In Ucraina si muore come non mai, in Russia crolla il pil, negli Usa quello che doveva fermare la guerra non riesce neanche a frenarla, l’Europa paga conti e cova rabbia. L’invasione ci ha cambiati tutti, ma sembra scivolare via. Saranno quattro anni tra due giorni
Dov'è la vittoria I negoziati si allungano, i soldati muoiono a migliaia e per i civili la situazione è terribile
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Il ponte distrutto sul fiume Irpin, 5 marzo 2022
La guerra è iniziata con un boato. All’alba del 24 febbraio 2022 a Kiev nessuno capiva cosa stesse succedendo, poche ore dopo i negozianti già si affrettavano a prendere le cose più preziose e a sbarrare i locali e chi poteva fuggiva a ovest con la macchina stracarica. Chi non poteva era già in fila davanti ai pochi negozi rimasti aperti. File che con l’arrivo delle notizie dall’est si sono allungate.
I carri armati hanno passato il confine a Kharkiv, nel Donbass e a sud dalla Crimea. Nel giro di pochi giorni molte città sono cadute, ma l’aeroporto di Gostomel, a nord-ovest di Kiev, no. I reparti speciali ucraini erano stati avvertiti – forse dai britannici – aspettavano gli spetsnaz russi e ne hanno fatto strage. Da questo primo fallimento si fa strada una consapevolezza nuova, per i russi non sarà «una passeggiata nel parco», come pare che alcuni generali e alti funzionari avessero promesso a Vladimir Putin. Si prova via terra e arriva da nord la colonna di 40 km di carrarmati che dovevano trasformare la capitale ucraina in Sarajevo e invece si bloccano per strada senza carburante.
A KHARKIV interi quartieri, tra cui Saltiv, che quando vi nacque Eduard Limonov si chiamava ancora Saltov, vengono rasi al suolo dai bombardamenti, le lamiere dei chioschi in strada si deformano per il calore e sono ancora lì con le loro forme futuriste. Ma neanche la seconda città d’Ucraina cade. Intanto sull’orizzonte del Mar Nero si vedono confusi e minacciosi profili di navi da guerra pronte a sbarcare a Odessa. Un inverno freddissimo, neve e ghiaccio dovunque e gli unici profili neri per strada erano i cavalli di frisia prima dei posti di blocco. La paranoia dei sabotatori aveva preso tutti dai vertici ai soldati di piantone, non si potevano fare duecento metri senza essere controllati. Ma incredibilmente, forse con l’aiuto dei missili o dell’intelligence britannica, la corazzata Moskva viene affondata e le navi russe iniziano ad allontanarsi dalle coste. E ancora l’offensiva russa di maggio e la controffensiva ucraina di settembre, Bucha e Irpin e il teatro di Mariupol, l’attentato al gasdotto Nord Stream, il referendum per l’annessione di Lugansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson che diventano territorio della Federazione senza mai essere state occupate integralmente.
CI SAREBBE MOLTO altro da dire e da scrivere, ma siamo stanchi di sentire. Però oggi muoiono tra gli 12 e i 35mila soldati russi al mese, a seconda delle stime, e molti ucraini dei quali non abbiamo dati. I civili sono intrappolati in condomini congelati dall’inverno più freddo degli ultimi 15 anni e in larghe parti del Paese manca la corrente e il gas. Poco importa, dalla cronaca quotidiana con tanto di mappe interattive nelle trasmissioni televisive si è passati al disinteresse, quasi al fastidio, e alla più ampia gamma possibile di teorie complottiste. Quella che con Joe Biden era la «difesa dei valori occidentali», con Donald Trump è diventata «una questione da terminare in fretta per ricominciare a fare affari». In contemporanea Volodymyr Zelensky per la Casa bianca è diventato un «leader autoritario», uno che si «rifiuta di tenere elezioni», come hanno dichiarato prima JD Vance e poi Elon Musk – che al conflitto ha impresso una modernizzazione inaudita grazie ai suoi satelliti Starlink.
