Travolti da un insolito destino Indietro tutta: dalla sorveglianza di massa al caso Delmastro, dalla legge elettorale alle intercettazioni. La destra, confusa e divisa, finisce vittima delle sue macchinazioni. Ciliegina sulla torta: il mea culpa di Nordio sul torturatore libico Almasri
Travolti da un insolito destino Rischio scontro con la Commisssione Ue: il governo dovrà rivedere le norme sulla sorveglianza che aprivano al «Grande fratello digitale»
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Poliziotti camminano in Piazza Montecitorio – Foto Imagoeconomica
Contrordine. O meglio, ritirata. Il decreto legislativo che attua, solo nelle sue parti più poliziesche, l’Ai Act dell’Ue è destinato a cambiare da qui al 4 agosto, quando il consiglio dei ministri dovrebbe licenziarlo. I due articoli incriminati, l’8 e il 10, che allargavano le maglie del controllo facciale senza prevedere autorizzazioni della magistratura, sono finiti nel fuoco incrociato di una maggioranza in fibrillazione e della Commissione Ue.
OLTRE ALLE PROTESTE delle opposizioni si sono sommati i malumori di Forza Italia, del tutto decisa a intestarsi una virata «garantista» del provvedimento. L’ordine di scuderia lo ha dettato il capogruppo azzurro Enrico Costa: «Il riconoscimento facciale è uno strumento importante ma servono garanzie». A mancare nel testo approntato dal governo erano soprattutto l’autorizzazione di un giudice (attribuita invece al pm avvertito solo «oralmente» dalle forze dell’ordine nei casi di urgenza) per l’utilizzo dei dati biometrici raccolti con l’Ai, e la raccolta preventiva di dati per sette giorni in un certo luogo «per prevenire reati». Norme che secondo l’opposizione avrebbero portato a una sorta di Grande fratello, ma anche a un frontale diretto con l’Ue.
UN PORTAVOCE della Commissione è intervenuto in mattinata: «Non vogliamo che con l’Ia ci sia un controllo pubblico su dove noi e voi ci spostiamo quotidianamente negli spazi pubblici accessibili, quindi questo è un chiaro divieto». Il governo ha fatto sapere di aver capito la lezione: «L’Italia continuerà a rispettare la normativa europea, a partire dall’AI Act, come fatto finora, in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà, la cui verifica spetta all’autorità giudiziaria», hanno vergato da Palazzo Chigi.
COSÌ A DESTRA è iniziato il lavorio per trovare una mediazione, affidata al viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto che ha preso il filo delle comunicazioni con Chigi. In mattinata FdI e Lega avevano imposto il rinvio del voto in commissione Affari europei del parere preparato dall’azzurra Cristina Rossello, che molto sommessamente aveva espresso alcuni rilievi. Su tutti «l’opportunità di attribuire il potere autorizzativo a un giudice anziché al pm», rispetto all’uso dei dati biometrici raccolti con l’Ai. E anche sul riconoscimento «a strascico» si chiedeva maggiore accortezza.
RILIEVI INFINE accolti nei pareri delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali, con una mediazione soft. I deputati hanno suggerito al governo di «valutare» di affidare l’autorizzazione al giudice competente e di «sopprimere» la comunicazione orale nei casi di urgenza in favore di una «procedura idonea». Sulla raccolta di dati preventiva servirà specificare «l’autonomia tra il momento di mera acquisizione delle immagini, rispetto a quello successivo di attivazione delle tecnologie di riconoscimento facciale per l’analisi». E in ogni caso i dati dell’Ai non saranno sufficienti per validare un arresto: «Nessun provvedimento incidente sui diritti fondamentali della persona possa essere adottato esclusivamente sulla base del risultato di un sistema di identificazione biometrica», hanno scritto. «Grazie a Fi è stato migliorato in chiave garantista», ha subito detto Costa. Ora occorrerà vedere come a Palazzo Chigi verranno recepite le indicazioni per modificare il decreto.
LA MEDIAZIONE, in ogni caso, è ritenuta insufficiente dalle opposizioni. Sia per la formula timida utilizzata: «Si valuti di essere garantisti», ha scherzato il deputato di +Europa Riccardo Magi. «Sono state recepite solo alcune blande osservazioni, lasciando irrisolti i nodi fondamentali», ha detto la responsabile giustizia dem Debora Serracchiani.
