ottenuto un eclatante 52%, scalzando il protagonista degli ultimi dodici anni di politica, Aleksandar Vučić, e il suo Partito progressista serbo (Sns), fermo al 39% – il traffico è tornato a scorrere rumoroso nella piazza, il tram è sparito, l’euforia nella capitale permane. Ieri sera i festeggiamenti sono ripresi con lo stesso fragore. A scrivere la storia del Paese è stata l’affluenza, che ha sfiorato il 70%: un dato che non si vedeva da trent’anni, prezioso promemoria per il resto d’Europa sull’importanza di andare a votare.

Il movimento apartitico e acefalo degli studenti potrà governare da solo: ha la maggioranza assoluta in parlamento (140 seggi sui 250, a fronte dei 103 ottenuti dall’Sns). Ora si apre un nuovo capitolo: l’Assemblea dovrà costituirsi entro 30 giorni dall’annuncio dei risultati definitivi. Fino a ieri non trapelavano i nomi di chi potrebbe guidare il governo: un conto è vincere le elezioni, un altro condurre il Paese verso un ambizioso programma di riforme istituzionali. Il movimento dovrà dimostrare di poter sopravvivere alla sconfitta del suo nemico, e fare sintesi tra le anime politiche eterogenee che lo animano.

«Gli studenti e i candidati costituiscono un’unica struttura, che rimarrà operativa. Alcune modalità di lavoro subiranno inevitabilmente dei cambiamenti, in linea con le esigenze dell’attività parlamentare, ma la collaborazione diretta prosegue» assicura la neoeletta Marija Maruna, professoressa della facoltà di architettura dell’università di Belgrado.

Fuori dal parlamento, nel centro della capitale, le tende non ci sono più. Ciaziland – l’accampamento degli scagnozzi a sostegno di Vučić, tutti nella stessa divisa nera con cappuccio – si è dissolto come neve al sole: tra lo strombazzare di clacson, trombette e fischietti, è stato smantellato dagli studenti euforici. «Pobeda», vittoria, urla una ragazza mentre sventola per aria un guanto da lavoro, come fosse un fazzoletto. Accanto a lei altri studenti raccolgono i resti delle tende e la spazzatura lasciata intorno.

Vučić, l’ultimo ministro di Slobodan Milošević, è caduto spinto dall’urto della partecipazione popolare guidata dagli studenti: proprio come successe all’ultimo capo della Jugoslavia, che negli anni duemila fu costretto a rinunciare al potere da una ondata di manifestazioni giovanili. Anche il Partito socialista di Serbia fondato da Milošević è stato spedito in soffitta, assieme al suo attuale presidente Ivica Dacić: fermo al 2%, non entrerà in parlamento. Nessun partito, oltre all’Sns e alla Lista studentesca, ha superato la soglia di sbarramento del 3% (solo i piccoli partiti delle minoranze ungherese, albanese e bosgnacca siederanno in assemblea, perché per loro lo sbarramento non c’è).

Congratulazioni sono arrivate dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dalla commissaria all’allargamento Ue Marta Kos, la stessa che appena un mese fa aveva annullato la propria visita in polemica con i funerali organizzati per Ratko Mladić. «La porta dell’Ue è aperta e siamo pronti ad andare avanti insieme». Ma se è vero che le lotte degli studenti per la separazione dei poteri, una stampa libera e una magistratura indipendente incrociano le richieste dell’Ue per fare avanzare il processo di adesione, è anche vero che da molti giovani Bruxelles è guardata con diffidenza. Alcuni dei manifestanti scesi nelle strade sono gli stessi che si sono battuti per impedire il «piano colonialista» dell’apertura della più grande miniera di litio d’Europa, a Jadar, su cui Bruxelles sperava di fare affidamento.

Anche Mosca ha commentato il terremoto elettorale: «Esprimiamo la speranza che le azioni della nuova forza politica siano orientate all’ulteriore sviluppo delle nostre relazioni», ha chiosato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, seguito a stretto giro dal presidente ucraino Volodymir Zelenskyj, che ha augurato a Belgrado «successo, un reale sviluppo e relazioni cordiali con la comunità europea». È improbabile che, nel breve periodo, ci siano smottamenti nella politica estera, proprio perché non è stata questa a tenere banco nelle proteste, rivolte tutte alla lotta alla corruzione. Nel programma si dice solo: no alle sanzioni alla Russia (in continuità con il precedente governo); rispetto per l’integrità territoriale dell’Ucraina; opposizione allo sterminio dei palestinesi.

Con la fine del regno di Vučić – che ha lamentato un intervento decisivo da parte del deep state americano, «lo stesso che è ostile a Trump» –, anche il presidente degli Usa perde un fidato interlocutore, che aveva sostenuto il progetto di trasformare l’ex quartiere generale jugoslavo a Belgrado, bombardato dalla Nato nel 1999, in una Trump tower.
A urne aperte, domenica Vučić aveva improvvisato un breve comizio fuori dal seggio in cui aveva votato, affermando, con un formidabile lapsus: «È tempo per i serbi di scegliere tra passato e futuro». Detto, fatto. Di quel futuro – hanno stabilito per ora i suoi concittadini – egli non farà parte.