Il presidente ucraino è passato dalla copertina del Times alla gogna mediatica. In parte ci si è messo da solo, tra scandali politici, corruzione sistemica fin nelle aziende vitali dello stato (dall’approvvigionamento della Difesa all’Energia), redistribuzione delle cariche apicali ai suoi fedelissimi e tentativi di imbavagliare chiunque lo ostacolasse (come gli organi anti-corruzione). Ma siamo stati noi a renderlo un santo, a farne il re crociato di uno scontro di civiltà contro il barbaro russo. E ora? Ora che
Leggi tutto: Verso il quinto anno di guerra nell’Ucraina sempre più sola - di Sabato Angieri
Commenta (0 Commenti)Con una rara sentenza contraria al presidente Usa, la Corte suprema annulla i dazi imposti da Trump al resto del mondo. Manca una base giuridica. Lui giura che ci riproverà, ma si è scaricata la pistola con cui ha minacciato paesi amici e nemici. Ha toccato un limite, proverà ad abbattere anche questo
Dazi Il tycoon insulta i giudici: «Traditori», «una vergogna per la nostra nazione» e «influenzati da interessi stranieri»
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Il presidente Donald Trump parla durante una conferenza stampa – AP Photo/Allison Robbert
Con sei voti a favore e tre contrari, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha messo un argine giuridico all’uso politico dei dazi da parte di Donald Trump. Con una sentenza destinata a pesare sugli equilibri istituzionali, i giudici hanno stabilito l’impossibilità per il presidente di imporre tariffe commerciali aggirando il Congresso. Donald Trump non può ricorrere all’International Emergency Powers Act per imporre tariffe doganali in assenza di una reale emergenza nazionale, smontando l’idea di un potere presidenziale illimitato sul commercio estero.
IL TYCOON non ha preso benissimo la notizia, che ha ricevuto mentre era alla Casa bianca impegnato in un incontro con i governatori. Ha definito la decisione «una vergogna», una scelta sconsiderata di «questa fottuta Corte». Qualche ora dopo, durante la conferenza stampa, il presidente Usa è apparso ancora furioso, riuscendo a stento a moderare il tono che avrebbe voluto usare. Ha accusato i giudici che hanno votato contro di lui di aver avuto «paura di fare la cosa giusta» e di «doversi vergognare», definendo le tre progressiste e i tre conservatori che hanno bloccato i dazi una «vergogna per la nostra nazione».
Il suo piano B è quello di un dazio globale del 10% come alternativa, continuando a promuovere le sue politiche commerciali con altri mezzi. I nuovi dazi saranno soggetti a una legge che ne limita la durata a 150 giorni. La cifra del 10% è inferiore agli attuali «dazi reciproci» sui beni provenienti da molti paesi.
La nuova tariffa si applicherà in aggiunta alle altre tasse di importazione esistenti, ha affermato Trump, che si è spinto fino a sostenere, senza fornire dettagli, che la decisione dei giudici sarebbe stata «influenzata da interessi stranieri».
Secondo il presidente, in alcune nazioni si starebbe festeggiando, «ballando per le strade, ma non lo faranno a lungo», ha assicurato. «La loro decisione è sbagliata – ha detto riferendosi ai giudici “ribelli” – ma non importa, perché abbiamo alternative molto valide».
Nel suo intervento Trump ha ribadito più volte l’idea di un potere presidenziale potenzialmente illimitato, contro il quale si scontrerà lo sciagurato verdetto dell’Alta Corte. Ed è proprio la questione del potere presidenziale e dei suoi limiti a essere un nodo centrale di questa sentenza.
OPPONENDOSI alla maggioranza dei suoi colleghi, il giudice Brett Kavanaugh, nel dissenso, ha scritto: «Le tariffe in questione potrebbero essere o meno una politica saggia. Ma, in base al testo, alla storia e ai precedenti, sono chiaramente legittime». Una prova di fedeltà che Trump ha elogiato apertamente in conferenza stampa, indicando Kavanaugh come modello in una vicenda che considera un affronto personale.
