Leftwing Al Sharpton e Bernie Sanders, Martin Luther King III e Ocasio-Cortez. Nell’anniversario di «I have a dream» si saldano diritti civili e sociali
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Reverend Al Sharpton, founder and president of the National Action Network, left, and Senator Bernie Sanders, an Independent from Vermont, during the “March on Washington: Defend the Vote” rally near the Lincoln Memorial in Washington, DC, US, on Friday, Aug. 28, 2026. The National Action Network is holding the rally on the 63rd anniversary of the 1963 March on Washington. Photographer: Daniel Heuer/Bloomberg via Getty Images
Diverse migliaia di persone si sono radunate ai piedi del Lincoln Memorial di Washington per la marcia “Defend the Vote”, convocata a giugno dal National Action Network di Al Sharpton e dal Drum Major Institute di Martin Luther King III nel sessantatreesimo anniversario della marcia su Washington “per il lavoro e la libertà”, quella in cui King, rivolgendosi alla folla e al mondo intero, disse “I have a dream”.
QUEST’ANNO non marca un anniversario a cifra tonda, e la ragione della convocazione sta tutta nel presente: il 29 aprile la Corte suprema si è pronunciata con un voto 6-3, smantellando la norma del Voting Rights Act che dal 1965 permetteva di impugnare i collegi elettorali disegnati per disperdere il voto nero. Da allora nove stati hanno ridisegnato le mappe, facendo sparire i collegi in cui gli elettori neri erano abbastanza numerosi da decidere. «Facciamo queste marce da anni – ha detto Sharpton – ma questa è probabilmente la più importante, perché è il primo anno in cui marciamo con la legge sui diritti di voto annullata dalla Corte suprema».
Sul palco con Sharpton e King III sono saliti anche il leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries, la governatrice della Virginia Abigail Spanberger, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez.
Ad ascoltarli c’era una piazza arrivata non solo da Washington ma anche, in pullman nella notte, dal New Jersey, dalla Virginia e dal Sud, attenta e partecipe nonostante i 40 gradi percepiti e un’umidità al 97%, che ha sparpagliato la folla sotto gli alberi. «Ciò che definisce la seconda amministrazione Trump rispetto alla prima – ci dice sventolandosi una donna arrivata da una suburbia residenziale e bianca di Trenton, New Jersey – è una crudeltà organizzata che non si può tollerare. Con la mia famiglia andiamo a tutte le manifestazioni in difesa della democrazia, il voto nero è fondamentale per questo».
PER ORGANIZZARE la partecipazione alla marcia W. Franklyn Richardson, presidente del board del National Action Network, aveva chiesto esplicitamente ai leader religiosi di annunciarla dal pulpito e di portare a Washington le proprie congregazioni: «Chiedo a ogni casa di culto di fare di questo un momento di testimonianza. Annunciatelo dal pulpito, state con noi su quella terra sacra». Le chiese nere sono state per secoli l’unica istituzione che i neri americani potevano dirigere da soli, e durante il movimento per i diritti civili sono diventate una struttura operativa vera e propria: è da lì che è cominciato il boicottaggio dei bus di Montgomery, ci ricorda Tyrone, arrivato nella capitale proprio da quella città. «Io non posso credere che dobbiamo ancora manifestare per questo, per il diritto di voto. Eppure eccomi qua, e ho quasi 70 anni».
LA VERA NOVITÀ di questa manifestazione è stata che sotto al palco, fra i cartelli di Black Lives Matter e delle congregazioni religiose, sono arrivati anche quelli del sindacato dei metalmeccanici e dei socialisti. Tradizionalmente il voto afroamericano è più centrista che rivoluzionario, ma qualcosa sta iniziando a muoversi. «Nel 2016 ho votato per Hillary Clinton alle primarie – ci dice Tia – nel 2020 per Biden. Non ho mai votato per Sanders. Oggi però sono qua per ascoltare lui e Aoc. Sentiamo cosa hanno da dire almeno, visto che sono qua col reverendo Sharpton».
E a presentare Sanders è stato proprio Sharpton: «Non chiedete scusa per essere woke – ha detto il reverendo – siamo woke perché ci siamo svegliati con un sogno in mente, e siamo qui a proclamare che il sogno è ancora vivo».