DEL RESTO i contrasti con quello che prevede il regolamento europeo sono evidenti. L’Ai Act richiede, ad esempio, che
Leggi tutto: Retromarcia sul decreto Ai - di Michele Gambirasi, Mario Di Vito
Commenta (0 Commenti)Rituale di guerra Il premier israeliano ieri alla Casa bianca per convincere l’alleato a rinunciare alla diplomazia. Ma la sua credibilità è a picco
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July 28, 2026, Washington, District Of Columbia, United States: Israeli Prime Minister BENJAMIN NETANYAHU arrives at the White House for a meeting with U.S. President DONALD TRUMP in Washington, D.C. (Credit Image: © Matt Kaminsky/ZUMA Press Wire)
Benyamin Netanyahu è apparso molto soddisfatto, anzi, pericolosamente soddisfatto, al termine del primo faccia a faccia con Donald Trump dall’inizio dell’attacco israelo-americano all’Iran, svoltosi ieri alla Casa bianca. «È stato un incontro di piena collaborazione», ha detto in un video, «con sostegno reciproco, con comprensione dell’obiettivo comune che l’Iran non possieda armi nucleari, e anche su altri obiettivi». È stata, ha aggiunto, «una delle migliori conversazioni che abbia mai avuto con il nostro amico, il presidente degli Stati uniti Trump». L’incontro, ha concluso, è stato «un’opportunità per scambiare idee e anche per coordinarci su questioni importanti per la sicurezza e per il futuro di Israele».
TANTA SODDISFAZIONE andrà verificata nei prossimi giorni. Le premesse, in effetti, non erano state positive per il premier israeliano. Alla vigilia dell’incontro – che ha preceduto i riti funebri per il senatore Lindsey Graham, accanito sostenitore di Israele al Congresso – Trump ha fatto circolare dichiarazioni pungenti, volte a presentarsi libero e indipendente dall’influenza dell’alleato israeliano che lo ha trascinato in una guerra dal cui esito resta incerto. Il mese scorso, dopo il cessate il fuoco, poi fallito, tra Stati uniti e Iran e la possibilità che i due Paesi giungessero a un accordo, erano emerse differenze nette tra i due alleati e Trump le aveva rese esplicite alla sua maniera. Ciò conta fino a un certo punto di fronte agli stretti rapporti strategici tra Stati uniti e Israele e al comportamento caotico di Trump in politica estera. L’incontro di ieri si è svolto a porte chiuse, senza dichiarazioni congiunte né domande dei giornalisti. A inizio anno i due fecero lo stesso e pochi giorni dopo lanciarono insieme l’attacco all’Iran.
LA CAUTELA, perciò, è d’obbligo mentre Washington decide se proseguire il tentativo di raggiungere un accordo con Teheran oppure lanciare una nuova fase dello scontro militare. Su questo bivio il premier israeliano ha esercitato la propria capacità di persuasione, già sperimentata prima del 28 febbraio, nel tentativo di impedire che venga raggiunta un’intesa con la Repubblica islamica. Tzipi Hotovely, a capo della Direzione per la diplomazia pubblica, ieri lo ha negato, ma secondo più fonti Netanyahu ha portato alla Casa bianca un dossier dell’intelligence israeliana sui presunti sforzi dell’Iran per ricostruire le proprie capacità militari dopo gli attacchi subiti nei mesi scorsi. Il punto centrale della documentazione riguarda il sito sotterraneo fortificato di Kuh-e Kolang Gaz La (Monte Piccone), noto in Occidente come Pickaxe Mountain, nei pressi di Natanz, dove, secondo Israele, sarebbero state trasferite centrifughe, attrezzature nucleari e parte delle riserve di uranio arricchito, mettendole al riparo da eventuali nuovi bombardamenti. Per Netanyahu questa sarebbe la prova che Teheran resta in grado di avviare un programma nucleare a scopo militare. Trump, prima dell’incontro, aveva fatto sapere di non aver bisogno dell’intelligence israeliana e che gli Stati uniti sanno già tutto. Secondo Washington, esiste una probabilità pressoché equivalente che la Repubblica islamica scelga di raggiungere un accordo con gli Stati uniti oppure di resistere a una nuova escalation militare americana.