Alla domanda se i giudici della Corte Suprema che gli hanno negato la possibilità di imporre i dazi verranno comunque invitati al discorso sullo Stato dell’Unione che si terrà martedì, ha risposto:
Leggi tutto: Trump è furioso e rilancia: dazi al 10% a tutto il mondo - di Marina Catucci
Commenta (0 Commenti)Il Board of Peace inaugura il regno di Trump sulla pelle dei palestinesi. La ricostruzione di Gaza parte da una mega base militare Usa, anche se ci sono «resti umani sotto terra». Leader mondiali e Ceo mettono soldi e truppe, l’Italia «osserva»
Palestina globale Primo summit del Board of Peace, tra spille e cappelli Maga: la Striscia è il laboratorio del mondo privatizzato del monarca. La ricostruzione parte da una mega base militare: il problema di Washington, che fare con i corpi? Nel video con giardini pensili e treni volanti, la voce narrante illustra: «uccisioni ridotte del 99%». Come fosse un dato finanziario. Chi uccide non viene detto mai
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Donald Trump al primo summit del Board of Peace – Ap/Mark Schiefelbein
Entrano uno in fila all’altro per prendere posto sulle due tribune alla destra e alla sinistra del podio, destinato a un uomo solo, quello al comando. Il benvenuto nell’era Trump ha le sembianze dell’adesione a una setta esclusiva: una cinquantina tra presidenti, ministri, ceo di aziende, a inaugurare il nuovo palcoscenico delle relazioni internazionali con una spilla sul risvolto della giacca e un cappellino rosso in mano, Make America Great Again.
È METÀ MATTINA negli Stati uniti quando al Donald J. Trump Institute of Peace, una volta apparecchiati gli invitati, a metà tra sudditi e sciacalli, fa il suo ingresso il padrone di casa (ampiamente intesa), cravatta viola e alle spalle un altro simbolo del monopolarismo che sarà: sei bandiere statunitensi, la «nuova» Onu è affare privato.
«Questo è un grande giorno», esordisce Trump. È l’inizio dell’ennesimo discorso-fiume, divaga per interi minuti dal tentativo di ricordarsi quanto è durata la guerra tra Armenia e Azerbaijan a quale fosse il giornale su cui ha letto delle tensioni tra India e Pakistan («non importa, sono solo fake news»), dalle bacchettate a Rubio troppo morbido con gli europei alle lodi a J.D.Vance. Da quanti soldi deve avere lo sceicco del Bahrain, talmente tanti «che può sedersi dove diavolo vuole», al più «grande spifferone» di tutti, Henry Kissinger.
È una scena, il suo show. Non sta divagando, li tiene in pugno, li fa alzare in piedi quando li nomina, chiede e ottiene riverenza. Sta dimostrando l’ovvio: il Board of Peace, ieri al suo primo summit, è un nuovo regno globale, un club esclusivo di compagni di ideologia e paesi disposti a piegarsi al volere del monarca.
IN CAMBIO, C’È TANTO. C’è il sostegno nell’ascesa al potere nei rispettivi paesi, fondamenta dell’internazionale nera sempre più Maga (lo dice a Milei: ha vinto quando l’ho appoggiato io; lo ricorda ad Orbán). E c’è il bottino della ricostruzione.
Quella parte – quanto vale Gaza – la affida a ceo e grigi imprenditori: solo il lungomare 50 miliardi di dollari, spiega Mark Rowan, ceo dell’Apollo Global Management e membro del consiglio ristretto del Board, «il potenziale è incredibile». Ci sono da tirare su 400mila case per due milioni di persone.
Parla anche Liran Tancman, imprenditore tech israeliano, che nei mesi passati ha coadiuvato la macchina di morte che è stata la Gaza Humanitaria Foundation e ora riceve il suo premio: entro pochi mesi, dice, Gaza vivrà una «trasformazione digitale», con servizi forniti con l’Ia e portafogli digitali. La fiera dell’assurdo: a Gaza si muore di fame perché non entrano i camion di aiuti.