Sanders, che nel 1963 era a quella marcia, ha ricordato che il discorso di King «ha avuto un impatto duraturo» sulla sua vita, e che King «aveva capito che libertà politica e libertà economica sono inseparabili. Chi ha marciato aveva già capito nel 1963 che il cambiamento vero non arriva dall’alto, arriva dal basso. Ora tocca a noi».
A CHIUDERE il comizio è stata Ocasio-Cortez, che si è ricollegata a Sanders facendo una rilettura di classe di quella giornata, sottolineando che prima della legge viene il potere, e il potere lo costruiscono i lavoratori: «Prima che postini, professori, domestiche e organizzatori si riunissero qui, avevano cominciato a costruire qualcosa insieme a casa propria. Prima che un movimento cambiasse la legge, si è organizzato per costruire potere».
Che a chiudere il comizio siano stati Sanders e Ocasio-Cortez non è solo un dettaglio organizzativo. Il 15 agosto il comitato nazionale democratico ha approvato il calendario delle primarie del 2028, che cominceranno dalla South Carolina e non dalla super-bianca Iowa. Quello è lo stato dove gli elettori neri sono più della metà dell’elettorato democratico, ed è lì che la sinistra si è fermata due volte, nel 2016 e nel 2020.
«MI VEDI, SONO BIANCO ma a quanto pare nessuno è abbastanza bianco per Trump», così commenta Brandon la presenza dei socialisti alla marcia per il diritto al voto. «Io ho sempre sostenuto Bernie e ho sempre visto che i due piani si intersecano, quello economico e quello razziale. Trump, però, lo sta rendendo ancora più evidente».
MENTRE LA FOLLA inizia ad andare via alla spicciolata, più che sfilando in corteo, sempre per via del caldo infernale, si sparge la notizia che prima del comizio era arrivato Spike Lee, fotografato insieme alla famiglia King. «Trent’anni fa raccontava la storia dei neri al cinema – ci dice una ragazza – ora è qua a farla con noi».
Commenta (0 Commenti)Dati in pasto Ospitano gli Antifa, e senza tracciarli. Gli Stati Uniti sanzionano, con gli stessi strumenti usati contro Al Qaeda, il collettivo italiano Autistici/Inventati. Punito il dissenso, ma anche una delle poche alternative al dominio delle grandi piattaforme social
Dati in pasto Il collettivo italiano Autistici/Inventati sanzionato dagli Usa: «Aiutano gli Antifa». Per uscire dall’elenco dei cattivi deve fare abiura
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Menlo Park, California, una protesta proPal davanti alla sede di Meta – Foto Getty Images
Uscire dalla lista statunitense delle organizzazioni terroristiche non è difficile. Basta compilare un modulo online e lì dichiararsi ravveduti del proprio comportamento. Bizzarrie legate all’assurdità intrinseca della guerra che l’amministrazione Trump sta facendo agli «Antifa» e in generale a tutti quei gruppi «di sinistra» ritenuti responsabili di chissà quali violenze nel paese. Autistici/Inventati, in questo contesto, è accusato di offrire infrastrutture digitali a questi «gruppi violenti».
Da qui la sua messa al bando, che prevede il congelamento di tutti i suoi beni patrimoniali che si trovano sotto la giurisdizione degli Usa o comunque a entità e società statunitensi e il divieto di effettuare qualsiasi transazione. Di mezzo ci vanno le persone che legalmente rappresentano la piattaforma, cioè gli appartenenti all’Associazione Investici che rappresenta il collettivo per questioni legali e burocratiche.
A questo proposito, l’Ofac (l’agenzia del Dipartimento del tesoro che gestisce e applica le sanzioni economiche e commerciali) ha emesso una General License n. 36, che autorizza fino alle 00:01 del prossimo 25 settembre 2026 (ora della costa Est) le operazioni ordinariamente necessarie per chiudere ogni rapporto esistente.