LA CREDIBILITÀ di Netanyahu a Washington, prima dell’incontro, era data in forte ribasso. Non tanto nei confronti di Trump, quanto di altri esponenti dell’Amministrazione statunitense. Non sono un mistero le critiche del vicepresidente JD Vance al premier israeliano che, ha spiegato, avrebbe trascinato gli Stati uniti in un conflitto di lungo periodo e di difficile soluzione. Né è un mistero che diversi funzionari statunitensi considerino il premier un interlocutore poco affidabile. A Washington, scrive qualcuno, vi sarebbero dubbi sulla lettura che Israele offre delle informazioni raccolte dai propri servizi segreti. Si ritiene che Tel Aviv tenda sistematicamente a interpretare ogni elemento come la conferma dell’inevitabilità di un nuovo conflitto. E secondo indiscrezioni, Trump non aveva accolto immediatamente la richiesta di Netanyahu di essere ricevuto alla Casa bianca. Il via libera sarebbe arrivato solo dopo che Israele ha approvato l’ingresso della Forza internazionale di stabilizzazione nella Striscia di Gaza, uno degli elementi chiave del piano americano in venti punti.
IL QUOTIDIANO israeliano Maariv spiegava ieri che
Leggi tutto: Netanyahu ci riprova con Trump: sull’Iran bombe, non dialogo - di Michele Giorgio
Commenta (0 Commenti)Predoni di stato I coloni israeliani incendiano e attaccano, l’esercito spara e arresta: la Cisgiordania nella morsa di una strategia che viene da lontano. L’intelligence avverte: si rischia l’Intifada palestinese. Ma Netanyahu tira dritto e vola a Washington per ottenere la benedizione di Trump
Predoni di stato I vertici dell’intelligence e dell’esercito avvertono: le violenze mettono a rischio Israele. Eppure peggiorano di giorno in giorno
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Slogan dei coloni sulla moschea di Qusra, data alle fiamme domenica – foto Leo Correa/Ap
Alla vigilia della sua partenza per Washington, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha cercato di spianarsi la strada verso la Casa bianca approvando l’ingresso a Gaza – limitato e graduale – dell’Amministrazione tecnocratica palestinese (Ncag) e della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf). Nel giorno in cui le squadre di soccorso hanno recuperato i resti di 99 palestinesi tra le macerie del palazzo delle famiglie Abu Sharia e Al-Hassayneh a Gaza City, il premier ha dichiarato di voler «espandere il cerchio della pace» intorno a Israele. La sua «pace», ha spiegato, significa garantire «sicurezza e potenza» dello stato ebraico. È per questo, a suo dire, che incontrerà oggi il presidente Usa, per l’ottava volta dal suo secondo mandato: un primato mondiale di cui Netanyahu ha di che vantarsi. E come commiato prima delle elezioni, il leader israeliano porta negli Stati uniti l’ok del gabinetto di sicurezza all’ingresso degli organismi voluti e controllati dal Board of Peace di Trump.
CHI ENTRA LO DECIDERÀ solo Israele, si affretta a chiarire la stampa governativa, e l’esercito internazionale, che dovrebbe sostituire i caschi blu dell’Onu, sarà composto esclusivamente da stati amici e alleati di Tel Aviv. Marocco, soprattutto, e Uganda ma solo in una piccola «area pilota» di Rafah e con numeri limitati rispetto ai piani americani. Ma il dono che Netanyahu porta a Washington si è già rivelato un involucro vuoto. Il Ncag ha chiarito che non entrerà a Gaza finché l’esercito israeliano non si ritirerà. Eventualità che Tel Aviv continua a escludere. Secondo il Canale 13 israeliano, il premier avrebbe infatti comunicato al gabinetto che non intende accettare la richiesta di Washington di un ritiro dell’esercito da Siria, Libano e Gaza.
