Programma minimo Al referendum sull’indipendenza della magistratura, la vittoria del No ha impedito il primo passo di una svolta autoritaria. L’obiettivo finale della destra era la trasformazione della democrazia costituzionale in un’autocrazia elettiva
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Aula della Camera durante la discussione generale sul testo di legge dell'autonomia differenziata – Foto di Fabio Frustaci/Ansa
Al referendum sull’indipendenza della magistratura dello scorso marzo, la vittoria del No ha impedito il primo passo di una svolta autoritaria che sarebbe altrimenti proseguita con il premierato e l’autonomia regionale differenziata. L’obiettivo finale della destra era la trasformazione della democrazia costituzionale in un’autocrazia elettiva.
Un regime in cui il potere esecutivo sarebbe stato concentrato nelle mani del capo del governo eletto direttamente dai cittadini, il potere legislativo rimesso a un parlamento composto a immagine del capo eletto e il potere giudiziario affidato a una magistratura assoggettata al potere politico (e cioè, ancora una volta, al capo). Il tutto, in un contesto in cui la maggioranza avrebbe avuto mano libera nell’assumere il controllo degli organi di garanzia (presidente della Repubblica e Corte costituzionale) e l’esasperazione del regionalismo a beneficio dei territori più ricchi avrebbe comportato il definitivo superamento del principio dell’uguaglianza dei cittadini.
Sarebbe stata la morte della Costituzione vigente e la nascita di una nuova Costituzione.
Non c’è da farsi illusioni. La vocazione autoritaria è elemento costitutivo dell’identità della destra, come la nuova legge elettorale che si avvia a essere approvata definitivamente – una sorta di premierato in minore – mostra chiaramente. E non c’è dubbio che, se l’attuale maggioranza, con la probabile aggiunta di Futuro nazionale, riceverà un secondo mandato governativo, tornerà all’attacco della Costituzione. Per questo, nel momento in cui finalmente avvieranno il confronto sul programma, la principale preoccupazione delle forze politiche e sociali di opposizione dovrà essere quella di mettere in sicurezza la Costituzione, per far sì che un rischio analogo a quello corso in marzo non possa tornare a proporsi. Ed è chiaro che occorrerà considerare con particolare attenzione la posizione di tutti coloro che, pur non appartenendo alla destra, non hanno percepito tale rischio, avendo votato Sì o non avendo preso posizione al referendum sulla magistratura. Considerarli automaticamente alleati dotati di adeguata sensibilità democratica pare un azzardo.
Nel concreto, mettere in sicurezza la Costituzione significa agire lungo tre direttive principali.
La prima consiste nell’innalzare alla misura minima dei tre quinti dei componenti i due rami del parlamento le maggioranze necessarie per modificare la Costituzione e per eleggere il presidente della Repubblica, i giudici della Corte costituzionale e i membri laici del Csm (in tal caso, questa maggioranza va costituzionalizzata). In alternativa, si può prevedere una clausola «mobile», che mantiene le maggioranze attuali nel caso in cui la legge elettorale sia puramente proporzionale (senza soglie di sbarramento, anche implicite, o premi) e le innalzi nel caso in cui la legge elettorale sia manipolata (con premi, formula mista, sistema maggioritario).
Il secondo intervento dovrebbe riguardare la libertà d’informazione (articolo 21 della Costituzione), nel suo duplice aspetto di libertà di informare e di essere informati: una questione che il centrosinistra avrebbe dovuto risolvere fin dal 1996. In particolare, occorre porre un limite alle concentrazioni proprietarie di tutti i mezzi di informazione, prendendo di petto la doppia anomalia che, da un lato, vede la destra godere strutturalmente del sostegno dei più importanti gruppi editoriali privati del Paese e, dall’altro lato, consente a chi governa un controllo capillare e invasivo dell’informazione pubblica. Sicché, quando accade che la destra governi, le principali voci dell’intero sistema dell’informazione risultano prone al suo servizio, con effetti nefasti sull’effettivo esercizio della libertà politica da parte dei cittadini.
Infine, la terza misura: abrogare la disposizione costituzionale che prevede la possibilità dell’autonomia regionale differenziata (articolo 116, terzo comma della Costituzione). Certo, sarebbe opportuno rivedere l’intera normativa sulle regioni (incluse quelle speciali), per sopire gli eccessi introdotti nel 2001. Ma qui il tema sono le misure minime necessarie a prevenire distorsioni distruttive della Costituzione e, in quest’ottica, l’urgenza non rinviabile è impedire che i territori più forti acquisiscano o mantengano posizioni di vantaggio che sarebbe poi complicatissimo rimuovere.