IN ITALIA, sul piano legale, Autistici/Inventati non rischia nulla: dal Viminale fanno sapere che, trattandosi di misure unilaterali decise dagli Stati Uniti, qui non c’è alcun obbligo di applicare sanzioni di qualsivoglia genere. Così è stato in effetti anche negli ultimi due casi simili, quello famoso di Francesca Albanese e quello della Federazione anarchica informale. Certo, non risulta nemmeno che il governo italiano abbia mai protestato per queste situazioni, e anche stavolta a prevalere è il silenzio più totale. La settimana prossima dovrebbero comunque arrivare alcune interrogazioni parlamentari da Avs e dal M5s. Il collettivo, ad ogni modo, ha tutte le intenzioni di difendersi: verrà trovato un avvocato in grado di interfacciarsi con gli Stati Uniti, poi è possibile il coinvolgimento dell’Eff, la Electronic frontier foundation, un’organizzazione non profit di San Francisco che si occupa dei problemi legali connessi alla difesa dei diritti digitali.
«RESPINGIAMO al mittente tutte le accuse – scrive il collettivo Autistici/Inventati in un comunicato – e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivisti, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente». E ancora: «Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità».
Sin dalla sua nascita, nella primavera del 2001, Autistici/Inventati ha dovuto attraversare diverse vicende giudiziarie di vario ordine e grado. Era il 15 giugno del 2004 quando la polizia postale, su ordine della procura di Bologna che stava indagando su alcuni collettivi anarchici, si presentò alla serverfarm di Aruba a Soci, in provincia di Arezzo. Il personale presente acconsentì allo spegnimento momentaneo del server di Autistici/Inventati per permettere agli agenti di copiarne il contenuto. Soltanto un anno dopo, quando l’inchiesta si arenò davanti al gip, il collettivo venne a sapere che erano state violati circa 5.000 caselle mail, centinaia di siti e liste con decine di migliaia di partecipanti.
ARUBA non si era preoccupata di avvertire nessuno, anzi in un primo momento aveva parlato di un guasto tecnico per giustificare lo spegnimento, e così Autisciti/Inventati decise di varare il «Piano R*», cioè la dislocazione dei suoi server in più paesi. Qualche anno dopo, siamo nel 2009, a seguito di una querela presentata da Casapound, la procura di Avezzano emise una serie di rogatorie internazionali verso Norvegia, Olanda e Svizzera, ottenendo una nuova clonazione dei server.
Anche qui l’operazione intaccò i dati di migliaia di utenti, ma nel giro di poche ore, grazie proprio al Piano R*, Autistici/Inventati riuscì a riattivare i propri servizi nel giro di poche ore.
ANCORA oggi un gran numero di blog, italiani e non solo, si appoggiano alla piattaforma di autodifesa digitale nel nome dello slogan che l’accompagna da sempre: «Socializzare saperi, senza fondare poteri».
Commenta (0 Commenti)Di rito di sciopero La comunità bengalese contro il neo-sindaco Venturini che ha sospeso l’autorizzazione
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«Ora basta! Siamo stanchi di essere presi in giro dal Comune. Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea questa volta scenderemo tutti in piazza. E se scioperiamo noi bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti ed alberghi. Volete vedere che lo facciamo?». A lanciare il guanto di sfida all’amministrazione comunale di Venezia e al neo eletto sindaco Simone Venturini, è Prince Howlader, cittadino italiano di 33 anni originario del Bangladesh. Un breve trascorso come impiegato nell’Ulss locale ed oggi proprietario di una sua azienda di servizi e presidente dell’associazione islamica Giovani per l’Umanità che rappresenta una parte considerevole della comunità bengalese del veneziano. Un trascorso politico tutto a destra il suo. «Abbiamo valori in comune, valori conservatori: la famiglia e la sicurezza per prima cosa» dichiarava Howlader entrando nel direttivo del circolo mestrino di Fratelli d’Italia.
La sua candidatura a consigliere comunale nelle ultime elezioni era data pressoché scontata, salvo poi rientrare nei ranghi del partito quando, proprio negli ultimi mesi della campagna elettorale, gli alleati della Lega, messi alle strette, avevano sventolato la bandiera dell’anti islamismo. Muri, autobus, vaporetti, strade di Venezia e della terraferma sono stati tappezzati con grandi cartelloni e la scritta “No Moschea” a firma del Carroccio.
Proprio quella moschea per la quale Prince Howlader aveva trattato per almeno tre anni con l’allora sindaco Luigi Brugnaro che lo aveva messo in contatto con il proprietario di quell’area dismessa in via Giustizia, a ridosso della stazione di Mestre, guidandolo nell’acquisto e dandogli consigli sulla realizzazione e su come rientrare negli standard urbanistici della zona. Non chiamiamola “moschea” però. «Non ci sarà nessuna moschea a Mestre» aveva dichiarato più volte l’ex sindaco, che preferiva l’accezione «centro di preghiera islamica». Dove sta la differenza lo sapeva solo lui.