TRUMP, DA PARTE SUA, fa l’elenco dei suoi successi perché non è vero che vuole il Nobel, lui vuole «salvare milioni di vite». Alle otto guerre che dice di aver interrotto con qualche telefonata, aggiunge la mattanza della Striscia: «La guerra è finita». Non è vero.
Nel video di metà happening, «Una nuova alba per Gaza» – un misto tra Trump che stringe mani, bandiere israeliane che sventolano e immagini create con l’intelligenza artificiale di giardini pensili e treni volanti – la voce narrante spiega che «le uccisioni si sono ridotte del 99%». Come fosse un dato finanziario.
Chi produca quelle uccisioni non si sa, non viene detto mai: Israele appare solo quando parla il ministro degli esteri Sa’ar, inviato di Netanyahu. Il genocidio è cancellato, il Board of Peace non è una promessa di giustizia ma «il consiglio di maggior rilievo in termini di potere e prestigio».
Senza rinunciare a bastonare l’Onu (come la Palestina, sottoposta al mandato Usa: «Controlleremo le Nazioni unite»), Trump elenca i fondi finora raccolti: sette miliardi di dollari da
Commenta (0 Commenti)Con un gesto quasi senza precedenti, Mattarella presiede il Csm e chiede rispetto per le istituzioni. Nordio fa penitenza ma Meloni non si trattiene. E torna ad attaccare pesantemente i magistrati. La sua campagna elettorale non ha più freni
Quirinale Il Capo dello Stato presiede il Consiglio superiore per difenderlo dal fango del ministro. Plauso delle opposizioni, gelo della destra
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Sergio Mattarella ieri a sorpresa ha deciso di presiedere un “normale” plenum del Csm. Non l’aveva mai fatto in 11 anni di presidenza. I consiglieri l’hanno saputo intorno alle 8 di mattina, via mail. Il Capo dello Stato ha scelto di metterci la faccia perché convinto che i toni della campagna referendaria abbiano superato la soglia di guardia. Soprattutto da parte del ministro della giustizia Nordio, che domenica in un’intervista ha attribuito al Csm un «meccanismo para-mafioso».
TROPPO ANCHE PER UNA persona paziente come Mattarella. Che ha scelto la prima occasione utile per rimettere le cose a posto. Ribadendo che un conto sono le critiche, altro è un pericoloso conflitto istituzionale. Che è esattamente quello in cui Nordio si era pericolosamente avventurato. Utilizzando paragoni inammissibili per una istituzione presieduta proprio da Mattarella, che ha perso un fratello per mano della mafia. Di qui la strigliata, dalla notevolissima portata, anche perché i capi dello Stato raramente hanno partecipato alle riunioni ordinarie del Csm. Pertini, ad esempio, negli anni bui del terrorismo e della P2, quando i magistrati venivano ammazzati.
«SONO CONSAPEVOLE CHE non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata», ha premesso il presidente. «Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione».
Il Csm, ha proseguito Mattarella, è una «istituzione non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario». Ma il punto è proprio preservare le istituzioni dalla veemenza dello scontro referendario. E così il presidente ribadisce che il Consiglio superiore «deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estraneo a temi o controversie di natura politica». E fa notare come la presenza a palazzo dei Marescialli sia nelle vesti di Capo dello Stato, non solo di presidente del Csm. Per «rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza».
UN DISCORSO BREVISSIMO ma denso di significato. Il Capo dello Stato aveva ribadito recentemente, e con forza, il pilastro costituzionale dell’indipendenza della magistratura, parlando a metà gennaio ai giovani magistrati tirocinanti al Quirinale, alla presenza di Nordio. «Le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura sono indiscutibili. Per rendere effettiva questa irrinunziabile indipendenza la Costituzione ha scelto il modello del governo autonomo della magistratura». Evidentemente non è stato sufficiente. E così ieri, con la sua presenza fisica, ha fischiato una ammonizione pesante.
