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A Granada Zelensky chiede nuove forniture di armi ma l’Europa frena. E dopo il ribaltone al Congresso Usa sugli aiuti, il grande freddo contagia anche l’Italia. Meloni: il nostro impegno non è illimitato. In Ucraina l’ennesimo attacco russo fa strage di civili

IL LIMITE IGNOTO. Controffensiva lenta, recessione e arsenali vuoti: l’appoggio italiano non è più scontato

 

Chissà se aveva ragione Agatha Christie quando diceva che «tre indizi fanno una prova». In questo caso comunque sono ben più di tre gli indizi e i segnali di un raffreddamento delle posizioni sia italiane che europee nei confronti dei sostegni all’Ucraina.

IERI GIORGIA Meloni ha incontrato faccia a faccia Zelensky e il presidente ucraino ha poi raccontato che la discussione verteva sull’ottavo pacchetto di aiuti italiani. Alla fine non solo non ci sono state le foto ricordo e le comparsate fianco a fianco di un tempo. La premier ha anche evitato dichiarazioni fragorose o troppo impegnative. Del resto è da parecchio che Giorgia Meloni, in Italia ma ormai anche all’estero, di Ucraina parla il meno possibile e senza mai alzare troppo la voce. E da Chigi qualche sussurro sul brusco calo degli entusiasmi della premier per l’Ucraina nelle scorse settimane è filtrata.

IL PACCHETTO d’aiuti in questione, poi, non fila affatto liscio come i precedenti. La tensione tra il ministro degli Esteri Tajani e quello della Difesa Crosetto è palpabile. Tajani ha rubato la scena al collega annunciando lui il pacchetto, come sarebbe stato invece compito di Crosetto. Il titolare della Difesa ha commentato con un gelido «Prendo atto» salvo poi specificare che l’Italia ha già dato «moltissimo» e che «non esiste molto ulteriore spazio». Poi, non pago: «La richiesta di aiuti da parte ucraina è continua ma bisogna verificare ciò che noi siamo in grado di dare». La stessa Meloni, dopo aver ribadito che l’appoggio all’Ucraina proseguirà, aggiunge un significativo «compatibilmente con le richieste che arrivano e con la necessità di non sguarnire la nostra sicurezza». Sottolineando che «se ne sta occupando il ministro della Difesa». Sembra un’ovvietà, ma non lo è. Perché proprio Crosetto è il più scettico sulla possibilità di proseguire sulla linea degli aiuti a valanga e lo ha detto apertamente anche agli alleati.

IL GRANDE FREDDO non è solo italiano, tanto che

la Polonia, cioè il Paese che più di ogni altro si è speso per l’Ucraina, ha interrotto gli aiuti militari. La preoccupazione per un’opinione pubblica europea e italiana sempre meno disposte a rendersi la vita difficile per supportare Kiev c’entra di sicuro parecchio, specialmente in questa lunghissima fase pre-elettorale. Ma il patema d’animo per il consenso è solo uno degli elementi in campo, forse non quello principale. La spina nel fianco è l’economia. Quando Meloni parla di non «sguarnire la sicurezza» non spende parole a caso. Gli arsenali italiani si stanno svuotando e in questa fase non è neppure immaginabile lasciarli vuoti. Le spese militari erano già aumentate prima della guerra, con il conflitto si sono impennate, con l’obbligo di rimpiazzare i mezzi inviati all’Ucraina cresceranno ancora.

QUANDO SI PARLA della temperie economica, nessuno lo dice mai apertamente, ma tutti, e il governo in particolare, sono consapevoli di quanto proprio la guerra sia all’origine delle attuali difficoltà che flagellano sia l’Ue che il Belpaese. Il ministro dell’Economia Giorgetti non la manda a dire: «Il prezzo maggiore, economicamente, lo stiamo pagando noi». Ed è lui stesso a spiegarne le ragioni: «La guerra ha generato un’esplosione di costi energetici, che si è riflessa in un’inflazione trasferita poi su tutti i settori. Ciò ha generato una politica monetaria restrittiva per combattere l’inflazione, l’aumento di tassi interesse che sta generando un processo recessivo».

L’ASPETTO più allarmante, forse, riguarda la durata della crisi provocata dalla guerra. La speranza, o l’illusione, che la controffensiva ucraina potesse essere decisiva si è dimostrata illusoria. La guerra invece potrebbe rivelarsi lunga: non si tratta dunque di stringere i denti per un ultimo sforzo ma di prepararsi a una resistenza difficile e di lunga durata. Quanto le economie europee possano reggere un altro anno o peggio di guerra è a dir poco incerto. In questa situazione potrebbe non volerci molto prima che quelle componenti della maggioranza che sulla guerra sono sempre state gelide e che finora Meloni aveva tenuto a bada, a partire da Salvini ma anche da una parte consistente di FdI, escano allo scoperto