DOPO UNA CAMPAGNA elettorale basata solo su slogan nazionalisti e islamofobi, il neo sindaco Simone Venturini, considerato da sempre il “delfino” di Brugnaro, si è trovato tra la mani la pesante eredità di dover continuare a gestire la questione della moschea. O del centro di preghiera islamica, se preferite. Col rischio di dover scontentare il suo elettorato di destra, buona parte del quale proveniente proprio dalla comunità islamica dell’entroterra forte di almeno 20 mila persone. E così Venturini ha scelto di non scegliere seguendo la politica del “prendiamo tempo che magari le cose si risolvono da sole”.
«Io sono un sostenitore della libertà religiosa – ha dichiarato il primo cittadino di Venezia – ma oggi non ci sono le condizioni per aprire una moschea. La comunità bengalese deve prima compiere passi importanti sul fronte dell’integrazione». Passi che, sempre secondo Venturini, sarebbero l’abolizione del velo integrale, il rispetto delle leggi italiane, la proprietà delle lingua, la scuola dell’obbligo per i bambini e mantenere pulita e sicura via della Giustizia, oggi in stato di colpevole degrado e certo non per colpa dei bengalesi. Tutte condizioni, a parte il velo integrale utilizzato comunque da una sparuta minoranza di donne, che una amministrazione potrebbe verificare in poco tempo e che comunque avrebbe il dovere di far applicare, come l’obbligo scolastico o il rispetto delle leggi, senza dover far baratti con la realizzazione di una moschea.
L’ATTESA DELLE “CONDIZIONI favorevoli”, proposta dal sindaco, quindi è stata interpretata da Howlader per quello che è: un rimando alle calende greche. Da qui il suo “ora basta!”. «Non vogliamo che le nostre terze generazioni crescano senza valori – ha spiegato -. Vogliamo realizzare un luogo dove i nostri giovani non crescano dispersi come maranza. Un luogo di aggregazione dove la comunità bengalese possa riunirsi. Anche le donne». Howlader ricorda che tutta l’operazione – 15 milioni circa – è integralmente a spese della comunità. «Noi non abbiamo mai creato problemi a Venezia. Anzi, siamo una risorsa economica per tutta la città. Al Comune chiediamo che venga ultimato l’iter burocratico e concessi i permessi per la costruzione o scenderemo in sciopero. Stiamo valutando l’idea di astenerci da tutti i lavori e andare a pregare davanti al Comune, visto che non possiamo farlo in un nostro luogo».
NON È NEMMENO la prima volta che la comunità bangladese di Venezia minaccia lo sciopero. Ci fu un precedente nel 2017 con Venturini allora assessore delle giunta Brugnaro. La comunità protestava contro la chiusura di una moschea in via Fogazzaro chiedono un luogo alternativo dove pregare. Lo ottennero, sia pure provvisorio, nel PalaPlip, senza bisogno di incrociare le braccia. Qui cominciò la ricerca di uno spazio definitivo arrivato oggi in via Giustizia. Se i problemi non li affronti, prima o poi, ritornano.
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La riserva della repubblica Cdm lampo oggi per prolungare ancora il taglio alle accise e «salvare» il controesodo
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STAZIONE DI SERVIZIO CARO BENZINA DISTRIBUTORE ESSO INDICAZIONE COSTO COSTI PREZZO PREZZI BENZINAIO
Prima una proroga di sette giorni dei tagli alle accise, poi una misura più calibrata in base al reddito. È la strategia allo studio del governo per contrastare il caro carburanti, ma potrebbe essere troppo tardi per attuarla. Il consiglio dei ministri ne discuterà oggi alle 18: la premier Meloni lo ha convocato d’urgenza ieri («Bisogna trovare una soluzione e fare presto») per trovare un accordo sulla questione che più sta minando la popolarità e l’unità dell’esecutivo.