A GUASTARE il viaggio c’è anche una lettera, recapitata a Trump da centinaia di ex funzionari della sicurezza israeliana, con cui gli si domanda di convincere Tel Aviv a fermare la violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata. Non che la richiesta abbia nulla a che fare con le rivendicazioni palestinesi. Al contrario – spiegano i quadri dell’esercito, dello Shin Bet e del Mossad – in ballo c’è la sicurezza d’Israele: i pogrom dei coloni, insieme all’indebolimento dell’Autorità palestinese, rischiano di mettere a ferro e fuoco la Cisgiordania, con potenziale danno agli affari di Tel Aviv e Washington. La finta quiete di questi anni ha consentito a Israele di portare avanti i suoi piani di espropriazione, occupazione e pulizia etnica nel silenzio complice dei governi, al riparo dalla stampa internazionale. Una presenza che oggi rende ridicolmente difficili certe ricostruzioni, eppure sostenute con disarmante disinvoltura contro ogni evidenza.
I FUNZIONARI precisano anche che la situazione in Cisgiordania renderà impossibile l’attuazione del piano in 20 punti per Gaza e pregiudicherà gli Accordi di Abramo. Di fronte a queste previsioni, l’approvazione simbolica del gabinetto di sicurezza diventa davvero poca roba. Soprattutto se, come sostengono alcuni analisti, il vero obiettivo del viaggio è offrire a
Leggi tutto: I coloni incendiano, i soldati rapiscono. Cisgiordania in fiamme - di Eliana Riva
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Un Lunedì Rosso dedicato ai fantasmi. Quelli evocati per giustificare nuove strette securitarie. Quelli lasciati dalle guerre, dallo sfruttamento delle risorse, dalle vite salvate in mare e da chi chiede giustizia. E quelli che Dylan Dog continua a inseguire, da sempre specchio delle inquietudini del nostro tempo. Nella foto: Una casa devastata dagli incendi boschivi nei pressi di Lacanau, nella regione di Lège-Cap-Ferret, nel sud-ovest della Francia. 25 luglio 2026. (AP Photo/Emma Da Silva) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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– Leggi anche: L’israeliano che i palestinesi chiamano quando hanno i coloni in casa
I residenti palestinesi della città di Sarra e i soldati dell'esercito israeliano intervenuti in difesa dei coloni dopo le violenze di venerdì. (Issam Rimawi/Anadolu via Getty Images)
Nelle prime ore della mattina di sabato l’esercito israeliano ha iniziato un’operazione in almeno dieci tra città e centri abitati palestinesi in Cisgiordania, conducendo perquisizioni e interrogatori, e arrestando decine di persone. Sabato sera Walid Zidan, sindaco di Tal, un paese vicino a Nablus, ha detto a Reuters che l’esercito israeliano ha trattenuto e interrogato 70 abitanti del paese. L’esercito ha detto di averne fermati 80 ma di averne arrestati 11. Zidan ha detto però che per il momento quelli rilasciati sono una decina.
L’esteso intervento dell’esercito è una risposta alle violenze avvenute venerdì pomeriggio a Tal, dove un gruppo di coloni che stava conducendo un’incursione in un centro palestinese si era scontrato con alcuni residenti: nella sparatoria erano stati uccisi quattro palestinesi e due israeliani.
Lo scontro aveva provocato una serie di violenze da parte dei coloni israeliani, che sistematicamente attaccano le comunità palestinesi della Cisgiordania con la protezione e l’immunità quasi totale garantite dall’esercito israeliano. Le comunità attaccate sono state quelle di Urif, Sarta, Immatin, Far’ata e Umriha, tutti centri vicini a Nablus. Ci sono state delle incursioni anche a Masafer Yatta, un’area di circa 30 chilometri quadrati nella Cisgiordania meridionale molto presa di mira dai coloni e al centro del documentario palestinese No Other Land, vincitore di un premio Oscar nel 2025.
La presidenza dell’Autorità nazionale palestinese ha denunciato anche un attacco all’ospedale di Nablus, nel quale è stato minacciato lo staff e sono state arrestate due persone. L’esercito israeliano ha condotto delle operazioni anche più a nord, nell’area di Jenin.
Quello di venerdì vicino a Nablus è stato il più violento dei molti attacchi dei coloni israeliani in Cisgiordania di quest’anno: gli attacchi si sono intensificati in vista delle elezioni in Israele di quest’autunno, dopo le quali il governo potrebbe non riuscire a garantire ai coloni la stessa impunità di cui godono adesso.