IL GUARDASIGILLI HA FATTO buon viso. «Mi adeguerò, ovviamente. Cercherò di essere il più possibile aderente, come penso di essere stato in passato», ha detto con la chiara consapevolezza di essere il principale bersaglio
Leggi tutto: Schiaffo di Mattarella a Nordio: «Serve rispetto per il Csm» - di Andrea Carugati
Commenta (0 Commenti)La Commissione europea prende le distanze ma l’Italia conferma la partecipazione al Board di Trump per asfaltare Gaza nella formula, non prevista, di «osservatore». E Tajani racconta al parlamento di grandi impegni umanitari, tutti smentiti dai fatti o filtrati da Israele
Pro Pall Il ministro degli Esteri in Parlamento prima di volare negli Usa. Sul BoP critico anche il Vaticano, Parolin: «Siamo perplessi»
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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera
Andare solo come «osservatori» o andare per essere «protagonisti». Non c’è un’altra opzione per cui la seduta è tolta. Alla vigilia della missione a Washington per partecipare alla riunione inaugurale del Board of Peace di Trump, il ministro degli Esteri Antonio Tajani è comparso ieri in Parlamento per comunicazioni riguardo alla decisione del governo di accettare l’invito attraverso la formula del «paese osservatore».
LE POSIZIONI di governo e maggioranza, però, oscillano: da una parte c’è l’adesione come «osservatori», descritta come inevitabile, necessaria, «il Board of Peace o l’irrilevanza», soprattutto per evitare di rimanere esclusi dalle discussioni sul Mediterraneo, nodo strategico per l’Italia. E perché, è la linea di Tajani, al momento altre possibilità non ce ne sono: «Se qualcuno ritenesse che esistano oggi alternative concrete e praticabili a questo piano, dimostrerebbe di non saper fare i conti con la realtà» ha detto ieri in Aula il leader di Forza Italia. «Tra Italia e Usa ci sono state sempre relazioni molto forti, indipendentemente da chi guidava gli Stati Uniti» ha detto ancora Tajani, giudicando «politicamente incomprensibile» l’idea di lasciare il tavolo, per poi passare in rassegna tutte le iniziative del governo verso la Striscia negli ultimi anni.
Dall’altro lato c’è un nuovo «protagonismo» italiano sbandierato dai banchi del centrodestra: «L’Italia con il governo Meloni è a capotavola dei principali consessi internazionali per quanto riguarda il Mediterraneo allargato e non solo» ha detto il deputato di FdI Emanuele Loperfido. Stesso contenuto anche da parte delle altre forze di maggioranza, mentre i vannacciani seduti nel gruppo misto hanno alzato la posta: «Siamo favorevoli e vogliamo che nel Board entri anche la Federazione Russa» ha detto l’ex leghista Edoardo Ziello, annunciando il voto a favore di Futuro nazionale.
PER TAJANI di problemi non ce ne sono. All’amministrazione Usa sono stati segnalati i nodi costituzionali, quando è arrivato il nuovo invito da parte di Trump la formula trovata è stata ottimale: «Questa è certamente una soluzione equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli rispetto alla Carta» ha spiegato il titolare della Farnesina. Davanti alle critiche delle opposizioni, che sottolineavano la vicinanza dell’esecutivo a Trump anche a costo dell’isolamento europeo, Tajani ha replicato: «Se vogliamo vedere chi ha piegato la testa agli americani, potremmo pensare a Massimo D’Alema, ricordiamo gli attacchi al Kosovo e alla Serbia?» ha detto poi nel pomeriggio al Senato.
In ogni caso, la consapevolezza del rischio accettato c’è, rimane un briciolo di prudenza. Ieri in aula il titolare della Farnesina ha parlato di un invito «alla prima riunione», mentre al Senato ha detto di aver accettato solo «dopo che la Commissione Ue ha annunciato la sua partecipazione». Ieri intanto il gruppo dei Socialisti ha chiesto alla Commissione chiarimenti sul mandato politico della missione. La speranza dalle parti del governo è che anche altri paesi europei cedano e inviino una qualche rappresentanza in futuro, non tanto alla riunione inaugurale di domani a Washington, ma magari chissà nelle prossime settimane.