I problemi sono molteplici: l’inutilità delle misure adottate finora, la mancanza di coperture economiche e i contrasti interni al centrodestra sulla tassazione degli extraprofitti delle compagnie energetiche, nonostante sia l’unica soluzione possibile e sensata per calmierare i prezzi dei carburanti senza bruciare altre risorse pubbliche. I tagli alle accise sono già costati 2,5 miliardi in quattro mesi.
LA STRATEGIA del governo Meloni finora è stata fallimentare. Quando è scoppiato il conflitto in Iran, che ha provocato la chiusura dello stretto di Hormuz e l’impennata dei prezzi del petrolio, l’esecutivo ha deciso di calmierare il costo del carburante tagliando le accise. Era marzo e si pensava fosse una misura straordinaria per pochi giorni, credendo a Trump che prometteva una guerra-lampo, invece non è ancora finita. Lo sconto di 17 cent al litro non è servito: a febbraio benzina e gasolio erano intorno a 1,65 euro, oggi superano i due euro nonostante il taglio alle accise. I carburanti commerciali come il supreme diesel hanno addirittura superato i tre euro al litro in autostrada. Inoltre la strategia meloniana non ha sensibilizzato sulla necessità di cambiare stile di vita usando meno l’auto, né ha incentivato il trasporto pubblico per favorire un modello di mobilità più economico e meno inquinante.
DI PROROGA in proroga si è arrivati a domenica scorsa, quando Giorgetti e Pichetto Fratin hanno firmato un mini-rinvio di 48 ore raccattando i 20,8 milioni del maggiore gettito dell’Iva dovuto all’aumento dei prezzi. Ma i ministri si sono finalmente resi conto che non si poteva più andare avanti così: lo Stato sta sperperando troppi soldi per assecondare la premier, che ha preferito abbassare genericamente le tariffe alla pompa anziché studiare misure calibrate in base al reddito.
Dei tagli alle accise beneficiano sia i ricchi col suv sia gli operai che faticano ad arrivare a fine mese: Meloni pensava fosse un’ottima strategia in vista delle elezioni, ma i prezzi sono saliti comunque alle stelle compromettendo la sua popolarità. Solo ora che ha prosciugato le casse pubbliche il governo sta valutando una misura meno iniqua: l’idea è stata discussa ieri tra Meloni, Tajani, Salvini, Giorgetti e Lupi, e sarà portata oggi in cdm. Come ha anticipato il vicepremier Salvini, l’ipotesi è prorogare il taglio alle accise «per alcuni giorni», fino ai primi di settembre, e poi fare «qualcosa di più continuativo e sostanzioso». Ma per quello «servono soldi» e il problema è proprio lì.
I DUBBI riguardano già la proroga di una settimana. Il taglio alle accise scadrebbe stasera a mezzanotte e l’idea è di portarlo al 2 settembre per includere l’ultimo contro-esodo dalle vacanze. Ma per coprire il rinvio non si potrà attingere dall’extragettito di agosto, i cui dati saranno disponibili solo a inizio settembre. L’unica possibilità è quindi decurtare ancora i budget dei singoli ministeri, come già fatto a marzo; a meno che Giorgetti non
Leggi tutto: Carburanti, Meloni si sveglia tardi sugli aiuti differenziati - di Alex Giuzio
Commenta (0 Commenti)Poligono di tiro In mancanza di un canale diplomatico con la Russia i volenterosi europei promettono ancora armi a Zelensky, mentre si impegnano a intensificare la cooperazione con l’industria di difesa ucraina e a condividere tecnologie. È la porta d’entrata di Kiev nella Ue. Anche se Meloni fa finta di no
Poligono di tiro Priorità della coalizione è rafforzare la difesa aerea e intensificare la cooperazione con l’Ucraina. È la porta d’ingresso di Kiev nella Ue
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Kiev, Volodymyr Zelensky alla cerimonia per i 35 anni dell’indipendenza ucraina – Foto di Efrem Lukatsky/Ap
È soltanto alla fine del documento della “coalizione dei volonterosi”, che si è riunita in forma ibrida nel giorno simbolico della celebrazione dei 35 anni di indipendenza dell’Ucraina, sotto la presidenza di Emmanuel Macron, Frederich Merz e Andy Burnham (il solo dei tre a Kyiv), che il gruppo di 18 paesi nato a Londra il 2 marzo 2025 ricorda l’impegno a «proseguire i lavori relativi alle garanzie di sicurezza per contribuire allo stabilimento di una pace giusta, robusta e durevole in Ucraina». Un segnale anche dal ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, che rivela dialoghi con paesi che «hanno contatti più stretti con la Russia rispetto agli europei» – si parla di Turchia, paesi del Golfo, Egitto – nella prospettiva di arrivare almeno a un cessate-il-fuoco in un primo tempo, per «tentare di tutto» e trovare una «soluzione diplomatica».