La dinamica dello scontro è ancora confusa. Un gruppo di coloni israeliani si era avvicinato al centro abitato palestinese, per una delle frequenti incursioni intimidatorie in un’area, la cosiddetta “area A”, che sarebbe vietata ai civili israeliani dagli accordi di Oslo, i più importanti accordi fra Israele e Palestina, firmati nel 1993, oggi considerati un fallimento. Erano seguiti degli scontri fisici, e un uomo palestinese aveva strappato un fucile a uno dei coloni. Secondo le ricostruzioni dell’esercito israeliano aveva poi sparato con quell’arma, ma dalle immagini non è chiaro se sia stato lui a sparare e uccidere i due uomini israeliani. Un soldato israeliano che era presente ha sparato contro i palestinesi, uccidendone quattro.
Commenta (0 Commenti)Guerra Virale Missili e droni contro raffinerie di Aramco, arriva il secondo fronte che dopo Hormuz blocca anche il canale petrolifero del Mar Rosso
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Manifestazione di sostenitori Houthi a Sanaa contro la coalizione saudita – Foto Ap
Esplode un altro fronte di conflitto nel Medio Oriente. Violente esplosioni scuotono diverse regioni dell’Arabia Saudita, seguite da incendi e dall’interruzione del traffico aereo in più aeroporti del paese. Gli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, rivendicano due operazioni militari contro strutture della compagnia petrolifera saudita Aramco.
La prima nella città di Jizan, nell’estremo sud-ovest, condotta con decine di missili balistici e droni; la seconda a Yanbu, sulla costa nord-occidentale, con missili balistici, da crociera e droni.
Il portavoce militare Houthi, Yahya Saree, dichiara che entrambi gli attacchi sono stati precisi, diretti e pienamente riusciti. Video diffusi sui social media e verificati da Afp e Reuters mostrano colonne di fumo nero levarsi dalla raffineria Aramco di Jizan, impianto con una capacità produttiva di 400mila barili al giorno. Secondo fonti del settore petrolifero in Asia, l’impianto avrebbe subito danni. Le autorità saudite non ne hanno confermato ufficialmente l’entità.
GLI HOUTHI giustificano le operazioni come risposta ai raid aerei condotti dalla coalizione a guida saudita la sera precedente contro la città yemenita di Hodeidah, il suo porto e l’isola di Kamaran, definiti una violazione della sovranità yemenita e parte di un assedio continuato al Paese. Il mantenimento del blocco navale contro Riyadh e la possibilità di ampliare le operazioni in base all’evolversi della situazione vengono confermate dagli Houthi.
Si tratta del primo scambio di fuoco diretto tra le due parti dopo anni, che mette a rischio la tregua in vigore dal 2022, di fatto già scaduta, e apre un secondo fronte in un conflitto regionale che ha già colpito le forniture globali di petrolio. La rotta del Mar Rosso è diventata infatti cruciale per le esportazioni saudite proprio a causa delle interruzioni nello Stretto di Hormuz legate al conflitto in corso con l’Iran.
L’INVIATO SAUDITA ha ribadito il sostegno a una soluzione politica e alla de-escalation, accusando però gli Houthi di perseguire la violenza per servire gli interessi dell’Iran. Mohammed Abdulsalam, capo della delegazione negoziale Houthi, ha invece accusato Riyadh di comportarsi in modo simile a Israele nelle sue guerre: bombardando l’aeroporto di Sana’a mentre dichiara di difendere il popolo yemenita.
Il petrolio Brent, sulla soglia dei 100 dollari al barile, resta sostenuto dalle rinnovate tensioni in Medio Oriente, dalle interruzioni nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz e dal blocco delle esportazioni kazake (la ricezione di petrolio dal Kazakistan è stata sospesa a causa degli attacchi alle petroliere presso il suo terminale sul Mar Nero).
L’IMPENNATA delle quotazioni petrolifere riflette direttamente sull’inflazione e sulle attese
Leggi tutto: Un conflitto tira l’altro, l’Arabia saudita colpita dagli Houthi - di Francesca Luci
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