Se lo stato dell’ambiente è estremamente preoccupante, e non da ora, sulla questione ambientale si gioca una grande rimozione dal dibattito pubblico in Italia. Il recente rapporto su come la crisi climatica è stata raccontata dai principali media

(L’informazione sulla crisi climatica in Italia), commissionato da Greenpeace all’Osservatorio di Pavia, evidenzia come del tema se ne parla poco e, soprattutto, male. In particolare, solo in pochissimi casi i media più importanti collegano la crisi climatica esplicitamente alle cause e alle responsabilità umane, cioè alle emissioni di gas prodotte dalle fonti fossili, e dunque all’utilizzo di gas, petrolio e carbone.

Mentre il peso delle inserzioni pubblicitarie delle aziende impegnate nel settore fossile è molto pervasivo. Così ne emerge un quadro di un “delitto senza assassini”, coperto da pubblicità di aziende fossili che con una riverniciatura di verde puntando su attività marginali ritenute sostenibili.

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DOPO ANNI di negazionismo climatico esplicito oggi siamo ormai da tempo di fronte a una strategia di “nascondimento” – delle cause e delle responsabilità, così come delle soluzioni – e al tentativo di sviare il dibattito, come il tentativo di riaprire una prospettiva sul nucleare, tecnologia già bocciata dagli italiani ben due volte.

Questo tentativo è evidente nelle strategie di aziende come Eni il cui piano di investimenti è ancora fortemente legato al settore petrolifero e del gas, il cui amministratore delegato può impunemente affermare che la fusione nucleare su cui investono sarà disponibile tra otto anni. Mentre sulle rinnovabili, pressoché bloccate da un decennio su spinta anche dell’Eni di Scaroni, oggi proposto come presidente dell’Enel, si legge una mossa che sembra di restaurazione fossile.

E, allo stesso tempo, la presidente del Consiglio parla della siccità – che nuovamente colpisce diverse regioni italiane – come di un «fenomeno ciclico» senza alcun collegamento con il riscaldamento globale che colpisce il Mediterraneo in modo ancora più pesante, un vero esercizio di negazionismo climatico.

SE ALLARGHIAMO lo sguardo a livello internazionale, e volessimo cogliere un elemento positivo, l’evoluzione globale del settore delle fonti rinnovabili sembra vicino a saturare la quota di aumento annuale della domanda energetica e, dunque, sembra avvicinarsi la fase in cui l’ulteriore crescita delle fonti rinnovabili potrà andare a scapito della quota fonti fossili. Una buona notizia sul piano globale che però mette in evidenza i ritardi italiani che permangono nonostante qualche progresso recente.

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CON LA SITUAZIONE geopolitica di conflitto est-ovest, che è stata accelerata dalla guerra in Ucraina, il quadro della governance globale che portò all’Accordo di Parigi nel 2015 è oggi evaporato. Così la possibilità di un governo condiviso della questione ambientale sembra oggi impossibile, mentre c’è la necessità di rilanciare il multilateralismo e la cooperazione internazionale che sembrano diventate un’eccezione.

Semmai, quello che sta accadendo è una corsa alle nuove tecnologie rinnovabili, batterie e auto elettriche sulle quali la Cina è in vantaggio, perché ha puntato su questi sviluppi in modo più deciso e su grande scala rispetto ad altri Paesi. La risposta statunitense con la legge per combattere l’inflazione, puntando pesantemente sulle nuove tecnologie, inizia a produrre degli effetti e ad attrarre investimenti anche europei, mentre l’Ue sta cercando di reagire rafforzando l’impegno sulle tecnologie rinnovabili. Un “confronto competitivo” sulla transizione energetica che avviene però in un contesto di potenziale conflitto globale.

SE LA QUESTIONE AMBIENTALE rimanda alla necessità di una rivoluzione energetica e tecnologica, per evitare la rotta di collisione col pianeta Terra il rilancio delle politiche di protezione dell’ambiente è indispensabile, a partire dalla protezione del 30 per cento degli oceani e delle aree terrestri, come previsto dal recente Trattato delle Nazioni Unite per la protezione degli oceani, passo importante che va messo in pratica.

In sostanza, bisogna far pace con l’ambiente e, allo stesso tempo, promuovere la cooperazione internazionale, e dunque una convivenza pacifica: questa la sfida per evitare il caos climatico, il collasso degli ecosistemi e l’estendersi dei conflitti e delle guerre. Far prevalere gli interessi a favore della pace e della cooperazione è possibile, ma ci vuole una visione e la volontà politica sul piano internazionale, che ancora manca.

*Direttore di Greenpeace Italia