MA IERI, LA RIUNIONE dei “volonterosi” era ancora tutta dedicata alle armi, come rifornire l’Ucraina, che è in carenza di missili, droni, caccia: nel documento finale dell’incontro, i volonterosi si dicono «determinati ad aumentare il sostegno militare» all’Ucraina, «la priorità assoluta» è «rafforzare la difesa aerea», mentre si impegnano a «intensificare la cooperazione con l’industria di difesa» ucraina e a «condividere le tecnologie pertinenti». È la porta d’entrata dell’Ucraina nella Ue.
LA UE HA ANNUNCIATO un nuovo finanziamento di 6,1 miliardi, una tranche nell’ambito del mega-prestito di 90 miliardi deciso a febbraio, a cui si è unita anche la Gran Bretagna a metà luglio. Proprio da Londra è arrivata ieri la notizia più importante, che ha fatto reagire Mosca: la Gran Bretagna ha autorizzato il gruppo di difesa Mbda a divulgare il know how segreto sulle componenti britanniche del missile a lunga gittata Storm Shadow/Scalp, «più mortale dei droni» per Mbda, di cui la Francia si è impegnata a permettere la produzione in Ucraina, con la prossima apertura di catene di montaggio nel paese in guerra. Il Cremlino ha accusato Londra di «buttare benzina sul fuoco» con la rimozione del segreto di fabbricazione. «Chi ha appiccato l’incendio?», ha ribattuto il primo ministro, Andy Burnham.
Macron si è impegnato a «dare all’Ucraina tutti i mezzi necessari per difendere i cieli» e ha anticipato «esercitazioni su vasta scala che saranno condotte proprio dalla nostra coalizione nei mesi di ottobre e novembre». La Francia invierà dei missili di intercettazione. Il 13 luglio, è stato concluso quello che Volodymyr Zelensky ha battezzato il drone deal, che comprende il rafforzamento della difesa aerea con gli Scalp, con licenza di costruzione in Ucraina. La francese Safran fornirà bombe Aasm aria-terra, mentre Francia-Italia con il consorzio Eurosam si impegnano per gli Aster 30 (simili ai Patriot). In seguito alla riunione della “coalizione anti-balistica” di metà luglio, una dozzina di paesi hanno già concluso accordi di co-produzione di armamenti con l’Ucraina, che si addizionano alle consegne impegnate o già effettuate (per esempio, 95 aerei tipo F16 consegnati dagli europei nel 2024-25).
Per la Francia, si tratta di 4 sistemi di difesa antiaerea (tra 700mila e 1 miliardo di euro), oltre alla Road Map per l’acquisizione di 16 Rafale da parte dell’Ucraina (prevista per il 2028-29), con un’opzione di salire a 100 entro dieci anni. I missili Flamingo sono costruiti in collaborazione con Safran. La Germania si è impegnata per un finanziamento di 12 miliardi di aiuti militari quest’anno. La Svezia il 30 giugno ha firmato per la consegna di 16 Gripen, un caccia prodotto dalla Saab (2,2 miliardi), con un obiettivo di salire a 100-120 entro il 2030.
PER IL PROSSIMO FUTURO, è già prevista una valanga di finanziamenti di armi,
Leggi tutto: Avanti con le armi e zero diplomazia: l’aiuto dei volenterosi - di Anna Maria Merlo
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Tempi duri per chi dissente, per chi difende diritti e spazi di libertà. Dai centri sociali agli «antifa», dalla lotta alla violenza di genere alla Corte penale internazionale, questa settimana Lunedì Rosso racconta un presente in cui la repressione avanza e le risposte politiche arretrano. Nella foto: Rio de Janeiro, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva apre la sua campagna elettorale. Al voto del 4 ottobre sfiderà Flávio Bolsonaro (Bruna Prado/Ap) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni. |
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