IERI ALLA CAMERA Tajani si è riservato di elencare i nomi
Commenta (0 Commenti)Italia capofila dei trumpiani, Tajani sarà a Washington al lancio del Board degli speculatori per Gaza. Non regge il trucco di Meloni: anche la Germania si sfila e l’Ue non sarà “osservatore”. Intanto a Israele la Striscia non basta e si annette per legge tutta la Cisgiordania
Un brutto giro Oggi il ministro degli Esteri riferirà in Parlamento sulla missione. Il Colle osserva gelido: i limiti costituzionali restano tutti
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La cerimonia di presentazione del Board of Peace a Davos – Markus Schreiber/Ap
Con tutta probabilità sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani a volare giovedì alla volta di Washington, per partecipare come «osservatore» alla prima riunione del Board of peace, l’organsimo disegnato da Donald Trump a suo uso e consumo. Ieri i leader di maggioranza si sono riuniti per un’ora e mezza a Palazzo Chigi, e tra i dossier sul tavolo con referendum e legge elettorale, la missione oltreoceano è quello più delicato. Il rientro dalla porta di servizio nel nuovo organismo è la mossa più spericolata del governo in nome della vicinanza al tycoon da un anno a questa parte, e i limiti costituzionali dell’adesione , sorvegliati a vista dal Quirinale, rimangono sul tavolo nonostante il dribbling dell’ultimo momento.
MELONI E I SUOI confidano nella copertura diplomatica dell’Unione europea e del suo azionista di maggioranza, la Germania e il suo cancelliere Friederich Merz. La nuova formula inventata da Roma, è la speranza, potrebbe invogliare altri Paesi a partecipare. Allo stato dei fatti però, nel girotondo di “no” che Trump ha ricevuto dagli stati europei per il suo personalissimo organismo internazionale, la fantasiosa formula italiana di «osservatore» è una voce fuori dal coro. Merz aveva avanzato nelle scorse settimane le stesse remore costituzionali di Meloni, e ieri fonti di governo tedesche hanno fatto sapere che il cancelliere non sarà a Washington «né come partecipante, né come osservatore». La Commissione europea, ieri invocata anche da Tajani a mo’ di foglia di fico, sarà negli Stati uniti per mezzo della commissaria al Mediterraneo Dubravka Šuica, figura non proprio di primissimo piano, ma fonti Ue hanno detto che piuttosto che il termine «osservatore» preferiscono spiegare quale sarà il loro ruolo: non essere membri ma partecipare alla discussione su Gaza. Una precisazione formale, che però sa di sostanza.
LA MISSIONE del governo ha il sapore del primo vero passo concreto verso Trump, a maggior ragione visto che si potrebbe presentare come uno strappo con il resto d’Europa. Dalle parti del governo la soluzione è più semplice: «Non ci si può lamentare perché non ci sono istituzioni multilaterali che funzionano e poi disertare quando ne nasce una solo perché c’è Trump» raccontano. Il ruolo italiano nello scacchiere del Mediterraneo, è il ragionamento di Palazzo Chigi, va preservato a ogni costo e di mezzo c’è l’interesse a non perdere un canale verso zone ricche di approvvigionamenti energetici. Poi c’è il giro di affari che naturalmente comporterà la ricostruzione della Striscia, di cui lo stesso Tajani non ha fatto mistero. Il gioco dunque varrebbe la candela, ivi incluse le acrobazie costituzionali per aggirare l’articolo 11 della Carta che parla di «condizioni di parità» per acconsentire a limitazioni di sovranità.
E DI LIMITAZIONI, lo statuto del BoP, ne presenta più di una, a cominciare dal fatto che Trump ne è presidente indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca e rimarrà tale al termine del mandato. Tra le sue prerogative poi risulta la possibilità di «adottare risoluzioni o altre direttive» per attuare la missione del Board. Gaza, poi, non figura neanche una
Leggi tutto: Meloni spedisce Tajani a «osservare» il Board di Trump - di Michele Gambirasi
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